I diritti alzano la voce
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Mauro Palma, Presidente del CPT (Comitato europeo prevenzione tortura) per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 febbraio 2010.
E’ certamente vero che non esistono misure o progetti che portino a cancellare del tutto il rischio di suicidio di chi, privato della libertà, è ristretto in un luogo chiuso al mondo esterno. L’atto del suicidio attiene alla sfera intima, personale, mai del tutto esplorabile e leggibile; attiene a una sofferenza e a una scelta che non sono mai dominabili attraverso sistemi di regole esterne e che, in quanto tali, vanno rispettate e discusse con pudore e senza facili scorciatoie interpretative. E’ anche vero che in nessuno dei sistemi detentivi europei, e certamente anche in quelli al di fuori del nostro continente, il numero dei suicidi è zero. Tuttavia queste sono verità parziali. Altre ci dicono che nelle carceri italiane lo scorso anno, e nell’avvio di questo, se ne è verificato un numero tale che indica una crescita allarmante del fenomeno, percentualmente tra i più alti in Europa; che questa impennata è segno ed effetto del negativo funzionamento di un’istituzione che si vorrebbe destinata al recupero sociale; e che per ridurne il numero molto si può e si deve fare, anche seguendo le tracce di altri paesi. L’estensione del fenomeno dell’autolesionismo e l’aumento del numero dei suicidi ci proiettano innanzitutto l’immagine di un mondo detenuto debole, prodotto di assenze d’intervento sociale e di una marginalità declinata penalmente e rigidamente affrontata con la detenzione.
In questo contesto, il carcere diviene un luogo di abbandono di ogni progettualità possibile, luogo ininfluente rispetto all’elaborazione culturale e alla decisione politica: se ne conoscono numeri, problemi e carenze, ma questi elementi non incidono nel formare pensiero collettivo. Per chi è in carcere questa percezione di essere nel luogo dell’ininfluenza sui processi reali e della mancanza di qualsiasi progettualità che non sia il mero contenimento è un fattore che incide sulla decisione di sancire definitivamente tali assenze; quindi, sul numero dei suicidi. Ogni suicidio in carcere ci interroga sulle nostre responsabilità e dà una indiretta immagine delle criticità e degli elementi patologici e patogeni di questa istituzione, perché rappresenta sempre il risultato di più incapacità: a leggere disagio e difficoltà, a prevenirne gli esiti più negativi, a dare sostegno adeguato. Quindi, non è possibile chiudere il problema come insito nella logica stessa della detenzione o nelle vicende umane difficili da cui proviene la gran parte dei detenuti. Abbiamo il dovere di capire le ragioni di numeri così elevati, di chiederci come intervenire, di riflettere sugli interrogativi che essi pongono. Gli interlocutori di questa riflessione sono molteplici e non si restringono a chi del carcere ha diretta responsabilità. Certamente questi sono i primi interlocutori e alcune indicazioni europee delineano linee d’intervento: la costruzione di équipe di accoglienza, composte di operatori con diverso profilo professionale; il potenziamento della comunicazione tra detenuto e staff, anche attraverso forme di rappresentanza; il passaggio da un modello de-responsabilizzante, in cui il detenuto è un soggetto passivo che deve chiedere per agire, a un modello di assunzione attiva di responsabilità; la scrupolosa rilevazione degli atti auto lesivi, nonché dei suicidi, e il loro utilizzo come casi d’analisi per la stessa formazione del personale, rompendo la tendenza a occultare e negare; la drastica riduzione delle forme d’isolamento del detenuto. Sono linee guida, che l’Italia dovrebbe attuare, che certamente non sanano le questioni a monte di politica penale, ma che, nel contesto dato, chiedono all’istituzione di agire al proprio interno al massimo delle possibilità per ridurre drasticamente il numero di suicidi. All’esterno, l’unico segnale positivo si è avuto lo scorso anno, quando il Comitato Nazionale di Bioetica ha inserito il tema dei suicidi in carcere nella propria agenda, avviando una serie di audizioni. Un segnale della consapevolezza sociale del problema, non più ristretto così a tema per specialisti o ad argomento da includere nel più generale tema del suicidio, senza evidenziarne la specificità del suo porsi nella privazione della libertà. Sarebbe importante avere gli esiti di tale lavoro, anche come apertura di una riflessione sulla responsabilità intrinseca di tutti i noi su quel numero alto di vite che si continuano a perdere dietro le sbarre.
