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a cura di
Claudio Cappuccino
Scheda sulla Colombia
Aggiornata al 30.06.2000
Un po' più di 1.140.000 kmq e quasi 40 milioni di
abitanti (stima 1999). 3800 km di coste meravigliose su due oceani,
7800 km di confini di terra con Venezuela, Brasile, Perù, Ecuador
e Panama, dal quale la separa la barriera di inospitali distese
paludose e dense foreste pluviali del Darién. Un paradiso terrestre,
con la più ricca avifauna del mondo (oltre 2000 specie di uccelli
sulle 8000 conosciute), e una natura fantasticamente varia: foreste
di pianura e di montagna, savane, vulcani, montagne di oltre 5000
metri, fiumi, lagune, paludi e persino un deserto nella penisola
di Guajira. E' la terra dell'El Dorado, degli smeraldi e dell'oro
- vera ossessione dei primi spagnoli arrivati all'inizio del Cinquecento
sulla costa caraibica. E' la Colombia, un paese di antica cultura
e di contrasti terribili, ben evidenti nella capitale Bogotà,
il centro geografico del paese: un cuore di livello europeo (il
quartiere storico della Candelaria, le grandi librerie, le banche,
il Museo del Oro), un parco nazionale interno alla città, i country
club nei sobborghi di lusso - e poi le periferie invivibili, le
baraccopoli, i bambini di strada, le enormi discariche a cielo
aperto. Indipendente dal 1819, con una storia di governi civili
e di elezioni regolari e con istituzioni formalmente democratiche,
la Colombia ha dal 1991 una nuova Costituzione che ha unificato
le cariche di presidente della repubblica e capo del governo (l'incarico
dura 4 anni). Il PIL pro-capite è di circa 6.600 dollari all'anno,
l'economia è discretamente fiorente grazie all'esportazione di
petrolio, gas, carbone, smeraldi, caffè, fiori (senza contare
la cocaina e l'eroina, di cui diremo più sotto), e - caso raro
per l'America Latina - la Colombia ha un basso indebitamento estero.
Ma i problemi sono immensi: la Colombia è un paese con scandalose
disuguaglianze, in cui 8 milioni di persone (20%) vivono nella
povertà estrema, e in cui il reddito del 10% più ricco è 133 volte
superiore a quello del 10% più povero. Ed è anche un paese da
decenni straziato da una interminabile guerra civile. Forse, al
giorno d'oggi, si addice più a lei che ad altri paesi latinoamericani
la famosa, desolata constatazione: "così lontana da Dio e così
vicina agli Stati Uniti". La guerra interna ha radici lontane.
Iniziata nel 1948 con l'assassinio a Bogotà del dirigente di sinistra
Jorge Gaitán, "la violencia" - il cruento (300.000 morti) scontro
fra i due principali partiti politici, il liberale e il conservatore
- finì nove anni più tardi con una precaria riconciliazione nazionale.
Ma essa fu solo l'avviso di uno sconvolgimento interno permanente
- secondo Noam Chomsky ampiamente fomentato da continue interferenze
e intromissioni dei governi americani, da Kennedy in poi, nel
nome della "Dottrina della sicurezza nazionale" e della lotta
al pericolo comunista (1).
Nei tempi più recenti, questa vera e propria guerra civile ha
visto e vede opposti, in un gioco terribile e sempre più distruttivo
di ogni diritto umano, l'esercito nazionale, le forze paramilitari
(2) e diversi movimenti di guerriglia, tra cui l'M-19 (che cessa
le attività militari nel 1988), l'EPL (il cui ramo principale
le cessa nel 1991), e i due oggi più importanti, ben radicati
e ancora in piena attività, forti di circa 20.000 uomini armati:
le FARC, operanti prevalentemente nel sud del paese, e l'ELN,
nel nord-est. Grazie a questo scontro interno, la Colombia è un
paese in cui, secondo Amnesty International e altre organizzazioni,
fra il 1985 e il 1999 almeno 1.700.000 persone hanno dovuto fuggire
dalle campagne verso le città, abbandonando case e beni, spinte
dalla violenza e dai massacri: la situazione peggiore al mondo
dopo Sudan e Angola. E ancora grazie a questo scontro interno,
la Colombia è diventata anche uno dei paesi con il più alto tasso
di violenza e di omicidi al mondo, specie negli ultimi vent'anni
in cui il grande traffico della droga - a partire dai famosi cartelli
di Medellín e di Cali - ha conquistato a suon di dollari e di
raffiche di mitra potere economico e potere politico, e ha contribuito
ad aggravare enormemente le già grandi tensioni del paese (3).
