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A scuola di droga. «Ecco come lo spinello spopola in classe»

Le occupazioni trasformate in «iniziazioni» all'hashish e non solo. Gli insegnanti spesso disarmati. I genitori che difendono incondizionatamente i loro figli. E poi delusioni, incomprensioni, scontri. Una denuncia clamorosa scritta da un insospettabile: l'uomo che dirige il più prestigioso liceo classico milanese. Un memoriale durissimo che sorprenderà molti e scatenerà feroci polemiche. di

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DANIELE STRANIERO 9/2/2001

Pochi giorni fa il ministro della Sanità Umberto Veronesi ha lanciato l'allarme su «fumo», alcol e droga. Cifre esagerate quelle del ministro («Il 50 per cento dei giovani fuma lo spinello»), ma il problema c'è ed è grave. Chi è nella scuola, e non si mette i paraocchi lo vede. Vede soprattutto che si comincia proprio a scuola. E il tempo più propizio per l'iniziazione è durante le cosiddette autogestioni/occupazioni. E così anche quest'anno, al liceo Parini di Milano, si è ripetuto il rito dell'autogestione/occupazione degli studenti. Come gli altri anni la «baldoria» è durata poco più di una settimana: dal lunedì al sabato, con strascico di assestamento al lunedì e martedì seguenti. Per l'esattezza cinque giorni di autogestione e due di occupazione. In altri termini: casino diurno per cinque giorni, casino diurno e notturno per due. E i casi di iniziati e di quelli che sono caduti nella rete si sono ripetuti regolarmente anche quest'anno. Non sono molti, ma a scuola non ce ne dovrebbe essere neppure uno. Per questo non mi sento di giustificare quei genitori che ripetono «ma è un'esperienza valida». Io rispondo: la facciano fare ai loro figli e, comunque, non a scuola.

Non sto qui a raccontare nei particolari quello che è successo in quei sette giorni. È un copione che ormai tutti conoscono e che puntualmente, dal 1968 a oggi, si ripete ogni anno ormai fino alla nausea. Innanzi tutto, perché avvengono le contestazioni attraverso autogestioni e occupazioni? Perché al Parini, per 32 anni, non c'è stato anno in cui non siano avvenute? Arriva novembre e basta un gruppetto di ragazzi e ragazze, spesso i più vivaci o i più smaniosi di protagonismo, che, dalla sera alla mattina, dichiarano che «la scuola è loro», e che intendono gestirla per proprio conto. Quali sono le motivazioni reali? Desiderio di baldoria? Stanchezza per due mesi di intenso lavoro? Ribellismo giovanile? Imitazione di imprese di padri e madri? Desiderio concreto di migliorare la scuola di Stato? Esperienza provata dai loro compagni più grandi, e alla quale non si vuole rinunciare? Probabilmente c'è un po' di tutto questo.

La domanda tuttavia che un estraneo al mondo della scuola si pone è la seguente: docenti e presidi, in queste occasioni, che cosa fanno? È incredibile a dirsi, ma la risposta scoraggiante è questa: nulla. O quasi. Il sottoscritto, in tutti questi anni, e nella scuola è da tanti, si è sbracciato, si è agitato, ha richiamato, ha dichiarato ripetutamente quelle azioni illegali, ha cercato di far riflettere. Risultato? Zero. Ma com'è possibile? Ci si domanda: ci sarà ben qualche motivo per cui gli studenti da un atteggiamento generico di rifiuto della scuola (e degli insegnanti), subito dopo, passino concretamente alla decisione di sospendere le lezioni. Ebbene, la realtà è che di motivazioni, con un minimo di contenuto intelligente, non ce ne sono.

Uno dei motivi sui quali, almeno negli ultimi anni, si sono concentrate le motivazioni della contestazione, e delle richieste relative, è l'applicazione della legge 626 (quella sulla sicurezza nei luoghi di lavoro). Ma bisogna proprio sospendere le lezioni, scrivere sui muri, fumare, bere alcolici, suonare chitarre e mandolini, e dormire a scuola per ottenere ciò che una legge dello Stato impone? È proprio sull'equivoco delle motivazioni che gli studenti organizzano le loro sceneggiate. Il bello è (bello per modo di dire) che finito il periodo della protesta, sui motivi della protesta stessa cade il silenzio quasi totale.

