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Quaderno n.8
In affettuosa memoria di Giancarlo Arnao, maestro e amico di
tutti noi, senza il cui insegnamento ed esempio questo libro bianco
non avrebbe potuto essere scritto.
APPENDICE 2
1. CANNABIS E CANNABINOIDI: NECESSITA'
DI UNA RIVALUTAZIONE MEDICA
La Cannabis indica - usata per millenni
nella medicina orientale, soprattutto in Cina e in India - a partire
dalla metà del XIX secolo conobbe una certa diffusione
anche in occidente. Tuttavia, nonostante le sue interessanti proprietà
farmacologiche e le raccomandazioni di molti medici di prim'ordine,
la sua storia come farmaco si chiuse bruscamente, almeno in America
e in Europa, appena prima della seconda guerra mondiale. Negli
anni '30 infatti, sull'onda della crociata anti?alcool e anti?stupefacenti
di inizio '900, la Cannabis fu forsennatamente attaccata da Harry
J. Anslinger, il primo responsabile della politica anti-droga
degli Stati Uniti, e a seguito di ciò, nel 1937 raggiunse
l'oppio e la coca fra le "droghe proibite", e pochi
anni dopo (1941) fu cancellata dalla farmacopea ufficiale americana
(1).
Dopo la proibizione negli Stati Uniti,
la legislazione e la medicina ufficiale si allinearono rapidamente
più o meno in tutto il mondo, e la Cannabis fu praticamente
dimenticata da farmacologi e medici. Viceversa, il suo uso "ricreativo"
conobbe, a partire dagli anni '60, una diffusione senza precedenti,
soprattutto tra i giovani. Il risultato di questo peculiare processo
storico è che i documenti sui veri o presunti rischi e
danni della "droga" Cannabis ? così come quelli
dedicati ai vari aspetti del consumo e del mercato illecito ?
occupano interi scaffali, mentre quelli che prendono in considerazione
i suoi possibili usi terapeutici si contano sulle dita delle mani,
e solo negli ultimissimi anni le cose hanno cominciato a cambiare.
Il fatto che, sulla sola base di un diffuso
pregiudizio sociale, una droga (2)
conosciuta e utilizzata da millenni, ricchissima di principi farmacologicamente
attivi (3), sia stata semplicemente ignorata
dalla scienza e dalla medicina proprio nei decenni del loro più
vivace sviluppo costituisce a nostro avviso uno dei più
incredibili misfatti scientifici del nostro tempo.
Con questo libro bianco, ci proponiamo
di riportare all'attenzione del mondo politico e dell'informazione,
nonché della classe medica e dell'opinione pubblica, un
problema che anche in Italia non può più essere
ignorato: il problema della rivalutazione della Cannabis, dei
suoi principi attivi e dei loro derivati o analoghi di sintesi,
per scopi terapeutici. A tal fine, abbiamo ritenuto opportuno
presentare a grandi linee i dati fondamentali sugli usi medici
di questa droga. Daremo pertanto qui di seguito un quadro generale
dell'atteggiamento "politico" nei riguardi della Cannabis
dopo la sua "proibizione", e nei due capitoli successivi
presenteremo una breve storia degli usi medici dall'antichità
ai primi decenni del XX secolo, e un quadro il più possibile
completo, seppur sintetico, dei possibili impieghi che, al momento
attuale, la pratica clinica e la ricerca scientifica sostengono
o semplicemente ipotizzano per la Cannabis e i cannabinoidi.
Riteniamo che una tale iniziativa sia ampiamente giustificata
non solo dallo stato attuale delle conoscenze, ma anche dai puri
e semplici fatti quotidiani. Infatti, come testimoniano le persone
che, accettando di esporsi come "casi clinici", sono
stati i veri promotori di questo "libro bianco", un
numero crescente di pazienti - sempre al di fuori della legalità
e quasi sempre anche al di fuori di ogni supervisione o controllo
medico - si rivolgono alla Cannabis per lenire sofferenze e disturbi,
avendone scoperto su base del tutto empirica o per sentito dire
i possibili benefici.
