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Quaderno n.8
In affettuosa memoria di Giancarlo Arnao, maestro e amico di
tutti noi, senza il cui insegnamento ed esempio questo libro bianco
non avrebbe potuto essere scritto.
APPENDICE 2
3. RECENTI ACQUISIZIONI SULL' USO
TERAPEUTICO DEI DERIVATI DELLA CANNABIS
Il 30 gennaio 1997, a seguito delle forti prese di posizione del
governo federale USA contro l'approvazione popolare via referendum
degli usi medici della marijuana in California e in Arizona (novembre
1996), Jerome P. Kassirer scrisse sul New England Journal of Medicine:
"Gli stadi avanzati di molte malattie e i loro trattamenti
sono spesso accompagnati da nausea, vomito o dolore intrattabili.
Migliaia di pazienti affetti da cancro, AIDS e altre malattie
riferiscono di aver ottenuto notevole sollievo da tali sintomi
devastanti fumando marijuana. (...) Io credo che una politica
federale che proibisce ai medici di alleviare le sofferenze prescrivendo
marijuana a pazienti seriamente ammalati è male impostata,
impositiva e inumana. (...) [N]on vi è rischio di morte
fumando marijuana. Domandare le prove di un'efficacia terapeutica
è (...) ipocrita. Le sensazioni nocive provate da questi
pazienti sono estremamente difficili da quantificare in esperimenti
controllati. Ciò che realmente conta in una terapia dotata
di un così alto margine di sicurezza è se un paziente
gravemente ammalato prova sollievo come risultato dell'intervento,
non se uno studio controllato ne "dimostra" l'efficacia."
(1).
Ci sembra che queste chiare parole, scritte
dall'Editor-in-chief della più autorevole rivista medica
americana siano la migliore introduzione alla sommaria presentazione
che segue, in cui, pur in estrema sintesi, puntualizzeremo quelli
che oggi appaiono i temi più interessanti e promettenti
per la ricerca e la pratica medica relativamente all'uso terapeutico
della Cannabis e dei suoi derivati o analoghi sintetici.
Si deve sottolineare fin dall'inizio che - mentre si continua
giustamente a sostenere che l'uso generalizzato di qualunque farmaco
deve essere permesso solo dopo una serie di prove e verifiche
sperimentali, compresi i classici "trial" terapeutici
controllati - mille ostacoli sono stati e sono ancora frapposti
alla rigorosa sperimentazione clinica della Cannabis. Tale sperimentazione
è già di per sé problematica per vari motivi,
non ultimo quello che è difficile fare studi controllati
verso placebo, magari in "doppio cieco", con un farmaco
psicoattivo. Ma alle difficoltà intrinseche del problema,
si aggiungono tutte quelle finora testardamente opposte dalla
burocrazia e dai politici, che vedono evidentemente molto male
l'eventualità di dover ammettere di aver sbagliato strada
per anni, magari causando inutili sofferenze a persone ammalate.
La barriera normativa produce anche una barriera scientifica,
e tutte le scuse sono finora state buone per scoraggiare o impedire
la realizzazione di studi seri, tra cui quella radicale che, essendo
la Cannabis grezza solo un composito miscuglio di sostanze, sarebbe
impossibile definire se e quale dei suoi componenti sia efficace
in questa o quella condizione o sintomatologia. La farmacologia
moderna ha infatti praticamente abbandonato tutte le droghe grezze
a favore dei principi attivi puri, e anche se può legittimamente
restare il dubbio che - nel caso della Cannabis come anche dell'oppio
- la droga naturale possa offrire qualche vantaggio rispetto a
questo o quello dei suoi componenti separato dagli altri, ci sono
scarsi motivi e scarsissime probabilità di poter tornare
indietro.
Uno dei problemi principali nello sviluppo
di preparati farmaceutici a base di cannabinoidi è la via
di somministrazione. I cannabinoidi sono composti non idrosolubili,
e la classica via di somministrazione parenterale, quella iniettiva,
è pertanto preclusa. Attualmente, i preparati in commercio
(dronabinol, nabilone) sono disponibili solo per uso orale, ma
molti malati lamentano la loro bassa efficacia e scarsa tollerabilità.
