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Droghe e Democrazia. Verso un cambio di paradigma.

In occasione dell’Assemblea di Forum Droghe che si tiene oggi a Firenze, on line sul sito di fuoriluogo la sintesi in italiano a cura di Grazia Zuffa del Rapporto della Commissione Latino Americana su Droghe e Democrazia, promossa dagli ex Presidenti Fernando Cardoso del Brasile, Cesar Gaviria della Colombia, Ernesto Zedillo del Messico e tutta la documentazione di approfondimento.
Sarà infatti ospite dell’Assemblea Pien Metaal del TNI-Transnational Institute, che presenterà e discuterà il Rapporto “Drugs and Democracy: Toward a Paradigm Shift , in cui la Commissione latino-americana sulle droghe e la democrazia – un organismo indipendente costituito da 17 personalità di spicco tra cui i tre ex presidenti Fernando Cardoso (Brasile), César Gaviria (Colombia) e Ernesto Zedillo (Messico) – afferma la necessità di una inversione di tendenza nelle politiche globali sulle droghe.
Buona lettura!

Ancora un’esecuzione capitale in Cina

Ancora una violazione dei diritti umani in nome della Guerra alla Droga. L’articolo di Grazia Zuffa sull’esecuzione di Akmal Shaikh, cittadino britannico, avvenuta il 29 dicembre scorso. Vai agli articoli su Onu e diritti umani nella rubrica Fuoriluogo del Manifesto per il 2009.

Akmal Shaikh, cittadino britannico, è stato giustiziato il 29 dicembre in Cina. Era stato arrestato nel 2007 all’aeroporto internazionale di Urumqui, nel Xinjiang, perché trovato in possesso di quattro chili di eroina. Se l’esecuzione capitale è sempre da rifiutare, la pena di morte per reati non violenti come quelli di droga è un’aperta violazione dei diritti umani perché non rispetta il principio della proporzionalità della pena.

Mentre nel mondo diminuiscono i paesi che applicano la pena di morte, le esecuzioni per droga aumentano in proporzione ad altri crimini e sono ancora trenta gli stati che mantengono la pena capitale per reati di droga. Fra questi la Cina, che il 26 giugno 2009 ha eseguito dieci sentenze capitali “per celebrare” la giornata mondiale antidroga.

Alla radice di questa perdurante barbarie, è l’ideologia della “guerra alla droga”, che contrasta con i diritti umani. Non è un caso che la stessa Onu si trovi a parlare due lingue diverse, come è accaduto per l’ultima Dichiarazione Politica sulle droghe approvata dalla Commission on Narcotic Drugs a Vienna nel marzo 2009. Il rapporteur Onu sulla tortura aveva raccomandato che fossero esplicitamente denunciate le tante violazioni perpetrate da molti stati contro gli imputati per reati di droga (come l’estradizione verso paesi che applicano ai detenuti trattamenti inumani e degradanti), ma gli organismi Onu preposti alle droghe non hanno raccolto l’invito per non mettersi contro i paesi “duri”sulla droga.

Il direttore dello Unodc (l’agenzia Onu sulla droga), Antonio Costa, nel suo discorso di apertura a Vienna prendeva partito contro la pena di morte per droga, affermando che “se è vero che le droghe uccidono, noi non dobbiamo uccidere per le droghe”(sic!). La stessa retorica della droga killer invocata a sostegno della pena di morte: “La quantità di eroina introdotta da Shaikh bastava a causare 26.800 morti”- ha commentato icastica la portavoce del ministero degli esteri cinese.

Alcol e droghe, se la politica rifiuta la scienza

Grazia Zuffa sul difficile rapporto fra politice e scienza per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 dicembre 2009. On line la scheda su David Nutt e la classificazione delle droghe.

Meglio un bicchiere di vino coi genitori a casa, sentenzia la star del calcio dallo schermo televisivo. Da mesi il messaggio imperversa su tutti i media, piatto forte della campagna governativa di prevenzione della droga. Quanto possa allettare un adolescente la prospettiva di una serata coi propri vecchi, è facile immaginare, né la promessa bicchierata migliora le cose. Anzi, c’è il rischio che l’associazione fra alcol (legale) e divertimento (lecito) aumenti il fascino trasgressivo delle droghe (illecite). Lo dice il buon senso, senza scomodare la psicologia dell’età evolutiva.

