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L’ipocrisia sulle carceri

Si parla di carcere e la Lombardia sembra fare sempre bella figura grazie a opera e bollate, ma quanto sta investendo per il ri-inserimento degli ex-carcerati e di coloro che sono in procinto di uscire? Poco, molto poco.

Alfano ha annunciato di voler portare oggi lo stato d’emergenza per la situazione nelle carceri in Consiglio dei Ministri. Naturalmente più posti in carcere e carceri più facili da costruire. Ieri Roberto Codazzi sul suo blog ha analizzato la situazione lombarda.

(via fioreblog)

Aldo Bianzino, una morte da non insabbiare

Oggi, venerdì 11 dicembre, ci sarà l’udienza per l’opposizione alla richiesta di archiviazione per l’accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti. L’articolo di Patti Cirino per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 10 dicembre 2009.

Ti sbattono in galera che sei una anima bella
diventi un corpo inanimato in cella
Ricordo Aldo Branzino era un falegname
Nel suo casolare a chi faceva del male
?
(Assalti Frontali, Mappe della Libertà)

aldo-bianzinoNomi. Alberto Mercuriali, Nicola Tommasoni, Abdul Gibre, Riccardo Raisman. Nomi ostaggio di reticenze, impunità, ipocrisie. Nomi. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandri, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino. Nomi che bussano alle porte della coscienza e della memoria collettiva. Nomi scritti su fredde richieste d’archiviazione. Nomi rinchiusi tra le carte degli scaffali degli uffici giudiziari. Nomi che non vogliamo dimenticare. Nomi e storie di violenza proibizionista, indagini inquinate e istruttorie lacunose, verità insabbiate e circostanze anomale da approfondire, diritti negati e informazione tagliata. Storie imbastite di retorica securitaria, di proclami di guerra ai consumatori, di tolleranza zero.

Storie di stato in attesa di veder chiariti, in ogni punto, i motivi, le dinamiche, le cause e le responsabilità di queste morti misteriose. Storie in attesa di verità e giustizia.

Storie come quella di Aldo Bianzino, falegname residente a Pietralunga, arrestato per coltivazione e detenzione di marijuana e trovato morto, alle 8 di mattina del 14 ottobre 2007, nella cella numero 20 sezione 2B, presso la casa circondariale di Capanne, alla periferia di Perugia, dove era detenuto da meno di 48 ore.  Morto. Di carcere. Di aneurisma cerebrale. Di silenzio e impunità. Di allarme sociale. Di violenza. Di indagini lacunose. Di oltraggio fisico e morale. Nudo.

Il 25 novembre scorso, all’udienza preliminare ordinaria il gip Marina De Robertis ha rinviato a giudizio per reiterata omissione di soccorso, omissione di atti di ufficio e falsificazione di registri l’agente di polizia penitenziaria addetto alla sorveglianza di Aldo. Ha inoltre ritenuto ammissibile che l’associazione “Verità e giustizia per Aldo Bianzino” si costituisca parte civile al processo, nonostante il parere contrario (“carenza di legittimazione attiva”) del pubblico ministero Giuseppe Petrazzini. Lo stesso magistrato inquirente che emise l’ordinanza di perquisizione della casa di Bianzino e ordinò e convalidò l’arresto di Aldo e della sua compagna Roberta; che decise l’autopsia, affidando le indagini al corpo di polizia penitenziaria, lo stesso corpo indagato per omissione di soccorso; lo stesso magistrato che ha richiesto l’archiviazione del fascicolo aperto per omicidio volontario contro ignoti.

Ma perché non si è prestato soccorso ad Aldo, perché si sono falsificati i registri del carcere per nascondere quanto è accaduto?

Il pm Petrazzini sostiene che “le indagini non evidenziano, anche nella forma del minimo sospetto, l’esistenza di aggressioni né di occasioni in cui le stesse potessero essersi verificate”. Eppure l’autopsia ha riscontrato una lesione epatica ed esiste una perizia medico legale che recita così: “La lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo”. Si può dunque escludere che la lesione al fegato sua stata provocata dai tentativi di rianimazione di Bianzino, come invece ipotizza il pm per escludere l’aggressione.

Ci sono molti altri punti oscuri e lacune nelle indagini: la cella e gli oggetti ivi contenuti non sono stati sottoposti a sequestro; non sono state disposte l’ispezione e il sequestro della cella né sono state prese le impronte digitali; dai filmati delle videocamere dell’istituto di pena appare un individuo (in tuta mimetica) mai identificato.

E ancora. Perché risulta che Aldo sia stato ricoverato in infermeria una sola volta quando un teste sostiene di averlo visto uscire dalla sua cella due volte?

