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Massimo Barra e Antonio Leone
Ragazzi dentro, 10 anni di lettere dal carcere per droga
Piero Manni editore, Lecce, 2002, pp. 271, euro 14,00.
Scrivo per esistere
Cecilia D’Elia
Star qui mi fa paura. Finisce così una delle tante lettere
di detenuti raccolte da Massimo Barra e Antonio Leone nel libro
Ragazzi dentro, 10 anni di lettere dal carcere per droga. Sono lettere
inviate agli operatori di Villa Maraini, di cui Massimo Barra è
presidente, una realtà da anni in prima linea nell’intervento
sulla tossicodipendenza. Certamente non sarà stato facile
mettere ordine e dividere in capitoli tematici questo materiale,
che è accompagnato da note di commento di Vinicio Albanesi,
Vittorino Andreoli, Carlo Federico Grosso, Maria Monteleone.
Come sempre quando si tratta di vita vissuta anche la più
piccola storia sfugge alla catalogazione e ci spalanca un universo
di affetti, desideri e paure. Su tutto ciò fa ombra la dipendenza.
I detenuti chiedono aiuto, ci parlano dello scarto, della tensione
che esiste tra la dimensione coatta della detenzione e della tossicodipendenza
e le aspettative per il futuro. Scrivono gli autori nella premessa
che «i tossicomani sembrano vivere di sogni, speranze, illusioni».
Per questo il titolo del libro non allude solo alla pena detentiva,
ma anche alla costrizione a pensare che questa porta con sé:
«Ragazzi dentro vuol dire dentro il carcere, ma anche dentro
se stessi, nel profondo di una riflessione obbligata, ma non per
questo meno sincera sulla propria esistenza e sui propri errori».
Ricominciare, chiudere con una fase della propria vita e aprirne
un’altra è il motivo dominante di questi scritti. Del
resto prendere una penna e chiedere aiuto è già una
scelta, tanti non fanno neppure questo gesto. Ma nello stesso tempo
il carcere «inchioda», come scrive Don Vinicio Albanesi,
che descrive acutamente alcuni paradossi dell’intervento penale
nei confronti dei tossicodipendenti: spesso questo «infierisce»
quando una situazione è già risolta e le misure alternative
in genere arrivano tardi.
Scrive un detenuto: «Io ho cominciato a venire nel carcere
da sempre, da quello che ricordo. Mi pare di non esserne mai uscito
e quelle volte che stavo fuori non facevo altro che fare nuovi reati
per procurarmi la droga. Per i miei familiari era più facile
far finta che io non esistevo e lavarsi la coscienza dicendo che
ero irrecuperabile, così tutti erano felici e la vita andava
avanti tra reati, liti e droga». Così, a ragione, Vittorino
Andreoli sottolinea che «la maggior parte dei carcerati non
ha mai avuto non solo un processo educativo, ma sovente nemmeno
l’attenzione di qualcheduno. Persone rese visibili dal reato:
senza, è come non fossero mai nate».
Spesso ciò che spinge a scrivere una lettera è proprio
una richiesta di visibilità. Attraverso i testi dei detenuti
il libro articola il suo discorso affrontando diverse tematiche:
la salute in carcere, i vincoli familiari che legano i carcerati
al mondo esterno, la ricerca interiore e la riflessione sulle proprie
origini. Ma il racconto delle esperienze serve anche a ragionare
sulle politiche in materia di tossicodipendenza, sull’efficacia
del regime proibizionista, sui tentativi di riforma della legislazione
e sui possibili scenari futuri. Un esercizio di politica alta, non
legato a schieramenti precostituiti, ma legato alla conoscenza della
realtà, alle convinzioni che maturano lavorando sul campo.
La scelta è di restare ai fatti, come promesso dai due autori
nella premessa. A conclusione del percorso questi fatti vengono
consegnati al giurista Carlo Federico Grosso, che presiedeva la
Commissione incaricata del progetto preliminare di riforma del codice
penale, il quale ci propone il carcere come extrema ratio, puntando
a un intervento che riduca il cattivo funzionamento della macchina
giudiziaria e intervenga sull’istituto della sospensione condizionale
della pena.
Sappiamo che sono tutt’altre le idee ispiratrici di chi oggi
governa, eppure queste lettere sono solo la punta dell’iceberg
di una realtà fatta dai tanti, dentro perché tossicodipendenti,
che non hanno neppure la forza di scrivere e chiedere aiuto. Il
libro parla anche per loro: il carcere non serve e può far
male.
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