A pensarci bene, il vero obiettivo dello spot non è la salute dei ragazzi, ma il sostegno all’idea che ci siano droghe “inaccettabili” versus l’accettabilità dell’alcol. Inaccettabili perché dannose o perché illegali? Su questo delicato quesito, è in corso da almeno un decennio lo scontro fra scienza e politica, venuto allo scoperto con la pubblicazione nel 1999 del rapporto redatto dal farmacologo Bernard Roques, accademico di Francia. Roques stilò la seguente classifica del rischio: l’alcol al primo posto, insieme ad eroina e cocaina, poi gli psicostimolanti (ecstasy) e tabacco, all’ultimo gradino la canapa. Nella patria dello champagne ci fu al tempo molto clamore, sostanzialmente per nulla: il governo francese tirò dritto per la sua strada. Alla fine d’ottobre, David Nutt, docente di psicofarmacologia allo Imperial College di Londra, presidente dello Advisory Council on the Misuse of Drugs (ACMD), organo consultivo del governo britannico, è stato sollevato da questo incarico. La sua colpa è di aver sostenuto che alcol e tabacco sono più pericolosi di molte droghe illegali, inclusi LSD, ecstasy e cannabis. A detta del segretario di stato Alan Johnson, che gli ha dato il benservito, la posizione del professor Nutt “danneggia gli sforzi per dare al pubblico messaggi chiari sul pericolo delle droghe”. Tanto, per sancire il divorzio fra messaggio (politico) e informazione (scientifica). Tanto, per chiarire che la scienza non può studiare le droghe (legali e illegali) allo stesso modo. Anche la scienza deve essere “politicamente corretta”. In un articolo pubblicato sul Guardian (3/11), David Nutt riporta il dialogo con un politico tipo, mettendo in ridicolo il corto circuito logico. Il politico: “Non puoi comparare i danni di un’attività legale con quelli di una illegale”. Nutt: “Perché no?”. Il politico: “Perché una è illegale”. Nutt: “Perché è illegale?”. Il politico: “Perché è dannosa”. Nutt: “Dunque abbiamo bisogno di mettere a confronto i danni per stabilire se deve essere illegale. Non pensi?”. Il politico: “Ma non puoi comparare i danni di un’attività legale con quelli di un’attività illegale”. Si badi bene. E’ opinabile che il danno delle sostanze si misuri solo sulla farmacologia. Il rischio per la salute è in gran parte determinato dalla frequenza e dall’intensità dell’uso, su cui influiscono i rituali sociali e i modelli d’uso. Sono variabili di cultura più che di chimica. Com’è opinabile che per le sostanze più pericolose la scelta giusta sia l’illegalità: molte overdose da eroina sono dovute alla clandestinità e all’ignoranza della concentrazione della sostanza che si sta usando; sono a carico delle politiche antidroga più che della farmacologia.

Dunque, sulla classificazione delle droghe e sulle scelte che ne conseguono è bene discutere a fondo. Ma la politica rifugge dal confronto sugli argomenti, perché la proibizione si muove su un terreno altro dalla razionalità. Il rapporto fra ricerca e politica non è senza contraddizioni. Da un lato, i politici proibizionisti si appellano alla scienza per dimostrare che alcune sostanze sono dannose e perciò da proibire. Dall’altro, scoprire che alcune droghe illegali sono meno pericolose dell’alcol mina il fondamento della proibizione. Come lo incrina ammettere che solo una parte del danno droga correlato risiede nella nocività delle droghe. Alla radice, il conflitto è fra la “ragione” scientifica e la retorica della politica proibizionista. La proibizione non ha finalità pragmatiche, è uno strumento ideologico che si autolegittima. Piace perché cavalca i cattivi sentimenti d’intolleranza, nello spirito dei tempi nostri. Allora avanti, “duri sulle droghe”. What else?

Un saluto ad un uomo gentile

janvandertasJan van der Tas è morto il 10 settembre all’età di 81 anni. Jan era stato ambasciatore per l’Olanda; dopo il suo pensionamento, si era impegnato nel movimento di riforma della politica delle droghe, diventando così “ambasciatore” dell’approccio tollerante olandese. Jan è stato un collaboratore di Fuoriluogo e più volte ci ha sollecitato a creare una versione internazionale in inglese del giornale e del sito, per uscire dal circuito locale italiano. Durante la carriera diplomatica, aveva contributo alla costruzione dell’Unione Europea: ci credeva molto, nonostante la sua insoddisfazione per come l’istituzione europea si era venuta sviluppando.

Per ricordarlo, riproponiamo una sua intervista del 2006: Jan sostiene il ruolo guida dell’Europa delle politiche “miti” per sconfiggere la war on drugs.

Jan van der Tas era un politico colto e acuto e un uomo gentile. Lo salutiamo con riconoscenza ed affetto.

