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Obama e le droghe, il cambiamento c’è

Grazia Zuffa commenta i provvedimenti del 2009 del Presidente Obama su droghe e HIV. Dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 6 gennaio 2010.

Nonostante gli avvoltoi e altri uccelli del malaugurio, per il presidente Obama il 2009 si chiude con successo. Dopo la vittoria epocale per la sanità, ha vinto un’altra battaglia, forse altrettanto importante e di sicuro non meno controversa – seppur fuori dai riflettori mediatici: dopo ventuno anni, il Senato ha tolto definitivamente il divieto al finanziamento federale dello scambio siringhe per i consumatori di droga per via iniettiva; due giorni fa, lo stesso Obama, annunciando la fine del divieto di ingresso nel paese alle persone con Aids – anch’esso in vigore da venti anni- ha detto che il suo paese vuole diventare un leader mondiale nella lotta all’Hiv.
Per avere un’idea della portata storica del voto al Senato: vent’anni fa l’infezione Hiv si stava diffondendo in maniera esponenziale tramite gli aghi infetti e  già si sapeva che distribuire siringhe sterili era la sola forma efficace di prevenzione. Da qui negli anni ottanta è partita nel Nord Europa la cosiddetta riduzione del danno, per dare priorità alla tutela della vita sulla “lotta alla droga”. Negli stessi anni, l’America reaganiana della war on drugs imboccava la via opposta e metteva al bando lo scambio siringhe. Le centinaia di migliaia di persone infettate sono da annoverare fra le vittime della “guerra alla droga”: vittime di tutto il mondo, non solo americane, perché gli Stati Uniti hanno usato la loro influenza per imporre la linea “dura” a livello mondiale, con pesanti pressioni anche sulle Nazioni Unite. Perfino l’ultimo documento  Onu di indirizzo delle politiche globali, approvato a Vienna agli inizi del 2009, non reca traccia del termine “riduzione del danno”, grazie all’opposizione  determinante dei rappresentanti americani. E’ stata l’ultima imboscata perpetrata da un manipolo di  burocrati “giapponesi”, nelle more del passaggio di consegne all’amministrazione Obama.
Due mesi dopo, lo zar fresco di nomina, Gill Kerlikowske, in un’intervista allo Wall Street Journal, decretava la fine della war on drugs: “Hai voglia a spiegare alla gente che la guerra alla droga è una guerra al prodotto e non alle persone – ragionava lo zar – le persone la vivono come una guerra contro di loro. Ma in questo paese non facciamo guerra alle persone”.
C’è dello understatement nelle sue parole: la guerra alla droga è “vissuta” come una guerra alle persone perché è una guerra alle persone. Come ben sanno quei contadini sudamericani costretti ad abbandonare i campi bombardati dai pesticidi (che notoriamente non distinguono fra piante ed esseri viventi, fra coltivazioni legali e illegali); così come lo sanno le centinaia di migliaia di consumatori, di marijuana soprattutto, che ogni anno entrano nelle prigioni statunitensi per il solo fatto di usare droga.
Eppure la svolta simbolica c’è stata e il cambiamento è venuto di conseguenza, a tutti i livelli. Dopo trentacinque anni, lo stato di New York ha eliminato le famigerate Rockfeller drug laws che imponevano lunghe carcerazioni anche per i reati minori di droga. Subito dopo si è avverata un’altra promessa elettorale di Obama. Il dipartimento di Giustizia ha posto fine ai raid della polizia federale contro i medici e i pazienti che usano la canapa ad uso medico negli stati dove questo è consentito. Infine, il regalo di fine d’anno col via libera alla prevenzione dell’Aids.
Adesso, l’Amministrazione sta lavorando per superare la disparità di trattamento penale fra i reati per il crack e quelli per la cocaina. Le norme più dure per il crack non hanno alcuna giustificazione se non quella di colpire la minoranza afroamericana, dove il crack è più diffuso.
Le droghe devono diventare un problema di salute pubblica, non solo di giustizia penale: questa la sintesi del new deal americano per le droghe. Una linea di (prudente) riforma che la maggioranza dei paesi europei ha imboccato da tempo. Così come l’assistenza sanitaria per tutti, introdotta con tanta fatica da Obama, è stata in Europa la prima pietra del welfare, molto tempo fa. Per l’America liberista e puritana, ambedue le riforme sono oggi un approdo storico. L’influsso sul resto del mondo comincia a farsi sentire. In agosto, il vicino Messico ha depenalizzato l’uso personale di droga e lo stesso hanno decretato per la marijuana i giudici della Corte Suprema in Argentina. Per la politica delle droghe, il 2009 di Obama ha gettato i semi della pace.

