I diritti alzano la voce
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Dal blog di Beppe Grillo l’intervista alla sorella di Stefano Cucchi (via blogbabel).
«Perché mai gli stessi che hanno creato il problema dovrebbero poi essere quelli che lo sanno risolvere?» (Charles De Gaulle)
Quest’anno il Rapporto sui diritti globali, giunto alla sua settima edizione, esce nel pieno degli effetti della crisi finanziaria mondiale sulle economie reali di tutti i Paesi del pianeta.
Una crisi che non solo ha mostrato ma ha accentuato le disparità e le diseguaglianze. Così che mentre gli enti economici sovranazionali iniziano già a brindare allo scampato pericolo e alla ripresa, ricominciando a incamerare ingenti profitti, i lavoratori e le loro famiglie continuano a pagare sulla propria pelle i costi della crisi, con la perdita del lavoro, l’impoverimento e l’indebitamento.
Negli USA il nuovo amministratore delegato di AIG, il colosso delle assicurazioni il cui salvataggio da parte del governo è costato 182 miliardi di dollari, si è assegnato recentemente uno stipendio da 7 milioni l’anno, 13 volte quello del presidente degli Stati Uniti. Richard Fuld, già al vertice della Lehman Brothers, il gigante finanziario fallito un anno fa, dal 2003 al 2007 ha incassato oltre mezzo miliardo di dollari di compensi. John Thain, ex amministratore delegato di Merrill Lynch, nel 2007 ha percepito 10 milioni e 700.000 euro. A crisi già iniziata, ha speso un milione e 200.000 dollari per ammodernare il suo ufficio; solo il cestino dell’immondizia è costato 1.700 dollari, più di un mese di salario operaio.
Non che in Italia ci sia maggior moderazione. Nel 2008 40 grandi aziende hanno distribuito ai propri manager 282 milioni di euro di compensi. Nonostante la crisi, appena il 5,5% in meno dell’anno precedente.
Al capo opposto della piramide sociale, crescono le difficoltà e le fatiche. Secondo i dati riferiti dal Rapporto sui diritti globali, nel 2009 i disoccupati nel mondo dovrebbero aumentare di almeno 30 milioni di unità, che potrebbero arrivare a 50 milioni senza interventi correttivi da parte dei governi. Complessivamente, si arriverebbe così a 200 milioni di disoccupati, cui aggiungere i lavoratori poveri, che diventerebbero il 45% del totale. La crisi, generata da una finanza avida e liberata da ogni freno e controllo, insomma, la stanno pagando i soliti noti: pensionati e lavoratori dipendenti.
Anche in Italia, dove, nonostante ottimismi fuori luogo, licenziamenti e cassa integrazione avanzano senza trovare efficace contrasto e con minori ammortizzatori. Nel 2008, in particolare negli ultimi mesi dell’anno, 186.000 persone hanno perso il lavoro. Sono un milione e mezzo le famiglie italiane che non arrivano a fine mese, che non riescono a pagare affitti e bollette; quasi un milione quelle in condizione di povertà assoluta, 2 milioni e 653.000 famiglie sono in condizione di povertà relativa. È sufficiente una spesa imprevista di 700 euro perché 1 una famiglia su 3 precipiti da una condizione di vulnerabilità sociale a una di povertà.
Nel contempo, avanza un’altra crisi, meno evidente e ancor meno contrastata: quella dei diritti umani, che vede tra le vittime i migranti. Nel solo 2008 hanno perso la vita almeno 1.500 migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa, di cui 1.235 nelle acque del Mediterraneo, 642 nel solo Canale di Sicilia, dove le morti sono più che raddoppiate negli ultimi due anni.
In Italia, il governo del fenomeno immigrazione si è tradotto in leggi obiettivamente discriminatorie e in un “incattivimento” generalizzato. Tanto che l’Italia, per ciò ripetutamente censurata dagli organismi europei e delle Nazioni Unite, sta diventando una “Penisola della paura”, dove vengono cinicamente alimentate “guerre tra poveri”.