Una partita aperta
L’ONU, l’Europa e le politiche globali. Parla Jan G. Van Der Tas
Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa – 28 aprile 2006

Antonio Costa è appena stato riconfermato alla guida dell’Unodc, l’agenzia Onu per le droghe. Tra i suoi compiti vi sarà quello di organizzare la prossima sessione speciale dell’Onu sulle droghe prevista nel 2008, quando andrà in scadenza il piano decennale lanciato da Pino Arlacchi a New York  con lo slogan “un mondo libero dalla droga entro il 2008: possiamo farcela”. Ne parliamo con Jan G. Van Der Tas, dell’organizzazione olandese Netherlands Drug Policy Foundation ed ex diplomatico.

A tuo parere, qual è la ragione della riconferma di Costa? Si tratta semplicemente di manovre politiche all’interno della burocrazia Onu, oppure Costa è stato premiato per il suo approccio “duro”, e perché rappresenta una garanzia che alla sessione speciale dell’Onu nel 2008 non vi sia alcun dibattito vero né alcun cambiamento?
Negli ultimi mesi erano circolate voci secondo cui gli americani ne avevano abbastanza di Antonio Costa e si sarebbero opposti alla sua riconferma. Ora sembra che si sia trattato di disinformazione, o quantomeno di un tentativo di intimidirlo per farlo allineare ancora più rigidamente all’approccio “proibizionista” americano. Non sarebbe la prima volta, come dimostra tutta la discussione sulla “riduzione del danno” di un anno fa, quando Costa ritenne opportuno confermare la sua lealtà a Washington in una lettera al Dipartimento di Stato. Naturalmente, tutto ciò minaccia di portare a un ulteriore blocco di qualunque dibattito ragionevole sulle droghe, a livello di Nazioni unite. Fortunatamente questo dibattito si svolge ugualmente in molte parti del mondo, ed anche in Europa. Possiamo solo sperare che nel corso del suo secondo mandato Antonio Costa, un europeo, possa essere spinto a fermare la deriva verso l’irrilevanza dell’agenzia di cui è alla guida e dei trattati Onu su cui essa si basa. È troppo sperare che il suo senso di integrità intellettuale o forse, semplicemente, il suo senso dell’onore, possano fargli scorgere la luce prima che sia troppo tardi?

Torniamo al 2003, quando a Vienna si svolse la cosiddetta “valutazione di medio termine” del piano decennale per eliminare le coltivazioni di droghe illegali, varato all’assemblea generale dell’Onu del 1998, a New York. All’epoca, il movimento di riforma delle politiche sulle droghe sperava in una valutazione seria del piano, che avrebbe portato a riconoscere il fallimento dell’approccio dell’Onu. Inoltre, i riformatori si aspettavano che quasi tutti i paesi europei chiedessero un cambiamento delle politiche sulle droghe a livello globale, rivendicando l’efficacia delle politiche “miti” adottate in Europa. Invece è accaduto il contrario: l’approccio morbido (in particolare sulla canapa) è stato fortemente attaccato da Costa, con l’appoggio degli Usa. I paesi europei si sono limitati a stare sulla difensiva, invece di spargere i semi della riforma. In vista dell’appuntamento del 2008, pensi che questo evento possa essere una reale opportunità di cambiamento (anche piccolo) nelle politiche globali?
L’obiettivo dichiarato dei nostri amici americani è impedire che nel 2008 (o 2009) abbia luogo una vera valutazione del piano decennale lanciato nel 1998. Ricordiamo che anche nel 1998 gli Usa riuscirono a bloccare il piano messicano di fare dell’assemblea generale sulle droghe di New York (Ungass) un momento di valutazione delle politiche Onu. All’ultimo meeting della Commissione sulle droghe narcotiche (Cnd), che si è tenuto a Vienna lo scorso marzo, l’Unione Europea ha proposto una risoluzione sulla valutazione per il 2008, che è stata adottata solo in una forma adulterata: infatti il termine stesso, “valutazione” (evaluation), era inaccettabile per gli Usa (e i loro pochi alleati in questo campo). Il termine “valutazione” implicava che potesse esservi qualcosa di sbagliato nelle attuali politiche e nei trattati Onu, e questo naturalmente era un punto di partenza inaccettabile! Quando si dice l’integrità intellettuale!
E tuttavia è di grande importanza che un drappello di funzionari europei (il cosiddetto “gruppo orizzontale sulle droghe”) abbia presentato una proposta simile, sostenuta anche dalla Commissione europea. Ciò che ancora manca è la volontà dei nostri politici di pronunciarsi più chiaramente sulla inefficacia e sulla improprietà morale delle politiche proibizioniste dei nostri amici americani. I cittadini e i riformatori dovrebbero fare più pressione sui politici locali e nazionali perché questi mettano apertamente in agenda la modifica della politica sulle droghe.

