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Category 'giustizia'

Il doppio forno di Giovanardi

A Roma 232 parlamentari si sottopongono volontariamente al test antidroga. 1 risulta positivo, ma non si puo’ sapere chi sia (e quindi nessuna sanzione sarà possibile) perchè, secondo l’ineffabile Giovanardi:

“Non so chi sia, non so se sia senatore o deputato, uomo o donna. Il risultato del test è segreto”. Arrivare all’identità dell’onorevole – conclude – “è impossibile. I test sono infatti identificati con un codice conosciuto solo dalla persona che si è sottoposta all’esame. Il risultato può essere ritirato solo con una scheda in possesso dell’interessato”.

In Friuli i Carabinieri si recano alle 3 del mattino a casa di 27 giovani che stanno dormendo nelle loro case di Monfalcone, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine, con il mandato di invitarli a sottoporsi “volontariamente” ai test antidroga. Li prelevano e li portano al pronto soccorso dove solerti medici provvedono ai test. La chiamano prevenzione da quelle parti. I risultati? Sei persone sono state denunciate per cessione, ventuno sono state segnalate come consumatori alla prefettura, una modesta quantità di stupefacenti sequestrata.

Legge uguale per tutti? Non ci crede più nessuno.

Dal blog di Leonardo Fiorentini

La prevenzione secondo l’Arma

Tempi sempre più duri per i consumatori di sostanze, sui quali “L’un dopo l’altro i messi di sventura / piovon come dal ciel…”*

Prima notizia (da Il Manifesto, 10.02): qualche giorno fa, alle tre del mattino, i Carabinieri prelevano 27 ragazzi tra i 17 e i 23 anni dalle loro abitazioni di Monfalcone e comuni limitrofi; li scarrozzano al pronto soccorso; gli fanno “volontariamente” firmare il modulo di consenso; gli fanno fare dagli operatori in servizio i prelievi per i test antidroga. Risultato: sequestro di modiche quantità di droga, sei denunce per cessione e 21 segnalazioni alla prefettura per consumo. Il blitz fa parte di una più ampia operazione disposta dai Tribunali dei Minori di Trieste e Gorizia. Il Comandante provinciale della Benemerita, Roberto Zuliani, vanta nelle sue dichiarazioni il  grande valore sociale di quest’azione di “prevenzione” e di avvertimento alle famiglie. Di parere diametralmente e seccamente opposto la Camera penale di Gorizia: in una delibera riguardante il fatto sottolinea come in un ordinamento democratico, attento ai diritti dei cittadini, una funzione politico-sociale come quella esercitata dall’Arma non possa e non debba essere affidata alle Forze dell’Ordine. A questo giudizio non c’è molto da aggiungere, considerato che il fatto sembra una replica dei sequestri di persona, tramite “lettre de cachet”, nella Francia assolutista dell’Ancien Régime. Con più spazio, di certo,  si potrebbe parlare del clima non proprio idillico di quella notte, quando  neanche uno dei 27 esercita il diritto di rifiuto dei test, quando gli operatori di pronto soccorso fanno zitti e buoni “il loro dovere”. E magari anche del silenzio tombale dei grandi media.

Seconda notizia (da Il Tirreno del 13.02): dalla “terapia” di gruppo a quella individuale. A prato due ragazzi vengono sorpresi per strada con un pò di fumo da due Carabinieri. Senza verbalizzare, il capopattuglia avrebbe intascato la roba; e poi  lasciato andare i “rei” senza denunciarli  né segnalarli alla prefettura. Dopo qualche giorno uno dei due, minore, confessa ai genitori di esser stato successivamente contattato dal milite in subordine; invitato a casa sua a Chiesina Uzzanese; convinto – facendo leva sul “trattamento speciale” accordato in precedenza – a subire un rapporto sessuale, per buona giunta ripreso con cellulare o telecamera e riversato in un computer. I genitori riferiscono al Comando provinciale: si apre un indagine; si fa perquisire l’abitazione sospetta; si sequestra il computer; e qui, per ora, la vicenda scende come il Timavo nel percorso carsico della Procura di Prato (competente, tra l’altro, per l’eventuale appropriazione indebita della roba, ma non per l’eventuale violenza sessuale in territorio di Pistoia). Se la storia viene confermata – e ci si deve augurare una smentita documentata e convincente -  si sentirà di certo parlare di mele marce, di “situazione sotto controllo”: ma mele marce ieri (i militi dell’affaire Marrazzo), forse altre mele marce oggi… la china sembra alquanto scivolosa, la situazione a forte rischio di sfuggire – bertolasianamente – al controllo.