Phelps e Obama, che scandalo!

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La foto qui sopra è come al solito destinata a far scandalo. Ma quello del nuotatore statunitense Michael Phelps è solo l’ultimo caso di atleta messo alla gogna per aver (forse) fumato cannabis. Recentisssimo in Italia il caso di Apodaca, cestista della Carife di Ferrara.

Lo scoop è del magazine britannico “News of the World” che ipotizza anche che il Re delle olimpiadi di Pechino – otto medaglie d’oro vinte – possa essere ora squalificato per doping, anzi per presunto doping visti i 1500 drug test “passati” dal campine statunitense…

La foto risale allo scorso novembre e sarebbe stata scattata durante una festa all’Università della Carolina del Sud cui il nuotatore avrebbe partecipato per incontrare un’amica: Phelps ha un bong in mano che avvicina alla bocca. Ed è subito scandalo.

Uno scandalo di proporzioni tali che potrebbe essere oscurato solo all fratellastro di Barck Obama arrestato in Kenya per consumo di cannabis (via notiziario aduc).

Obama nomina Ed Jurith nuovo zar antidroga ad interim

L’avvocato dell’Ufficio per le politiche sulle droghe della Casa Bianca (Ondcp), Edward H. Jurith, è stato nominato da Barack Obama nuovo zar antidroga ad interim. L’annuncio è stato dato dal presidente Obama il 20 gennaio, giorno del suo insediamento.
Ed Jurith – che ha preso il posto di Patrick M. Ward, nominato peraltro solo una manciata di giorni prima dal presidente uscente Bush – aveva ricoperto lo stesso incarico per quasi un anno nell’ultimo periodo della presidenza Clinton, lasciando poi il posto a John Walters nel dicembre 2001.
Il nuovo zar ricopriva l’incarico di responsabile dell’ufficio legale dell’Ondcp sin dal 1994; in precedenza aveva lavorato come responsabile dello staff e avvocato del Select Committee on Narcotics Abuse and Control presso la Camera dei Rappresentanti. Durante la sua permanenza al Congresso, Jurith ha contribuito a redigere le leggi contro l’abuso di droghe del 1986 e del 1988, che costituiscono due pietre angolari della politica federale sulle droghe.
Tra i compiti di Jurith all’Ondcp vi è quello di fornire pareri legali sull’osservanza della legge federale e sulla conformità ai programmi dell’Ondcp, tra cui la Campagna nazionale antidroga per i giovani.
In alcune occasioni Jurith ha rappresentato l’Ondcp in seminari pubblici, come un dibattito del dicembre 2008 sulla canapa medica con Dan Bernath di Marijuana Policies Project. “Jurith non ha mentito, non è stato arrogante” ha scritto Bernath sul suo blog dopo il dibattito. “Se non altro, le sue argomentazioni avevano delle basi giuridiche, anche se le ritengo troppo restrittive e non tali da giustificare il divieto per i malati gravi di utilizzare una medicina sicura ed efficace, per non parlare della loro incarcerazione. Ma si è dimostrato civile e riflessivo”.

Obama dice no alla legalizzazione della marijuana

La squadra di transizione di Barack Obama ha risposto alle domande piu’ frequenti dei cittadini poste sul sito change.gov. Eccone due riportate dal Notiziario Droghe Aduc:

Eliminerai il divieto di finanziamento federale sulle staminali embrionali nei primi 100 giorni della tua amministrazione?
Il Presidente eletto Obama e’ un forte sostenitore dei finanziamenti federali alla ricerca responsabile sulle staminali e si e’ impegnato ad eliminare le restrizioni imposte dal Presidente bush.

Prenderai in considerazione la legalizzazione della marijuana?
Il presidente eletto Obama non e’ favorevole alla legalizzazione della marijuana.

Il fallimento della war on drugs secondo gli elettori americani

Mentre in Italia San Patrignano si prepara a diventare la capitale antidroga, Zogby ha diffuso nei giorni scorsi un sondaggio fra gli elettori americani su numerosi temi, fra cui l’efficacia della war on drugs.

Beh, senza grandi sorprese per noi, i risultati ci dicono che oltre i tre quarti degli elettori USA considera la War On Drugs un fallimento. Questa percentuale è più alta fra i Democratici e scende, ma solo al 60%, fra gli elettori Repubblicani.