Al di là dei timidi tentativi che tu citi, l’Europa può davvero giocare
un ruolo sulla scena mondiale? Oppure l’unico obiettivo realistico per i paesi europei sarebbe il “rimpatrio” delle politiche sulle droghe, come ha scritto Cindy Fazey su Fuoriluogo nell’aprile 2003? Di più: possiamo ancora affermare che l’Europa è la roccaforte dell’approccio “morbido” sulle droghe?

Sì, penso che l’Europa abbia un ruolo importante da giocare da qui al 2008. I nostri amici francesi lo definirebbero “le rayonnement de la culture europeenne” (l’ascendente della cultura europea). Tuttavia, dobbiamo sapere che anche in Europa troppe forze proibizioniste sono ancora al lavoro. Perciò è rischioso puntare direttamente a una politica comune di tutta l’Unione Europea, perché potrebbe risolversi al momento solo in una forma un po’ più attenuata di proibizione, con tutti i difetti fondamentali che questa implica. Nell’Ue, c’è anche la questione basilare del principio di “sussidiarietà”. Le politiche sulle droghe debbono davvero essere uguali a Napoli e a Maastricht, e debbono essere decise a Bruxelles? Penso che l’idea di Cindy Fazey di un “rimpatrio” delle politiche sulle droghe sia valida; non dobbiamo ripetere l’errore dei trattati Onu, di una “misura che va bene per tutti”, anche a livello dell’Unione europea.

Nonostante tutto, i fautori della riforma non possono ignorare l’appuntamento Onu del 2008. Quali possono essere gli obiettivi più opportuni? Ad esempio: è realistico (e utile) chiedere la revisione delle convenzioni Onu? Oppure i trattati internazionali sono destinati a diventare sempre più irrilevanti, via via che le politiche sulle droghe cambiano nei fatti? Prendendo a prestito una espressione di Alex Wodak: le convenzioni Onu sono solo delle “tigri di carta”, e i riformatori non dovrebbero spenderci più di tanto?
Fortunatamente i fautori della riforma sono molti, e lavorano a vari livelli. Alcuni di noi preferiscono lavorare dal basso, altri hanno accesso diretto ai politici e ai media. Altri ancora possono cercare di far crescere la consapevolezza negli ambienti accademici o nel mondo degli operatori delle tossicodipendenze, dove molto spesso la falsa modestia, l’elitarismo (o gli interessi acquisiti) e l’apatia portano alla non partecipazione al dibattito più ampio sulla politica delle droghe. Possiamo scegliere i nostri obiettivi di conseguenza, ma non dobbiamo
escludere nessuno di questi approcci. I trattati Onu sulle droghe costituiscono un ostacolo formidabile nel dibattito sulla riforma della politica sulle droghe. Perciò vanno attaccati. D’altra parte, di solito Alex Wodak ha ragione e dunque i trattati Onu potrebbero rivelarsi effettivamente delle tigri di carta. La cosa essenziale è fare in modo che queste questioni entrino a far parte del dibattito pubblico. Non per nulla, i proibizionisti cercano di impedire o sopprimere la discussione! Alcuni potrebbero scegliere, in un primo tempo, di concentrare il dibattito sulla cannabis. Se guardiamo al fanatismo con cui i nostri amici americani (e l’agenzia antidroga dell’Onu) tendono ad attaccare, ad esempio, l’approccio dei coffeeshops in Olanda, è evidente che lo considerano il punto più debole della loro armatura.
D’altra parte, gli argomenti a favore del fatto che i governi si assumano le loro responsabilità regolando i mercati delle droghe, invece di lasciarli in mano alla criminalità… questi argomenti sono certamente convincenti sia per le droghe obiettivamente più pericolose (le cosiddette droghe pesanti), sia per la cara vecchia marijuana. Perciò c’è un sacco di lavoro da fare, e serve tanto coraggio. Non da ultimo, anche in Italia!

Eroina medica, scienza ed etica della cura

In Germania, i servizi per le tossicodipendenze hanno la possibilità di prescrivere ai consumatori trattamenti con eroina medica: è questo il risultato della legge approvata qualche giorno fa dal Bundestag coi voti della SPD, della Linke, dei verdi e dei liberali (349 favorevoli e 198 contrari). Il parlamento federale ha preso atto dei risultati positivi della sperimentazione clinica conclusa nel 2004. Era iniziata nel 2002 in sette grandi città (fra cui Francoforte, Monaco e Amburgo), su iniziativa del ministro della salute insieme a tre regioni (Bassa Sassonia, Renania Westfalia e Assia). Continua a leggere l’articolo di Grazia Zuffa per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto. Vai al dossier sui trattamenti con eroina di fuoriluogo.it (aggiornato a giugno 09, in formato pdf).