I dodici mesi appena trascorsi, e forse ancor più quelli a venire, si sono caratterizzati per l’emergere deciso di un nuovo oggetto politico: l’ambiente. Lo stato di salute del mondo è ormai così compromesso da essere arrivato ai tempi supplementari, all’ultimo minuto. La bancarotta ecologica incombe. Dopo e grazie a quella finanziaria, grazie a una logica di sviluppo senza fine e senza freni, grazie alla “dittatura del PIL”, dell’imperativo alla crescita, che vede una parte del mondo (e dell’Italia) sprecare senza remore e un’altra arrancare per sopravvivere.
Sono questi i temi e gli spunti, ripresi dal Rapporto sui diritti globali, messi in scena al teatro Litta in Last minute – Cronache dal mondo diseguale, curato dal regista Antonio Syxty, che già lo scorso anno, nello stesso teatro, aveva diretto Dormono, dormono sulla collina, rappresentazione sul dramma delle morti sul lavoro, tratta dalla precedente edizione del Rapporto sui diritti globali.
Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, Associazione SocietàINformazione, Casa editrice Ediesse
presentano
LAST MINUTE. CRONACHE DAL MONDO DISEGUALE
Reading teatrale in occasione dell’uscita del Rapporto sui diritti globali 2009 (ed.Ediesse)Il rapporto annuale sulla globalizzazione e i diritti nel mondo, giunto al suo settimo anno di uscita, promosso da Associazione Società Informazione, CGIL, ARCI, ActionAid, Antigone, Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente.
Milano, venerdì 25 Settembre, ore 21
Teatro Litta, Corso Magenta 24Testi e contributi a cura di Sergio Segio
Reading teatrale a cura di Antonio SyxtyCon Gaetano Callegaro
Silvia Cinque
Paolo Taccardo
Marina TristanoDirezione tecnica Fulvio Melli
Partecipano
Onorio Rosati, Segretario generale Camera del Lavoro Milano
Maurizio Gubbiotti, Coordinatore della Segreteria nazionale di Legambiente
Sergio Segio, Direttore Associazione Società INformazioneIngresso libero sino a esaurimento posti
Info
Diritti Globali: http://www.dirittiglobali.it.
Ufficio stampa casa editrice Ediesse: Carla Pagani
Via di Porta Tiburtina 36 Int. 9 III piano – 00185 Roma
[T] 06 44870286 [C] 338 1143059 [@]ufficiostampa@ediesseonline.it
www.ediesseonline.it
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per «trattamenti inumani e degradanti» nei confronti di Izet Sulejmanovic, detenuto a Rebibbia tra il novembre 2002 e l’aprile 2003: Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno…
Dal Corriere della Sera:
L’associazione antigone: «Lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro»
Sovraffollamento carceri, l’Italia condannata a risarcire un detenuto
La decisione della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo: 1000 euro per trattamenti inumaniSTRASBURGO – L’Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. A stabilire che Izet Sulejmanovic, condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di «trattamenti inumani e degradanti» è la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sulla base del ricorso presentato dal detenuto. Tra il novembre 2002 e l’aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.
STANDARD – La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto è poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell’ottobre del 2003. Per questo la corte ha condannato l’Italia a un risarcimento di mille euro nei confronti di Sulejmanovic.
NUMERI – Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, sono 63.587 i detenuti nelle carceri italiane. Il sovraffollamento resta insomma un problema aperto. I dati resi noti solo a metà giugno dal Dap segnalavano un totale di 63.416 detenuti. Le ultime rilevazioni, che il ministero della Giustizia ha pubblicato sul proprio sito, indicano quindi un ulteriore aumento di oltre 170 reclusi. Numeri di questa entità non si sono mai registrati dal dopoguerra a oggi. Non solo. La metà dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Le cifre comunicate dal ministero indicano infatti che su un totale di 63.587 reclusi, 30.436 sono in carcere in qualità di imputati, e quindi in via cautelare in attesa del processo, e altri 31.192 sono invece già stati condannati. Gli internati per motivi psichici sono 1.820. La posizione di altri 139 detenuti, infine, risulta ancora da classificare. Da un punto di vista territoriale, è la Lombardia la regione con il maggior numero di reclusi, con 8.455 persone in carcere. Seguono la Sicilia (7.587) e la Campania (7.437). Il Sappe lancia l’allarme, denunciando come la situazione delle carceri sia, in alcune regioni, ampiamente oltre il limite. Secondo il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria le strutture detentive italiane «si sono ridotte a meri depositi di vite umane» e sono ben 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto. Altre due, inoltre, la Lombardia e la Basilicata, sono al limite. Tutto ciò a fronte di una pesante carenza di organico nelle file della polizia penitenziaria. «A livello nazionale – sottolinea il segretario, Donato Capece – sono in totale in servizio 35.300 persone» che devono fare i conti con «turni di servizio, piantonamento, servizio di traduzioni, riposi e assenze».