Finita la baldoria, tutto ritorna come prima. Ma non esattamente come prima. Apparentemente sì, ma nella sostanza no. Ritornano come prima lo svolgimento delle lezioni, le interrogazioni, i compiti in classe e a casa, i ragazzi bravi e che studiano e che collezionano successi su successi in tutte le materie, e quelli asini che di studiare hanno poca o punto voglia, i furbi che riescono a farla franca quasi sempre, e quelli, poveracci, che, scalognati come cani in chiesa, non ne imbroccano una giusta. Insomma la vita normale della scuola, e la vita normale degli studenti. Ciò che invece non ritorna come prima è il progressivo degrado della scuola italiana e, soprattutto, il dramma dei casi disperati. Il dramma dei ragazzi fragili, quelli che, durante le autogestioni/occupazioni, ci lasciano le penne. Drammi che quasi mai appaiono in modo immediato, ma i cui casi incidono e lasciano tracce per l'intera vita. Intendo dire di quei ragazzi e quelle ragazze che, proprio durante le autogestioni/occupazioni, sono iniziati al fumo, all'alcol, alla droga.

Ogni anno constato due o tre casi gravi, se non gravissimi. Non me ne accorgo lì per lì. Ma poi esplodono. Sono ragazzi che portano alla disperazione le famiglie, e quasi sempre, dopo aver interrotto gli studi, vanno a finire nelle comunità terapeutiche. Se riescono a uscire dal tunnel della disperazione, me li ritrovo, quando va bene, l'anno dopo con la coda tra le gambe che vengono a chiedere di essere riammessi nella loro scuola e possibilmente nella loro stessa classe. Più spesso ancora però spariscono totalmente, e si perdono nelle nebbie dei poveracci, dei disperati che popolano i quartieri suburbani della città e alimentano il nefasto traffico degli stupefacenti. E tutto ciò nell'indifferenza generale. Anche mia e dei miei insegnanti. Quando qualcuno ha cercato, in qualche caso, qualche rimedio non ha avuto come esito che il fallimento, talvolta totale e drammatico. Casi di giovanissimi che hanno finito la loro esistenza, fatti e strafatti, magari su un traghetto che li trasportava, disperatissimi, da Barcellona alle Baleari.

Quando si va a vedere come il dramma è cominciato, si trova un papà e una mamma che litigano furiosamente tra di loro, genitori corrivi in tutt'altre faccende affaccendati, figli praticamente abbandonati a se stessi, ma riempiti di soldi perché non si sa dar loro altro. Insomma, fallimenti clamorosi di coppie malassortite, in cui però le vittime designate non sono che questi poveri ragazzi. Ragazzi che nelle autogestioni/occupazioni sono i più attivi, i più vivaci, i più brillanti. Ragazzi che, subito dopo, in più di un caso, si ripiegano su se stessi e risultano rovinati per la vita.

Qualcuno mi potrebbe chiedere se mi rendo conto di cosa sto scrivendo. Sì, me ne rendo conto perfettamente. In tutti questi anni sugli aspetti peggiori delle autogestioni/occupazioni non sono mai stato estremamente esplicito. Ho assistito a drammi grossi e piccoli e mi sono detto che, tutto sommato, potevano essere considerati episodi marginali della vita della scuola. Mi dicevo che parlarne, invece che produrre effetti positivi, avrebbe nociuto all'istituto e, anche se in modo indiretto, al mio buon nome. Perché si sa, se evidenzi i difetti e le disfunzioni di una scuola, l'anno dopo ha il calo, e talvolta il crollo, delle iscrizioni. Ma soprattutto, quando parli di certi drammi, l'aria diventa irrespirabile: si diffonde un'atmosfera di disagio palpabile, che quasi si tocca. L'ipocrisia invece paga. Tu dici che tutto va bene, e tutto pare vada bene. Se c'è qualcosa che va male, si tratta di un fenomeno isolato e limitato, quindi qualcosa di trascurabile. La maggioranza è sana. I pochi sballati, che non mancano in alcuna scuola, non contano. La verità però è un'altra. La verità è che proprio in occasione delle contestazioni studentesche, in un momento di rilassamento individuale e collettivo, si sperimentano quelle esperienze che a scuola assolutamente non si debbono fare.