Oltre l’allarme droga: la scienza, i media e il senso comune

coverlowEcco l’introduzione di Grazia Zuffa alla ricerca dal titolo “La percezione sociale nel consumo di sostanze – esame della stampa della Regione Emilia-Romagna”, a cura del Prof. Piero Ignazi, Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Bologna presentato oggi presso la Regione Emilia Romagna.

L’associazione Forum Droghe, che (col sostegno della Regione Emilia Romagna) ha promosso questa ricerca sulla rappresentazione del tema droghe nella stampa locale, ha sempre dedicato particolare attenzione all’informazione: come dimostra l’impegno editoriale nella rivista Fuoriluogo (mensile su droghe e diritti, che esce da oltre dieci anni come inserto del quotidiano il Manifesto), insieme all’attività costante di documentazione on line e tramite pubblicistica sul dibattito scientifico e sulle politiche pubbliche.
Studiare l’informazione veicolata dai mezzi di comunicazione, fra cui i quotidiani, è cruciale per saggiare il senso comune sulle droghe; o sarebbe meglio dire, per verificare la costruzione del senso comune sulle droghe. Qui sta la responsabilità dei media, perché, nonostante i vibranti allarmi, o forse proprio a causa dei vibranti allarmi, le droghe (illegali) rimangono largamente sconosciute come fenomeno sociale. Può sembrare un paradosso, visto che il tema occupa largo spazio nell’informazione, come conferma anche questa ricerca. Il fatto è che le droghe sono sì alla ribalta dell’attenzione pubblica, ma unicamente per due aspetti: i danni e la dipendenza che possono indurre e la criminalità collegata al mercato illegale. Facendo un paragone con l’alcol: che dire se il whisky o il vino evocassero nell’immaginario collettivo solo l’alcolismo e Al Capone? E se i media ne parlassero dando per scontato che tutti coloro che consumano whisky sono alcolisti?

Molti diranno che il paragone è improprio e che l’alcol, pur essendo una sostanza psicoattiva, non è paragonabile alle droghe perché, come ha detto di recente un noto politico “per le droghe la scienza ci dice che fanno male, per l’alcol staremo a vedere”. In realtà, già da tempo la scienza ci dice che tra il rischio farmacologico delle sostanze psicoattive e il loro statuto legale non c’è una relazione lineare e che alcune sostanze psicotrope legali sono più dannose di quelle illegali: basti pensare alla più autorevole classificazione di rischio delle sostanze stilata già nel lontano 1999 dal farmacologo, accademico di Francia, Bernard Roques (La dangerosité des drogues): l’alcol è nella prima categoria, ossia fra le droghe più pericolose, eroina e cocaina, nella seconda troviamo l’ecstasy, mentre la canapa è all’ultimo posto, come sostanza a minor rischio.

Eppure, nonostante l’alto rischio chimico, le nostre società convivono da secoli con l’alcol, cercando di limitare i pericoli connessi e di godere al meglio i vantaggi di un buon bicchiere di vino (uno solo possibilmente). Peraltro, i danni (indiscutibili) dell’alcolismo e dei comportamenti sotto intossicazione acuta (leggi, gli ubriachi al volante) non sono il centro dell’immagine sociale dell’alcol. Se per le altre droghe vale il ragionamento opposto, non si può invocare l’oggettività della scienza: il problema è squisitamente di lettura sociale dell’universo droga. A sua volta, la scelta di una lettura in chiave di patologia (sociale e/o individuale) fa sì che non si tengano in conto i risultati della ricerca sociologica fino ad oggi disponibili: quanti sanno che sino dagli anni ottanta sono state condotte ricerche per verificare se anche per le droghe illegali esistessero modelli di consumo non-dipendente? Scoprendo che questi consumi esistono. Non solo: scoprendo anche che i tossicodipendenti sono solo una minoranza dei consumatori di droghe, allo stesso modo che gli alcolisti sono solo una minoranza dei bevitori di vino e perfino di whisky. Ancora, quanti sanno che ricerche simili e con risultati simili sono state condotte di recente in Europa proprio sulla cocaina, la droga flagello degli anni duemila? Scoprendo, ancora una volta, che i cocainomani sono solo una minoranza dei consumatori di cocaina. Eppure la cocaina ha rappresentato “l’emergenza-droga” per eccellenza nell’America degli anni ottanta: i giornali ne parlavano come di una sostanza “immediatamente additiva”, che si stava diffondendo alla velocità della peste nel medioevo: sulla costruzione del crack scare si veda in proposito lo scritto di Levine e Reinermann (1997), che tra l’altro dimostra come l’allarme sul dilagare dei consumi fosse del tutto inventato visto che a quel tempo non esistevano rilevazioni epidemiologiche affidabili. Quanto alla cocaina “immediatamente additiva”, è una sciocchezza che parla da sé.