INDENNIZZI – «Poiché in Italia i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità – dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione ‘Antigone’ che si batte per i diritti nelle carceri, commentando la notizia della condanna – lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi». «La condanna dell’Italia da parte della corte dei diritti dell’uomo impone al governo soluzioni definitive per le carceri – dice Gonnella – e mette definitivamente fuori legge l’attuale gestione del sistema penitenziario».
L’AVVOCATO – «La Corte europea – dice invece l’avvocato Alessandra Mari -ha affermato che il sovraffollamento delle carceri rappresenta un trattamento inumano e degradante: è un principio importante e fondamentale, ed era proprio questo l’obiettivo del ricorso». Il ricorso, spiega l’avvocato che assieme al collega Nicolò Paoletti ha seguito la vicenda, è stato presentato nel 2003, subito dopo la scarcerazione di Sulejmanovic. Ed è stato lo stesso cittadino bosniaco a volerlo presentare, visto che già una volta la Corte europea gli aveva dato ragione. A marzo del 2000, racconta infatti l’avvocato Mari, «Sulejmanovic e un’altra cinquantina di rom di origine bosniaca che vivevano in un campo nomadi a Roma, ricevettero un ordine di espulsione dall’Italia: imbarcati su un volo, furono tutti riportati in Bosnia». In quell’occasione Sulejmanovic si rivolse alla Corte Europea che, due anni dopo, gli diede in parte ragione dichiarando il suo ricorso ammissibile. La vicenda, prosegue il legale, si concluse con un accordo amichevole tra il governo italiano e i cinquanta rom, che consentì loro di rientrare nel nostro paese. In Italia però Sulejmanovic aveva alcune pendenze penali da scontare e così finì a Rebibbia. «Altri stati europei erano stati condannati per il sovraffollamento e ora il fatto che la Corte europea si sia pronunciata anche sull’Italia – ribadisce l’avvocato Mari – apre la strada a decine di ricorsi anche nel nostro paese».
IONTA – Franco Ionta, capo dell’attuale Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, evita di commentare la sentenza ma si limita ad osservare che «i mille euro sono di equo indennizzo perché l’arco temporale sofferto dal ricorrente è stato molto limitato. La condizione carceraria del bosniaco, tra l’altro, viene definita più che accettabile (anche dal punto di vista dell’assistenza sanitaria) visto che il detenuto trascorreva almeno dieci ore al giorno fuori dalla cella per svolgere altre attività. Personalmente non mi risultano ricorsi dello stesso genere pendenti davanti alla Corte di Strasburgo e non credo che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia».
Le reazioni.
Radicali; il Capo Dap Franco Ionta si deve dimettere
“Se davvero il dott. Ionta ha detto ai giornalisti di non credere “che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia”, occorrono le sue immediate dimissioni e la sua immediata sostituzione al fine di governare la drammatica situazione delle carceri”. Lo dichiarano Rita Bernardini, deputata radicale eletta nel Pd e membro della Commissione Giustizia della Camera e dell’avv. Giuseppe Rossodivita, segretario del Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei, in merito alle dichiarazioni del Capo del Dap sulla condanna inflitta della Corte di Strasburgo allo Stato Italiano per le condizioni relative alla detenzione patita dal detenuto bosniaco, ristretto in condizioni inferiori agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. “Il dott. Ionta – continuano gli esponenti radicali – mostra di non conoscere la realtà di un sistema carcerario al collasso, che ogni giorno infligge ai detenuti, circa la metà dei quali presunti innocenti, pene ulteriori, rispetto alla privazione della libertà cui sono sottoposti” e “mostra di non ascoltare il grido di allarme proveniente dagli operatori della polizia penitenziaria, il dott. Ionta mostra di non credere neppure a quello che dice il suo ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che già da diverse settimane ha ammesso e confessato che le carceri italiani e le condizioni cui sono costretti i detenuti sono fuori dalla legge e dalla Costituzione”. I numeri precisi sulle carceri, aggiungono Bernardini e Rossodivita, “li avremo dopo la tre giorni di Ferragosto in cui i Radicali Italiani stanno organizzando la più imponente visita ispettiva nelle carceri italiane, con oltre cento deputati, eurodeputati e consiglieri regionali di tutte le forze politiche che hanno già dato la loro disponibilità a visitare le oltre 200 carceri della penisola”.