Non solo il tasso di omicidi è oggi arrivato a 89,5 omicidi all'anno
ogni 100.000 abitanti (con punte di 200, come nella regione del
Magdalena Medio), ma la Colombia è anche il paese con forse il
maggior numero in assoluto di assassinii di sindacalisti, politici,
attivisti dei diritti umani e giornalisti. Un paese dove si gira
sempre armati e - chi può e si trova in una posizione anche minimamente
esposta - solo in auto blindata e con guardiaspalle dotati di
mitragliette Uzi. In Colombia il sequestro e l'omicidio politico,
la sparizione, la deportazione, la tortura, i massacri e persino
il vero e proprio genocidio politico (4) sono stati negli ultimi
decenni una costante. Tutti delitti regolarmente impuniti e anzi,
nemmeno formalmente condannati dalla legge perché una condanna
formale - come ha recentemente dichiarato il governo del presidente
Pastrana - potrebbe "impedire il compimento delle funzioni costituzionali
della forza pubblica" (5). Del resto, la Colombia è un paese dove
il governo centrale non controlla nemmeno il 40% del territorio
nazionale, mentre il resto è nelle mani dei movimenti guerriglieri,
dei narcotrafficanti, o dei gruppi paramilitari. Un paese dove,
più o meno come in Russia, pochi profittatori ben ammanicati hanno
potuto arraffare i miliardi della privatizzazione dei settori
produttivi pubblici (6). Un paese dove, assai più che in altri,
le leggi sono solo quello che materialmente sono: parole parole
parole scritte sulla carta. E la cosa più assurda è che poi, nelle
parole di Maria Cristina Cabarellero (7), "tutte le fazioni [si
intende movimenti di guerriglia e organizzazioni paramilitari,
NdR] si batterebbero a favore di un progetto nazionale praticamente
simile. Tutte denunciano l'ingiustizia sociale, l'abbandono della
popolazione da parte dello stato, l'assenza di riforma agraria
e di redistribuzione delle ricchezze". Tutti d'accordo, e tutti
in guerra con tutti. Infinito paradosso Colombia. E veniamo al
vero grande problema del paese, quell'imbroglio inestricabile
che si chiama narcotraffico, guerriglia e intervento americano.
La Colombia era un tempo produttrice essenzialmente di ottimo
caffè e ottima marijuana. Il boom della cocaina negli Stati Uniti,
iniziato a fine anni '70 (8), la trasformò, grazie alla sua posizione
strategica e ai suoi legami internazionali, dapprima in paese
"raffinatore" ed esportatore di cocaina, e poi anche in grande
produttore di foglia di coca (nonché di papavero da oppio). Fra
le ragioni di questa conversione, non vanno dimenticati due fatti
importanti. Che fin dagli anni '70, la marijuana (la famosa Colombian
Gold) conobbe un crollo della domanda estera grazie al boom della
coltivazione domestica di Cannabis in California e altri stati
USA. E che in seguito, nel 1989, su pressione degli USA (che,
nel loro solito stile, denunciarono "violazioni degli accordi
commerciali") venne improvvisamente sospeso l'accordo internazionale
sul caffè, la più importante voce di esportazione colombiana.
