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Quaderno n.8
In affettuosa memoria di Giancarlo Arnao, maestro e amico di
tutti noi, senza il cui insegnamento ed esempio questo libro bianco
non avrebbe potuto essere scritto.
APPENDICE 2
2. GLI USI MEDICI DELLA CANNABIS:
SCHEDA STORICA
La Cannabis indica - pianta probabilmente
originaria dell'Asia centro-orientale - è stata usata in
medicina per millenni. Era certamente coltivata in Cina nel 4000
a.C., ed è inclusa nella più antica farmacopea conosciuta,
il Pen Ts'ao, tradizionalmente attribuita al mitico imperatore
Shen Nung (III millennio a.C.). In India, il suo uso nella medicina
tradizionale risale al II millennio a.C. In occidente, invece,
il suo uso medico è stato sempre alquanto marginale, e
ha assunto una certa rilevanza solo nel XIX secolo e nei primi
decenni del XX (1).
Nell'antichità, la Cannabis indica
fu considerata utile in numerose e assai diverse malattie. Il
Pen Ts'ao la raccomanda per il trattamento di "disordini
femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale".
Intorno al 220 d.C. il grande chirurgo cinese Hua T'o ne descrive
l'uso a scopo analgesico e anestetico nei diversi sofisticati
interventi "senza dolore" per cui era famoso. Altri
medici cinesi scrivono che la canapa è utile nelle "malattie
da deperimento e nelle ferite", nonché per "purificare
il sangue, abbassare la temperatura, ridurre i flussi, risolvere
i reumatismi, scaricare il pus". In India, la Cannabis è
citata nell'Atharvaveda (II millennio a.C.) come "pianta
che libera dall'ansia", mentre nel più antico testo
medico della tradizione Ayurvedica, basato sulla dottrina di Susruta
(II millennio a.C.), è citata semplicemente come "rimedio".
In realtà, la Cannabis in India assume un ruolo del tutto
particolare: come pianta sacra a Shiva, viene usata in rituali
religiosi; come inebriante, è elemento centrale nella cultura
popolare; e infine, come farmaco, viene utilizzata in diversi
sistemi della medicina tradizionale (Ayurveda, Unani, Tibbi) e
lo sarà fino ai nostri giorni. Secondo la "nota"
curata da J.M. Campbell, e inclusa nell'Appendice III del famoso
Indian Hemp Drugs Commission Report (1893-4), la bhang (2)
cura in primo luogo la febbre agendo "non direttamente ovvero
fisicamente come un farmaco ordinario, ma indirettamente ovvero
spiritualmente calmando gli spiriti rabbiosi a cui la febbre è
dovuta"; inoltre ha molte altre virtù medicinali:
"raffredda il sangue caldo, provoca il sonno negli ipereccitati,
dona bellezza e assicura lunga vita. Cura la dissenteria e i colpi
di calore, purifica il flegma, accelera la digestione, stimola
l'appetito, corregge la pronuncia nella blesità, rinfresca
l'intelletto, dona vivacità al corpo e gaiezza alla mente.
(...) la ganja in eccesso provoca ascessi, o anche pazzia"
(3).
Per quanto riguarda il Medio Oriente
e l'area mediterranea, in cui la Cannabis (specie nel mondo islamico)
ha un grande ruolo come inebriante e "droga sociale",
si hanno nell'antichità solo rare citazioni di interesse
medico. Possiamo ricordare le tavolette mediche assire della biblioteca
di Assurbanipal (VII sec. a.C.), che citano la canapa come antidepressivo;
il grande Dioscoride (I sec. d.C.), che nella sua Materia Medica,
non solo ci offre una delle più antiche raffigurazioni
della Cannabis, ma anche ne raccomanda l'uso per mal d'orecchi,
edemi, itterizia e altri disturbi; e infine, un secolo dopo, il
più famoso medico della Roma imperiale, Galeno, secondo
il quale le preparazioni di canapa vengono usate come dessert
per "stimolare il piacere", ma possono anche servire
contro le flatulenze, il mal d'orecchi e il dolore in genere.
Usate in eccesso "colpiscono la testa, immettendovi vapori
caldi e intossicanti".