Nieri (Lazio); noi inviteremo i detenuti a fare ricorso
“Nei prossimi giorni visiteremo le carceri del Lazio per verificare se esistono altri casi simili a quello del detenuto bosniaco Izet Sulejmanovic per il quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso una sentenza di condanna nei confronti dell’Italia per “trattamenti inumani e degradanti”. È quanto dichiara l’assessore al Bilancio della Regione Lazio Luigi Nieri. “È inaccettabile, infatti, secondo Neri, che un essere umano possa trascorrere i propri giorni in meno di 3 metri quadri. Si tratta di una pena accessoria lesiva della dignità della persona”. “Laddove dovessimo riscontrare situazioni analoghe – aggiunge l’assessore- inviteremo i detenuti a fare ricorso alla Corte Europea. Sono sicuro che sono molti i detenuti delle carceri laziali che vivono in queste condizioni, visto l’alto tasso di sovraffollamento di istituti come quelli di Viterbo e Latina, che ho recentemente visitato”. “Voglio infine ricordare al Sindaco di Roma Gianni Alemanno – continua – che la costruzione di nuove carceri non può essere la soluzione del grave sovraffollamento, vista la crescita esponenziale della popolazione detenuta”. “Il Governo – conclude Nieri – pensi piuttosto a mettere mano a leggi come quelle sulla droga e sull’immigrazione”.
Antigone; “mai così grave” la situazione nelle carceri
Quella che si sta vivendo nei penitenziari italiani “è la situazione più grave di sempre, in alcune carceri la normalità è avere letti a tre piani, e si riesce con grande difficoltà ad avere spazi di vita quotidiana”. Lo afferma il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, rilevando che la situazione italiana “si è trascinata fino ad avere una sentenza di condanna inequivocabile, basata sugli standard europei. Ci sono altri 63.500 detenuti che potrebbero chiedere un indennizzo e ottenerlo”. Gonnella chiede che ci sia una “giustizia meno discriminatoria”: nelle nostre carceri, osserva, “il 51% dei detenuti sono in custodia cautelare, un dato che solo in Turchia è superiore al nostro”. Altissimo, poi, sottolinea ancora il presidente di Antigone, è il numero degli stranieri in cella “poiché in Italia nei confronti degli immigrati si fa ricorso solo alla misura cautelare in carcere”. Tale ondata di sovraffollamento, aggiunge, “non si risolverà con piani di edilizia penitenziaria da realizzare in tre anni e senza previsione di fondi”, riferendosi al piano che il capo del Dap Franco Ionta sta mettendo a punto su incarico del Guardasigilli Angelino Alfano.”Speriamo regga la legge Gozzini – conclude Gonnella – che è l’unico strumento che impedisce le rivolte. Servono più misure alternative, ma anche una riduzione dei tempi di custodia cautelare e delle pene per spaccio da parte dei tossicodipendenti. Inoltre, non va previsto il carcere per lo straniero che non ottempera al decreto di espulsione, mentre bisognerebbe porre un limite agli ingressi in carcere oltre un certo numero di detenuti già presenti: insomma, come si fa in America, creare delle liste d’attesa, disponendo nel frattempo gli arresti domiciliari”.