Domani, venerdì 11 dicembre, ci sarà l’udienza per l’opposizione alla richiesta di archiviazione per l’accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti. L’associazione sarà presente con un presidio davanti al tribunale di Perugia.

E quando ci incontriamo non c’è resa e in strada ogni volta si rinnova l’intesa, la libertà dove sta, la trovi nella mappa non restare tra la gente distratta.

(Info: http://veritaperaldo.noblogs.org)

Intervista alla sorella di Stefano Cucchi

Dal blog di Beppe Grillo l’intervista alla sorella di Stefano Cucchi (via blogbabel).

Carcere e droga, apriamo le porte delle comunità

L’articolo di Cecco Bellosi, Coordinatore delle comunità dell’Associazione Comunità Il Gabbiano onlus, sull’appello “Potenziamo le misure alternative, liberiamo i tossicodipendenti” che trovate su www.fuoriluogo.it.

In tema di giustizia e carcere, a sinistra si usa spesso contrapporre un potere politico “cattivo” ad una magistratura “buona”. Non è così. Non c’è solo la legge Cirielli, voluta dal centro destra, che riempie le carceri di “poveracci”; vi sono alcuni magistrati di sorveglianza che affermano di non credere nel valore rieducativo della pena, negando nei fatti la possibilità di accedere alle misure alternative a molti detenuti che ne avrebbero diritto.
Ciò avviene anche per i detenuti tossicodipendenti. Nel nostro piccolo di associazione, armati dei nostri secchielli (di quattro comunità per persone con problemi di dipendenza), cerchiamo invece di svuotare il mare.
Nel 2006, le comunità del Gabbiano onlus hanno ospitato 193 persone: di queste, 76 erano in misura alternativa (63 in affidamento terapeutico e 13 in affidamento provvisorio). Nel 2008, sono state accolte 57 persone in misura alternativa (40 in affidamento terapeutico, 17 in affidamento provvisorio) e 5 agli arresti domiciliari. Complessivamente, 62 persone sono entrate in comunità provenendo dal carcere. Inoltre, nella casa alloggio per malati di Aids, sono ospitate due persone in libertà vigilata dimesse dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario: una di queste è tornata completamente libera da vincoli giudiziari solo dopo otto anni, quasi un ergastolo bianco.
Si conoscono le obiezioni, alcune scontate altre più incisive, all’accoglimento di detenuti in comunità.
Molti detenuti vogliono entrare in comunità solo per “scavallarsi” il carcere, si dice. A me sembra una buona e sana motivazione. Che può evolvere verso lo svolgimento di un programma comunitario efficace: con risultati migliori rispetto a quelli di chi sostiene di voler entrare in comunità con queruli piagnistei sulla consapevolezza degli errori commessi e sulla volontà di cambiare vita.
Ho citato i dati 2006, l’anno dell’indulto: su 46 persone in misura alternativa presenti al momento dell’approvazione del provvedimento, solo dieci, una volta liberi, hanno scelto di lasciare le comunità. E’ una quota del 22%, del tutto in linea con la percentuale fisiologica di abbandoni spontanei nel corso di un anno da parte di chi entra nelle nostre comunità senza vincoli giudiziari.
Un’altra obiezione è quella del possibile trasferimento in comunità della mentalità coatta: occorre in questi casi mettere in campo strumenti educativi di contrasto e di mediazione culturale. In ogni équipe delle nostre comunità è presente un ex detenuto di lungo corso per facilitare la comunicazione, la traduzione dei linguaggi, la sottolineatura delle differenze di contesto.
Una terza obiezione riguarda i limiti che la presenza di vincoli giudiziari pone alle attività comunitarie: in questi casi è necessario costruire programmi condivisi con gli assistenti sociali dell’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna e porsi come soggetti attivi nei confronti della magistratura di sorveglianza: le prescrizioni possono anche essere cambiate.
Non vorrei però che dietro queste obiezioni ci fosse il timore di doversi confrontare sui diritti delle persone. Su alcune questioni, come i colloqui con i familiari, la censura sulla posta, l’organizzazione subita dei tempi quotidiani, il carcere rispetta la persona più di molte comunità.
Un problema concreto è invece rappresentato da un effetto collaterale dell’innalzamento da quattro a sei anni di pena o residuo pena per accedere all’affidamento terapeutico, voluto dalla Fini- Giovanardi: può capitare che i programmi comunitari siano portati a termine non solo prima del fine pena, ma anche prima della possibilità di ottenere altre misure alternative. Per evitare la beffa del rientro in carcere, bisognerebbe applicare tempestivamente la norma sulla sospensione condizionale della pena prevista dalla legge antidroga (art.90).
Accogliere i detenuti in comunità non solo può avere un esito positivo, può anche accompagnare queste persone al reinserimento sociale e, in molti casi, ad un inserimento ex novo. Con il nostro piccolo secchiello, svuotiamo il carcere di 60-70 persone all’anno: se lo facessero con questa intensità altre 50 comunità, si potrebbero accogliere 3000 persone all’anno; se lo facessero cento comunità, si arriverebbe alla rispettabile cifra di 6.000-7.000 persone. Uomini e donne sottratti all’accanimento reclusorio di questi tempi.