Mentre le forze dell’ordine continuano la loro inutile, costosa e a volte pure ridicola guerra alla droga (soprattutto nei confronti della marijuana) la Magistratura con due recenti sentenze scardina alcuni principi della war on drugs italiota, in particolare per quel che riguarda il consumo di Canapa.
E’ di questa settimana la notizia della sentenza del Giudice del Lavoro di Avezzano che ha autorizzato la somministrazione di Canapa Terapeutica in un caso di sclerosi multipla, obbligando Azienda Sanitaria Locale a fornire canapa al paziente.
E di fine dicembre invece la sentenza del Tribunale di Milano del Tribunale di Milano che ha assolto un imputato reo di aver coltivato in giardino 7 piante di marijuana. L’importante sentenza del Giudice Salvini sulla coltivazione domestica di canapa la trovate on line in formato pdf su Fuoriluogo.it. Leggete l’articolo di Franco Corleone dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 febbraio 2010.
Andrà in onda nelle serate di Domenica 7 e Lunedì 8 su Rai1 “C’era una volta la città dei matti”, la fiction RAI incentrata sulla figura di Franco Basaglia accolta la scorsa settimana con 20 minuti di applausi al Bif&st Fiction di Bari. Protagonisti Fabrizio Gifuni e Valeria Puccini. On line la recensione di Toni Jop dall’Unità del 27 gennaio e la recensione da il Friuli.
E dal 9 al 13 febbraio 2010, proprio nell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni dove lavorò Franco
Basaglia, Trieste ospiterà l’incontro per una rete mondiale di salute comunitaria intitolato “Trieste 2010: che cos’è ’salute mentale’?” al quale parteciperanno operatori provenienti da oltre 40 paesi e da tutte le regioni italia. Sul sito ufficiale trovate programma e dettagli utili: www.trieste2010.net
Per quest’occasione Forum Droghe ha rivisitato il dossier su droghe, salute mentale e OPG che da oggi potete scaricare o leggere on line:
Per ulterioi approfondimenti:
Peppe Dell’Acqua scrive per la rubrica di Fuoriluogo in vista dell’appuntamento di Trieste 2010, 9-13 febbraio, parco culturale San Giovanni. (Info e programma: www.trieste2010.net)
Stiamo vivendo tempi d’indubbie difficoltà, per tutti. Per quanti come me vivono ciò che accade intorno alla salute mentale, i problemi appaiono evidentissimi nelle realtà locali, sostenuti da una grigia e preoccupante confusione a livello culturale, etico e politico. Il clima creato a sostegno delle politiche per la sicurezza giustifica il ritorno prepotente delle psichiatrie del pessimismo, del rischio e della pericolosità. La diffusione di pratiche sempre più disattente alla dignità delle persone e alla inviolabilità dei corpi è la conseguenza altrettanto palese. Tuttavia, a uno sguardo più attento, si colgono ovunque segni e storie di cambiamento. Un incalcolabile numero di persone sono presenti sulla scena e lavorano per guadagnare margini più ampi di libertà, per tenere aperti spiragli di possibilità. Per questi e per questo la convocazione di Trieste, dal 9 al 13 febbraio.