In primo luogo c'è il fenomeno del fumo. Subito dopo, o contestualmente, c'è l'alcol. È banale, ma è così. Si comincia con la sigaretta, si passa all'hashish e alla marijuana. Poi non basta più. Ci vuole qualcosa di più forte. E trovi pronto lo spacciatore all'angolo della strada messo lì ad aspettarti. Questi ti offre quello che vuoi, a seconda della tua tasca e del tuo giro. A questo punto, quando sei «pronto», ti dice magari che quel giorno di fumo non ne ha, e allora ti propone la sniffata, la pillola, o addirittura la siringa allo stesso prezzo del fumo, perché sa benissimo che, se cominci, da quel momento tu dipenderai da lui anima e corpo. Se dubiti, la risposta è pronta. «Eh, via, prova no. Cosa sarà mai. Vedrai che sballo». E lo sballo c'è. E, una volta che ci sei cascato, è fatta. Ti giochi la vita e il cervello. Ma per il gusto della trasgressione bisogna pur pagare lo scotto.

È chiaro che non è a scuola che avviene tutto questo. E non tutti ne sono coinvolti. A scuola ci sono i prodromi, c'è l'iniziazione. A scuola c'è il gruppo. E niente è più trascinante del gruppo. Non si può essere da meno dei propri compagni, particolarmente di quelli più spinti, più vivaci e trasgressivi, quegli stessi ragazzi che fanno particolare colpo sulle ragazze. Il resto avviene fuori dalle mura scolastiche. Si comincia nel periodo dell'autogestione/occupazione, e si prosegue poi nel periodo della normalità, nella vita di casa e dello studio. Al principio non si notano neppure grandi differenze tra quando il ragazzino era normalmente studioso e, subito dopo, quando via via comincia a perdere colpi. Ma l'epilogo, più o meno grave, più o meno traumatico, è purtroppo puntualmente inevitabile.

Al di là di quella che può essere considerata una specie di via obbligata al «fumo» e alla droga, c'è un altro fenomeno macroscopico e di cui si parla molto poco: l'atteggiamento di una consistente parte dei genitori verso la contestazione studentesca. In tutta la vicenda dell'autogestione/occupazione di quest'anno al Parini quello che più mi ha dato fastidio, e uso un eufemismo, è stato proprio il comportamento di non pochi genitori dei miei allievi. Comportamento di una gravità preoccupante. Tanto grave che sarei portato a considerare addirittura meno grave il comportamento dissennato dei loro figli.

Dopo che era successo quello che era successo, e che per una settimana, in pratica, non si era fatta lezione, le cose andavano gradualmente rimettendosi a posto. Tutto come al solito, d'altra parte. Ed ecco che salta fuori la novità, ma questa volta non dal versante dei ragazzi, ma da quello dei genitori.

Il mattino del martedì, quando la contestazione è appena terminata, mi si presenta la presidente del Consiglio d'istituto e mi riferisce che «un gruppo consistente di genitori vuol fare un'assemblea per discutere su quanto è successo durante l'autogestione/occupazione». Io dico che non sono d'accordo, perché anche questo è un rituale ipersperimentato che ha dato scarsi risultati. Il giorno dopo, mercoledì, e la scuola ha ripreso a funzionare a pieno ritmo, si presenta in presidenza la presidente (quanti presidenti nella scuola!) dell'Associazione genitori del Parini. Anche lei mi dice che «una consistente parte dei genitori» bla bla bla. E io rispondo bla bla bla, e penso di aver convinto anche lei dell'inutilità di una simile assemblea. Invece non l'ho convinta. Cedo. L'incontro si svolge qualche giorno dopo in orario serale in aula magna. Al tavolo della presidenza c'è la presidente dell'Associazione genitori del Parini e il sottoscritto. Il consistente gruppo di genitori presente, su 1.600 genitori, supera di poco il centinaio. In modo molto stringato illustro i fatti dei giorni dell'autogestione/occupazione, naturalmente dandone un giudizio estremamente negativo, senza infingimenti o mezzi termini. Non manco di sottolineare, in particolare, l'assoluta mancanza di un qualsiasi rapporto tra le richieste dei ragazzi e lo scempio conseguente alla sospensione delle lezioni, la confusione indescrivibile di quei giorni, la sporcizia, il trionfo della maleducazione, del fumo, dell'alcol nonché la presenza pressoché indiscriminata di chiunque avesse voluto entrare nella scuola.