Appello: le carceri scoppiano

Conferenza stampa di presentazione dell’appello Giovedì 1° ottobre ore 11.30, Camera dei Deputati, Sala del Mappamondo, Roma. Vai al Comunicato stampa.

LE CARCERI SCOPPIANO.
POTENZIAMO LE MISURE ALTERNATIVE, LIBERIAMO I TOSSICODIPENDENTI!

Le carceri italiane hanno rotto il muro del silenzio. I detenuti ammassati nelle celle hanno protestato contro la loro condizione. Oggi quasi 65.000 uomini e donne sono reclusi oltre ogni limite di capienza, per cui anche il Ministro della giustizia lamenta la situazione delle galere come fuori dalla Costituzione.
Il sovraffollamento non avviene per caso, ma a causa di leggi che hanno un nome (la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, quella sull’immigrazione e la legge Cirielli sulla recidiva) e per reati di irrilevante offensività sociale, come quello recentemente reintrodotto di oltraggio a pubblico ufficiale.
Da sola la legge sulle droghe riempie per la metà le carceri italiane. Anche gli autori della legge più punitiva dell’Europa unita si sono affannati in questi anni a sostenere che le persone tossicodipendenti non devono stare in carcere; invece accade il contrario.
L’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti può essere concesso quando la pena detentiva inflitta o residua non sia superiore a sei anni.
Sono oggi almeno diecimila i detenuti che si trovano in questa situazione ossia che stanno in carcere ma potrebbero usufruire di questa misura alternativa sulla base di un programma da intraprendere in comunità o presso il servizio pubblico. Un detenuto affidato in comunità costa più o meno 18 mila euro annui (all’amministrazione penitenziaria costa il triplo). Con 180 milioni di euro a disposizione le regioni italiane potrebbero pagare le rette in comunità per diecimila detenuti tossicodipemdenti oggi inspiegabilmente in carcere. Con la stessa cifra si costruirebbero al massimo tre carceri che darebbero spazio a circa 600 detenuti nel 2019 (dieci anni è la media italiana di tempo per la costruzione di un nuovo istituto). Se usati invece per liberare i tossicodipendenti si darebbe l’avvio a un processo di vera decongestione del sistema penitenziario.
Chiediamo ai responsabili del Governo e delle Regioni di predisporre un piano immediato di risorse, a partire da quelle inutilmente congelate da troppi anni nella Cassa delle ammende, per garantire l’applicazione delle norme previste per l’affidamento speciale dei detenuti tossicodipendenti e ogni altra misura idonea a potenziare il circuito delle misure alternative alla detenzione.
Chiediamo una applicazione estesa delle misure alternative, dal lavoro esterno alla semilibertà, attraverso un piano di lavori socialmente utili, impegnando le persone nella tutela dell’ambiente, del verde pubblico, nell’agricoltura, nelle zone di montagna abbandonate.
La risposta non può essere affidata all’edilizia penitenziaria, alla costruzione di nuove carceri, alla faraonica pretesa di costruire per il 2012 quindicimila nuovi posti nelle carceri italiane, dissipando ingenti risorse economiche per un risultato che già oggi sarebbe insufficiente a ricondurre nella legalità le carceri italiane.
Pretendiamo piuttosto la ristrutturazione del patrimonio esistente per renderlo coerente con i principi definiti con chiarezza assoluta dalla Costituzione per definire il senso della pena e per garantire la risocializzazione, nel rispetto dei diritti previsti dalla Riforma penitenziaria del 1975 e dal regolamento del 2000, affinchè la pena sia scontata in condizioni di umanità e dignità come previsto dalle Convenzioni internazionali.
Questo non vuole essere un generico appello, ma il primo anello di una catena di azioni pubbliche e collettive per rivendicare l’urgenza di impegni concreti e credibili.
Il Governo, le Regioni e gli enti locali possono e devono costruire una manovra coordinata per predisporre un calendario operativo di dimissioni di tutti i detenuti che, a vario titolo, hanno diritto alle misure alternative coinvolgendo associazioni, volontariato, comunità disponibili al cambiamento possibile.

