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“Non sapete veramente più con chi prendervela”

comacchioLa Società della Ragione
Voodo Arci Club

Giovedì 25 marzo 2010|ore 21,30
Voodoo Arci Club
S.S. Romea, 32 | San Giuseppe di Comacchio (FE)
(ingresso con parcheggio in via vecchia romea 62/c)
www.myspace.com/voodooarciclub

“Non sapete veramente più con chi prendervela”

Incontro pubblico sulle politiche sulle droghe in Italia con Franco Corleone, Presidente de La Società della Ragione, già sottosegretario alla Giustizia.

Coordina Leonardo Fiorentini webmaster di fuoriluogo.it

Nel corso dell’incontro verranno presentati i dati del Libro Bianco sugli effetti della Legge Fini-Giovanardi realizzato da Antigone, Forum Droghe e Società della Ragione e disponibile su www.fuoriluogo.it.

INGRESSO RISERVATO SOCI ARCI

In collaborazione con fuoriluogo.it.

Santoro e le droghe: siamo proprio all’anno zero.

Siamo buoni. La trasmissione dedicata al caso Morgan è stata davvero un’occasione sprecata. La scelta degli invitati e il taglio generale sulla politica delle droghe era davvero il segno della subalternità culturale ai miti e alle falsità scientifiche spacciate per verità. Il confronto, si fa per dire, si sarebbe potuto intitolare: Avanti Pupo o avanti savoia!
Far passare idee inventate di sana pianta secondo le quali lo spinello di oggi sarebbe diverso da quello del mitico sessantotto, in quanto conterrebbe una concentrazione di Thc (il principio attivo più caratterizzante) superiore di 27 volte, è una colpa grave, una sorta di reato quale è la diffusione di notizie false e tendenziose.
Riproporre la tesi del passaggio dallo spinello all’eroina e alla cocaina è davvero esilarante se non fosse un errore diseducativo che annulla le possibilità di prevenzione, di educazione e di informazione critica destinate ai giovani.
Sono solo due perle (trascuriamo le affermazioni di Barbara Palombelli per carità di patria!) somministrate nella lunga serata.
Per fortuna Adriano Celentano ha riportato a una giusta dimensione surreale una serata nata male e che rischiava di precipitare nella demagogia e nell’elogio della galera, nella santificazione della punizione e delle catene contro i consumatori di sostanze ritenuti incapaci di intendere e volere. Come dice Giovanardi i tossicodipendenti non sono persone ma zombie!
E’ un peccato che Rapporti internazionali densi di studi, dati e ricerche siano buttati nel cesso proprio nel momento si comincia a discutere della war on drugs che ha mietuto vittime nel nord e nel sud del mondo. Noi stiamo con Evo Morales che rivendica una cultura millenaria delle popolazioni e dei contadini boliviani rispetto alla violenza delle Convenzioni internazionali fondate sulla retorica salvifica e sulla ideologia moralista.
Ma non tutto è stato inutile e dannoso. E’ stato restituito l’onore a Morgan, come musicista e come individuo libero e che ha praticamente chiuso la trasmissione con la condanna esplicita del proibizionismo e degli interessi criminali che lo sostengono.
E’ davvero l’unica pista da seguire!

Dal blog di Franco Corleone.

Due sentenze scardinano la guerra alla Canapa

Mentre le forze dell’ordine continuano la loro inutile, costosa e a volte pure ridicola guerra alla droga (soprattutto nei confronti della marijuana) la Magistratura con due recenti sentenze scardina alcuni principi della war on drugs italiota, in particolare per quel che riguarda il consumo di Canapa.

E’ di questa settimana la notizia della sentenza del Giudice del Lavoro di Avezzano che ha autorizzato la somministrazione di Canapa Terapeutica in un caso di sclerosi multipla, obbligando Azienda Sanitaria Locale a fornire canapa al paziente.

E di fine dicembre invece la sentenza del Tribunale di Milano del Tribunale di Milano che ha assolto un imputato reo di aver coltivato in giardino 7 piante di marijuana. L’importante sentenza del Giudice Salvini sulla coltivazione domestica di canapa la trovate on line in formato pdf su Fuoriluogo.it. Leggete l’articolo di Franco Corleone dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 febbraio 2010.

Canapa in giardino, a Milano si volta pagina

Franco Corleone commenta la sentenza del Tribunale di Milano che ha assolto un imputato reo di aver coltivato in giardino 7 piante di marijuana. La sentenza del Giudice Salvini sulla coltivazione domestica di canapa è on line in formato pdf. Dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 febbraio 2010.