Per tutto il Medio Evo e il Rinascimento,
l'uso più importante della Cannabis è per ricavarne
le fibre per corde, tessuti e carta. Le gomene, le sartie e le
vele delle navi sono ottenute dalla canapa, ed è per questo
che la pianta, già estesamente coltivata in Europa, viene
immediatamente importata in America, al sud da spagnoli e portoghesi,
e al nord da inglesi e francesi. Non mancano anche in questo periodo
interessanti notazioni mediche: Garcia da Orta, medico portoghese
di servizio presso il vicerè a Goa, in India, nel suo "Colloqui
sui semplici e sulle droghe dell'India" del 1563 - forse
il più importante documento sulle piante medicinali dopo
l'erbario di Dioscoride - cita l'uso di Cannabis come stimolante
dell'appetito, oltre che come sonnifero, tranquillante, afrodisiaco
e euforizzante. E' certo che il suo libro - almeno fino a che
quasi tutte le copie conosciute non furono bruciate dall'Inquisizione
quando, dopo la sua morte, si scoprì che da Orta era in
realtà ebreo - introdusse l'Europa all'uso medico di questa
e altre droghe. Un contributo simile fu dato dall'opera di poco
successiva "Sulle droghe e le medicine delle Indie Orientali"
(1578) del suo collega Cristobal Acosta. Più tardi, anche
Englebert Kampfer, medico-botanico-storico-diplomatico tedesco,
ambasciatore del re di Svezia in Persia e poi medico capo della
flotta della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, descrisse
nel suo "Amenitates exoticae" (1712) gli usi di molte
piante medicinali, tra cui la canapa, in Persia e in India.
In Europa, Robert Burton nel suo classico
"The anatomy of melancholy" (1621) suggerisce la possibile
utilità della canapa in quella che oggi chiameremmo "depressione".
Nel 1682, il New London Dispensatory afferma che la Cannabis "cura
la tosse e l'itterizia ma riempie la testa di vapori". E
il New English Dispensatory del 1764 raccomanda di bollire le
radici della canapa e di applicare il decotto sulla pelle per
ridurre le infiammazioni, nonché per "disseccare i
tumori" e per sciogliere i "depositi nelle articolazioni".
Nel famoso "Erbario" di Nicolas Culpeper (1812) vengono
elencate in dettaglio tutte le applicazioni mediche conosciute
della canapa, a partire da quelle suggerite dai classici di Dioscoride,
Galeno e Plinio, ma nel Dictionaire des Sciences Médicales
(Paris, 1813) si afferma che l'unica parte della pianta usata
a fini medici in Europa sono i semi, ritenuti utili nella cura
delle malattie veneree.
E possiamo concludere questa prima parte dedicata alla storia
medica antica con una nota tassonomica, e cioè ricordando
che nel 1753 Linneo battezzò la canapa Cannabis sativa,
considerando l'esistenza di un'unica specie, mentre nel 1783 Lamarck
ritenne, sulla base di significative differenze morfologiche,
di dover distinguere il genere Cannabis in due specie distinte:
la C. sativa, nativa dell'Europa, e la C. indica, propria dell'oriente
(4).
L'importanza della Cannabis, sempre relativamente
marginale nella medicina occidentale, fu decisamente accresciuta
a seguito della campagna d'Egitto di Napoleone (1798), dopo la
quale l'hashisch - inteso essenzialmente come sostanza inebriante
ed euforizzante - divenne noto in Francia, anche se soprattutto
in circoli intellettuali come il famoso Club des Hachischins,
a cui parteciparono personaggi come lo psichiatra Moreau de Tours
(5) e artisti come Gautier, Dumas, Nerval, Hugo,
Delacroix e Baudelaire (6). In effetti è
dalla tradizione orientale, e soprattutto indiana, che la medicina
europea e americana trarranno intorno al 1840 le loro conoscenze.
Probabilmente, i testi che ebbero maggior influenza in occidente
furono "On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah"
di William B. O'Shaughnessy, medico inglese in servizio in India
(7) e "De la peste ou typhus d'orient suivi
d'un essai sur le hachisch" (8) di L. Aubert-Roche,
oltre al "Du hachisch" già citato di J.J. Moreau
de Tours, pubblicato nel 1845. Solo a partire da questo periodo
si può dire che l'uso medico della Cannabis conobbe una
certa diffusione anche in occidente: estratti e tinture a base
di Cannabis rimarranno sugli scaffali delle farmacie - in Italia
e in Europa come negli USA - sino alla seconda guerra mondiale
e oltre (9).
Se Aubert-Roche riferisce sull'utilizzo
dell'hachisch contro la peste, e Moreau de Tours lo considera
sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco efficace
in varie malattie mentali (melancolia, inclusa la forma ossessiva
di "idée fixe", ipomania, e malattie mentali
croniche in genere), O'Shaughnessy attinge alla vastissima tradizione
medica indiana e presenta il più ricco repertorio. Dopo
un ampio excursus sulla letteratura medica, inclusa quella antica,
O'Shaughnessy riferisce dettagliatamente sull'uso di Cannabis
nelle seguenti condizioni: reumatismo acuto e cronico, idrofobia,
colera, tetano e convulsioni infantili. Dopo un cenno al "delirio"
causato dall'intossicazione cronica, riporta i metodi da lui impiegati
per preparare l'estratto e la tintura di "gunjah", e
i dosaggi consigliati nei diversi casi.