Prevedo una facile obiezione: far sapere che non tutti i consumatori diventano tossicodipendenti significherebbe incentivare i consumi. E’ il pensiero che sta alla base delle scare tactics, adottate per terrorizzare i giovani e tenerli lontano dalle droghe; trasportato di recente nel campo della politica con la p maiuscola sotto forma del famoso “governo della paura”. Tralasciamo la delicatezza del rapporto fra informazione e politica, specie quando la prima si mette al servizio dell’altra. Ammettendo, e non concedendo, che il fine giustifichi i mezzi, dipende da quali fini si vogliono perseguire.
Non si sa se alcune persone saranno convinte a non consumare dalle campagne terroristiche; di certo si sa che le persone che consumano saranno esposte a più grave rischio, poiché queste avrebbero tutto da guadagnare dal distinguere fra uso moderato e uso eccessivo; più in generale, dal conoscere le norme informali per un uso più sicuro delle sostanze, in modo da farsi meno male. In questo, una differenza fondamentale c’è rispetto all’alcol: mentre i ragazzi e le ragazze imparano tutti i giorni a tavola come bere senza eccessi, per le droghe illegali questi saperi “politicamente scorretti” non sono veicolati dalla cultura ufficiale.

Si intravedono dunque ben altri possibili scenari dal consueto “allarme-droga”. Non si tratta semplicemente di spostare il tiro sulle politiche socio-sanitarie e sui servizi per le dipendenze, anche se una maggiore attenzione sarebbe auspicabile. Penso alle mille facce sociali dell’universo droghe: le occasioni scelte per consumare, gli ambienti, le culture, i significati, i rituali, i modelli d’uso. Impossibile che non ci sia curiosità e mercato editoriale per questo sommerso che coinvolge un numero considerevole di cittadini: dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe, sappiamo che oltre settanta milioni di europei hanno provato la canapa almeno una volta nella vita, mentre dodici milioni hanno sperimentato la cocaina e nove milioni e mezzo l’ecstasy.
Nondimeno poco si sa (come sapere diffuso) su chi sono questi consumatori e su come e quando consumano, al di là degli studi specialistici. Con la conseguenza di non riuscire a comprendere le nuove tendenze: ne è un esempio la lieve diminuzione della canapa a fronte dell’aumento dell’alcol che si registra in Europa da qualche anno a questa parte.
Sotto la lente della patologia, il fenomeno è in genere letto come “tendenza al policonsumo”. E’probabile invece che sia il risultato della cosiddetta “normalizzazione” dell’uso di alcune droghe illegali come la canapa, che spinge i consumatori di questa sostanza a convivere negli stessi contesti coi non consumatori (che usano però l’alcol): ciò favorisce il passaggio dall’una all’altra sostanza, creando tendenze comuni. Lascio a Piero Ignazi il commento puntuale di questo studio da lui condotto, limitandomi a segnalare alcuni spunti dal confronto con la ricerca simile del 2004. Le
droghe rimangono un argomento di rilievo, con un’attenzione crescente all’associazione fra droga e crimine mentre si affievolisce l’interesse per le politiche sociosanitarie e per le scelte legislative. Uno sguardo al dibattito politico offre una chiave di interpretazione: la stampa sembrerebbe assecondare la rappresentazione che la politica ha dato in questi ultimi anni della questione droga (ponendo al centro il tema della punizione/repressione), piuttosto che seguire la strada dell’inchiesta sociale. Se è così, il taglio informativo “parziale” sarebbe da addebitarsi alla generale dinamica fra media e politica, più che al persistere di stereotipi e pregiudizi nel campo specifico. Va in questa direzione l’osservazione circa la scarsa frequenza dell’uso del termine “droga” quale etichetta generica e stigmatizzante, a fronte di una prevalente tendenza a distinguere fra sostanze a maggiore o a minore rischio. Questo studio è dunque in grado di stimolare la discussione ben oltre il tema specifico delle droghe. Non possiamo che augurarci che ciò avvenga.

Scarica la ricerca in formato pdf: ricerca_stampa_er_2009_web (642kb)

Droga: verso le conferenza di Vienna e Trieste. Intervista a Grazia Zuffa

Oggi ci salutiamo sperando di ritrovarci

Ecco l’editoriale di Grazia Zuffa su Fuoriluogo del 28 dicembre 2008.

