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International Drug Tribune
a cura di Marina Impallomeni
Lettera dal carcere
Bianco, di mezzà età, istruito. Questo l’”autoritratto”
di J. Incandenza (ma il nome è solo uno pseudonimo!), uno
dei tanti detenuti federali che popolano le carceri americane
per spaccio di droga. In una lettera all’Honolulu Weekly
Incandenza descrive – non senza una certa ironia –
la vita dietro le sbarre.
«Non credete a tutte quelle storie sulla seconda chance
– scrive Incandenza –. Oggi alla prima condanna siete
già fatti. Questo è vero in particolare per chi
viola la legge antidroga. Tutti i posti dove sono stato sono pieni
di ragazzi che stanno scontando pene di dieci anni o più
per poche centinaia di dollari di droga. Il ragazzo che dorme
vicino a me (...) ha scontato metà della pena a 15 anni
inflittagli per un traffico da 600 dollari. Quando ha pronunciato
la sentenza, il giudice gli ha persino chiesto scusa. Erano le
linee guida federali per le condanne. Ha detto che non poteva
farci niente. (...) In carcere c’è tantissima droga,
il che ci porta alla domanda: se non riescono a tenere le droghe
fuori da un penitenziario con i muri alti nove metri, otto torrette
di guardia e un personale di sicurezza composto da 500 agenti
a tempo pieno, come pretendono di impedire che le droghe oltrepassino
il confine messicano?».
In molti casi, l’interesse del testo nasce da un effetto
di rovesciamento di prospettiva. «In un campo di prigionia,
dove è più facile far entrare le cose dall’esterno,
paradossalmente non si trova praticamente niente tranne ogni tanto
della vodka, un alcolico molto apprezzato perchè l’odore
non si sente. Dopo tutto, i detenuti vengono trasferiti in questi
campi per buona condotta». Oppure: «sarei disposto
a scommettere che, dovendo scegliere se trovarvi un giorno al
pub all’angolo con un gruppo di detenuti o con un gruppo
di secondini, la maggior parte di voi, avendoli visti, opterebbe
per i detenuti».
J. Incandenza, “Letter
From Prison. An Inmate Dispels Misconceptions About America’s
Brutal Incarceration System”, Honolulu Weekly, 2 luglio
2003
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