I problemi della formulazione orale sono apparsi subito molto
rilevanti soprattutto per le persone che li richiedono come trattamento
anti-nausea e anti-vomito, e che hanno quindi difficoltà
speciali per l'assunzione. In generale sono considerati punti
deboli della somministrazione per bocca il dosaggio fisso, l'effetto
ritardato, l'assorbimento variabile, e - in molti casi - la vera
e propria impossibilità di assunzione. Oggi diversi laboratori
sono alla ricerca di preparati somministrabili in altro modo:
aerosol, spray sublinguali, cerotti transdermici, supposte. Molti
pazienti sostengono tuttavia la supremazia del metodo tradizionare
di "fumare" la droga grezza (marijuana): tale metodo,
infatti, al di là dei potenziali rischi a breve e lungo
termine per l'apparato respiratorio, è l'unico ad offrire
un effetto immediato, il totale autocontrollo sulla dose assunta,
e nessun problema di assorbimento o di intolleranza.
Allo stato attuale delle conoscenze la
Cannabis e i cannabinoidi potrebbero avere molteplici applicazioni
terapeutiche. Alcune di queste, tra cui ad esempio l'uso quale
antinausea nei pazienti in chemioterapia ovvero la stimolazione
dell'appetito nei pazienti con "wasting syndrome" da
AIDS, sono state convalidate da studi clinici contollati in doppio
cieco. Per altre, quali la terapia della spasticità muscolare
nella sclerosi multipla e nei traumi midollari, o il trattamento
di varie forme di dolore cronico, esistono evidenze preliminari
significative, che restano in attesa di ulteriori conferme. Infine,
per altre ancora, tra cui il trattamento del glaucoma, la prevenzione
delle convulsioni epilettiche o la terapia della depressione,
esistono per ora solo evidenze aneddotiche, talora confortate
da piccoli studi non controllati. Si stanno infine delineando
diverse altre potenziali applicazioni terapeutiche, alcune delle
quali di recentissima segnalazione: le citiamo per completezza,
ammettendo che nella maggior parte dei casi si tratta solo di
potenzialità da approfondire.
Per comodità di lettura, suddividiamo
il testo che segue in brevi paragrafi.
EFFETTI ANTI-NAUSEA E ANTI-VOMITO NELLE
CHEMIOTERAPIE ANTITUMORALI
Questo è uno dei primi e meglio studiati campi di utilizzo
della Cannabis. Uno dei più temuti effetti di molti farmaci
chemioterapici anti-tumorali è la profonda nausea e il
vomito incontrollabile che colpisce molti soggetti dopo ogni trattamento,
e che può persistere per giorni o settimane, togliendo
anche ogni interesse per il cibo e peggiorando quindi anche sotto
questo aspetto la situazione. Per motivi non conosciuti, il delta-9-THC
(il principale principio attivo della Cannabis) già a bassissime
dosi ha un profondo effetto antinausea e antivomito, dimostrandosi
in molti casi assai più efficace dei costosi farmaci alternativi.
Dal 1985, in America, è disponibile a questo scopo un THC
sintetico, il dronabinolo (Marinol), da assumere per via orale,
e questo - con l'analogo inglese nabilone - è attualmente
l'unico farmaco in qualche modo derivato dalla Cannabis ufficialmente
approvato per uso medico. Molti soggetti preferiscono tuttavia
la Cannabis fumata: oltre al fatto che può essere difficile
o anche impossibile, in caso di nausea e vomito incoercibili,
assumere farmaci per bocca, l'effetto del fumo è assai
più rapido e sicuro, è sufficiente una dose minore,
e il paziente può perfettamente controllare l'assunzione
sulla base dei sintomi. Inoltre la marijuana, nonstante il mercato
nero, è in genere meno costosa.
L'efficacia del delta-9-THC (dronabinolo e nabilone), nei casi
di nausea e vomito secondari a chemioterapia è stata dimostrata
in vari studi clinici controllati in doppio cieco. [2-7]. In tutti
questi studi i cannabinoidi sono risultati più efficaci
delle terapie tradizionali. Uno studio pilota ha inoltre dimostrato
che il delta-8-THC, un cannabinoide non-psicotropo, privo cioè
di effetti sul sistema nervoso, ha promettenti proprietà
antiemetiche nei bambini ammalati di leucemia [8].