Questo è l’ultimo numero di Fuoriluogo, che chiude un’impresa durata oltre dieci anni, frutto di puro impegno volontario: lo diciamo con orgoglio e speranza, in tempi così bui per la politica. Sino da giugno, su queste colonne i nostri lettori e lettrici hanno letto delle difficoltà del giornale. Allora abbiamo appreso che il manifesto non era più in grado di sostenere alcuna spesa, si chiedeva l’autofinanziamento completo. Abbiamo cercato subito di venire incontro alla richiesta economica, soprattutto abbiamo capito che la difficoltà del manifesto – e la nostra dentro quella del manifesto – era un aspetto della crisi profonda di prospettiva della sinistra (sia radicale che riformista). Perciò si è detto che Fuoriluogo era giunto al bivio: o riusciamo a dare un contributo alla ricostruzione di una cultura politica della sinistra su parole chiave quali libertà e legame sociale, autonomia dei singoli e relazioni con l’altro/altra, a partire dai nostri temi storici (e oggi più che mai attuali) del consumo di droghe, della sofferenza psichica, della marginalità sociale; oppure l’esperienza può dirsi finita. O siamo in grado di rilanciare il progetto di Fuoriluogo coinvolgendo più soggetti, gruppi, associazioni nell’impresa di ideazione e gestione del giornale; oppure non ha più senso continuare così, al di sotto della sfida dei tempi.

A questo rilancio stiamo ancora lavorando, raccogliendo adesioni ad una piattaforma politica su cui articolare un nuovo progetto editoriale. Nel frattempo, il manifesto continuerà ad ospitarci con una rubrica settimanale: un’opportunità per mantenere il filo della comunicazione con chi ci ha seguito in tutti questi anni; poi si preciserà il futuro di Fuoriluogo dentro il manifesto. Guardiamo in avanti cercando di reagire alla sconfitta; ma con piena consapevolezza delle dimensioni di quella sconfitta. Dietro il fallimento del governo Prodi è apparso un vuoto di strategia e di idealità, che ha lasciato campo libero all’ideologia neo conservatrice. Ciò è vero in ogni settore, mai così vero però come per le questioni di cui ci occupiamo.

Il governo Prodi non ha abrogato la Fini Giovanardi sotto l’incanto delle sirene del penale, da usare quale segnale di «moralità» contro i consumatori di droghe; le stesse sirene che hanno ispirato sindaci di vario colore a riscrivere come problema di «disordine» urbano il disagio e la povertà crescenti nelle nostre città; le stesse ancora che hanno ispirato una campagna stampa truffaldina contro l’indulto dipinto come lassismo. Si potrebbe continuare ancora. Ridotto al nocciolo (doloroso): il ceto politico di centro sinistra saluta oggi come «innovazione» il relitto ideologico della tolleranza zero: incapaci, da bravi parvenu, di guardare oltre il naso al panorama d’oltreoceano che cambia. Il movimento per i diritti, garantista e libertario cui si rivolgeva anche il nostro giornale si è insabbiato, senza più referenti politici. Per le droghe, si rischia addirittura l’afasia, mentre si avvicinano scadenze importanti. Il governo prepara la prossima Conferenza nazionale sulle droghe a Trieste come occasione di celebrazione della Fini Giovanardi; rafforzata – si vuol far credere – dalle evidenze scientifiche che confermerebbero tutte le droghe illegali come sostanze maledette: il vecchio «spinello brucia-cervello» è di nuovo servito come piatto di nouvelle cuisine.

Ce n’è abbastanza per cercare di resistere. Fuoriluogo è un presidio che non vorremmo perdere. Cari compagni e compagne di viaggio, la strada è lunga. Speriamo di percorrerla ancora.

Beyond 2008: report dell’assemblea mondiale ONG di Vienna (7-9 luglio 2008)

vienna

Sul sito di Fuoriluogo trovate la dichiarazione finale e le tre risoluzioni approvate all’assemblea mondiale delle ONG di Vienna. E’ stato un meeting molto combattuto perché gli orientamenti delle ONG sono assai divaricati, tuttavia il risultato può dirsi soddisfacente. Un resoconto più approfondito del meeting “Beyond 2008″ apparirà sul prossimo numero di Fuoriluogo (in edicola col Manifesto domenica 27 luglio). Lo ha scritto per noi Edo Polidori, presente insieme a me all’evento di Vienna.
Per quanto riguarda i commenti venuti alle bozze di documenti nella riunione preparatoria del 4 luglio a Roma, segnalo che, a parte l’inquadramento del tema droghe nel più vasto alveo dei diritti umani sancito dall’Onu, che è stato largamente sostenuto (e accolto nella versione finale), ho proposto come emendamento un riferimento particolare ai diritti dei detenuti, così come sottolineato dal segretario generale delle Nazioni Unite nella recente giornata mondiale sulla droga: l’emendamento è stato accolto nella risoluzione obbiettivo 3.
E’ nostra intenzione promuovere in autunno una giornata di lavoro su questi temi e in vista della riunione della CND del 2009.

Nel frattempo avete a disposizione il blog per commenti ed interventi.