Alemanno; situazione critica, costruire nuove carceri
“La situazione carceraria in Italia continua a essere critica. Bisogna costruirne di nuove, perché c’è una situazione di sovraffollamento che rappresenta un supplemento di pena che va al di là di quelli che sono i termini della Costituzione”. Lo ha affermato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenendo oggi alla sigla dell’accordo tra il Campidoglio, la multi-utility capitolina Ama e il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap). Il protocollo prevede il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti impegnati nel recupero del patrimonio ambientale di Roma. Secondo il sindaco, “bisogna rendere più efficace il sistema carcerario perché spesso molte scarcerazioni facili vengono giustificate, in maniera sbagliata, proprio per il sovraffollamento. Dobbiamo avere un sistema carcerario più efficiente – ha detto Alemanno – sia per garantire i diritti delle persone sia la sicurezza dei cittadini”. Il protocollo presentato oggi in Campidoglio prevede l’utilizzo di 20 detenuti del carcere di Rebibbia come spazzini il giorno di Ferragosto. L’accordo vedrà una prima fase di formazione dei detenuti, della durata di quattro ore, svolta da personale Ama nello stesso carcere romano. Il 15 agosto, invece, i 20 volontari, divisi in due turni, dalle 8 alle 11 saranno impegnati nel IV Municipio nella pulizia dei giardini di Via Val Padana, mentre nel V Municipio, ripuliranno l’are di fronte alla stazione della metropolitana di Santa Maria del Soccorso.Insieme ai detenuti ci saranno anche operatori del Comune di Roma e tecnici Ama che forniranno supporto organizzativo e anche attrezzature e i mezzi per la raccolta e la rimozione del materiale. Il servizio di vigilanza e controllo sarà garantito dal Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria. I detenuti-volontari, oltre a percepire un rimborso pari a 7,5 euro l’ora, potranno anche usufruire dei benefici previsti dalla legge penitenziaria come il permesso premio o il lavoro esterno al carcere. Ama, infine, provvederà alla copertura assicurativa e previdenziale dei detenuti.”Nel momento di massima pausa dal lavoro – ha detto il primo cittadino – scendono in campo i detenuti: è un’immagine bella e simbolica di quello che accadrà grazie a questo protocollo. Ci auguriamo si possa arrivare a un uso sistematico dei detenuti per la pulizia della città e la lotta al degrado, che ci consentirebbe di abbattere i costi e aprire un canale di avviamento al lavoro e al reinserimento nella società. Speriamo di essere la prima città in Italia a passare dalla sperimentazione a un loro impiego stabile”. A chi gli chiedeva se questo accordo potesse essere una delle pene alternative da comminare ai bulli ai o ai writer che imbrattano i muri della Capitale, Alemanno ha spiegato che, “questa era l’idea. Ma ci vuole una modifica di legge. Il modo migliore per punire i bulli e chi fa le scritte sui muri è costringerli a ripulire e a risistemare l’area che hanno devastato. Ma sono necessarie leggi su cui il governo sta faticosamente cercando di trovare una soluzione”.
L’editoriale del numero di giugno (che riportiamo qui sotto) illustra con chiarezza estrema il rischio di chiusura del nostro giornale. Si è già svolta una prima riunione con le associazioni con cui collaboriamo da anni, di cui daremo on line un resoconto.
Abbiamo a disposizione poche settimane per definire un nuovo progetto editoriale, ma non possiamo farlo da soli. Innanzitutto dobbiamo capire se i nostri lettori sono interessati alla prosecuzione di questa esperienza. Scriveteci: inviate la vostra valutazione e i vostri giudizi, fateci sapere come accogliereste la scomparsa di Fuoriluogo. Mandate suggerimenti e proposte.
Soprattutto, utilizzate il blog per impegni e sottoscrizioni. Perché deve essere chiaro che per continuare a vivere servono soldi. Per cominciare chiediamo iscrizioni e sottoscrizioni a Forum Droghe.
Cari amici e amiche siamo giunti al bivio
Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa – 29 giugno 2008Fuoriluogo è a una svolta. O riesce a fare il salto e a diventare punto di riferimento per un network sociale più ampio, al di là di Forum droghe. Oppure cessa di esistere, senza mezzi termini. Un poco come accade al manifesto, fatte le differenze. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerati i dodici anni di convivenza. Fuoriluogo è cresciuto e maturato, grazie a e insieme con il manifesto: è parte della storia del giornale.
Veniamo ai fatti. Il recente rilancio editoriale del quotidiano ci obbliga a ripensare la nostra collocazione all’interno. C’è anche un problema economico. Attualmente le spese di Fuoriluogo sono ripartite più o meno a metà. Forum droghe sostiene completamente i costi redazionali, di grafica e di impaginazione, quelli di carta e stampa sono a carico del manifesto. D’ora in poi, ci viene chiesto l’autofinanziamento completo.
