|
Peter-Paul
Zahl
Cannabis, droga diabolica
Traduzione di Leda Spiller
Edizioni Socrates 2002
pp. 198 € 9,30
Tradotto l’ultimo romanzo dello scrittore maledetto
Peter Zahl
Un intrigo ai Caraibi
Sullo sfondo la realtà cruda della Giamaica con lo stato di
guerra permanente alla cultura locale della canapa
Enrico Fletzer
Nato a Friburgo in Bresgovia nel 1944, nel dopo guerra Peter Paul
Zahl si era trasferito nella Repubblica Democratica tedesca e poi
a Berlino dove aveva prodotto un giornale situazionista di movimento
denominato Il disoccupato felice. Fondatore del Gruppo 61 di Dortmund
e vincitore di numerosi premi letterari, Zahl divenne membro attivo
del movimento dell’opposizione extraparlamentare opposto alle
leggi di emergenza. Nel 1972 venne arrestato in circostanze poco
chiare dopo uno scontro con le forze dell’ordine. Inizialmente
fu condannato a una lieve pena detentiva per eccesso di legittima
difesa, mentre in seguito un’altra sentenza lo condannò
a 14 anni di reclusione per «lesioni gravi e resistenza violenta
alle forze dell’ordine». Dopo dieci anni di prigione
e molti viaggi in Italia, Seychelles e Grenada, Peter Paul Zahl
ha definitivamente lasciato l’Europa e si è trasferito
in Giamaica nel 1985.
Tra i suoi libri più importanti I Felici, una storia ambientata
nell’ambiente degli innominabili di Berlino, Ma no disse Bakunin
e scoppiò a ridere e Il furto del Duomo di Colonia (1999).
Ha collaborato a Berlino con il regista Peter Stein mente sta per
uscire un film tratto dalla sua produzione caraibica che comprende
numerosi romanzi ambientati in Giamaica: Il bell’uomo, Scomparsa,
Cannabis, droga diabolica (Socrates 2002) accompagnati da una concessione
ai piaceri di gola quale I segreti della cucina caraibica.
Nel suo romanzo Cannabis, droga diabolica i protagonisti Aubrey
“Ruffneck” Fraser e il suo amico poliziotto Dean “Prento”
Campbell indagano su un delitto legato al traffico della cocaina
e si imbattono in due agenti della Dea americana. Ma perché
proprio loro diventeranno i capri espiatori di tutta la vicenda?
La ragione sta probabilmente nella realtà abbastanza cruda
della Giamaica in cui lo “scontro tra le culture” teorizzato
da Samuel Huntington e poi anche da Berlusconi costituisce una iattura
per le popolazioni del sud del mondo, con uno stato di guerra permanente
alla cultura locale e alla cannabis che nel finale a sorpresa viene
momentaneamente sconfitta dalla resistenza dei discendenti dei maroon,
gli schiavi rifugiatisi nelle zone più impervie e inaccessibili
dell’isola, dedicate tuttora alla coltivazione della kaya.
Il tutto descritto in un intreccio che ricostituisce come per incanto
la frase fondante del paese dalla bandiera nero-verde-gialla: «Da
molti uno».
Nella serie “caraibica” Zahl chiaramente simpatizza
sia per la forza che per la debolezza di questo paese per molti
versi mitizzato a poche decine di chilometri da Cuba e dagli Stati
Uniti. Rimane anche la critica a quell’ombra di sessismo o
anche di paura della donna che è un elemento forte nella
vita dell’isola, a cominciare dalla comunità rasta
più o meno roots fino ai fatui rent a dread (affittati un
riccioluto E.F.) veri gigolò ad uso e consumo delle turiste
del Nord.
Sono tante le espressioni colorite utilizzate nel romanzo come “Bambo
Claat”, pannolino sporco, la peggiore offesa che potete fare
ai locali. Significa “pannolino di sangue mestruato”,
che come evocazione del reggae impera anche sui muri di Bologna.
Anche per questo il glossario in appendice a “Cannabis, droga
diabolica” assieme alla cartina della Giamaica seghettata
a cura della Rollup di Bologna torna in qualche modo utile.
Personalmente mi sarebbe piaciuto intercettare l’autore nel
corso della sua tournée in Europa, ma Zahl è di nuovo
tornato alla sua amata Sant’Antonio, lontano dai brutti ricordi
e vicino alla vita quotidiana di questo popolo testardo.
Chi conosce Peter Paul Zahl, oltre che conoscere uno degli ultimi
scrittori maledetti d’Europa, sa benissimo come la cannabis
in Giamaica non venga affatto considerata come una droga e tanto
meno come qualcosa di diabolico. Molto probabilmente è stata
la canna da zucchero la vera disgrazia dello sviluppo di quest’isola
tanto vicina a Cuba anche se è spesso difficile parlare male
del pregiatissimo brown sugar e dell’industria del rum ad
esso collegata.
Peter Paul Zahl nuota controcorrente nel corso della sua serie di
romanzi ambientati in Giamaica in un paese che produce il migliore
caffè del mondo, anche se dopo il crollo del mercato nipponico
la canapa è rimasta comunque la produzione agricola “numero
uno” accanto al turismo e all’esportazione di minerali.
Da oltre trent’anni Zahl, autore molto caro alla sinistra
radicale che ne apprezza la produzione letteraria e politica, ha
pubblicato numerosi romanzi ma anche raccolte di poesie molto significative
come Alle Tueren Offen (“Tutte le porte aperte”), un
volumetto uscito durante il suo lungo soggiorno nel carcere di Colonia-Ossendorf
le cui poesie sono state pubblicate in Italia dalla rivista bolognese
Prometeo Fuoco.
La sua biografia sembra farne ancora una volta una reincarnzazione
di B. Traven, misterioso scrittore sempre rimasto anonimo sotto
il cui nomignolo si nascondeva probabilmente un militante rivoluzionario
in fuga dall’Europa e approdato nelle Americhe dopo il fallimento
della rivoluzione in Baviera. Zahl, a differenza di Traven, è
diventato giamaicano rispetto all’ambientazione messicana
dell’autore de La nave morta e dei Racconti della giungla
messicana. Sulle tracce dei Fratelli moravi che tra i primi si batterono
contro la schiavitù nella isola, Zahl ha scoperto una sua
nuova dimensione e interpreta i sentimenti e la dura storia di queste
popolazioni con grande vivacità e senso dell’humour
che si rispecchia nel titolo del suo libro: Cannabis, droga diabolica?
bibliografiaarchivio
delle recensioni
|