C’è un giudice a Milano. Il 13 ottobre  scorso una sentenza del tribunale ha stabilito che la coltivazione domestica di canapa non è reato.
Il dottor Guido Salvini, giudice per l’udienza preliminare, ha deciso di non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato nei confronti di un imputato che aveva coltivato in giardino sette piantine di marijuana. Una decisione storica e di grande valore anche  per la qualità della motivazione che sorregge il verdetto. Il Pubblico Ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio per violazione dell’art. 73 della legge Fini-Giovanardi. I carabinieri di Vaprio d’Adda avevano scoperto e sequestrato sette vasi, con altrettante piantine alte 50/60 centimetri. Va aggiunto che le inflorescenze contenevano una quantità di principio attivo non molto superiore a quello indicato nelle tabelle della legge antidroga quale limite per l’uso personale; neppure era certo che tutto il principio attivo fosse davvero recuperabile dall’imputato.
La condotta di coltivazione è stata oggetto di numerose sentenze contrastanti da parte dei giudici di merito. Molti l’avevano assimilata alla detenzione per uso personale e dunque non punibile penalmente ma solo in via amministrativa; ma il 10 luglio del 2008 la Corte di Cassazione a Sezioni Unite stabilì invece che la condotta di coltivazione non poteva essere sottratta al rilievo penale, in quanto non è menzionata nell’art. 75 della legge antidroga  tra i comportamenti soggetti all’illecito amministrativo. La sentenza giudicava arbitraria qualsiasi distinzione tra la coltivazione domestica e quella di carattere industriale, perché l’esito sarebbe comunque quello di accrescere la quantità di sostanza stupefacente presente in natura.
La sentenza della Cassazione non ha alcun pregio né giuridico, né interpretativo: si limita ad una lettura pedissequa, meccanica e superficialmente riduttiva di un fenomeno storicamente e culturalmente complesso. Purtroppo essa vale come indirizzo, anche se per fortuna nel nostro ordinamento non ha un potere vincolante: tanto è vero che nel gennaio 2009 (sentenza n. 1222), la IV sezione della Cassazione ha annullato senza rinvio una sentenza di condanna della Corte d’Appello di Ancona relativa alla coltivazione di 23 piantine di marijuana non giunte a maturazione.
Il giudice Salvini con un procedimento assai rigoroso smonta l’assunto della Suprema Corte giudicandolo “assai discutibile sul piano ermeneutico”. E aggiunge un richiamo severo: “Ogni espressione usata in un articolo di legge, soprattutto se di carattere non giuridico ma naturalistico, dovrebbe infatti essere interpretata alla luce dell’intera normativa di riferimento”.
Per questo, viene dedicata una particolare attenzione agli artt. 26 e seguenti che contengono la disciplina amministrativa per la coltivazione e la produzione lecita di piante contenenti principi attivi di sostanze stupefacenti. L’analisi delle procedure di autorizzazione e controllo porta alla conclusione che la legge, quando parla di “coltivazione”, “ha per oggetto di riferimento un’attività in larga scala o quantomeno apprezzabile” destinata al commercio e “non si riferisce invece a modesti quantitativi di piante messe a dimora in modo rudimentale in vasi e terrazzi”. Con coerenza logica, il giudice Salvini conclude che la crescita di alcune piante in vasi esce dal concetto di “coltivazione”  e si risolve in una forma di detenzione (senza acquisto della sostanza perché il soggetto se la procura da sé coltivandola): ciò impedisce l’applicazione dell’art. 73 che determina le sanzioni penali.
Da notare che questa interpretazione segue il dettato delle convenzioni internazionali, come a suo tempo aveva sostenuto Giancarlo Arnao (cfr. Fuoriluogo, novembre 2002):  la Convenzione di Vienna del 1988, al par. 2 dell’art. 3, equipara la coltivazione per consumo personale al possesso e all’acquisto.
Ovviamente, gli atti sono stati inviati al Prefetto per l’iter delle sanzioni amministrative ma la sentenza costituisce un punto fermo per un cambiamento salutare della giurisprudenza e della dottrina. Una boccata d’ossigeno in un quadro di tanti esempi torbidi di persecuzione giudiziaria, dall’incriminazione della musica reggae di Rototom fino alla vendita di semi del Canapaio di Parma. Una spinta a riprendere la battaglia per cambiare una legge criminogena.