Fra il 1840 e il 1900, secondo Walton,
furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici
della Cannabis.
Nel 1854 la Cannabis viene inclusa per la prima volta fra i farmaci
dello U.S. Dispensatory, con le seguenti proprietà: "potente
narcotico (...) Si dice che agisca anche come deciso afrodisiaco,
che stimoli l'appetito e che occasionalmente induca uno stato
di catalessi. (...) produce il sonno, allevia gli spasmi, calma
l'irrequietezza nervosa, allevia il dolore. (...) [come analgesico]
differisce dall'oppio perché non diminuisce l'appetito,
non riduce le secrezioni e non provoca stitichezza. I disturbi
per i quali è stata specialmente raccomandata sono le nevralgie,
la gotta, il tetano, l'idrofobia, il colera epidemico, le convulsioni,
la corea, l'isteria, la depressione mentale, la pazzia, e le emorragie
uterine" (10). Nel 1860, la Cannabis è
già così considerata da determinare la nomina di
un "Comitato sulla Cannabis indica" da parte dell'Associazione
medica dell'Ohio. Nel rapporto pubblicato da tale comitato (a
cura di R.R. M'Meens) , si riconosce l'utilità della canapa
per trattare tetano, nevralgie, emorragie post-partum, dolore
del parto, dismenorrea, convulsioni, dolori reumatici, asma, psicosi
post-partum, tosse cronica, gonorrea, bronchite cronica, dolori
gastrici, e altro. Inoltre essa è utile come sonnifero
e come farmaco capace di stimolare l'appetito. H.C.J. Wood riporta
che la Cannabis indica è "usata soprattutto per il
sollievo dal dolore; (...) per calmare stati di irrequietezza
e malessere generale; per alleviare le sofferenze in malattie
incurabili, come la tisi all'ultimo stadio; e infine come blando
sonnifero" (11). Secondo H.A. Hare, sarebbe
soprattutto utile come analgesico, paragonabile per efficacia
all'oppio, e in particolare nell'emicrania, anche in casi altrimenti
intrattabili, in cui agisce anche come profilattico; nelle nevralgie;
nella tosse irritativa; nonché come tranquillante-analgesico
nei malati di tisi. Inoltre, sarebbe anche un efficace anestetico
locale, particolarmente in odontoiatria (12).
Anche il Lancet del 3 dicembre 1887 raccomanda l'uso di canapa
indiana "notte e giorno, e continuato per un certo tempo"
come "il miglior rimedio disponibile nel trattamento della
cefalea persiistente" (13), e ancora, più
di vent'anni dopo, persino William Osler, uno dei padri della
medicina moderna, ritiene la Cannabis "probabilmente il rimedio
più soddisfacente" per l'emicrania (14).
Invece J. Brown scrive sul British Medical Journal che la Cannabis
indica "dovrebbe avere il primo posto nel trattamento della
menorragia" (15). Secondo Walton, in questo
periodo molti medici sono "particolarmente entusiasti riguardo
al valore della Cannabis nella dismenorrea e nella menorragia"
(16). E possiamo chiudere questa breve rassegna
citando un lavoro di J.R. Reynolds, che nel 1890 riassume 30 anni
di esperienza con la Cannabis, e la ritiene "incomparabile"
per efficacia nell'insonnia senile; utile come analgesico nelle
nevralgie, inclusa quella del trigemino (tic douloureux), nella
tabe, nell'emicrania e nella dismenorrea (ma non nella sciatica,
nella lombaggine e in genere nell'artrite, come nella gotta e
nei "dolori isterici"); molto efficace negli spasmi
muscolari di natura sia epilettoide che coreica (ma non nella
vera epilessia); e invece di incerto valore nell'asma, nella depressione
e nel delirio alcolico (17).
In Italia erano previsti dalla Farmacopea
Ufficiale (F.U.) sia l'estratto che la tintura di Cannabis indica.
Le indicazioni erano alquanto varie: per esempio, secondo il prof.
P.E. Alessandri (18) la Canapa indiana "usasi
nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania, reumatismo,
corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il cholera,
dando però quasi sempre resultati contraddittori".
Pietro Mascherpa (19) afferma che essenzialmente
si tratta di "un medicamento cerebrale e precisamente un
analgesico analogo all'oppio e alla morfina", che può
avere più o meno gli stessi usi di questi. Mascherpa riconosce
però che la farmacologia della Cannabis è "poco
conosciuta", e il suo uso per varie ragioni "piuttosto
limitato". Egli riporta anche i dosaggi massimi per l'estratto
di canapa indiana F.U.: 0,05 g per dose e 0,15 g per giorno.
