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Da Liverpool al caso italiano
Recensione da il
Manifesto del 13 aprile 2001
I
drogati e gli altri. Le politiche di riduzione del danno
Sellerio editore, collana "Nuovo Prisma", 145 pagine,
L. . 28.000
"I drogati e gli altri" di Grazia Zuffa.
Un racconto intenso che ci parla della riduzione del danno. Una
realtà fatta di "sostanze" ma soprattutto di persone
e di relazioni
LIVIO PEPINO
Oltre quindici anni fa Duccio Scatolero, criminologo attento alle
cose più che alle teorizzazioni, elaborò un fortunato
progetto di intervento della municipalità sul carcere minorile
torinese condensandone la filosofia nello slogan "educare la
città". Una sorta di assonanza me lo ha richiamato alla
memoria nel leggere l'intenso racconto che Grazia Zuffa ci offre
con il volume I drogati e gli altri. Le politiche di riduzione del
danno (Sellerio editore, collana "Nuovo Prisma", 145 pagine,
L. . 28.000).
Racconto ho detto, anche se il libro è ben di più.
E' la sola riflessione organica italiana sulla riduzione del danno
(e uno dei pochi testi editi in Italia, dopo la fondamentale raccolta
di saggi che introdusse il termine in Italia, curata da Pat O' Hare
e pubblicata nel 1994 dalle edizioni Gruppo Abele), ma è
il radicamento nell'esperienza che lo rende immediatamente accessibile:
il centro De Regenboog di Amsterdam per lo scambio di siringhe e
la sua giovane direttrice, il verde Bronx dei Paesi Bassi, il Fixpunkt
(ovvero "il ritrovo dei tossici") di Hannover, l'infermiera
Cris tra il porto e le Ramblas di Barcellona, l'incontro tra pubblico,
provato e "utenti" a Genova, il "parco delle siringhe"
a Zurigo...
Ma torniamo all'assonanza. Già nel titolo c'è tutto:
"i drogati", termine volutamente atecnico e improprio,
e "gli altri", abitatori fondamentali (ancorché
spesso inconsapevoli) del pianeta tossicodipendenza, che è
fatto di sostanze ma soprattutto di persone e di relazioni: esattamente
come il carcere e la città. Ciò che rende la tossicodipendenza,
e talora anche la semplice assunzione di stupefacenti, una tragedia
è certo la sostanza (più esattamente alcune sostanze)
ma altrettanto, e ancor più, la stigmatizzazione, l'incomprensione,
l'emarginazione che ad essa si accompagnano. E di questi fenomeni
sono protagonisti gli altri.
"Le differenze (degli interventi) hanno molto a che fare col
modo con cui la società guarda al consumo di droga e ai consumatori.
E' su questo che la riduzione del danno si propone di intervenire,
ed è perciò una vera e propria politica globale sulle
droghe. La sua efficacia si misura non tanto o non soltanto sul
cambiamento dei consumatori, quanto sul mutato atteggiamento dei
non consumatori. E' lo status sociale basso, anzi infimo, delle
droghe illegali il vero problema (...). E' questo che deve mutare,
ma è ovviamente anche il nodo più difficile e controverso".
Cos'è, dunque, la riduzione del danno (o harm reduction)?
Originariamente è l'insieme delle pratiche introdotte a metà
degli anni Ottanta in alcuni servizi sanitari della regione di Liverpool
con l'obiettivo di contenere i danni e i rischi (individuali e collettivi)
connessi con l'uso di stupefacenti, di diminuire le morti per overdose,
di ridurre la trasmissione del virus Hiv e di altre malattie conseguenti
allo scambio promiscuo di siringhe, di migliorare le condizioni
di salute dei tossicodipendenti, di limitare i processi di criminalizzazione
indotti dall'uso di stupefacenti, di realizzare interventi di aiuto
nella gestione della condizione di tossicodipendenza (anche ai fini
dell'inserimento nel contesto lavorativo e sociale).
Ma l'"insieme di pratiche" - come segnala Adriano Sofri
nella nota introduttiva, "Un mondo senza?" - diventa,
col tempo, una filosofia. Il punto di partenza è la constatazione
del fallimento delle politiche di controllo repressivo della diffusione
degli stupefacenti e la percezione che l'equazione droga = male
e il conseguente approccio all'uso di sostanze in termini di categorie
morali sono semplificazioni deformanti e distorte, legate a processi
di demonizzazione irrazionali e controproducenti (già vissuti,
per esempio, con riferimento alla follia). Di qui una strategia
pragmatica che, peraltro, non ha nulla a che vedere con la "fine
delle ideologie" (vera grande operazione ideologica degli ultimi
decenni del secolo appena concluso).
Affrontare il disagio, la difficoltà, la sofferenza per quel
che sono e non attraverso lo schermo di pre-giudizi, lungi dall'essere
una rinuncia alle opzioni ideali, è una scelta di campo netta
e inequivoca: quella di assumere come categorie di riferimento non
più il bene e il male ma l'aiuto o l'abbandono.
Alla premessa seguono alcuni importanti sviluppi, puntualmente segnalati
da Grazia Zuffa: a) ridurre il danno ha come componente fondamentale
la responsabilizzazione delle persone (ovvero il riconoscimento
al tossicodipendente della pienezza di cittadinanza, con i diritti
e gli obblighi che ne conseguono): l'opposto, dunque, della impostazione
sottostante alla legge Jervolino-Vassalli (esempio scolastico di
paternalismo repressivo e di ghettizzazione dei consumatori).
b) La harm reduction non è una politica alternativa ad interventi
finalizzati all'astinenza, ma neppure è diretta a prepararli
o a favorirli; è una strada diversa che si pone l'obiettivo
di restituire al tossicodipendente sicurezza e dignità, ponendolo
in condizione di fare scelte più libere e responsabili, ma
senza condizionare a tali scelte la prosecuzione degli interventi.
c) La riduzione del danno ha forti valenze e componenti sanitarie
ma è una politica sociale, non sanitaria (la distribuzione
di profilattici oppure lo scambio di siringhe, per fare un esempio
spicciolo, non sono interventi isolati ma tessere di una strategia
di integrazione, da supportare con offerte di inserimento sociale
o comunque di sostegno).
E' dunque, un pezzo di welfare con tutto quanto ciò significa,
in termini di tensione culturale, di progettazione, ed anche di
investimenti (ché non esistono - qui come ovunque - interventi
"a costo zero").
Siamo così al cuore di una strategia che va ben aldilà
del settore delle tossicodipendenze: quella del diritto mite, dell'accompagnamento,
della legalità come processo o percorso e non come discrimine.
E il fatto che un'intera legislatura - come Grazia Zuffa documenta
e come la conferenza di Genova dell'autunno scorso ha ulteriormente
dimostrato - non sia bastata alla sinistra neppure per tentare di
praticarla è, e resterà, una colpa storica.
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