Cari amici e amiche siamo giunti al bivio

L’editoriale del numero di giugno (che riportiamo qui sotto) illustra con chiarezza estrema il rischio di chiusura del nostro giornale. Si è già svolta una prima riunione con le associazioni con cui collaboriamo da anni, di cui daremo on line un resoconto.

Abbiamo a disposizione poche settimane per definire un nuovo progetto editoriale, ma non possiamo farlo da soli. Innanzitutto dobbiamo capire se i nostri lettori sono interessati alla prosecuzione di questa esperienza. Scriveteci: inviate la vostra valutazione e i vostri giudizi, fateci sapere come accogliereste la scomparsa di Fuoriluogo. Mandate suggerimenti e proposte.

Soprattutto, utilizzate il blog per impegni e sottoscrizioni. Perché deve essere chiaro che per continuare a vivere servono soldi. Per cominciare chiediamo iscrizioni e sottoscrizioni a Forum Droghe.

Cari amici e amiche siamo giunti al bivio
Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa – 29 giugno 2008

Fuoriluogo è a una svolta. O riesce a fare il salto e a diventare punto di riferimento per un network sociale più ampio, al di là di Forum droghe. Oppure cessa di esistere, senza mezzi termini. Un poco come accade al manifesto, fatte le differenze. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerati i dodici anni di convivenza. Fuoriluogo è cresciuto e maturato, grazie a e insieme con il manifesto: è parte della storia del giornale.
Veniamo ai fatti. Il recente rilancio editoriale del quotidiano ci obbliga a ripensare la nostra collocazione all’interno. C’è anche un problema economico. Attualmente le spese di Fuoriluogo sono ripartite più o meno a metà. Forum droghe sostiene completamente i costi redazionali, di grafica e di impaginazione, quelli di carta e stampa sono a carico del manifesto. D’ora in poi, ci viene chiesto l’autofinanziamento completo.
Non è solo una questione economica, comunque assai rilevante per noi; è innanzitutto una questione politica. Troppe cose sono accadute e stanno accadendo sui temi che ci stanno a cuore, è inevitabile che anche Fuoriluogo vada ridiscusso. Pensiamo alla mancata abrogazione della legge Fini Giovanardi, su cui aveva puntato il movimento di riforma della politica della droga; fino al crescendo pauroso della “sicurezza” declinata come paura/esecrazione/odio dei tanti “altri da sé”. Certo, se Fuoriluogo chiudesse, verrebbe a mancare una delle poche voci che cercano di contrastare la deriva e che si sforzano di agganciare il discorso sulle droghe ai fatti, alle evidenze, alla ragione. Ma non possiamo nasconderci che una delle nostre idee forti – la sicurezza intesa come l’arte di “gettare i ponti” con l’altro/l’altra da sé, nocciolo vero della riduzione del danno – si è eclissata dalla scena politica ed è impallidita nelle coscienze dei cittadini. Così come una delle nostre sfide più ambiziose – saper parlare ai policy makers offrendo spunti e prospettive internazionali – è in larga parte caduta nel vuoto. È vero che anche la riflessione sulla sconfitta sarebbe più difficile senza uno strumento come il nostro, specie pensando alla preoccupante afasia dei soggetti che operano nel sociale. Sulle droghe la frantumazione si avverte ancora di più: il movimento della canapa quale “non-droga” tende a separarsi da quello per la riduzione del danno (buono solo per le droghe-droghe, si dice); nel mezzo l’allarme cocaina (un tempo droga a metà, oggi la droga per eccellenza), che conquista un po’ tutti. Così, da qualsiasi parte ti giri è sempre la Sostanza (buona o maledetta) al centro: che il rischio (ma anche il piacere) dipendano solo in parte dalla chimica è verità troppo complicata per i nostri giorni, parrebbe.
Una impasse di questa portata necessita di una risposta all’altezza. C’è bisogno di un nuovo strumento che, ben oltre le droghe, sappia creare collegamenti stretti con altri settori del sociale, oggi in sofferenza. Abbiamo sempre cercato di mantenere una panoramica ampia, fra penale e sociale: ne è riprova questo stesso numero in gran parte dedicato all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri, in Europa e in Italia. Non sempre ci siamo riusciti però. In ogni modo, ci aspetta una verifica. Se ci saranno altri soggetti, gruppi, associazioni disposti a lavorare con noi (con idee, con uomini e donne nuovi e qualche fondo), allora Fuoriluogo potrà ripartire in autunno da un nuovo progetto editoriale. Altrimenti, non c’è spazio per lo “speriamo che me la cavo”. Il giornale è uscito per tanti anni grazie all’impegno volontario di una redazione compatta e di collaboratrici e collaboratori generosi. Per parte nostra, vogliamo lavorare ancora. Ma non dipende solo da noi.