Non è solo una questione economica, comunque assai rilevante per noi; è innanzitutto una questione politica. Troppe cose sono accadute e stanno accadendo sui temi che ci stanno a cuore, è inevitabile che anche Fuoriluogo vada ridiscusso. Pensiamo alla mancata abrogazione della legge Fini Giovanardi, su cui aveva puntato il movimento di riforma della politica della droga; fino al crescendo pauroso della “sicurezza” declinata come paura/esecrazione/odio dei tanti “altri da sé”. Certo, se Fuoriluogo chiudesse, verrebbe a mancare una delle poche voci che cercano di contrastare la deriva e che si sforzano di agganciare il discorso sulle droghe ai fatti, alle evidenze, alla ragione. Ma non possiamo nasconderci che una delle nostre idee forti – la sicurezza intesa come l’arte di “gettare i ponti” con l’altro/l’altra da sé, nocciolo vero della riduzione del danno – si è eclissata dalla scena politica ed è impallidita nelle coscienze dei cittadini. Così come una delle nostre sfide più ambiziose – saper parlare ai policy makers offrendo spunti e prospettive internazionali – è in larga parte caduta nel vuoto. È vero che anche la riflessione sulla sconfitta sarebbe più difficile senza uno strumento come il nostro, specie pensando alla preoccupante afasia dei soggetti che operano nel sociale. Sulle droghe la frantumazione si avverte ancora di più: il movimento della canapa quale “non-droga” tende a separarsi da quello per la riduzione del danno (buono solo per le droghe-droghe, si dice); nel mezzo l’allarme cocaina (un tempo droga a metà, oggi la droga per eccellenza), che conquista un po’ tutti. Così, da qualsiasi parte ti giri è sempre la Sostanza (buona o maledetta) al centro: che il rischio (ma anche il piacere) dipendano solo in parte dalla chimica è verità troppo complicata per i nostri giorni, parrebbe.
Una impasse di questa portata necessita di una risposta all’altezza. C’è bisogno di un nuovo strumento che, ben oltre le droghe, sappia creare collegamenti stretti con altri settori del sociale, oggi in sofferenza. Abbiamo sempre cercato di mantenere una panoramica ampia, fra penale e sociale: ne è riprova questo stesso numero in gran parte dedicato all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri, in Europa e in Italia. Non sempre ci siamo riusciti però. In ogni modo, ci aspetta una verifica. Se ci saranno altri soggetti, gruppi, associazioni disposti a lavorare con noi (con idee, con uomini e donne nuovi e qualche fondo), allora Fuoriluogo potrà ripartire in autunno da un nuovo progetto editoriale. Altrimenti, non c’è spazio per lo “speriamo che me la cavo”. Il giornale è uscito per tanti anni grazie all’impegno volontario di una redazione compatta e di collaboratrici e collaboratori generosi. Per parte nostra, vogliamo lavorare ancora. Ma non dipende solo da noi.
Il “Corriere della Sera” del 22 gennaio ha pubblicato ? con molta evidenza, parecchie imprecisioni e altrettante omissioni ? un articolo dal titolo «Fondi al progetto dell’ex Br. Bufera sulla Provincia di Lodi».
In verità, la bufera ancora non c’era, ma è stata provocata dall’articolo nel quale, attraverso l’intervista a un rappresentante dell’Associazione vittime del terrorismo, si esprimeva disappunto e indignazione: «Questa notizia è una nuova offesa e una ulteriore sofferenza per tutti noi. La Ronconi è stata fatta uscire dalla porta per farla rientrare dalla finestra».
Il riferimento è alle dimissioni che lo scorso anno Susanna Ronconi è stata costretta a dare, dopo una virulenta campagna politico-mediatica, dalla Consulta nazionale sulle tossicodipendenze.
Ma qual era questa notizia? Ha scritto il quotidiano: «Con i soldi, 60 mila euro, della Regione Lombardia (centrodestra), la Provincia di Lodi (centrosinistra) affiderà all’ex terrorista Susanna Ronconi (Brigate rosse e Prima Linea) il progetto “Lavoro debole” per l’inserimento nel mondo del lavoro di detenuti ed ex detenuti presenti sul territorio lodigiano».