Ciò detto, possiamo riprendere
il nostro percorso storico. Negli anni della vittoriosa crociata
anti-marijuana di Anslinger, il libro del farmacologo R.P. Walton
(Walton 1938), spicca per valore scientifico. Al di là
di una certa enfasi sul "vizio", in linea con i tempi,
quest'opera ha senz'altro il merito di inquadrare storicamente
quello che essa stessa definisce il "problema marijuana",
e di dare il giusto rilievo alle numerose applicazioni terapeutiche
della Cannabis all'epoca accettate. Ci piace ricordare, da questo
testo che molti considereranno inesorabilmente datato, una frase
che oggi appare profetica. Dopo aver osservato che, alla data,
diversi nuovi farmaci alternativi erano diventati disponibili
e che a seguito di ciò molti medici apparivano tentati
dall'idea di abbandonare del tutto l'uso terapeutico della Cannabis,
Walton scrive: "Più stretti controlli che rendessero
la droga non disponibile per scopi medici e scientifici non sarebbero
saggi, dal momento che per essa possono essere sviluppati altri
utilizzi, tali da superarne completamente gli svantaggi. La sostanza
ha diverse notevoli proprietà e se la sua struttura chimica
fosse definita, e varianti sintetiche fossero sviluppate, alcune
di esse potrebbero dimostrarsi particolarmente utili, sia come
agenti terapeutici che come strumenti per indagini sperimentali"
(p. 151). E in pieno accordo con questa posizione si espresse
all'epoca il Legislative Council dell'American Medical Association
(AMA): "La Cannabis al momento attuale è poco usata
a scopo medico, ma sembrerebbe conveniente mantenere il suo status
di farmaco per gli usi attualmente accettati. C'è una possibilità
che un nuovo studio della droga con i mezzi moderni potrebbe mostrare
nuovi vantaggi ottenibili nell'uso medico" (4).
Viceversa, a perenne memento dell'opera oscurantistica di Anslinger
e del suo Federal Narcotics Bureau, possiamo citare l'incredibile
chiusura espressa apoditticamente quasi trent'anni dopo, semplicemente
ignorando cent'anni di letteratura scientifica, in un documento
ufficiale della stessa AMA del 1967: "La Cannabis non ha
alcun uso conosciuto nella pratica medica nella maggior parte
dei paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti" (5).
Dopo la proibizione, il merito della
prima seria (ri)valutazione scientifica della Cannabis spetta
probabilmente agli estensori del famoso "La Guardia Report",
commissionato nel 1938 dal sindaco di New York, e pubblicato come
"The Marijuana Problem in the City of New York" nel
1944 (6). Ma è senza dubbio a Lester Grinspoon,
professore di psichiatria dell'Università di Harvard, che
dobbiamo la posa della prima vera pietra miliare di quello che
sarebbe diventato in seguito il movimento per la reintroduzione
della Cannabis in medicina.
Il prof. Grinspoon ? negli anni del primo allarme collettivo per
l'uso di marijuana nei campus universitari americani e per la
sua interconnessione con la ribellione giovanile ? dedicò
un anno sabbatico (1967) a una ricerca sulla Cannabis che, nelle
sue stesse parole, gli aprì gli occhi. Prima di iniziare
questa ricerca, il prof. Grinspoon condivideva infatti passivamente
l'opinione maggioritaria, e anzi, il suo intento iniziale era
stato quello di supportare scientificamente la diffusa preoccupazione
per l'uso (o meglio, abuso) di marijuana da parte dei giovani,
e mettere questi ultimi in guardia contro i pericoli della sostanza.
Ma un attento esame della letteratura scientifica disponibile
lo convinse che la posizione ufficiale, e di conseguenza il giudizio
popolare, erano viziati alla base da pessime analisi, quando non
erano frutto di vere e proprie manipolazioni. Egli pubblicò
i risultati della sua indagine nel classico "Marihuana reconsidered"
(Grinspoon 1971), che può senz'altro ancora oggi essere
considerato il testo fondamentale per introdursi all'argomento.
Come ebbe a scrivere più tardi, Grinspoon si era ingenuamente
convinto, sulla base della sua ricerca, che entro pochi anni,
una volta chiariti scientificamente i veri termini del problema,
e svelati i miti che lo avevano avvolto in una nebbia confusa
e terrificante, la marijuana sarebbe stata "legalizzata".