SINDROME DA DEPERIMENTO NELL'AIDS; STIMOLAZIONE
DELL'APPETITO; EFFETTI ANSIOLITICI, IPNOINDUTTORI E ANTIDEPRESSIVI
Una delle conseguenze più minacciose dell'AIDS è
la rapida perdita di peso conseguente al malessere generale che
inibisce l'appetito e cancella la stessa voglia di vivere. Molti
pazienti hanno scoperto che il ben noto effetto "fame"
provocato dalla marijuana si manifesta anche nell'AIDS, e aiuta
quindi i malati a mantenere una nutrizione accettabile, oltre
che ad elevare il tono dell'umore. Il dronabinolo (Marinol) citato
più sopra a proposito della chemioterapia è oggi
approvato anche per il trattamento della "wasting syndrome"
da AIDS. Tuttavia, anche in questo caso, molti pazienti preferiscono
la via più rapida ed efficace, il fumo. Sulla base delle
esperienze disponibili, in questi casi di pazienti potenzialmente
terminali la Cannabis può apparire, almeno nell'immediato,
un vero farmaco "salvavita" ed è a nostro avviso
inconcepibile che si perda tempo prezioso a discutere se permetterne
o meno l'uso sotto qualsiasi forma.1
L'efficacia nella stimolazione dell'appetito dimostrato dal dronabinol
nei pazienti con AIDS in studi clinici controllati in doppio cieco
[2-4,9] ha convinto la esigente Food and Drug Administration USA
a registrare il farmaco per tale impiego. Il meccanismo d'azione
sarebbe legato alla capacità di inibire la produzione di
alcune sostanze, quali il fattore alfa di necrosi cellulare (TNF),
che verosimilmente contribuiscono allo sviluppo della sindrome
da deperimento. Questa caratteristica, associata con le proprietà
antiemetiche sopra descritte e con i potenziali effetti ansiolitici
[10], ipnoinduttori [11] e antidepressivi [12], conferisce a questo
farmaco un profilo assolutamente originale tanto da indurre fonti
autorevoli quali la British Medical Association a raccomandarne
pressantemente l'impiego in ulteriori studi [3].
Per quanto riguarda specificamente l'effetto antidepressivo, è
necessario considerare che la depressione grave - che può
durare da settimane ad anni alterando profondamente la vita di
una persona, cancellando ogni speranza e voglia di vivere, stravolgendo
le relazioni personali e familiari, e intaccando la stessa salute
fisica - è una seria malattia psichiatrica, purtroppo oggi
relativamente comune. Negli ultimi decenni, è stato sviluppato
un gran numero di farmaci antidepressivi, dai classici triciclici
e anti-MAO ai più recenti inibitori selettivi del reuptake
della serotonina (SSRI) e quasi nessuno si è più
ricordato che uno degli usi tradizionali della Cannabis è
stato proprio quello contro la "melancolia", l'antico
nome della depressione. Tuttavia, alcuni pazienti depressi o affetti
da sindrome bipolare (episodi di depressione alternati a episodi
di eccitazione maniacale) riferiscono di aver scoperto più
meno casualmente che la Cannabis migliora il tono dell'umore e
fa ritornare l'appetito assai meglio dei farmaci normalmente prescritti,
e con minori effetti collaterali. Anche in questi casi, si tratta
di evidenze aneddotiche e non di studi controllati. Ma la stessa
rilevanza personale e sociale della sindrome depressiva giustifica
ampiamente l'attenzione prestata a queste esperienze, e dovrebbe
incoraggiare ulteriori e più rigorose ricerche.
RIDUZIONE DELLA SPASTICITA' MUSCOLARE
Questo uso riguarda diverse condizioni di natura neurologica sostanzialmente
incurabili - tra cui la sclerosi multipla e le lesioni traumatiche
del midollo spinale - spesso caratterizzate, tra l'altro, da spasmi
incontrollabili e dolorosi dei muscoli. In molti casi, la marijuana
si è dimostrata efficace nel ridurre gli spasmi e i tremori
e nel migliorare il coordinamento neuromuscolare.
L'efficacia terapeutica nel trattamento sintomatico della spasticità
muscolare è testimoniata da molteplici evidenze aneddotiche:
malati di sclerosi multipla e pazienti con patologie del midollo
spinale, concordano nel riferire, dopo l'assunzione di derivati
della cannabis una riduzione dei sintomi correlati alla spasticità
[19,20]. Alcune di queste esperienze sono state confermate in
studi clinici di piccole dimensioni [21-23], ma a tutt'oggi mancano
evidenze derivanti da grossi numeri. In Gran Bretagna la Royal
Pharmaceutical Society ha recentemente ottenuto l'autorizzazione
dal governo londinese per condurre una sperimentazione su un campione
di circa 2000 pazienti, mentre è gia in fase avanzata uno
studio promosso dalla GW Pharmaceuticals che prevede l'impiego
di un interessante dispositivo di somministrazione dei cannabinoidi
per via sublinguale. I primi risultati dovrebbero essere disponibili
nel 2002. Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista
Nature [8] ha inoltre fornito interessanti strumenti per la comprensione
del meccanismo d'azione di tali sostanze nel controllo della spasticità,
ponendo le basi per ulteriori interessanti approfondimenti.