Carceri d’oro 2010

Così Franco Corleone oggi sul suo blog:

Ho sempre avuto repulsione per la parola emergenza. Di fronte a fenomeni sociali che il potere si dimostra incapace ad affrontare con strumenti politici e amministrativi ordinari, si richiama la categoria della straordinarietà per utilizzare mezzi senza controllo.
Sul dramma del carcere il ministro Alfano si è addirittura inventato una procedura eccezionale quale la proclamazione dello stato d’emergenza. Questo novello Bava Beccaris dimostra che il Governo e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria sono interessati solo ad accentuare la carcerizzazione di massa di tossicodipendenti, immigrati e poveri.
Carceri d’oro a gogò, ecco la prospettiva del 2010!

Leggi l’articolo di Corleone sul Manifesto del 14 gennaio 2010.

Contro l’ergastolo

E’ uscito nelle librerie, edito da Ediesse, il volume “Contro l’ergastolo – Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona” curato da Franco Corleone e Stefano Anastasia. Ecco la Scheda.
Sul sito di Ediesse potete ordinare il libro. (dal blog di Franco Corleone)

ergastoloContro l’ergastolo
Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona

Autori: Stefano Anastasia – Franco Corleone
Pubblicato nel: Dicembre 2009
Pagine: 144
ISBN: 88-230-1383-4

La grande promessa della Costituzione repubblicana, dopo vent’anni di regime fascista e di abusi contro la libertà delle persone, era inscritta – per i carcerati – nella finalità rieducativa della pena e nella speranza dell’abolizione dell’ergastolo. Sessant’anni dopo, nonostante innumerevoli tentativi, l’ergastolo è ancora lì, e si moltiplica tra le pene da scontare nelle carceri italiane.
A partire dalle lezioni tenute da Aldo Moro nei suoi ultimi anni di vita, contro l’ergastolo e la pena di morte, gli autori si confrontano con la pena senza tempo, la sua sopravvivenza e la sua vitalità, per capire se e come se ne potrà fare a meno.
Testi di: Boccia, Calvi, Fortuna, Gonnella, Margara, Martinazzoli, Mosconi, Senese, Sofri.

Terapia del dolore, la meta è ancora lontana

Franco Corleone commenta l’iter parlamentare della proposta di legge sulla Terapia del dolore, licenziata dalla Camera ed ora all’esame del Senato. Dalla rubrica di fuoriluogo sul Manifesto del 23 settembre 2009.

Alla ripresa dell’attività parlamentare, la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità una proposta di legge per garantire l’accesso alle cure palliative e alle terapie del dolore, attraverso una rete di presidi (hospice) e di interventi sul territorio. Sono inoltre previste norme per facilitare la prescrizione di oppiacei e di farmaci contenenti il principio attivo della cannabis, attraverso l’inserimento di un nuovo cannabinoide nella apposita tabella della legge antidroga. Il provvedimento è insufficiente, scarsamente finanziato e poco chiaro; per di più, deve ancora passare all’esame del Senato. Dunque, non sappiamo ancora se l’Italia riuscirà a superare il gap che la inchioda al ruolo di fanalino di coda, in Europa e nel mondo, su un tema delicato che concerne la qualità della vita per tanti malati, non solo terminali; per molti, la possibilità di morire in dignità. Da tempo la Oms denuncia il diffuso sottoutilizzo della morfina e il consumo pro capite di questo oppiaceo è addirittura previsto come uno degli indicatori di qualità delle cure mediche. Per dare un’idea della gravità del problema: in Italia si somministrano 46 dosi medie quotidiane di morfina contro le 1462 della Francia e le 6340 della Danimarca.

Va ricordato che già altre leggi sono stati varate per favorire l’uso dei farmaci antidolore. Nel 2001, l’allora ministro della sanità Umberto Veronesi modificò le disposizioni della legge antidroga ( Dpr 309 del 1990) che rendevano praticamente impossibile l’uso degli analgesici oppiacei, per le complicazioni burocratiche e i rischi di sanzioni che spaventavano i medici. La legge Veronesi incoraggiava la cura del dolore anche a casa e per altre patologie oltre il cancro.

Qual è allora il motivo del ritardo? Alla radice, ci sono ragioni culturali e pregiudizi ideologici. Incide la cultura della classe medica poco attenta alla sofferenza dei malati e troppo sensibile alla propaganda antidroga: molti medici si trincerano dietro lo schermo della “dipendenza patologica” che questi farmaci potrebbero procurare ai malati; o peggio, dietro il pericolo di “normalizzare” sostanze proibite.

Che le resistenze siano difficili da smontare è testimoniato dalle parole in aula dell’on. Paola Binetti, secondo cui “un ulteriore rischio da evitare è quello che l’uso degli oppioidi nella terapia del dolore possa diventare un modo surrettizio di liberalizzare l’uso delle droghe, prescritte inizialmente a scopo analgesico (sic!).