Promosso da:
Forum Droghe, Antigone, Gruppo Abele, Arci, La Società della Ragione, Ristretti Orizzonti, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento nazionale dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale, Conferenza nazionale volontariato giustizia, Cnca nazionale, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Fondazione Basaglia, Cooperativa Cat (Firenze)

Prime adesioni
Stefano Anastasia, Sergio Alberti, Beatrice Bassini, Paolo Beni, Rita Bernardini, Stefano Bertoletti, Giorgio Bignami, Gianluca Borghi, Giuseppe Bortone, Stefano Cecconi, Claudio Cippitelli, Luigi Ciotti, Maurizio Coletti, Franco Corleone, Sandro Del Fattore, Andrea Gallo, Maria Grazia Giannichedda, Patrizio Gonnella, Leopoldo Grosso, Franco Marcomini, Sandro Margara, Bruno Mellano, Patrizia Meringolo, Mariella Orsi, Pier Paolo Pani, Livio Pepino, Morena Piccinini, Stefano Regio, Susanna Ronconi, Fabio Scaltritti, Sergio Segio, Maria Stagnitta, Franco Uda, Stefano Vecchio, Grazia Zuffa

Per aderire compilate il form qui sotto (riceverete una mail per confermare la sottoscrizione ed evitare abusi).

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Leonardo Fiorentini, mariapia passigli, redazione Fuori Binario, Alessio Garofalo, davide toschi, Non pubblicato, Paolo Severi, Emanuela Terzian, Non pubblicato, danilo sandalo, Filippo Franchetto, Massimiliano Mastellaro, Liz O\'neill, leonardo galloppa, Monica Zucchetti, elia de caro, lorenzo lanzoni, Lorella Sanguanini, Benetti Gabriele, salvuccio iacono, davide torsani, Luigi Bozzetti, Galdino Robustelli Test, elisabetta polatti, Federica Fioretti, Andrea Michelazzi, Enrica Recanati, Elena Gimelli, giovanna canigiula, luigi paganelli, daniela marendino, Antonino Di Girolamo, Enrica Paccoi, Luisa Acerbi, enrico fletzer, Sabrina Penon, Flavia D\'Avanzo, Nino Ansaldo Patti, stefano petrella, Marco Favazza, riccardo fabbrini, Enrico Bongiolatti, Licia Rita Roselli, elia moretti, massimo lorenzani, giorgio roversi, franco vanzati, Marina Pensa, Alfonso Marzocchi, Stefano Cecconi, Matteo Zanibelli, Non pubblicato, Francesca Belotti, Patrizia Costantini, cinzia paltenghi, associazione loscarcere lodi, Alessandra Maneschi, Non pubblicato, Non pubblicato, Anita Maugeri, edoardo bottini, enrico frate, Bruno Mellano, Giulio Manfredi, Alberto Giust, Antonella Casu, claudia pagliano, stefano turi, Maria Teresa Menotto, Il granello di senape Venezia, maria chiara buffa, Fabrizio Franchellucci, katia scaglia, samantha cheli, Roberto Spagnoli, luca Borello, isio maureddu, alberto ventrini, Jolanda Casigliani, Alessandro Litta Modignani, Gianfranco Spadaccia, EMANUELE IANNARELLI, Donatella Poretti, Massimiliano Iervolino, Alessandro Rosasco, maria grazia caldirola, Cristina Scagliarini, aldo valenti, Non pubblicato, Antonio Leo, ALESSIO SEMPRINI, Concetta Esposito, Alice Spalletta, Alessandro Buttafuoco, Franca M.Catri, Juan Carlos Jordan, Elisabetta Fabiani, carla costa, Franco Cilenti, maurizio baruffi, Gianni Pizzini, alessandro cristofaro, alessandro borgini, Roberto Ricci, G.M, Lamberto Iannucci, Sara Mariano, valentina pesarin, Pierugo Bertolino, Leonardo Annulli, alessandro zolo, Silvio Giordano, Fiorenzo Mancinetti, maarina flank, Non pubblicato, Joli Ghibaudi, angela pallone, Tamara Izzi, Matteo Congedo, mario cesari, Paolo Cimini, Silvia Guerrini, Andrea Fallarini, Arianna Cavallo, Cinzia Sbardella, Elvio Ghigliordini, Anna Bassanelli, Maurizio Casetta, Adriana Filip, Luisa Tomasi, Giorgio Tomasello, Andrea Sciarnè, Elisabetta Rossi, Non pubblicato, Paola Matteo, giuseppe di pino, Luca Nanfria, Rosalba Altopiedi, margherita celano, Lucio Bertè, Luna D\'Ambrosio, Vittorio Agnoletto, Roberto Potrich, Non pubblicato, cristina stella, rosella chirizzi, Daniele Pulino, Giuseppe Pompilio, Non pubblicato, maria palma (lella) giorgetti, Francesca Piervenanzi, il marXigliese, maurizio de zordo, stefano di puccio, Francesca Vianello, luca bacchetta, maurizio contursi, Sergio Tatarano, roberto trerè, Fabio Ferrari, Non pubblicato, lorena splendori, Anna Perone, bigi anna, Giuseppe Fornaro, Gemma Marino, giovanni capelli, Mario German De Luca, Sandra Bettio, Laura Maccarrone,