Appena ho finito di parlare, si apre un fuoco di fila. In modo non grossolano, ma nella sostanza contro il sottoscritto e contro la scuola. Ecco le frasi che mi sono andato annotando man mano che erano dette: «Lei ha gestito in modo sbagliato i giorni della contestazione», «I giovani vanno capiti e comunque aiutati a crescere», «Ci mancava solo che lei chiamasse la polizia», «La sua esposizione dei fatti è algida ed evidentemente faziosa», «Lei è sicuro di essere in grado di gestire questo istituto?».

Nel sentire simili interventi dentro di me montava una bile furibonda. Avrei voluto alzarmi e andarmene indignato. Avrei voluto render pan per focaccia. Avrei voluto insultarli. Ma ho avuto chiaro un dilemma: se me ne vado o li insulto, mi avrebbero accusato di non essere in grado di gestire una situazione difficile; se fossi stato lì, come ho fatto, sarei passato per un pirla che si lascia tranquillamente dire tutto quello che si vuole. Delle due ho scelto la seconda, probabilmente anche perché mi sento intimamente nel giusto. Poi ci sono stati i gioielli regalati alla scuola. «Gli insegnanti in quei giorni si sono fatti i comodi loro», «I ragazzi che volevano far lezione non sono stati minimamente tutelati», «La scuola ha adottato il metodo della repressione invece della collaborazione». Le parole sono pietre. «D'altra parte» ha detto un genitore «le richieste dei ragazzi erano assolutamente lecite e legittime». «Ma questo è il punto» ho risposto io. «Non si prende il cannone per ammazzare una mosca».

Da quell'assemblea l'esito sortito è stato che la responsabilità di quei giorni era da attribuire al preside che non è stato in grado di sbloccare una situazione nel complesso abbastanza semplice, e ai docenti che, avendo capito molto poco dei giovani, li hanno anche privati delle gite d'istruzione, strumento educativo di primissimo ordine. Tutto questo in un tono acceso e talmente violento da ricordarmi il clima sessantottesco.

Quello che mi ha particolarmente impressionato negli interventi dei genitori è stata la difesa incondizionata dei ragazzi. E sarebbe dovuto essere un coro contro lo schifo che si era perpetrato in quei giorni, un accenno di rincrescimento per le lezioni perdute, una parola di biasimo per quelle ragazzine (otto la prima notte e dodici la seconda), e quei ragazzotti (quattro la prima notte e sette la seconda) che avevano dormito a scuola. Niente. A un certo punto la presidente dell'Associazione dei genitori mi ha gentilmente chiesto di lasciarli soli, perché intendevano continuare per proprio conto la discussione. Alla mia uscita dall'aula magna hanno abbandonato l'assemblea anche una decina di genitori. Due mi si sono avvicinati e mi hanno detto: «È stata una riunione che proprio ci ha disgustato».

Dopo di che, volenti o nolenti, tutti sono ritornati nelle precedenti posizioni: gli insegnanti a insegnare, gli studenti ad andare regolarmente a scuola e a studiare, il preside a cercare di riportare funzionalità e serenità tra tutte le componenti e a gestire una situazione, tutto sommato, niente affatto semplice.


Scheda
Il liceo di Papa Pio XI e Dino Buzzati
Al Parini si forma la classe dirigente lombarda. E inizia la contestazione

Il liceo classico Giuseppe Parini di Milano ha 880 studenti e 84 docenti. È stato fondato nel 1865 ed è uno dei luoghi di formazione della classe dirigente lombarda. Ma è anche la famosa scuola che nel 1966 accese la miccia della contestazione col giornalino La zanzara, che venne incriminato dalla procura per una inchiesta sui costumi sessuali dei giovani.
Da allora, protesta e regole sono convissute, assieme all'ordinario lassismo di tutta la scuola italiana. Dal 1991 sulla poltrona del preside si sono alternati sei supplenti. Poi, nel settembre del 1998, è arrivato Daniele Straniero. Studenti famosi del liceo furono Papa Pio XI, Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati e Giorgio Strehler.