In realtà, il progetto non è stato affidato a Ronconi, ma vede come titolari una rete di associazioni e cooperative sociali. Ronconi ? che, giova ricordare, ha scontato per intero la propria condanna ed è stata tra le prime a dissociarsi dal terrorismo e ad ammettere i propri errori ? collabora nella veste di esperta e consulente con una di queste. Dalla prima tranche del progetto, per il suo lavoro, durato un anno e mezzo, ha ricevuto dalla cooperativa sociale 7.500 euro lordi.
Questa la realtà delle cose, sottaciuta dal quotidiano nel suo articolo. Subito dopo il quale è cominciato un triste scaricabarile tra assessori, sino a una dichiarazione della Provincia di Lodi di non assumere altre iniziative che vedano coinvolti ex terroristi.
Se questa decisione si confermasse, si introdurrebbe così un gravissimo e incredibile precedente, in base al quale l’ente pubblico si potrà arrogare il diritto di sindacare sui dipendenti o collaboratori di qualsiasi azienda o, appunto, associazione e cooperativa intrattenga rapporti economici con esso. Fatto che dubitiamo possa considerarsi legale e che, a questo punto, potrebbe estendersi nei confronti di chiunque delle centinaia di ex terroristi che, scontata la condanna, lavorano in vari ambiti, compreso il Terzo settore che, ovviamente, intrattiene rapporti anche economici con enti pubblici, fornendo servizi e occupandosi di welfare. Alla faccia delle leggi e della Costituzione.
Dunque, grazie alla «bufera» sollevata ad arte, Ronconi ha perso, o comunque rischia concretamente di perdere, la possibilità di lavorare alla seconda tranche del progetto lodigiano, ma è facile prevedere che tale accanimento nei suoi confronti produrrà effetti ancora più drastici, allargati e duraturi. Infatti, chi si azzarderà in futuro a proporle un qualsiasi lavoro con la certezza del pubblico linciaggio?
Sull’insanabile dolore e sulle ragioni dei parenti delle vittime non si discute, ma qui pare essere in atto una vera e propria persecuzione. Proprio su questa vicenda, un autorevole giornalista che in questi anni ha scritto diversi libri con i familiari delle vittime, per dare loro visibilità, voce e sostegno, nel suo blog ha censurato gli attacchi a Susanna Ronconi, parlando esplicitamente di «caccia all’uomo». In questo caso, peraltro, si tratta di «caccia alla donna», elemento che forse c’entra qualcosa con il particolare e ricorrente accanimento proprio nei suoi confronti.
Negli anni scorsi, numerosi opinionisti ed esponenti di partiti avevano sostenuto che gli ex terroristi andavano dissuasi dal parlare, scrivere, presenziare, occuparsi di politica, essere impiegati in enti pubblici o istituzioni. Ora, con la vicenda di Lodi, pare essere stata introdotta una proibizione extra legem ancora più drastica: gli ex terroristi non devono, tout court, più poter lavorare.
Noi pensiamo che ciò non sia né giusto né accettabile in uno stato democratico e di diritto.
A distanza di oltre 30 anni non si riesce ancora a voltare la dolorosa pagina dei conflitti armati degli anni Settanta e ogni tentativo di storicizzazione e riconciliazione è rimasto arenato e bloccato dai contrasti, dalle miopie e anche dalle strumentalizzazioni politiche.
Per ricomporre quelle fratture e, per quanto possibile, sanare quelle sofferenze è probabilmente troppo presto. Oppure troppo tardi. Ma non possiamo rassegnarci alla vendetta senza fine e all’imbarbarimento di regole e sentimenti pubblici.
Chiediamo a tutti di aderire a questo testo, in solidarietà con Susanna Ronconi e con quanti altri venissero a trovarsi in analoga situazione.
Primi firmatari:
don Luigi Ciotti (Presidente Gruppo Abele e Libera), Paolo Beni (Presidente ARCI), Lucio Babolin (Presidente CNCA-Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), Patrizio Gonnella (Presidente Antigone), padre Camillo De Piaz, Franco Corleone (segretario Forum Droghe), Grazia Zuffa (direttrice “Fuoriluogo”)
Le adesioni possono essere comunicate a: gruppoabele.milano@fastwebnet.it o a appelli@fuoriluogo.it, specificando le aventuali qualifiche o appartenenze
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