Come sappiamo, le cose non andarono così. Nonostante i
diversi rapporti governativi pubblicati in quegli anni - GB 1968,
USA, 1972, Canada, 1972 -, tutti estremamente critici della politica
corrente sulle "droghe" in generale e sulla Cannabis
in particolare, la politica americana e mondiale della "droga"
non subì alcuna revisione critica, e anzi, negli anni '80
si trasformò nell'attuale "guerra alla droga"
(7).
Due anni dopo l'uscita del libro di Grinspoon, nel 1973, lo psichiatra
californiano Tod H. Mikuriya pubblicò il primo libro a
nostra conoscenza specificamente dedicato agli usi medici della
Cannabis (Mikuriya 1973). Si tratta di una voluminosa raccolta
(466 p.) di 24 articoli scientifici pubblicati fra il 1839 e il
1972. Per inciso, il dott. Mikuriya è attualmente uno dei
più autorevoli e attivi sostenitori del movimento per l'uso
medico della Cannabis in USA.
In seguito arrivarono altri libri dedicati al potenziale terapeutico
della Cannabis (8), e anche il famoso rapporto
"Marijuana and health" (1982) dell'Institute of Medicine,
una delle più autorevoli istituzioni mediche americane,
benché essenzialmente rivolto all'analisi dei rischi dell'uso
di Cannabis per la salute, dedica un ampio capitolo a "Potenziale
terapeutico e usi medici della marihuana". Un capitolo simile
si trova anche nel "Report of the Expert Group on the effects
of Cannabis use" dell'Advisory Council on the Misuse of Drugs
inglese (1982). In quello stesso anno, l'equilibrato "Marijuana
as medicine" di R.A. Roffman (1982) fece il punto della situazione
per il grande pubblico.
Il più importante risultato pratico
di questo periodo - dovuto soprattutto all'attivismo di coraggiosi
cittadini come Robert Randall (9) e al sostegno
di pochi ma autorevoli scienziati - fu lo sviluppo e la commercializzazione
in USA, dal 1985, di un cannabinoide di sintesi, il dronabinol
(tetraidrocannabinolo sintetico formulato in capsule per uso orale),
a cui si aggiungerà più tardi, in Gran Bretagna,
l'equivalente nabilone. L'esempio di Randall fece rapidamente
scuola, e sull'onda della crescente spinta all'associazionismo
e allo sviluppo di attività di volontariato, nacquero i
primi movimenti di pazienti per la legalizzazione degli usi medici
della Cannabis, movimenti che peraltro si ponevano automaticamente
fuorilegge e che furono in ogni modo osteggiati. Dagli anni '90,
tuttavia, numerosi e ben documentati lavori scientifici fornirono
un valido supporto a queste associazioni impegnate per la riconquista
del diritto alla "marijuana come medicina", e certamente
contribuirono a cambiare l'atteggiamento della collettività
nei confronti dell'uso medico di questa sostanza. Segnaliamo almeno
i vari testi curati da Robert C. Randall (Randall 1989;1990;1991;
Randall-O'Leary 1993); la nuova opera di L. Grinspoon e J.B. Bakalar
dedicata specificamente agli usi medici della Cannabis (10);
lo stimolante "Marijuana myths, marijuana facts" di
Lynn Zimmer e John P. Morgan (11), testo divulgativo
di alto livello che esamina criticamente, uno a uno, i principali
miti correnti sulla Cannabis; e infine il recentissimo "The
science of marijuana" di Leslie Iversen, neurofarmacologo
dell'Università di Oxford (Iversen 2000).