Le persone che vivono direttamente l’esperienza e i loro familiari, gli operatori della salute mentale, i cooperatori sociali, i cittadini attivamente coinvolti, i gruppi sempre più attenti di giovani volontari e studenti si collocano in un campo contraddittoriamente attraversato da una parte da progetti, risorse, politiche che intravedono costantemente l’orizzonte dell’ emancipazione, della guarigione, della possibilità di vivere la propria vita malgrado la malattia, gli impedimenti istituzionali, le ragioni della sicurezza; dall’altra, dalla spinta inarrestabile alla criminalizzazione e alla medicalizzazione dei bisogni, dei comportamenti, del disagio. In Italia, la ricorrente ripresa della questione della legge che si deve cambiare sostiene questa parte del campo e nasconde la riottosità di tanta psichiatria e di tante fallimentari politiche regionali che si fanno anacronisticamente scudo della legge. Le parole esclusione/inclusione, tutela/contratto, oggetto/soggetto sembrano disegnare il campo dell’agire. Un campo di forte tensione. Nel manicomio di Gorizia prima e di Trieste dopo, Basaglia, aprendo la porta, scompaginava praticamente le forze in campo riportando nella dimensione della cittadinanza, del diritto, del contratto sociale le persone che avevano perduto con la malattia ogni cosa; e che oggi sempre più numerose, (la “maggioranza deviante”), rischiano di vedere sottratta la loro soggettività, la loro possibilità di essere nei luoghi, nelle relazioni, nel tempo della loro vita. Il film televisivo “C’era una volta la città dei matti”, in onda su Raiuno il 7 e 8 febbraio, è pervaso dalla drammaticità di questo passaggio e di questi rischi.
L’incontro di Trieste intende creare uno spazio amplissimo di discussione intorno a queste questioni. Che cos’è la psichiatria? è stato l’interrogativo che, alla fine degli anni ’60, ha aperto la ferita più irreparabile nel corpo dei saperi e delle istituzioni psichiatriche. Che cos’è salute mentale? è l’interrogativo che oggi si propone di illuminare il campo ormai vastissimo della deistituzionalizzazione, delle fabbriche del cambiamento, dei nuovi orizzonti possibili. Queste le aree tematiche individuate per i quattro giorni in cui il Parco di San Giovanni sarà invaso da più di un migliaio di persone provenienti da più di 40 paesi e da quasi tutte le Regioni italiane: i saperi e i paradigmi, la pratica critica anti istituzionale, la “maggioranza deviante”: economia sociale e inclusione, memoria, archivi e comunicazione sociale.
Il lavoro faticoso che le persone fanno, la durezza della vita che le persone sperimentano nella dimensione della dipendenza, del disturbo mentale, dell’immigrazione, della periferia, del carcere, dell’istituto, della disoccupazione pretendono riconoscimento. Il rischio dell’isolamento, dell’autoreferenzialità, della frammentazione e della demotivazione incombono. Da qui l’appiattimento culturale e l’omologazione ai paradigmi scientifici e operativi dominanti.
Le persone e gli operatori hanno bisogno di confronto, di provocazioni, di rischio. È necessario cercare parole che rappresentino queste condizioni. Le parole in uso sembrano consunte. Chi attraversa questi campi rischia l’afasia, il silenzio e sempre più avverte la necessità di un vocabolario da condividere e di un lessico familiare che garantisca significato al confronto e all’asprezza dei conflitti. Che verranno.
Mercoledì 20 gennaio si è svolta, presso la sede nazionale del partito radicale, una conferenza stampa organizzata dalla sen. Donatella Poretti per illustrare iniziative e proposte in tema di libertà di cura e cannabis terapeutica, nonché sulle nuove norme in discussione al senato riguardanti la terapia del dolore.
Alla conferenza stampa hanno partecipato, oltre alla Sen. Poretti, il sen. Marco Perduca, il farmacologo Paolo Pesel, l’avvocato Angelo Averni, Claudia Sterzi segretaria dell’associazione radicale antiproibizionista, Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto, Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni e Paolo Crocchiolo in rappresentanza del Forum Droghe e dell’Associazione Cannabis Terapeutica.
La discussione, oltre alla terapia del dolore (prevalentemente ottenuta mediante l’uso di oppiacei), è stata focalizzata principalmente sull’impiego terapeutico dei cannabinoidi, non solo per contrastare il dolore, ma anche nelle varie sindromi in cui la ricerca ne ha ampiamente dimostrato l’efficacia. Al termine della conferenza, la sen Poretti ha avanzato l’idea di proporre in parlamento un emendamento che preveda la produzione di farmaci cannabinoidi da parte dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, partendo dal materiale che potrebbe essere fornito dal Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Rovigo.