Giorgio Bignami

* I celebri  versi del “Ça ira” del nostro Giosuè nazionale sembrano assai pertinenti: si riferiscono infatti agli eroici sanculotti incalzati dai mercenari della maxi-coalizione di regali parenti e ricchi compagni di merenda dei Borboni di Francia; eppur vinceranno.

Due sentenze scardinano la guerra alla Canapa

Mentre le forze dell’ordine continuano la loro inutile, costosa e a volte pure ridicola guerra alla droga (soprattutto nei confronti della marijuana) la Magistratura con due recenti sentenze scardina alcuni principi della war on drugs italiota, in particolare per quel che riguarda il consumo di Canapa.

E’ di questa settimana la notizia della sentenza del Giudice del Lavoro di Avezzano che ha autorizzato la somministrazione di Canapa Terapeutica in un caso di sclerosi multipla, obbligando Azienda Sanitaria Locale a fornire canapa al paziente.

E di fine dicembre invece la sentenza del Tribunale di Milano del Tribunale di Milano che ha assolto un imputato reo di aver coltivato in giardino 7 piante di marijuana. L’importante sentenza del Giudice Salvini sulla coltivazione domestica di canapa la trovate on line in formato pdf su Fuoriluogo.it. Leggete l’articolo di Franco Corleone dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 febbraio 2010.

Canapa in giardino, a Milano si volta pagina

Franco Corleone commenta la sentenza del Tribunale di Milano che ha assolto un imputato reo di aver coltivato in giardino 7 piante di marijuana. La sentenza del Giudice Salvini sulla coltivazione domestica di canapa è on line in formato pdf. Dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 febbraio 2010.