EFFETTI ANALGESICI E ANTI-INFIAMMATORI
Già da alcuni millenni la medicina orientale conosce e
utilizza le proprietà analgesiche e anti-infiammatorie
dei cannabinoidi e nel secolo scorso la cannabis era comunemente
accettata, con queste indicazioni, nella farmacopea ufficiale
in Europa e negli USA. Dopo un lungo oblio, l'attenzione per questo
potenziale utilizzo sta risorgendo, e recenti studi hanno contribuito
a chiarire le basi razionali dell' effetto terapeutico dei cannabinoidi.
[16,17, 35]. Il dato è di rilevante interesse ove si considerino
i gravi effetti collaterali della maggior parte dei farmaci analgesici
attualmente disponibili, e la loro relativa inefficacia in alcune
forme di dolore, come per esempio la diffusissima emicrania [18].
Molti pazienti riferiscono che la Cannabis è efficace su
dolori di varia natura, tra cui dolori cronici post-traumatici,
dolori cronici di natura reumatologica, dolore postoperatorio,
dolori da neoformazioni ossee, dolori mestruali e del travaglio,
cefalee. La realizzazione di ulteriori studi clinici, alcuni dei
quali già in corso in Gran Bretagna e negli USA, potrebbe
portare a importanti progressi nel campo della terapia del dolore.
Ci permettiamo un'ulteriore osservazione. Questo è un altro
dei punti su cui non dovrebbe essere lecito opporre dubbi e cavilli.
Il dolore è un sintomo soggettivo e nessuno ha il diritto
di giudicare la quantità o qualità di dolore che
deve essere sopportata da un altro. Data la praticamente nulla
tossicità acuta della Cannabis, e la sua scarsissima tossicità
cronica - specie se confrontata con quella degli altri antidolorifici
disponibili - l'ultima parola in questo campo dovrebbe spettare
solo al paziente. Il dolore cronico - anche se soltanto moderato
- può distruggere la qualità della vita, e se è
vero che alcuni pazienti hanno potuto rinunciare alla morfina
dopo aver provato la Cannabis, non è lecito sottovalutare
gli effetti analgesici di quest'ultima, e non dovrebbe neppure
essere lecito negare per motivi legali (e non strettamente medici)
la possibilità di una simile sostituzione.
Un recente studio (su animali) suggerisce che il cannabidiolo,
un derivato non psicoattivo della Cannabis, potrebbe avere un
effetto anti-infiammatorio e protettivo sulle articolazioni nell'artrite
reumatoide [39].
GLAUCOMA
Il glaucoma, l'aumento della pressione interna dell'occhio, è
una malattia grave e relativamente frequente (1,5% della popolazione
dopo i 50 anni), che se non curata può portare progressivamente
a cecità. Attualmente, si hanno numerose evidenze che il
delta-9-THC possa ridurre la pressione intraoculare [24,25]. Anche
un piccolo studio clinico in doppio cieco ha dimostrato una significativa
riduzione della pressione intraoculare nei soggetti trattati con
marijuana [26].
La casuale scoperta degli effetti della marijuana sulla pressione
intraoculare viene fatta risalire a un esperimento del 1971, effettuato
per conto della polizia di Los Angeles e pubblicato su JAMA, volto
a verificare la validità dell'assunzione comune che fumare
Cannabis provoca dilatazione delle pupille. Robert C. Randall
ha raccontato in dettaglio a Lester Grinspoon la sua drammatica
esperienza personale. A 24 anni, l'improvvisa scoperta del glaucoma,
le medicine tradizionali che fanno poco, la spaventosa prospettiva
di diventare completamente cieco entro 2 o 3 anni. Poi - del tutto
casuale - la scoperta che un banale "spinello" poteva
recuperare il recuperabile della sua vista! Seguono anni di angoscia
e di lotte, finché nel 1976, il semplice cittadino Randall
vince la sua personale battaglia con l'apparato burocratico degli
Stati Uniti d'America e, aprendo la strada a molti altri ammalati,
ottiene direttamente dal governo il prezioso "nuovo farmaco
sperimentale per uso compassionevole": sigarette alla marijuana.
E ancora oggi, probabilmente solo grazie a quelle sigarette di
"droga", conserva un minimo di capacità visiva.
EFFETTI ANTICONVULSIVANTI
Questo è un uso già noto nell'antichità,
successivamente studiato contro il "grande male" nell'800,
e un'ultima volta verificato - secondo Grinspoon - in uno studio
del 1949. Poi, il silenzio fino al 1975, quando un paziente epilettico
scopre che - fumando marijuana in aggiunta alla normale terapia
(difenilidantoina e fenobarbital), che aveva solo ridotto la frequenza
degli attacchi - gli episodi convulsivi scompaiono del tutto.
