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Tim
Boekhout van Solinge
Drugs and Decision-Making in the European Union
Cedro/Mets & Schilt, Amsterdam 2002, pp. 160, euro 24,00.
per ordinare o scaricare il libro (versione inglese):
http://www.cedro-uva.org/lib/boekhout.eu.html
Droghe e processi decisionali nell’Unione
Ombre e Nebbia
Marina Impallomeni
«Noam Chomsky ha sottolineato come, tradizionalmente, uno
dei metodi più sicuri per esercitare il controllo sulla popolazione
civile sia quello di spaventarla, un obbiettivo facilmente raggiungibile
con la questione delle droghe». Purtroppo l’Unione europea
non fa eccezione a questa regola, non scritta ma molto praticata.
A ricordarcela è Tim Boekhout van Solinge, in un libro prezioso
per chi voglia saperne di più sulla politica delle droghe
dell’Unione europea: Drugs and Decision-Making in the European
Union, recentemente pubblicato dal Centre for Drugs Research (Cedro)
dell’Università di Amsterdam.
Il volume (purtroppo non disponibile in versione italiana) è
una guida utilissima per orientarsi nel labirinto dei processi decisionali
dell’Ue, tanto complessi quanto sconosciuti al grande pubblico,
al punto che talvolta persino gli addetti ai lavori a Bruxelles
fanno fatica a districarsi nelle zone d’ombra determinate
dal sovrapporsi di competenze e sfere d’influenza diverse.
Come spiega l’autore, questo è particolarmente vero
per quanto riguarda il tema delle droghe, per il suo carattere trasversale
rispetto alle varie aree tematiche di cui le istituzioni comunitarie
si occupano a vario titolo.
Con il trattato di Maastricht (1992) infatti sono stati individuati
tre grandi “pilastri”, o sfere di competenza. Il primo
comprende agricoltura, trasporti, ambiente, energia, ricerca, ma
anche sviluppo e sanità; queste ultime due aree sono rilevanti
ai fini della politica sulle droghe. Il secondo e il terzo pilastri
riguardano rispettivamente la sicurezza e la politica estera comunitaria;
e la giustizia e gli affari interni. A queste tre diverse sfere
corrispondono modalità decisionali diverse e, ciò
che più conta, diversi assetti di potere tra le principali
istituzioni – il Consiglio europeo, la Commissione europea,
il Parlamento europeo – con conseguenze concrete sulle scelte
che l’Europa ha fatto e continua a fare in tema di drugs policy.
E ciascuna delle tre principali istituzioni, spiega Tim Boekhout,
tende ad accrescere il proprio potere facendosi promotrice della
politica di propria competenza, sulla quale ha il maggiore potere
decisionale in base al trattato di Maastricht (e al successivo trattato
di Amsterdam). A questo si deve aggiungere il grande potere decisionale
di cui gode la burocrazia, costituita dai funzionari che gestiscono
tutto il lavoro preparatorio per gli incontri politici ufficiali.
L’autore individua all’interno dell’Unione Europea
uno scontro di potere tra Consiglio e Commissione. Il primo, essendo
costituito dall’assemblea dei ministri degli stati membri,
tende a privilegiare gli interessi nazionali dei singoli stati.
Inoltre l’area di maggiore influenza del Consiglio è
costituita dal secondo e terzo pilastro (affari esteri, giustizia,
affari interni), e per questo motivo esso tende a declinare la questione
della politica sulle droghe in termini di lotta alla criminalità
e ordine pubblico. La Commissione Europea invece è caratterizzata
da una vocazione maggiormente “comunitaria”, e avendo
più voce in capitolo sul tema della salute dei cittadini,
tenderà naturalmente a puntare su aspetti legati alla prevenzione
e al trattamento. Non senza sovrapposizioni.
Durante la presidenza del Regno Unito, che aveva definito la politica
sulle droghe una priorità, il Consiglio ha presentato il
piano “European Union Drugs Strategy 2000-2400”. Il
documento è stato preparato dal “Gruppo orizzontale
sulle droghe”, cioè il principale gruppo di lavoro
che afferisce al Consiglio stesso. Commentando il piano, il Consiglio
scriveva che, con quell’atto, l’approccio multidisciplinare
e integrato dell’Ue al problema delle droghe era stato finalmente
sistematizzato in un singolo documento coerente. Intanto, nel maggio
1999, la Commissione presentava un proprio documento denominato
“European Union Action Plan to Combat Drugs (2000-2400)”.
«Anche questo documento - scrive Tim Boekhout - pretende di
fornire una visione d’insieme delle attività dell’Ue
sulle droghe negli anni venturi. L’esistenza di questi due
documenti è servita ben poco a chiarire le cose. Il rapporto
tra di essi è poco chiara. Ancora una volta, essi evidentemente
riflettono una certa rivalità tra le due istituzioni, che
reclamano entrambe una responsabilità di coordinamento in
questo settore».
Secondo l’analisi di Tim Boekhout, in questo scontro il vincitore
è senza dubbio il Consiglio, che prende tutte le decisioni
importanti in seno all’Ue. È il Consiglio a determinare
concretamente la politica europea, in modo particolare attraverso
i suoi funzionari e il corpo diplomatico. Al potere di questi ultimi
contribuisce in modo sostanziale il fatto che le decisioni del Consiglio
devono essere adottate all’unanimità. Vi è perciò
un grosso lavoro preparatorio, su più livelli, che è
decisivo per arrivare agli appuntamenti ufficiali avendo già
raggiunto l’accordo tra gli stati membri.
Il risultato finale di questo complesso meccanismo è una
politica sulle droghe confusa e che si risolve spesso nelle sole
dichiarazioni d’intento, anche perché l’idea
di perseguire una politica omogenea tra i vari stati dell’Unione
appare difficilmente praticabile date le profonde differenze tra
stato e stato, che vanno dalle posizioni ultra-ideologiche della
Svezia all’approccio tollerante dell’Olanda. In compenso,
l’Unione chiede a tutti i paesi terzi che vogliano intrattenere
rapporti con essa di aderire ai trattati Onu sulle droghe e di impegnarsi
nella lotta alla droga.
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