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Associazione Antigone - Il Carcere trasparente
Il primo rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione in Italia, a cura dell’associazione Antigone.
Il volume, edito da Castelvecchi, è finalmente disponibile in libreria.
Ve ne proponiamo un brano.

Quei corpi segregati ma non redenti

Viaggio nel carcere di Marassi dove i detenuti tossicodipendenti sono il 70%, molti dei quali immigrati clandestini. Che, paradossalmente, solo qui accedono al trattamento

Marassi, 30 dicembre 1999. Il carcere circondariale di Marassi a Genova sorge alla fine del 1800 sulle spoglie delle antiche prigioni di Sant’Andrea. E’ il 1870 e le catene ai piedi dei galeotti sono il trattamento tipico dell’epoca. Con la nascita di Marassi comincia una nuova era della detenzione: la modernità porta con sé il concetto di “segregazione cellulare”: il trattamento rieducativo di fine ‘800 voleva il detenuto isolato la notte, solo a meditare sulle sue colpe e a guadagnarsi con la preghiera la redenzione, reinserito nella comunità dei detenuti di giorno per dedicarsi al lavoro. Il corpo centrale ricorda il panottico dei libri di Bentham: è una sala circolare alta quanto i tre piani dell’edificio e sovrastata da una cupola affrescata; ricorda una chiesa. Prima della ristrutturazione del carcere, del ‘92, l’ultimo piano del corpo centrale era in effetti una cappella sospesa in alto e visibile da tutti i bracci che si snodano a raggiera. Come da manuale, il panottico serviva quindi una doppia funzione: consentiva ai sorveglianti di controllare visivamente ogni raggio del carcere e a tutti i detenuti, affacciati alle balaustre, di ricevere messa dalla cappella centrale. Marassi ha una Sezione destinata alla detenzione ordinaria, una per la custodia attenuata, una per l’Alta sicurezza, un Centro diagnostico e terapeutico, un’ex-sezione femminile. Visitiamo le cucine, poi la lavanderia e la biblioteca. I libri registrati sono 2000 e ogni anno viene fatto un ordine di 30-40 nuovi testi. Tra i tesori una collezione di monografie di pittori e scultori, un atlante della collana “il Milione” cui qualche detenuto ha strappato la pagina sul Marocco, persino gli estratti del regolamento penitenziario in arabo. Dalla biblioteca, come da ogni altro luogo del carcere, manca invece il regolamento interno. Questi sono i grandi assenti della più parte delle carceri italiane, la loro obbligatorietà è largamente inosservata e la loro reale utilità confutata ad ogni pie’ sospinto: che senso avrebbe fissare regole in una situazione in perenne variazione, in un ambiente in cui la regola coincide con l’eccezione? Flessibilità o arbitrarietà? Chiedo di essere accompagnata in infermeria. Vengono aperte due porte, chiuse con lucchetti e a doppia mandata. L’infermeria consiste in due locali piuttosto ampi, l’arredamento è minimalista e si ha l’impressione che dopo il suo ultimo utilizzo la prima stanza non sia stata ripulita e riordinata per l’evenienza successiva. Una delle infermiere toglie dal lettino del paziente la copertura di carta plastificata monouso: è sporca di sangue. La seconda stanza è molto simile. Ci sono le autoclavi per sterilizzare gli strumenti e la stessa sensazione di trascuratezza. Il mio accompagnatore mi conduce al Sert, il Servizio per le tossicodipendenze che, circostanza ritenuta felice per Marassi, si trova all’interno del carcere ed è oggetto di una convenzione con l’Asl di zona. Qui mi accolgono un’infermiera specializzata e un medico. C’è un paziente in attesa. Il Sert interno a Marassi si occupa di tutti i programmi di prevenzione e cura che riguardano il 70% della popolazione del carcere. Nel corso del ’98 hanno usufruito dei suoi servizi 540 detenuti, i dati per il ‘99 parlano, solo per il 1° semestre dell’anno, di 330 persone. Viene da chiedersi quale sia lo scopo della carcerazione: un modo un po’ indiretto di fornire terapie mediche ai tossicodipendenti? Il grande handicap del servizio esterno è infatti il problema della clandestinità: solo chi è regolarmente residente nel nostro paese può accedere alle terapie da esso offerte. Di fatto nessuno. All’interno del carcere clandestinità e delinquenza diventano, paradossalmente, un mezzo per legittimare l’extracomunitario tossicodipendente ad usufruire di trattamento sanitario mirato. Il carcere diventa in questo modo strumento di controllo sociale. Un metodo per forzare la società a sanare le proprie piaghe nell’isolamento, salvo poi riconsegnare alla clandestinità i detenuti extracomunitari una volta scontata la pena, naturalmente. Una delle ultime tappe è il Centro Diagnostico e Terapeutico. Al piano terra si concentrano i vari ambulatori: salvo la sala raggi, in allestimento, mi vengono illustrati la cardiologia, l’ambulatorio dentistico, e ancora le cucine che servono specificamente quest’area del carcere. L’illustrazione avviene peraltro dall’esterno, guardando attraverso gli spioncini alle porte. Tutte le sale sono infatti chiuse e la zona deserta. Al 1° piano ci sono le camerate per i degenti. Stanze di grandi dimensioni con 4 o 6 letti ciascuna. L’aria è da lazzaretto. Il disordine è creato soprattutto dalle cataste di effetti personali ai piedi dei letti. Alcune di queste camerate sono definite “a rischio”, in quanto vi soggiornano detenuti che si sono distinti per ripetuti episodi di autolesionismo, o che da “nuovi giunti” hanno tentato il suicidio, o con disturbi psichici di tale entità da essere pericolosi per se stessi o per gli altri. Questi sono sorvegliati giorno e notte da un piantone. Ancora una volta si è confrontati prepotentemente con l’assurdo del carcere: è il carcere che fa impazzire o sono i “pazzi” a finire in carcere perché la loro sofferenza non viene presa in carico altrimenti? Carceri quali ospedali psichiatrici e centri di disintossicazione. Il tutto dietro alle sbarre.

 

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