64.000 in carcere… e le misure alternative con il contagocce

Oggi vediamo gli effetti di una folle campagna securitaria, imposta dalla politica. Domani ci sarà da pagare un conto molto molto salato, in termini economici e sociali. Pubblichiamo il comunicato stampa di Francesco Morelli (Centro Studi di Ristretti Orizzonti).

Settembre è iniziato con l’ennesimo “record” negativo per le carceri italiane: i detenuti sono oramai 64.000. L’aumento dall’inizio del 2007 è stato di 25.000 persone, molte di più dei posti che dovrebbero essere creati dal “piano carceri”, che dovrebbe essere discusso in Consiglio dei Ministri entro la metà del mese.
Un “piano” che dovrebbe portare alla creazione di 17.000 nuovi posti detentivi, con una spesa di circa un miliardo e mezzo di euro. Ma i soldi a disposizione, a conti fatti, sono soltanto 320 milioni (200 arrivano dal F.A.S. e 120 dalla Cassa delle ammende), per il resto il Governo conta di ottenere l’aiuto dei privati (Confindustria?) e dell’Unione Europea, ma da entrambi finora non sono arrivate parole chiare… piuttosto dei “vedremo” e “se ne parlerà”.
Entro il 2012, comunque, il Governo conta di avere portato a termine il “piano straordinario di edilizia penitenziaria”… affidandosi alla speranza che i cantieri funzionino come orologi svizzeri e che i detenuti, nel frattempo, non siano diventati 90 o 100mila!
Naturalmente nessuno ha pensato che, oltre a costruire nuove celle, si porrà il problema del mantenimento e della sorveglianza dei 20-30 mila detenuti in più “ospitati” nelle galere. Per chi non lo sapesse, il costo medio giornaliero di un detenuto si aggira sui 150 euro, per cui è facile calcolare quanto costerà questo ampliamento del sistema penitenziario: ogni anno servirà un altro miliardo e mezzo di euro, per il funzionamento “a regime”… e almeno 10.000 agenti in più, oltre che a centinaia e centinaia di nuovi impiegati, educatori, dirigenti, etc.

Per la disastrata economia italiana, insomma, un bel “salasso” di cui non ci sarebbe bisogno.

Perché una diversa soluzione sarebbe possibile e in molti – almeno a parole – concordano: le “misure alternative” alla detenzione sono più efficaci in termini di riduzione della recidiva, costano di meno, consentono alle persone condannate di fare qualcosa di utile per la società e le vittime dei reati, e così via…
Purtroppo queste rimangono mere dichiarazioni di intenti, perché alla prova dei numeri ci accorgiamo che dopo l’indulto del 2006 le misure alternative sono state concesse con il “contagocce”: in 3 anni i detenuti sono passati da 37.000 a 64.000 (aumentando di ben 27.000), mentre i condannati a pene extra-carcerarie sono rimasti intorno ai 10.000, nel bilancio tra le misure “esaurite” e quelle che sono iniziate.
La folle campagna securitaria – imposta dalla politica per ragioni che hanno poco a che vedere con la repressione della criminalità – oggi sta dispiegando appieno i suoi effetti sul sistema giudiziario e penitenziario, ma domani presenterà “il conto” dei costi economici e sociali, e sarà un conto molto molto salato.

Ferragosto in carcere

BXP35776Venerdì 14, sabato 15 e domenica 16 Agosto deputati, senatori e consiglieri regionali di tutti gli schieramenti politici, assieme ai garanti per i diritti delle persone private della libertà, visiteranno tutti i 205 Istituti Penitenziari italiani per una ricognizione approfondita della difficilissima situazione delle carceri italiani. L’iniziativa è promossa dai Radicali “per conoscere meglio e direttamente come vivono la realtà quotidiana direttori, agenti, medici, psicologi, educatori e detenuti e per essere così capaci di interpretare i bisogni e di proporre le soluzioni legislative e organizzative adeguate, sia immediate che a medio e lungo termine“.