La proposta presenterebbe il duplice vantaggio di evitare l’inutile spreco consistente nell’annuale distruzione di tutta la cannabis prodotta da parte del Centro di Rovigo e al tempo stesso di permettere un considerevole risparmio per lo Stato Italiano, che eviterebbe in tal modo di dover importare dall’estero come avviene oggi i farmaci cannabinoidi per i molti pazienti che ne hanno diritto.
Gli stessi estensori della proposta si sono dichiarati scettici sull’accoglimento della stessa da parte di un parlamento profondamente ideologizzato e prevenuto nei confronti della cannabis, ivi inclusa la cannabis terapeutica. Nei giorni successivi invece, contrariamente alle aspettative dei relatori e degli stessi proponenti, è stato reso noto che il governo per bocca del viceministro Fazio sta considerando con favore e attenzione la proposta lanciata durante la conferenza stampa del 20 gennaio. La proposta si è dunque concretizzata in un Ordine del Giorno proposto dai senatori radicali Poretti e Perduca fatto proprio dal Governo che, nonostante le precisazioni del Dipartimento antidroga, pone le basi per una produzione italiana di farmaci a base di cannabis.
Si tratta ora di intensificare l’azione di lobbying perché anche in Italia i fondamentali diritti ad una corretta e adeguata terapia del dolore, alla libertà di cura in generale ed in particolare alla libertà di cura con la cannabis siano finalmente riconosciuti e concretamente applicabili.
Paolo Crocchiolo
Si è chiuso a dicembre il progetto europeo Tampep 8 e i risultati sono ora on line sul sito tampep.eu. Qui si può trovare la mappatura della prostituzione nel vecchio continente e le tendenze di mobilità in Europa, un rapporto sul quadro giuridico nei paesi della UE in relazione alla migrazione e alla salute delle lavoratrici del sesso. Inoltre è on line anche un manuale scaricabile in pdf con esempi di buone pratiche da tutta Europa. Infine è da segnalare il sito www.services4sexworkers.eu, un aggiornato database dei servizi per la Salute e l’Assistenza sociale per le Prostitute che si manterrà aggiornato anche in futuro anche a seguito delle segnalazioni online.
Alessandro Margara scrive sulla sorte degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari dopo il passaggio del servizio sanitario in carcere alla Sanità Pubblica. Dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 20 gennaio 2010.
Opg: una sigla per Ospedale Psichiatrico Giudiziario, una ditta con fama pessima. Sta cambiando con il passaggio del servizio sanitario in carcere alla Sanità pubblica? La partenza è in forte salita.
Il sistema della misura di sicurezza dell’Opg, introdotta dal Codice penale Rocco per i soggetti autori di reati ma prosciolti per vizio totale di mente, si fondava su tre presupposti assolutamente condizionanti: la incurabilità e sostanziale perpetuità della malattia mentale; l’esistenza della pericolosità sociale, alla base del sistema giuridico delle misure di sicurezza, che potevano essere prorogate senza limiti (venne usato il termine “ergastolo bianco”); una condizione detentiva assolutamente priva di possibilità terapeutiche, con strutture e personale carcerari.
Questo sistema è crollato nei primi due punti: la malattia mentale può essere superata con interventi terapeutico-riabilitativi, che si possono giovare anche di nuovi farmaci, consentendo o la guarigione o, comunque, la vivibilità sociale per la persona; grazie all’apporto di sentenze costituzionali e di interventi legislativi, oggi nessuna misura di sicurezza può essere eseguita se non si accerti la pericolosità sociale attuale della persona.
Se vogliamo, resta scalfito anche il terzo punto: una sentenza costituzionale (n.253/2003) ha affermato che il giudice non è obbligato ad applicare il ricovero in Opg: quando le condizioni della persona lo consentono, basta la libertà vigilata e la presa in carico da parte del servizio psichiatrico pubblico. Il che significa, però, che, in mancanza di quelle condizioni, la persona può ancora finire in Opg; e qui, allora, si finisce per sbattere contro il vecchio Opg, le sue solite mura, la solita organizzazione.
