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Marihuana
Uno scandalo internazionale
Guido Blumir
Einaudi, 2002, 9,80 euro
di Maurizio Baruffi
Stati Uniti d’America, poche settimane prima
del 5 dicembre 1933, data della abolizione del proibizionismo sull’alcol,
Alfred Lindesmith, uno dei più grandi studiosi della questione
criminale e del problema delle droghe intervista uno dei gangsters
miracolati dal Grande Divieto. “La marijuana sarà il
prossimo affare”, spiega il boss. “Ma”, obietta
il professore, “la marijuana non è una droga che da
dipendenza, come la morfina e l’eroina. E poi costa troppo
poco per essere un affare interessante”. Il criminale sghignazza.
“Lei non capisce. In diversi Stati stanno facendo passare
delle leggi contro l’”erba”, e presto sarà
messa al bando anche dallo zio Sam (…). Allora il prezzo salirà,
e la cosa comincerà a farci guadagnare dei soldi”.
La capacità di fiutare gli andamenti di un mercato è
una caratteristica fondamentale per ogni imprenditore di successo,
e quel gangster lo era. Infatti in quegli anni spuntava nel firmamento
dei proibizionisti la stella di Harry J. Aslinger, l’uomo
a cui si deve la messa al bando della marijuana. Il libro di Guido
Blumir racconta con precisione e divertente puntualità il
percorso che Aslinger riuscì a tracciare per affermare il
pregiudizio dominante sulla marijuana (è una droga, in quanto
è proibita) che tuttora costringe all’illegalità
trenta milioni di consumatori, solo nel mondo occidentale. La capacità
di Aslinger di influire sulle decisioni politiche non si ferma nei
confini U.S.A.. Nel 1955, come rappresentante del suo paese alle
Nazioni Unite, riesce a far inserire la cannabis nella lista delle
sostanze proibite in tutto il mondo. Sulla base di una documentazione
scientifica manipolata che testimonierebbe la connessione diretta
fra marijuana ed eroina (il mito della “droga di passaggio”)
la Convenzione ONU del 1961 sancisce il proibizionismo mondiale
sulla marijuana.
Ma la storia non si ferma al lavoro di Aslinger. Blumir ci offre
una panoramica (forse un po’ troppo veloce) delle differenti
posizioni nel dibattito italiano e in quello internazionale, dove
si intravedono ampi spazi per giungere a una politica globale differente
sulla marijuana. Ma c’è un altro punto del libro che
merita particolare attenzione. E’ quello dedicato alla “bugia
del sedici per cento”. Si tratta del nuovo argomento cardine
della propaganda proibizionista. “Oggi la marijuana è
molto più forte di quella di trenta anni fa”. Questo
serve a convincere i genitori di oggi (fumatori di ieri e quindi
conoscitori della sostanziale innocuità del prodotto) a non
essere tolleranti verso i propri figli (potenziali fumatori di oggi).
Solo se i media riusciranno a veicolare un messaggio di nuovo pericolo
legato alla marijuana la demonizzazione potrà reggere e il
probizionismo giustificarsi. Ma il limite di questa teoria è
l’analisi delle statistiche relative alle sostanze sequestrate.
Il livello medio di thc resta costante negli anni e la presenza
di qualche partita adulterata non muta la realtà. Inoltre,
fa giustamente notare Blumir, se la cannabis fosse legalizzata,
ciascuno potrebbe scegliere la qualità da fumare, senza correre
il rischio di scambiare un’acqua tonica per un bicchiere di
vodka.
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