Nell’appello lanciato sul sito dedicato all’iniziativa i Radicali chiedono anche che “gli istituti penitenziari possano essere non solo luogo di espiazione della pena ma realizzare a pieno i valori sanciti dall’art. 27 della Costituzione Italiana secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato mentre, per quel che riguarda tutti i lavoratori che prestano la loro attività ad ogni livello negli istituti carcerari, devono essere garantite condizioni di lavoro moralmente, socialmente ed economicamente adeguate ai profili professionali ricoperti, che diano il giusto riconoscimento ai compiti di esemplare responsabilità espletati e che consentano di dare completa attuazione ai risultati delle rivendicazioni e delle conquiste, purtroppo oggi ancora in larga parte disattese.

L’iniziativa si protrarrà per 3 giorni, con i Garanti dei detenuti Giorgio Bertazzini (a Milano), Federica Berti (a Ferrara), Desi Bruno (a Bologna), Franco Corleone (a Tolmezzo), Mario Fappani (a Brescia) e Livio Ferrari (a Rovigo) ci saranno cento parlamentari e oltre cinquanta consiglieri regionali.

Per l’elenco completo delle adesioni e l’agenda delle visti potete consultare il sito: http://www.radicali.it/italia_carceri_elenco2.php

La Corte di Strasburgo condanna l’Italia per trattamento inumano di un detenuto.

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per «trattamenti inumani e degradanti» nei confronti di Izet Sulejmanovic, detenuto  a Rebibbia tra il novembre 2002 e l’aprile 2003:  Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno…

Dal Corriere della Sera:

L’associazione antigone: «Lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro»
Sovraffollamento carceri, l’Italia condannata a risarcire un detenuto
La decisione della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo: 1000 euro per trattamenti inumani

STRASBURGO – L’Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. A stabilire che Izet Sulejmanovic, condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di «trattamenti inumani e degradanti» è la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sulla base del ricorso presentato dal detenuto. Tra il novembre 2002 e l’aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

STANDARD – La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto è poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell’ottobre del 2003. Per questo la corte ha condannato l’Italia a un risarcimento di mille euro nei confronti di Sulejmanovic.

NUMERI – Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, sono 63.587 i detenuti nelle carceri italiane. Il sovraffollamento resta insomma un problema aperto. I dati resi noti solo a metà giugno dal Dap segnalavano un totale di 63.416 detenuti. Le ultime rilevazioni, che il ministero della Giustizia ha pubblicato sul proprio sito, indicano quindi un ulteriore aumento di oltre 170 reclusi. Numeri di questa entità non si sono mai registrati dal dopoguerra a oggi. Non solo. La metà dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Le cifre comunicate dal ministero indicano infatti che su un totale di 63.587 reclusi, 30.436 sono in carcere in qualità di imputati, e quindi in via cautelare in attesa del processo, e altri 31.192 sono invece già stati condannati. Gli internati per motivi psichici sono 1.820. La posizione di altri 139 detenuti, infine, risulta ancora da classificare. Da un punto di vista territoriale, è la Lombardia la regione con il maggior numero di reclusi, con 8.455 persone in carcere. Seguono la Sicilia (7.587) e la Campania (7.437). Il Sappe lancia l’allarme, denunciando come la situazione delle carceri sia, in alcune regioni, ampiamente oltre il limite. Secondo il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria le strutture detentive italiane «si sono ridotte a meri depositi di vite umane» e sono ben 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto. Altre due, inoltre, la Lombardia e la Basilicata, sono al limite. Tutto ciò a fronte di una pesante carenza di organico nelle file della polizia penitenziaria. «A livello nazionale – sottolinea il segretario, Donato Capece – sono in totale in servizio 35.300 persone» che devono fare i conti con «turni di servizio, piantonamento, servizio di traduzioni, riposi e assenze».

INDENNIZZI – «Poiché in Italia i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità – dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione ‘Antigone’ che si batte per i diritti nelle carceri, commentando la notizia della condanna – lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi». «La condanna dell’Italia da parte della corte dei diritti dell’uomo impone al governo soluzioni definitive per le carceri – dice Gonnella – e mette definitivamente fuori legge l’attuale gestione del sistema penitenziario».