L'epilessia è oggi spesso ben controllabile con terapie
"normali", e gli specialisti hanno mostrato scarso interesse
per la Cannabis in questo campo: tuttavia, secondo Grinspoon,
sempre più pazienti si rivolgono alla marijuana con risultati
più che soddisfacenti.
Le proprietà anticonvulsivanti dei derivati della cannabis
sono testimoniate da alcuni studi su animali nonchè da
esperienze aneddotiche di malati di epilessia che testimoniano
una riduzione delle crisi e del fabbisogno di farmaci. [27,28].
Mancano a tutt'oggi studi clinici controllati di significative
dimensioni.
EFFETTI ANTIOSSIDANTI E NEUROPROTETTIVI
Una grande attenzione viene dedicata negli ultimi tempi alle proprietà
neuroprotettive dei cannabinoidi. Come ha dimostrato un recente
studio cui ha collaborato anche l'italiano Grimaldi [13], essi
sono dei potenti agenti antiossidanti, vale a dire che sono in
grado di neutralizzare le sostanze ossidanti nocive (in particolare
il glutammato) che si sviluppano, a livello cerebrale, in corso
di trauma cranico o ictus. Questi risultati, ottenuti in laboratorio,
hanno avuto una prima conferma nell'uomo, in uno studio clinico
compiuto in Israele su pazienti con trauma cranico [14]: l'impiego
del dexanabinol, un cannabinoide non-psicotropo, ha dato ottimi
risultati. Futuri campi di impiego potrebbero essere le patologie
neurodegenerative , tra cui il morbo di Alzheimer [15], il morbo
di Parkinson o la corea di Huntington, ma per queste applicazioni
servono ulteriori verifiche cliniche.
EFFETTI BRONCODILATATORI
Il fatto che la cannabis possieda proprietà broncodilatatrici
è noto da tempo [29], ma il suo utilizzo nei soggetti asmatici
ha dato risultati contraddittori. Un recentissimo studio pubblicato
su Nature, cui hanno partecipato anche alcuni ricercatori italiani
[38], sembra chiarire i motivi della "bidirezionalità"
della risposta dell'albero bronchiale a tali sostanze, gettando
le basi per ulteriori approfondimenti. Il suo potenziale impiego
terapeutico nei soggetti asmatici è stato sinora limitato
anche dalla mancanza di una via di somministrazione adeguata.
Lo sviluppo delle ricerche su derivati assumibili per aerosol
o mediante vaporizzazione potrebbe nel prossimo futuro aprire
la strada anche a questa utilizzazione.
EFFETTI ANTI-IPERTENSIVI E ANTI-ATEROSCLEROTICI
Interessanti informazioni sui potenziali effetti antipertensivi
potrebbero venire da ricerche in corso presso la University of
Nottingham Medical School (GB) sugli effetti degli endocannabinoidi
sulla circolazione sanguigna. Partendo dalla constatazione che
gli endocannabinoidi endogeni, ed in particolare l' anandamide,
hanno mostrato di possedere effetti ipotensivi [30-32], i ricercatori
britannici stanno valutando, in studi in corso, il possibile impiego
terapeutico di questa caratteristica.
La recente segnalazione [36] di un possibile effetto antiaterosclerotico
accentua ulteriormente l'interesse per un possibile impiego di
queste sostanze in campo cardiovascolare.
EFFETTI ANTI-TUMORALI
Un ulteriore potenziale campo di utilizzo potrebbe essere quello
della terapia dei tumori. Alla recente dimostrazione dell'efficacia
dell'anandamide nell'inibire la proliferazione del tumore della
mammella, opera di un gruppo di ricercatori italiani [33], si
è aggiunta, qualche mese fa, la segnalazione di alcuni
ricercatori spagnoli che hanno evidenziato che il THC è
in grado di produrre la morte delle cellule dei gliomi cerebrali,
risparmiando le cellule sane che circondano il tumore [34]. In
entrambi i casi si tratta, è il caso di sottolinearlo,
di dati ottenuti "in vitro", ma che aprono la strada
ad interessanti filoni di ricerca per possibili impieghi terapeutici
nell'uomo.
________________
NOTE
1 Il discorso è
analogo a quello con cui si tende a negare la morfina a persone
gravemente sofferenti o anche terminali per la paura di generare
"dipendenza" (tra l'altro, un concetto tutto da discutere).
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