Sta, però, passando un modello diverso, che relega la sorveglianza e la sua gestione al perimetro esterno delle strutture, mentre, all’interno, l’istituto è gestito interamente dal personale sanitario, che ha responsabilità, assistenza e cura degli internati.
Queste strutture dovranno dimenticare non solo il modello carcerario, ma anche quello ospedaliero e cercare un modello comunitario di vita. Dovranno inoltre essere limitate a un numero modesto di utenti, anche se questo traguardo potrà non essere immediato, specie per regioni con un alto numero di ricoverati. D’ora in poi, l’Opg dovrebbe essere riservato alle sole persone sottoposte a misura di sicurezza definitiva. Per gli altri, i soggetti in attesa di giudizio, dovranno essere create apposite sezioni negli istituti di pena, sotto la responsabilità del Servizio Sanitario Nazionale: come già avviene per le sezioni di osservazione psichiatrica, dove vengono inviate le persone che necessitino di una diagnosi. Tali sezioni sono già presenti in varie regioni e dovrebbero essere istituite in tutte.
Nonostante i disegni riformatori, attualmente il numero dei ricoverati in Opg sta crescendo, particolarmente il gruppo degli internati a misure di sicurezza provvisorie, problematici per vari aspetti. Questo accade perché l’Autorità Giudiziaria si avvale raramente del ricovero in strutture civili previsto dall’art. 286 del Codice di Procedura Penale. Per gli internati con misura provvisoria, non si possono utilizzare le aperture del regime giuridico relativo agli internati definitivi, così che essi devono restare continuativamente chiusi negli Opg. Il loro ingresso è privo di garanzie, nel senso che, sempre più spesso, arrivano negli Opg dalla libertà senza una valutazione psichiatrica, che giustifichi la gravosità di quel ricovero. La perizia è generalmente disposta successivamente, la sua durata è tutt’altro che breve e può anche concludersi con il disconoscimento della malattia o la curabilità della stessa senza ricovero.
Rimane il problema dei soggetti giudicati “seminfermi di mente”, attualmente ristretti nelle “case di cura e custodia”: in attesa della loro soppressione (obbiettivo di tutti i progetti di riforma del Codice Penale), ci sarebbe ancora da ridurre il numero dei ricoverati individuando soluzioni esterne per i molti internati definitivi che hanno terminato il periodo minimo di durata della misura di sicurezza e che restano dentro perché non si trova una qualche accoglienza per loro fuori.
I condizionamenti del vecchio sistema sono tanti. Non sarebbe l’ora di chiudere la ditta Opg per indiscutibile fallimento?
Grazia Zuffa commenta i provvedimenti del 2009 del Presidente Obama su droghe e HIV. Dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 6 gennaio 2010.
Nonostante gli avvoltoi e altri uccelli del malaugurio, per il presidente Obama il 2009 si chiude con successo. Dopo la vittoria epocale per la sanità, ha vinto un’altra battaglia, forse altrettanto importante e di sicuro non meno controversa – seppur fuori dai riflettori mediatici: dopo ventuno anni, il Senato ha tolto definitivamente il divieto al finanziamento federale dello scambio siringhe per i consumatori di droga per via iniettiva; due giorni fa, lo stesso Obama, annunciando la fine del divieto di ingresso nel paese alle persone con Aids – anch’esso in vigore da venti anni- ha detto che il suo paese vuole diventare un leader mondiale nella lotta all’Hiv.