In due mesi, il prezzo del caffè crollo di oltre il 40%, provocando
in Colombia una gravissima crisi del settore, che non si sarebbe
mai più ripreso. Naturalmente, il presidente Bush non si pose
neanche il problema dal punto di vista della Colombia. Anzi, sia
Bush che il suo simpatico successore non si preoccuparono minimamente
delle ragioni dei campesinos colombiani, pericolosi complici della
guerriglia comunista che minacciava troppo da vicino (solo 5 o
6.000 chilometri) il cortile dello zio Sam. Per cui, invece di
impostare un inutile e costoso sistema di aiuti allo sviluppo,
si dedicarono alla sconfitta della droga manu militari. Ovvero,
si misero solo a inondare campagne e villaggi di tonnellate di
diserbanti che non guardavano troppo per il sottile e distruggevano
pomodori, insalata e frutta insieme a coca e papaveri (9). In
effetti, una delle caratteristiche più aberranti della politica
USA della droga è questa insistenza sull'intervento distruttivo
contro i paesi produttori di "droghe" - nello stile profondamente
eco-incompatibile già visto in Vietnam - invece che su un intervento
più costruttivo di informazione e di riduzione della domanda in
casa propria. Senza l'inesauribile domanda interna USA di cocaina
ed eroina, la Colombia non sarebbe infatti mai diventata quello
che oggi, tutto sommato per sfortuna sua e dei suoi cittadini
più poveri, è: il più importante produttore di cocaina, e il terzo
produttore di eroina al mondo (10). All'alba del 2000 la Colombia,
incapace di liberarsi delle pressioni del Grande Fratello nordamericano,
non riesce a districarsi nel maledetto imbroglio in cui è finita.
Del resto, come abbiamo visto, troppe persone a tutti i livelli
e in tutti i settori chiave del paese traggono profitto dalla
situazione. I molti dollari del narcotraffico vengono più o meno
equamente divisi fra tutti quelli che contano: i movimenti guerriglieri,
le organizzazioni paramilitari, l'esercito, le oligarchie economiche
e politiche, e nel suo piccolo - come rivelato da un recente,
imbarazzante episodio - persino la moglie del responsabile antidroga
dell'ambasciata degli Stati Uniti a Bogotà. E' difficile dire
se il presidente Pastrana era sincero nelle sue intenzioni - e/o
fiducioso nelle sue possibilità - quando avviò, nel gennaio 1999,
un "dialogo di pace" diretto con il capo carismatico delle FARC,
il mitico Manuel Marulanda Vélez, detto Tirofijo (tiro preciso).
Certo, la "zona smilitarizzata" (nel senso che l'esercito nazionale
ne è stato ritirato) di 42.000 kmq nel sud del paese, appena creata
nell'area controllata dalle FARC, è il primo risultato di questa
trattativa. Ora, in questa zona, le FARC hanno assunto un ruolo
di governo, e pur con tutti i limiti della situazione, la pace
ha portato, se non benessere, almeno precaria tranquillità (11).
Ma il termine "precaria" è quanto mai giustificato. Fin dal settembre
1999, gli Stati Uniti avevano promesso al presidente Pastrana
aiuti militari per 1,6 miliardi di dollari (3200 miliardi di lire)
in 3 anni per la "guerra alla droga", e ora questi aiuti - pur
leggermente ridimensionati sia in valore sia in contenuto tecnologico
- sono stati finalmente approvati dal Congresso e dal Senato USA.
Il punto è se si tratterà veramente di "guerra alla droga". In
effetti, nell'anno delle elezioni presidenziali, deputati e senatori
USA si sono dimostrati particolarmente pronti a cavalcare il grande
allarme anti-droga, opportunamente stimolato dalle recenti revisioni
al rialzo delle stime CIA della produzione di sostanze proibite
in Colombia. Ma, come stanno facendo da mesi rilevare molti autorevoli
commentatori americani (12), questi aiuti sembrano soprattutto
indirizzati a combattere la guerriglia delle FARC - propagandisticamente
accusata di essere la prima responsabile del narcotraffico, ma
evidentemente ancora oggetto dell'ossessione americana per il
comunismo - e solo collateralmente e strumentalmente la produzione
di droga. Già oggi gli USA hanno in Colombia fra i 300 e i 400
consiglieri fra civili e militari. Tra poco arriveranno i nuovi
elicotteri e tonnellate di missili, proiettili e diserbanti. In
pratica, sembra che il vero compito dei "battaglioni antidroga",
con i loro istruttori gringos, sarà quello di riconquistare manu
militari il territorio in mano alle FARC. Nonostante i negoziati
del governo colombiano con il movimento guerrigliero, si va quindi
sempre più profilando una guerra in piena regola, con il diretto
coinvolgimento americano. E visto che la storia insegna che la
storia non insegna nulla, se questo tipo di intervento, ai più
vecchi di noi, ricorda il precedente del Vietnam, non è un caso.