L’AVVOCATO – «La Corte europea – dice invece l’avvocato Alessandra Mari -ha affermato che il sovraffollamento delle carceri rappresenta un trattamento inumano e degradante: è un principio importante e fondamentale, ed era proprio questo l’obiettivo del ricorso». Il ricorso, spiega l’avvocato che assieme al collega Nicolò Paoletti ha seguito la vicenda, è stato presentato nel 2003, subito dopo la scarcerazione di Sulejmanovic. Ed è stato lo stesso cittadino bosniaco a volerlo presentare, visto che già una volta la Corte europea gli aveva dato ragione. A marzo del 2000, racconta infatti l’avvocato Mari, «Sulejmanovic e un’altra cinquantina di rom di origine bosniaca che vivevano in un campo nomadi a Roma, ricevettero un ordine di espulsione dall’Italia: imbarcati su un volo, furono tutti riportati in Bosnia». In quell’occasione Sulejmanovic si rivolse alla Corte Europea che, due anni dopo, gli diede in parte ragione dichiarando il suo ricorso ammissibile. La vicenda, prosegue il legale, si concluse con un accordo amichevole tra il governo italiano e i cinquanta rom, che consentì loro di rientrare nel nostro paese. In Italia però Sulejmanovic aveva alcune pendenze penali da scontare e così finì a Rebibbia. «Altri stati europei erano stati condannati per il sovraffollamento e ora il fatto che la Corte europea si sia pronunciata anche sull’Italia – ribadisce l’avvocato Mari – apre la strada a decine di ricorsi anche nel nostro paese».

IONTA – Franco Ionta, capo dell’attuale Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, evita di commentare la sentenza ma si limita ad osservare che «i mille euro sono di equo indennizzo perché l’arco temporale sofferto dal ricorrente è stato molto limitato. La condizione carceraria del bosniaco, tra l’altro, viene definita più che accettabile (anche dal punto di vista dell’assistenza sanitaria) visto che il detenuto trascorreva almeno dieci ore al giorno fuori dalla cella per svolgere altre attività. Personalmente non mi risultano ricorsi dello stesso genere pendenti davanti alla Corte di Strasburgo e non credo che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia».

Le reazioni.

Radicali; il Capo Dap Franco Ionta si deve dimettere
“Se davvero il dott. Ionta ha detto ai giornalisti di non credere “che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia”, occorrono le sue immediate dimissioni e la sua immediata sostituzione al fine di governare la drammatica situazione delle carceri”. Lo dichiarano Rita Bernardini, deputata radicale eletta nel Pd e membro della Commissione Giustizia della Camera e dell’avv. Giuseppe Rossodivita, segretario del Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei, in merito alle dichiarazioni del Capo del Dap sulla condanna inflitta della Corte di Strasburgo allo Stato Italiano per le condizioni relative alla detenzione patita dal detenuto bosniaco, ristretto in condizioni inferiori agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. “Il dott. Ionta – continuano gli esponenti radicali – mostra di non conoscere la realtà di un sistema carcerario al collasso, che ogni giorno infligge ai detenuti, circa la metà dei quali presunti innocenti, pene ulteriori, rispetto alla privazione della libertà cui sono sottoposti” e “mostra di non ascoltare il grido di allarme proveniente dagli operatori della polizia penitenziaria, il dott. Ionta mostra di non credere neppure a quello che dice il suo ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che già da diverse settimane ha ammesso e confessato che le carceri italiani e le condizioni cui sono costretti i detenuti sono fuori dalla legge e dalla Costituzione”. I numeri precisi sulle carceri, aggiungono Bernardini e Rossodivita, “li avremo dopo la tre giorni di Ferragosto in cui i Radicali Italiani stanno organizzando la più imponente visita ispettiva nelle carceri italiane, con oltre cento deputati, eurodeputati e consiglieri regionali di tutte le forze politiche che hanno già dato la loro disponibilità a visitare le oltre 200 carceri della penisola”.

Nieri (Lazio); noi inviteremo i detenuti a fare ricorso
“Nei prossimi giorni visiteremo le carceri del Lazio per verificare se esistono altri casi simili a quello del detenuto bosniaco Izet Sulejmanovic per il quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso una sentenza di condanna nei confronti dell’Italia per “trattamenti inumani e degradanti”. È quanto dichiara l’assessore al Bilancio della Regione Lazio Luigi Nieri. “È inaccettabile, infatti, secondo Neri, che un essere umano possa trascorrere i propri giorni in meno di 3 metri quadri. Si tratta di una pena accessoria lesiva della dignità della persona”. “Laddove dovessimo riscontrare situazioni analoghe – aggiunge l’assessore- inviteremo i detenuti a fare ricorso alla Corte Europea. Sono sicuro che sono molti i detenuti delle carceri laziali che vivono in queste condizioni, visto l’alto tasso di sovraffollamento di istituti come quelli di Viterbo e Latina, che ho recentemente visitato”. “Voglio infine ricordare al Sindaco di Roma Gianni Alemanno – continua – che la costruzione di nuove carceri non può essere la soluzione del grave sovraffollamento, vista la crescita esponenziale della popolazione detenuta”. “Il Governo – conclude Nieri – pensi piuttosto a mettere mano a leggi come quelle sulla droga e sull’immigrazione”.