Per avere un’idea della portata storica del voto al Senato: vent’anni fa l’infezione Hiv si stava diffondendo in maniera esponenziale tramite gli aghi infetti e già si sapeva che distribuire siringhe sterili era la sola forma efficace di prevenzione. Da qui negli anni ottanta è partita nel Nord Europa la cosiddetta riduzione del danno, per dare priorità alla tutela della vita sulla “lotta alla droga”. Negli stessi anni, l’America reaganiana della war on drugs imboccava la via opposta e metteva al bando lo scambio siringhe. Le centinaia di migliaia di persone infettate sono da annoverare fra le vittime della “guerra alla droga”: vittime di tutto il mondo, non solo americane, perché gli Stati Uniti hanno usato la loro influenza per imporre la linea “dura” a livello mondiale, con pesanti pressioni anche sulle Nazioni Unite. Perfino l’ultimo documento Onu di indirizzo delle politiche globali, approvato a Vienna agli inizi del 2009, non reca traccia del termine “riduzione del danno”, grazie all’opposizione determinante dei rappresentanti americani. E’ stata l’ultima imboscata perpetrata da un manipolo di burocrati “giapponesi”, nelle more del passaggio di consegne all’amministrazione Obama.
Due mesi dopo, lo zar fresco di nomina, Gill Kerlikowske, in un’intervista allo Wall Street Journal, decretava la fine della war on drugs: “Hai voglia a spiegare alla gente che la guerra alla droga è una guerra al prodotto e non alle persone – ragionava lo zar – le persone la vivono come una guerra contro di loro. Ma in questo paese non facciamo guerra alle persone”.
C’è dello understatement nelle sue parole: la guerra alla droga è “vissuta” come una guerra alle persone perché è una guerra alle persone. Come ben sanno quei contadini sudamericani costretti ad abbandonare i campi bombardati dai pesticidi (che notoriamente non distinguono fra piante ed esseri viventi, fra coltivazioni legali e illegali); così come lo sanno le centinaia di migliaia di consumatori, di marijuana soprattutto, che ogni anno entrano nelle prigioni statunitensi per il solo fatto di usare droga.
Eppure la svolta simbolica c’è stata e il cambiamento è venuto di conseguenza, a tutti i livelli. Dopo trentacinque anni, lo stato di New York ha eliminato le famigerate Rockfeller drug laws che imponevano lunghe carcerazioni anche per i reati minori di droga. Subito dopo si è avverata un’altra promessa elettorale di Obama. Il dipartimento di Giustizia ha posto fine ai raid della polizia federale contro i medici e i pazienti che usano la canapa ad uso medico negli stati dove questo è consentito. Infine, il regalo di fine d’anno col via libera alla prevenzione dell’Aids.
Adesso, l’Amministrazione sta lavorando per superare la disparità di trattamento penale fra i reati per il crack e quelli per la cocaina. Le norme più dure per il crack non hanno alcuna giustificazione se non quella di colpire la minoranza afroamericana, dove il crack è più diffuso.
Le droghe devono diventare un problema di salute pubblica, non solo di giustizia penale: questa la sintesi del new deal americano per le droghe. Una linea di (prudente) riforma che la maggioranza dei paesi europei ha imboccato da tempo. Così come l’assistenza sanitaria per tutti, introdotta con tanta fatica da Obama, è stata in Europa la prima pietra del welfare, molto tempo fa. Per l’America liberista e puritana, ambedue le riforme sono oggi un approdo storico. L’influsso sul resto del mondo comincia a farsi sentire. In agosto, il vicino Messico ha depenalizzato l’uso personale di droga e lo stesso hanno decretato per la marijuana i giudici della Corte Suprema in Argentina. Per la politica delle droghe, il 2009 di Obama ha gettato i semi della pace.
Dal Notiziario Aduc:
Estratti di cannabis per ridurre i sintomi della sclerosi multipla. E’ quanto emerge da uno studio dei ricercatori americani della Global Neuroscience Initiative Foundation in Los Angeles. La ricerca si basa sulla valutazione di una serie di studi che mostrano come alcune combinazioni dell’estratto di marijuana abbiano ridotto i movimenti muscolari spastici e migliorato la mobilita’ dei pazienti.
Lo studio e’ pubblicato da Shaheen Lakhan e dal suo team su ‘BMC Neurology’. Oggi molte terapie per alleviare i sintomi della sclerosi multipla sono inefficaci, complesse o comportano importanti effetti collaterali, sottolineano gli studiosi.
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