Gli Stati Uniti si dimostrarono ancora
una volta all'avanguardia, e dai movimenti spontanei presero rapidamente
corpo forze più organizzate e capaci di attrarre i finanziamenti
necessari per vere e proprie campagne politiche. Nel novembre
1996, in California e in Arizona viene sancita per la prima volta,
tramite referendum, la liceità dell'uso terapeutico di
marijuana su semplice "approvazione" medica, aprendo
conflitti legali con il governo federale, ancora attestato sul
pregiudiziale rifiuto di ogni sperimentazione. Nel novembre 1998
gli elettori di 6 stati americani (Alaska, Arizona, Colorado,
Nevada, Oregon e Washington) sostengono con il voto l'uso terapeutico
della marijuana. Le Hawaii si uniranno in seguito, con l'approvazione
in parlamento di un normale progetto di legge, mentre il Distretto
di Columbia, sede della capitale Washington, si pronuncerà
a sua volta sullo stesso tema ma il governo Clinton, sulla base
di una discutibile interpretazione dei suoi poteri, si rifiuterà,
una volta chiusi i seggi, di procedere alla conta dei voti. Si
deve comunque sottolineare che ancora oggi in USA, anche a fronte
delle nuove leggi statali permissive, restano ovunque in vigore
le leggi federali rigidamente proibizioniste, che non prevedono
per la Cannabis alcun utilizzo medico e che anzi prevedono dure
condanne per ogni trasgressione. In particolare non sono stati
definitivamente risolti in nessuno degli 8 stati "legalizzatori"
i problemi pratici della coltivazione e distribuzione della Cannabis
ai malati, diversi processi sono in corso nei vari gradi di giudizio
a livello sia statale che federale, e si resta quindi in attesa
dei verdetti finali.
Al contrario, in Canada, il governo ha recentemente rinunciato
ad appellarsi contro una sentenza (luglio 2000) della Corte Suprema
dell'Ontario che dichiara la legge proibizionista sulla Cannabis
"incostituzionale", proprio in quanto non tiene conto
dei suoi possibili usi medici e li vieta incondizionatamente:
con questa rinuncia, il governo canadese si è impegnato
a rivedere entro un anno l'intera normativa, pena l'automatico
decadimento della legge in vigore, e ha promesso di tenere in
dovuto conto le esigenze degli ammalati e le evidenze scientifiche.
Nell'attesa, il governo canadese si è impegnato a valutare
con spirito di tolleranza le richieste individuali di autorizzazione
all'uso terapeutico di Cannabis, e lo stesso ministro della Sanità
Allan Rock si è spinto a dichiarare che "arriverà
il giorno in cui la marijuana sarà sugli scaffali delle
farmacie" (intervista al National Post, 25 settembre 2000).
Si può pertanto affermare che
senz'altro, negli ultimissimi tempi, le cose hanno cominciato
a muoversi a passo accelerato anche ai più alti livelli
istituzionali. In Europa, nel 1997 la British Medical Association
pubblica "Therapeutic uses of Cannabis" (BMA 1997) e
a fine 1998, lo Science and Technology Committee della Camera
dei Lord britannica pubblica un rapporto che documenta ampiamente
l'estensione delle sperimentazioni - formali o informali, autorizzate
o "illegali", sotto controllo medico o meno - in Gran
Bretagna, e conclude sollecitando la modifica delle leggi in vigore
in favore dell'uso terapeutico di Cannabis e derivati (12).
Anche in Svizzera, la Commissione federale per le questioni di
droga ha redatto su richiesta del governo un "Rapporto sulla
Cannabis" (1999), in cui si raccomanda "l'adozione di
una base legale che permetta la messa in atto di progetti di ricerche
controllate sull'uso terapeutico di canapa". In Olanda, il
Ministero della Sanità ha istituito un "Ufficio per
l'uso medico della Cannabis" (Bureau voor Medicinale Cannabis).
Negli USA, dopo un primo documento del National Institute of Health
("Workshop on the medical utility of marijuana", February
1997), viene finalmente pubblicato il ponderoso rapporto (14)
dell'Institute of Medicine della National Academy of Sciences,
che formula raccomandazioni analoghe a quelle della Camera dei
Lord. In Australia, un gruppo di lavoro composto da autorevoli
scienziati ha recentemente (agosto 2000) sottoposto al governo
dello stato di New South Wales un rapporto che raccomanda in questa
fase, in attesa dello sviluppo di veri e propri farmaci, di ammettere
l'uso compassionevole della Cannabis grezza (13).