A partire dal 1937, l'anno della proibizione
americana, diventano assai rari i lavori che prendono in considerazione
l'uso medico della Cannabis, ed è solo con la fine degli
anni '70 che un timido interesse si risveglia, e che fra mille
difficoltà - legate alla classificazione della Cannabis
come sostanza "priva di valore terapeutico" - cominceranno
a riapparire studi scientifici sulla Cannabis e i cannabinoidi
- ciò che costituirà la materia del capitolo seguente.
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NOTE
(1) Per questo capitolo,
ci basiamo largamente su Abel 1980, Mikuriya 1973, Walton 1938
(per i dati bibliografici relativi a queste e alle altre opere
citate si faccia riferimento alla "Bibliografia essenziale"
della Premessa). La canapa, probabilmente a partire dall'India,
viene portata in Persia e Medio Oriente già molti secoli
prima di Cristo, e da qui assai presto arriva anche in Grecia,
a Roma e in Europa. Si tratta infatti di una pianta dai mille
usi, con cui fin dai tempi più antichi si producono corde
e tessuti di grande resistenza, tra cui le vele delle navi. Il
più antico reperto europeo (residui di canapa scoperti
in una tomba in Germania) risale al V sec. a.C.
(2) In India, le preparazioni
classiche della Cannabis sono numerose, ma le principali sono
tre: ganja, le infiorescenze femminili mature, con resina e semi,
fatte seccare; charas, la resina concentrata; bhang, preparazione
di ganja e spezie secondo varie ricette. Le prime due si fumano,
la terza si usa come bevanda (sciolta nel latte) o in pillole
ed è quella generalmente usata in medicina.
(3) Report of the Indian
Hemp Drugs Commission 1893-1894 (App. III) Simla, Government Printing
Office 1894 (reprint: Silver Spring, Thomas Jefferson 1969, p.
490-1). Ancora in tempi molto più recenti, secondo J. Bouquet,
in India si fa "molto uso di Cannabis come sedativo, ipnotico,
analgesico, antispastico e antiemorroidario" ("The Cannabis
problem" Bull. on narcotics 14(4):27, 1962, cit. in National
Commission on Marihuana and Drug Abuse 1972, p. 4).
(4) La questione tassonomica
resta ancora aperta al giorno d'oggi, anche se la maggior parte
dei botanici propendono ormai per la separazione delle specie,
e anzi ne aggiungono una terza, la C. ruderalis. Per un approfondimento
si veda: R.E. Schultes-A.Hofmann The botany and chemistry of hallucinogens
(2nd ed.) Springfield, C.C. Thomas 1980, p. 83-116.
(5) Autore del famoso
"Du hachisch et de l'aliénation mentale" (ed.
orig. Paris, Masson 1845; ristampato a Ginevra da Slatkine Reprints
nel 1980).
(6) Forse non è
superfluo ricordare il "Poema dell'hachisch", la prima
parte dei "Paradisi artificiali" (1858), in cui Baudelaire,
secondo Abel (1980, p. 156), copia parola per parola intere frasi
del manuale "Officine ou répertoire général
de pharmacies pratiques" (ed. 1850) del dott. Dorvault.
(7) Pubblicato nelle
Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 1838-1840,
p. 421-61 (ristampato in Mikuriya 1972, p. 3-30).
(8) Paris, J. Rouvier
1843.
(9) Per una ricostruzione
dell'uso di Cannabis in Italia nell'800, si veda G. Samorini "L'erba
di Carlo Erba" Torino, Nautilus 1996.
(10) Wood G.B.-Bache
F. The dispensatory of the United States Philadelphia, Lippincott,
Brambo & Co. 1854 (citato da Abel 1980, p. 182-3).
(11) Treatise on Therapeutics
(6th ed.) Philadelphia, J.B. Lippincott & Co. 1886 (cit. da
Snyder 1971, p. 9).
(12) Clinical and physiological
notes on the action of Cannabis indica. The Therapeutic Gazette
11:225-8, 1887 (ristampato in Mikuriya 1972, p. 293-300).
(13) Cit. da Snyder
1971, p. 10.
(14) Osler W.-McCrae
T. The principles and practice of medicine (8th ed.) New York,
D. Appleton & Co. 1916. In una successiva edizione (1935)
tuttavia, l'efficacia appare agli Autori più dubbia (cit.
da Walton 1938, p. 154).
(15) Brit. Med. J. 1883
(May 26), p. 1002 (cit. da Snyder 1971, p. 10).
(16) Walton 1938, p.
155.
(17) Reynolds J.R. Therapeutic
uses and toxic effects of Cannabis indica. Lancet 1:637-8, 1890
(March 22) (ristampato in Mikuriya 1972, p. 145-9).
(18) In: Droghe e piante
medicinali, 2a ed., Milano, Ulrico Hoepli 1915, p. 144.
(19) In: Trattato di
farmacologia e farmacognosia. Milano, Ulrico Hoepli 1949.
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