Ancora una volta, si tocca con mano il conflitto fra la “guerra alla droga” e la tutela della salute. Ciò vale per gli oppiacei, ma anche e soprattutto per la cannabis. La Oms, nel 2002, chiese che la versione sintetica del Thc (dronabinolo) fosse inserita nella tabella IV della Convenzione Onu del 1971 sulle droghe, riconoscendone appieno l’utilità medica. Stava alla Commissione sulle droghe narcotiche (Cnd), l’organo che governa il regime di proibizione internazionale, dare l’ assenso. La richiesta rimase sepolta in un cassetto per anni. Sarebbe stato imbarazzante parlare delle proprietà terapeutiche del Thc proprio mentre l’agenzia antidroga dell’Onu lanciava la nuova campagna contro i rischi “pesanti” della canapa. In Italia, la legge Fini Giovanardi ha classificato la cannabis fra le sostanze più nocive. Nel dibattito, alcuni dei suoi sostenitori parlarono di fine del “mito” della canapa medica. Dietro la propaganda tuttavia, la stessa legge inseriva un cannabinoide nella tabella delle sostanze terapeutiche. Il provvedimento approvato alla Camera ne aggiunge uno nuovo, quasi alla chetichella.

Livia Turco ha ricordato il proprio decreto ministeriale del 2007, che allargava l’applicazione terapeutica dei derivati della cannabis. Maria Antonietta Farina Coscioni ha denunciato invece le gravi limitazioni che tuttora persistono: sono autorizzati solo alcuni farmaci cannabinoidi, non tutti; per di più non sono reperibili nelle farmacie, devono essere importati, perfino a carico del paziente in alcune Asl.

Il prossimo dibattito al Senato dovrà essere l’occasione per verificare che il provvedimento aiuti davvero i malati e non si traduca in una pratica ospedalizzante. E anche per denunciare gli ostacoli che la war on drugs frappone alla scienza e al benessere dei cittadini.

Il provvedimento è scaricabile (in formato pdf).

Pane e libertà a Sollicciano

Dal blog di Franco Corleone l’articolo uscito oggi sul Manifesto.

La protesta che smonta il piano Alfano

Il carcere di Firenze in questi giorni si è reso protagonista di manifestazioni vibranti per rivendicare diritti minimi alla vita e alla dignità. Sarebbe troppo sbrigativo e pericoloso parlare di rivolta, anche per non alimentare la voglia di chi vorrebbe menare le mani in nome dell’ordine e della sicurezza.
La direzione del carcere ha privilegiato la via del dialogo invece che quella dei rapporti e delle sanzioni. Ieri mattina ho partecipato a una lunga riunione con oltre trenta detenuti in rappresentanza delle sezioni del penale e soprattutto del giudiziario che è al centro della protesta per la durezza delle condizioni esistenziali.
Tutti hanno parlato, italiani e stranieri, dando una dimostrazione di solidarietà pur nella diversità di aspettative e di relazioni.
E’ stato un bagno di concretezza, attraverso la illustrazione di un catalogo di esigenze che all’osservatore esterno possono apparire banali, minime ma che nel contesto sono davvero fondamentali.
La denuncia di un pane immangiabile, di cibo scarso e scadente, dell’ora d’aria ridotta, della mancanza della doccia la domenica, dello scarso uso del campo sportivo, dei costi del sopravvitto, dell’indecenza dei materassi, della mancanza di detersivi per garantire un minimo di igiene in cella e nei bagni. Sono solo alcune delle violazioni di diritti fondamentali denunciate.
Da questo incontro è scaturita una piattaforma rivendicativa per l’applicazione del Regolamento del 2000, che doveva costituire un tassello per la realizzazione della riforma penitenziaria. Ma giace inapplicato e dimenticato nei cassetti dei sogni impossibili.
I detenuti hanno manifestato con chiarezza anche la necessità di un nuovo codice penale e soprattutto il timore di un sovraffollamento senza fine e incontrollato.
A questo proposito sanno bene il peso che una legge come quella sulle droghe comporta nell’equilibrio del carcere e hanno chiesto l’applicazione delle misure alternative per tutti e in particolare dell’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti. “Per avere una risposta per andare in comunità si aspetta un anno!” è stato il grido collettivo.
Un’altra questione drammatica emersa nel confronto è quella del rilascio del codice fiscale per gli stranieri; pare che dopo il decreto Maroni gli Uffici delle Agenzie delle Entrate facciano maggiori difficoltà e senza questo documento non si può accedere neppure ai lavori domestici del carcere. Per gli stranieri ciò rappresenta una vera tragedia. Anche il divieto di telefonate dirette ai cellulari invece che ai telefoni fissi è fonte di grave disagio.
In tanti abbiamo lamentato in questi anni il silenzio del carcere, ridotto a deposito di corpi abbandonati e destinati all’autolesionismo, l’unico linguaggio a disposizione degli ultimi della terra. Ora un primo fascio di luce ha illuminato questa enorme discarica sociale nelle giornate di ferragosto, grazie alla presa di parola dei prigionieri.
Occorrerà un impegno particolare da parte delle associazioni di volontariato impegnate sul carcere per rafforzare questo movimento nato dalla rivendicazione di bisogni essenziali e renderlo credibile come interlocutore dell’Amministrazione penitenziaria.
E’ bastata la richiesta del pane e dei materassi per ridicolizzare e sotterrare il piano carcere del ministro Alfano, che bussa cassa all’Unione Europea per l’edilizia penitenziaria.
Da oggi è chiaro che tutte le risorse disponibili devono essere utilizzate per migliorare le condizioni di vita quotidiana e per rispettare il principio costituzionale sul senso della pena. Non più carceri, ma meno carcere.