Fra il 1999 e il 2000, infine, si hanno altre prese di posizione
a favore dell'uso medico dei cannabinoidi da parte di istituzioni
di prima grandezza: citiamo fra queste l'International Narcotic
Control Board dell'ONU, il Governo israeliano, il Ministro della
Sanità inglese e il Ministro della Sanità tedesco.
Attualmente, in Gran Bretagna, è all'esame del Parlamento
il Licensing Cannabis Bill, una proposta di legge volta a regolare
la produzione e la distriubuzione di preparati basati sulla Cannabis
a scopo terapeutico. Anche in Australia è stata annunciata
dal governo (1/XI/2000) un'iniziativa nello stesso senso. Oltre
che negli USA, Canada e Gran Bretagna, il dronabinol e/o il nabilone
sono ormai disponibili in diversi altri paesi, tra cui la Germania,
l'Olanda, la Svizzera, ma non ancora in Italia.
Sembra pertanto che con il nuovo millennio
si stiano creando le premesse per una rivalutazione complessiva
dell'atteggiamento della comunità medico-scientifica e
dei governi dei principali paesi occidentali nei confronti dei
possibili usi terapeutici della Cannabis. Attualmente, numerose
ricerche sono in corso, non solo per lo studio dei vari principi
farmacologicamente attivi contenuti nella Cannabis, ma anche per
lo sviluppo di derivati sintetici e per la ricerca di nuove formulazioni
(aerosol, cerotti transdermici, spray sublinguali, supposte, ecc.)
che non rendano necessario il ricorso all'assunzione orale o al
"fumo". E a questo proposito è opportuno anche
ricordare che, pur riconoscendo la necessità di ulteriori
ricerche tossicologiche, non si può trascurare il dato
empirico della scarsissima tossicità acuta e cronica della
Cannabis (15).
Tutto ciò appare agli occhi di
chi scrive solo un primo barlume di saggezza dopo una sorta di
pluridecennale sonno della ragione che, come dicevamo più
sopra, portò a cancellare brutalmente la Cannabis da tutte
le Farmacopee ignorando secoli di conoscenze tradizionali, e rinunciando
ad approfondirle con i moderni metodi di indagine.
Gli autori del presente Libro Bianco si augurano che l'Italia
non si autoescluda, come troppo spesso è successo in passato,
da un nuovo e promettente campo di ricerca, che potrebbe rivelarsi
determinante per la cura, o almeno per il sollievo sintomatico
e il miglioramento della qualità di vita, di migliaia di
pazienti spesso altrimenti incurabili.
________________
NOTE
(1) Si vedano R.J. Bonnie
? C.H. Whitebread (1974) e il più giornalistico L. Sloman
(1979). A documentazione delle pressioni di Anslinger sulla Commissione
incaricata di rivedere la U.S. Pharmacopeia, si veda Hamowy 1987,
p. 24.
(2) Parola da intendersi
- quando non è scritta fra virgolette - nel significato
tecnico originario di "sostanza naturale grezza utilizzata
in medicina".
(3) I soli cannabinoidi,
dotati di una peculiare struttura a 21 atomi di carbonio, sono
più di 60 sui circa 460 composti chimici identificati nella
pianta.
(4) American Medical
Association. Report of Committee on Legislative Activities. JAMA
108:2214-5, 1937 (cit. in: Walton op. cit., p. 151-2).
(5) American Medical
Association Council on Mental Health and Committee on Alcoholism
and Drug Dependence "Dependence on Cannabis (Marihuana)"
JAMA 201:368, 1967.
(6) Il testo completo
del La Guardia Report è disponibile su vari siti internet.
P.es.
http://www.druglibrary.org/schaffer/library/studies/lag/lagmenu.htm
(7) Solo per dare un
quadro della situazione, ricordiamo che nel 1912 (Conferenza dell'Aja)
si decise di proibire 4 sostanze (tre naturali, oppio, morfina,
cocaina; una semisintetica, eroina); nel 1948 si passò
a 36 (di cui 12 sintetiche); nel 1995, si arrivò a 282
(245 sintetiche). Ora si perde il conto, perché a ogni
ricorrente allarme per qualche "nuova droga" per prima
cosa si corre ad aggiornare le famose "tabelle". Il
risultato di tutto ciò ? e si tratta di fatti e di numeri,
non di opinioni ? è che si è sviluppata una specie
di terribile e controproducente rincorsa con il mercato illegale.