Riportiamo qui sotto la notizia dal Notiziario Aduc:

Usa. La guerra alle droghe e’ un fallimento per il 76% degli elettori
Secondo una indagine condotta da Zogby, tre elettori su quattro ritengono che la guerra alla droga sia un fallimento. Opinione condivisa dall’86% dei democratici, l’81% degli Indipendenti ed il 61% dei Repubblicani.
Alla domanda su quale sia il modo migliore per combattere i traffici internazionali, il 27% ha risposto proponendo la legalizzazione, di cui il 34% tra i sostenitori del candidato democratico alle presidenziali Barack Obama ed il 20% tra quelli del rivale repubblicano John McCain.
Un elettore su quattro (25%) ritiene che impedire l’accesso nel Paese alle droghe sia il modo migliore per combatterle: il 39% dei sostenitori di McCain e solo il 12% tra quelli di Obama.
Complessivamente, il 19% degli elettori ritiene che la domanda si riduca con la disintossicazione e l’educazione, e il 13% che sia importante prevenire la produzione nei paesi di origine.

I vicecandidati alla presidenza USA

Se dalla scelta di McCain per la candidata alla vicepresidenza USA Paulin commentata in giro per i blog molto possiamo intuire – e siamo certi che non scalfirà certo la linea ipocrita della war on drugs – più interesse ci puo’ essere sull’analizzare la scelta di sponda democratica.

Sul Senatore Joe Biden ci viene in aiuto Ethan Nadelmann, Direttore Esecutivo della Drug Policy Alliance Network che ricorda, in una e-mail inviata dalla convention democratica, le luci e le ombre del vice di Obama.

Biden è l’inventore del termine “drug czar“, un senatore di lungo corso che negli anni 80 “ha avuto un ruolo importante nell’introdurre le draconiane linee guida sulla condanna minima obbligatoria” che ha riempito le carceri americani di consumatori.

Ma Biden è anche colui che negli ultimi anni “ha avuto il coraggio e l’umiltà di ammettere aveva sbagliato” riportando il tema degli effetti della war on drugs (ed in particolare della disparità di trattamento penale fra crack e cocaina) all’attenzione dell’agenda politica statunitense.

Vedremo…

Ci scrive Nadelmann:

Dear Supporter,

I’m writing to you from Denver where I’m attending the Democratic National Convention (look for an email from me next week about the Republican National Convention). I thought you might be wondering how my colleagues and I feel about Sen. Barack Obama’s selection of Sen. Joe Biden as his running mate. Sen. Biden is unquestionably one of the chief architects of the modern war on drugs but also an unlikely ally in some of our most important fights. He has been at the center of many of our national campaigns — perhaps more so than any other senator.

In the 1980s, Sen. Biden played a major role in enacting the draconian mandatory minimum sentencing guidelines that have filled our prisons with nonviolent drug law violators. And he sponsored the law creating the Office of National Drug Control Policy (ONDCP) — he actually coined the term “drug czar” giving Bill Bennett and other drug war extremists a national stage and increased funding and power. In 2003, he passed the RAVE Act, which makes it easier for the government to prosecute bar and nightclub owners for the drug law offenses of their customers.

On the other hand, Sen. Biden has been a strong supporter of treatment and prevention. For instance, he was one of only five senators to vote against confirming President Bush’s drug czar, John Walters, who has a history of short-changing treatment. And he helped write the Drug Addiction Treatment Act, which makes it easier for family doctors to prescribe buprenorphine and other replacement therapy medications from their offices, taking the pressure off special treatment clinics.

Earlier this year, Sen. Biden surprised many by introducing legislation to completely eliminate the 100-to-1 crack/powder cocaine sentencing disparity, leapfrogging more modest reforms put forth by Sens. Kennedy, Hatch, Sessions and others. Like many senior members of Congress, Biden had voted for the legislation in the 1980s that created the disparity. Unlike most though, he has the guts and humility to admit he was wrong.

Sen. Biden’s groundbreaking bill has seven co-sponsors, including Sen. Barack Obama and Sen. Hillary Clinton. It is a sign of how politically popular drug policy reform has become among voters that a major presidential candidate not only co-sponsors a reform bill but nominates the bill’s sponsor as his running mate.  That Sen. Biden is willing to be on the same ticket with Sen. Obama, who has indicated he understands the war on drugs isn’t working and called for a new paradigm, may be evidence that his own views on drug policy are shifting.

The Drug Policy Alliance and Drug Policy Alliance Network’s relationship with Sen. Biden has certainly been rocky. We strongly opposed the RAVE Act, dubbing him the “Footloose senator” and leading a national grassroots campaign that forced him to change key elements of his bill. Now we’re working with him to eliminate the crack/powder disparity.

No matter who wins the White House in November or what positions they take, we’ll keep fighting for drug policies that are grounded in science, compassion, health and human rights. We’ll thank policymakers when they’re right and criticize them when they’re wrong. We’re glad you’re with us.

Sincerely,

Ethan Nadelmann
Executive Director
Drug Policy Alliance Network