Antigone; “mai così grave” la situazione nelle carceri

Quella che si sta vivendo nei penitenziari italiani “è la situazione più grave di sempre, in alcune carceri la normalità è avere letti a tre piani, e si riesce con grande difficoltà ad avere spazi di vita quotidiana”. Lo afferma il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, rilevando che la situazione italiana “si è trascinata fino ad avere una sentenza di condanna inequivocabile, basata sugli standard europei. Ci sono altri 63.500 detenuti che potrebbero chiedere un indennizzo e ottenerlo”. Gonnella chiede che ci sia una “giustizia meno discriminatoria”: nelle nostre carceri, osserva, “il 51% dei detenuti sono in custodia cautelare, un dato che solo in Turchia è superiore al nostro”. Altissimo, poi, sottolinea ancora il presidente di Antigone, è il numero degli stranieri in cella “poiché in Italia nei confronti degli immigrati si fa ricorso solo alla misura cautelare in carcere”. Tale ondata di sovraffollamento, aggiunge, “non si risolverà con piani di edilizia penitenziaria da realizzare in tre anni e senza previsione di fondi”, riferendosi al piano che il capo del Dap Franco Ionta sta mettendo a punto su incarico del Guardasigilli Angelino Alfano.”Speriamo regga la legge Gozzini – conclude Gonnella – che è l’unico strumento che impedisce le rivolte. Servono più misure alternative, ma anche una riduzione dei tempi di custodia cautelare e delle pene per spaccio da parte dei tossicodipendenti. Inoltre, non va previsto il carcere per lo straniero che non ottempera al decreto di espulsione, mentre bisognerebbe porre un limite agli ingressi in carcere oltre un certo numero di detenuti già presenti: insomma, come si fa in America, creare delle liste d’attesa, disponendo nel frattempo gli arresti domiciliari”.

Alemanno; situazione critica, costruire nuove carceri

“La situazione carceraria in Italia continua a essere critica. Bisogna costruirne di nuove, perché c’è una situazione di sovraffollamento che rappresenta un supplemento di pena che va al di là di quelli che sono i termini della Costituzione”. Lo ha affermato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenendo oggi alla sigla dell’accordo tra il Campidoglio, la multi-utility capitolina Ama e il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap). Il protocollo prevede il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti impegnati nel recupero del patrimonio ambientale di Roma. Secondo il sindaco, “bisogna rendere più efficace il sistema carcerario perché spesso molte scarcerazioni facili vengono giustificate, in maniera sbagliata, proprio per il sovraffollamento. Dobbiamo avere un sistema carcerario più efficiente – ha detto Alemanno – sia per garantire i diritti delle persone sia la sicurezza dei cittadini”. Il protocollo presentato oggi in Campidoglio prevede l’utilizzo di 20 detenuti del carcere di Rebibbia come spazzini il giorno di Ferragosto. L’accordo vedrà una prima fase di formazione dei detenuti, della durata di quattro ore, svolta da personale Ama nello stesso carcere romano. Il 15 agosto, invece, i 20 volontari, divisi in due turni, dalle 8 alle 11 saranno impegnati nel IV Municipio nella pulizia dei giardini di Via Val Padana, mentre nel V Municipio, ripuliranno l’are di fronte alla stazione della metropolitana di Santa Maria del Soccorso.Insieme ai detenuti ci saranno anche operatori del Comune di Roma e tecnici Ama che forniranno supporto organizzativo e anche attrezzature e i mezzi per la raccolta e la rimozione del materiale. Il servizio di vigilanza e controllo sarà garantito dal Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria. I detenuti-volontari, oltre a percepire un rimborso pari a 7,5 euro l’ora, potranno anche usufruire dei benefici previsti dalla legge penitenziaria come il permesso premio o il lavoro esterno al carcere. Ama, infine, provvederà alla copertura assicurativa e previdenziale dei detenuti.”Nel momento di massima pausa dal lavoro – ha detto il primo cittadino – scendono in campo i detenuti: è un’immagine bella e simbolica di quello che accadrà grazie a questo protocollo. Ci auguriamo si possa arrivare a un uso sistematico dei detenuti per la pulizia della città e la lotta al degrado, che ci consentirebbe di abbattere i costi e aprire un canale di avviamento al lavoro e al reinserimento nella società. Speriamo di essere la prima città in Italia a passare dalla sperimentazione a un loro impiego stabile”. A chi gli chiedeva se questo accordo potesse essere una delle pene alternative da comminare ai bulli ai o ai writer che imbrattano i muri della Capitale, Alemanno ha spiegato che, “questa era l’idea. Ma ci vuole una modifica di legge. Il modo migliore per punire i bulli e chi fa le scritte sui muri è costringerli a ripulire e a risistemare l’area che hanno devastato. Ma sono necessarie leggi su cui il governo sta faticosamente cercando di trovare una soluzione”.