Allora il nemico ufficiale era il comunismo produttore di gulag,
oggi è il comunismo produttore di cocaina. Forse dobbiamo solo
aspettare un "incidente del Golfo di Urabá", così simile a quello
del Tonchino, per vedere l'intervento in forze dei marines. E
mi sia concessa un'ultima annotazione. La lotta alla droga condotta
attraverso la distruzione chimica o, Dio ce ne scampi, biologica
delle colture è molto peggio che una sciocchezza, è un crimine.
L'uso indiscriminato su larga scala di diserbanti sempre più potenti
(13) sta prima di tutto distruggendo uno dei più ricchi e preziosi
ecosistemi del mondo, un patrimonio dell'umanità che non dovrebbe
subire dissennate aggressioni rispetto a quelle già rese inevitabili
dalla crescita della popolazione e dallo sviluppo economico. Purtroppo,
in Colombia come altrove, le coltivazioni illegali partono con
la distruzione di foresta primaria in zone remote. La politica
americana di fumigazione con diserbanti sempre più potenti ( e
sempre più pericolosi ecologicamente) distrugge le coltivazioni,
ma in un terribile circolo vizioso, genera solo la distruzione
di altra foresta vergine. Fra il 1974 e il 1998, la Colombia ha
probabilmente perso circa 1.074.000 ettari di foreste in questo
modo. La distruzione della selva vuol dire anche perdita di fonti
di acqua dolce - la ricca vegetazione tropicale è come un immenso
serbatoio di acqua - e dilavamento dei terreni spogliati del manto
vegetale primario, senza contare l'inquinamento delle acque e
dei suoli. Se poi si effettuerà realmente, come è stato più volte
adombrato, lo spargimento di funghi geneticamente modificati (Pleospora
papaveracea e Fusarium oxysporum) capaci di distruggere rispettivamente
il papavero e la coca in modo più efficace e definitivo dei diserbanti,
probabilmente si passerà il limite fra il crimine e la follia.
Nessuno è oggi in grado di fare previsioni sul comportamento a
medio-lungo termine dell'immissione artificiale di microrganismi
patogeni mai esistiti in natura in un ambiente complesso. Le prove
preventivamente effettuate nei laboratori fanno solo ridere chiunque
abbia un'infarinatura di biologia. Il rischio di una propagazione
incontrollabile di effetti dannosi, lungo le complesse catene
biologiche, è terribilmente reale, e se l'imprevisto si verificherà,
come il famoso battito d'ali di una farfalla in Cina che provoca
un uragano nei Caraibi, sarà troppo tardi per rimediare. I governi
USA hanno dimostrato troppe volte di perseguire a testa bassa
gli interessi nazionali, specie se in casa d'altri, guardando
soprattutto all'immediato e al breve termine. Questa volta, la
posta in gioco è troppo alta per lasciarli ancora fare a modo
loro. La guerra alla droga condotta con questi mezzi si è rivelata
ovunque - e da molti decenni - totalmente fallimentare, ed è ora
di fare un passo indietro e, se possibile, di rinsavire. O altrimenti,
diventerà ancora più terribilmente attuale l'antica invettiva
del premio Nobel per la medicina Albert Szent-Györgyi, contro
"la terribile razza di idioti che governa il mondo" (14).
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