Gabbie disumane

In questo agosto la politica ufficiale, o meglio politicante, discute molto, troppo, della proposta della Lega di reintrodurre le gabbie salariali. Troppo poco si affronta invece la presenza mortificante delle gabbie umane, della galera insomma.

Un silenzio pesante dei mass media di fronte a un record di presenze di detenuti nella storia della nostra repubblica che meriterebbe uno straccio di analisi.

E’ aumentata la criminalità in Italia? O semplicemente assistiamo alla criminalizzazione di comportamenti e stili di vita che richiederebbero interventi educativi piuttosto che il ricorso alla repressione punitiva?

Per fortuna, grazie all’iniziativa dei radicali nei giorni di ferragosto quasi tutte le carceri saranno visitate da parlamentari, consiglieri regionali, garanti dei detenuti.

Ognuno dei duecento istituti oggetto della più imponente ispezione condotta contemporaneamente sul territorio nazionale, mostrerà la stessa vergogna.

Corpi ammassati in celle inadeguate, materassi lerci per terra; tossicodipendenti, immigrati e poveri ridotti a carne da macello senza vedere garantito nè il diritto alla salute nè quello alla difesa.

Molti esponenti delle istituzioni vedranno per la prima volta il prodotto finale di una giustizia di classe, generazionale, sociale, etnica.

Il sovraffollamento non è come la grandine un fatto naturale e magari imprevedibile. E’ il risultato di scelte precise anche se inconsapevoli. La penalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti illegali è all’origine di questa orgia penitenziaria.

Nel 2007 in Italia hanno fatto ingresso in carcere dalla libertà 90.441 soggetti. Di questi 28.090 per violazione della legge sulla droga. Le presenze in carcere per la violazione della legge Fini-Giovanardi rappresentavano al 31 dicembre 2007 circa il 40%.

Queste cifre risultano aggravate dai dati dell’ultima Relazione al Parlamento dello zar antidroga Carlo Giovanardi che ha segnalato una ulteriore crescita dei tossicodipendenti che entrano in carcere, dal 27% al 33%, cioè il 6% in più rispetto al 2007!

Quanto dovremo aspettare perchè il Presidente Fini si accorga che la legge da lui fortemente voluta è l’emblema di quello stato etico finalmente messo in discussione?

Per un puro miracolo finora le prigioni non sono esplose anche se morti, suicidi, atti di autolesionismo costituiscono il bollettino quotidiano di una guerra non dichiarata e su cui pesa l’embargo dell’informazione.

Occorrerà una campagna d’autunno per cambiare le leggi criminogene e subito liberare dalle catene i tossicodipendenti.

Franco Corleone

Articolo pubblicato su Terra del 15 agosto 2009. Dal Blog di Franco Corleone.

La sinistra e il garantismo

Segnaliamo dal blog di Franco Corleone il volume “Sinistra senza sinistra” edito da Feltrinelli che tramite voci di diversa provenienza e tra le più autorevoli cerca di capire se è “davvero finita la sinistra nel nostro Paese, o è ancora possibile ridefinire idee, analisi, esperienze e sentimenti capaci di tracciare una nuova carta politica per una sinistra moderna?”

Insomma “La sinistra come poteva essere, la sinistra che non c’è stata, la sinistra che vorremmo.”

Ci pare utile segnalare fra tutti il testo del saggio di Franco Corleone sul Garantismo.