Oggi non solo abbiamo un'offerta ogni anno più abbondante
e diffusa delle sostanze tradizionali, ma abbiamo anche un'offerta
sempre più abbondante e più varia di sostanze sintetiche.
E la cosa che più deve far riflettere è che molte
delle sostanze di sintesi oggi disponibili non sarebbero mai comparse
sul mercato se non fosse stato per la proibizione. Come hanno
sottolineato Gunter Amendt e Patrick Walder (Le nuove droghe,
Feltrinelli, Milano, 1998, pag. 73), "(....) la politica
di repressione con la sua lista di sostanze stupefacenti proibite
rimane sempre un passo indietro rispetto all'evoluzione del mercato.
(...) la politica proibizionista funziona da motore involontario
per la ricerca e lo sviluppo di nuove droghe, non ancora vietate."
Molte di queste "nuove droghe" sono state inventate
o, come l'ecstasy, recuperate da scaffali polverosi su cui erano
rimaste dimenticate per decenni, solo per aggirare le leggi. Nessuno
ha mai potuto seriamente studiarle da un punto di vista farmacologico
e tossicologico, e ci sono motivi di credere che in molti casi
esse siano assai più pericolose e dannose delle "droghe"
tradizionali. Questo solo fatto, unito all'evidente difficoltà
di controllarne la produzione - difficoltà assai maggiore
di quella già praticamente insormontabile di controllare
le coltivazioni delle "piante proibite" - deve a nostro
avviso sollevare una serie di serie e gravi riflessioni sull'intero
assetto proibizionistico.
(8) Ricordiamo almeno
"The pharmacology of marihuana", in 2 volumi, a cura
di M.C. Braude e S. Szara (New York, Raven Press 1976) e "The
therapeutic potential of marihuana" di S. Cohen e R.C. Stillman
(New York, Plenum Medical 1976).
(9) Robert C. Randall,
affetto da glaucoma, è il primo fumatore di Cannabis per
scopi medici ufficialmente autorizzato dal governo americano,
e dal 1978, dopo una lunga e coraggiosa battaglia personale, riceve
regolarmente tramite il National Institute of Drug Abuse sigarette
di marijuana di qualità farmaceutica, provenienti dall'unica
coltivazione autorizzata dal governo USA, presso l'Università
del Mississippi. Oggi Randall è uno dei principali attivisti
del movimento americano per la (ri)legalizzazione della Cannabis
per scopi medici.
(10) L. Grinspoon-J.B.
Bakalar 1993 (2nd edition 1997). Ne esiste una traduzione italiana:
"Marihuana, medicina proibita" (Franco Muzzio Editore
1997), basata sulla prima edizione USA
(11) L. Zimmer-J. P.
Morgan 1997. Ne esiste un'edizione italiana (versione preliminare)
in Quaderni di Fuoriluogo n. 1.
(12) House of Lords
? Science and Technology Committee 1998. Ne esiste una traduzione
italiana, curata da Paolo Crocchiolo, in "Quaderni
di Fuoriluogo" n. 6 (ottobre 1999).
(13) Report of the Working
Party on the Use of Cannabis for Medical Purposes (vols. 1-2),
August 2000 (disponibile su internet al sito http://www.druginfo.nsw.gov.au/druginfo/reports/medical_cannabis.html).
(14) National Academy
of Sciences - Institute of Medicine 1999.
(15) Non esistono -
caso più unico che raro in farmacologia - casi di morte
documentati anche a seguito di "abuso" di Cannabis,
e gli studi più rigorosi finora effettuati su consumatori
cronici non hanno dimostrato effetti tossici significativi a carico
di nessun organo o apparato. Secondo una voce certo non pregiudizialmente
favorevole, come Francis L. Young della DEA (citato da L. Grinspoon
in: Medical Marijuana in a time of prohibition, Int J Drug Policy
vol. 10(2), April 1999), la marijuana è "una delle
più sicure sostanze terapeutiche che si conoscano".
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