C’è un giudice a Milano. Il 13 ottobre  scorso una sentenza del tribunale ha stabilito che la coltivazione domestica di canapa non è reato.
Il dottor Guido Salvini, giudice per l’udienza preliminare, ha deciso di non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato nei confronti di un imputato che aveva coltivato in giardino sette piantine di marijuana. Una decisione storica e di grande valore anche  per la qualità della motivazione che sorregge il verdetto. Il Pubblico Ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio per violazione dell’art. 73 della legge Fini-Giovanardi. I carabinieri di Vaprio d’Adda avevano scoperto e sequestrato sette vasi, con altrettante piantine alte 50/60 centimetri. Va aggiunto che le inflorescenze contenevano una quantità di principio attivo non molto superiore a quello indicato nelle tabelle della legge antidroga quale limite per l’uso personale; neppure era certo che tutto il principio attivo fosse davvero recuperabile dall’imputato.
La condotta di coltivazione è stata oggetto di numerose sentenze contrastanti da parte dei giudici di merito. Molti l’avevano assimilata alla detenzione per uso personale e dunque non punibile penalmente ma solo in via amministrativa; ma il 10 luglio del 2008 la Corte di Cassazione a Sezioni Unite stabilì invece che la condotta di coltivazione non poteva essere sottratta al rilievo penale, in quanto non è menzionata nell’art. 75 della legge antidroga  tra i comportamenti soggetti all’illecito amministrativo. La sentenza giudicava arbitraria qualsiasi distinzione tra la coltivazione domestica e quella di carattere industriale, perché l’esito sarebbe comunque quello di accrescere la quantità di sostanza stupefacente presente in natura.
La sentenza della Cassazione non ha alcun pregio né giuridico, né interpretativo: si limita ad una lettura pedissequa, meccanica e superficialmente riduttiva di un fenomeno storicamente e culturalmente complesso. Purtroppo essa vale come indirizzo, anche se per fortuna nel nostro ordinamento non ha un potere vincolante: tanto è vero che nel gennaio 2009 (sentenza n. 1222), la IV sezione della Cassazione ha annullato senza rinvio una sentenza di condanna della Corte d’Appello di Ancona relativa alla coltivazione di 23 piantine di marijuana non giunte a maturazione.
Il giudice Salvini con un procedimento assai rigoroso smonta l’assunto della Suprema Corte giudicandolo “assai discutibile sul piano ermeneutico”. E aggiunge un richiamo severo: “Ogni espressione usata in un articolo di legge, soprattutto se di carattere non giuridico ma naturalistico, dovrebbe infatti essere interpretata alla luce dell’intera normativa di riferimento”.
Per questo, viene dedicata una particolare attenzione agli artt. 26 e seguenti che contengono la disciplina amministrativa per la coltivazione e la produzione lecita di piante contenenti principi attivi di sostanze stupefacenti. L’analisi delle procedure di autorizzazione e controllo porta alla conclusione che la legge, quando parla di “coltivazione”, “ha per oggetto di riferimento un’attività in larga scala o quantomeno apprezzabile” destinata al commercio e “non si riferisce invece a modesti quantitativi di piante messe a dimora in modo rudimentale in vasi e terrazzi”. Con coerenza logica, il giudice Salvini conclude che la crescita di alcune piante in vasi esce dal concetto di “coltivazione”  e si risolve in una forma di detenzione (senza acquisto della sostanza perché il soggetto se la procura da sé coltivandola): ciò impedisce l’applicazione dell’art. 73 che determina le sanzioni penali.
Da notare che questa interpretazione segue il dettato delle convenzioni internazionali, come a suo tempo aveva sostenuto Giancarlo Arnao (cfr. Fuoriluogo, novembre 2002):  la Convenzione di Vienna del 1988, al par. 2 dell’art. 3, equipara la coltivazione per consumo personale al possesso e all’acquisto.
Ovviamente, gli atti sono stati inviati al Prefetto per l’iter delle sanzioni amministrative ma la sentenza costituisce un punto fermo per un cambiamento salutare della giurisprudenza e della dottrina. Una boccata d’ossigeno in un quadro di tanti esempi torbidi di persecuzione giudiziaria, dall’incriminazione della musica reggae di Rototom fino alla vendita di semi del Canapaio di Parma. Una spinta a riprendere la battaglia per cambiare una legge criminogena.

Canapaio Ducale condannato. La catena di Solidarietà.

Luca Marola, titolare del Canapaio Ducale di piazzale Picelli a Parma è stato condannato in primo grado a 6 mesi e 300 euro di multa per istigazione all’uso di stupefacenti. La pena è sospesa e mentre gli avvocati stanno preparando l’appello è iniziata una catena di solidarietà con il Canapaio Ducale, da un lato per sostenere le ingenti spese legali sostenute finora (3.000 euro) e che ancora dovranno essere sostenute per i ricorsi e gli appelli, dall’altro per opporsi alla repressione avviata in questi ultimi anni nei confronti dei consumatori di sostanze, ed in particolare dei consumatori di marijuana.

L’inchiesta sul negozio era partita circa un anno fa su iniziativa avviata dalla Procura di Ferrara che prese di mira numerosi canapai italiani e negozi di smart drugs. Di questi pochi vennero rinviati a giudizio e molta merce sequestrata fu restituita a seguito dei ricorsi vinti dai proprietari dei negozi. Il procedimento fu poi assegnato alle procure locali.

Già da subito dopo la sentenza “gli abitanti di piazzale Picelli – come racconta Marola a Repubblica Parma – mi stanno dimostrando tutto il loro affetto, non appena s’è sparsa la voce della condanna si sono fatti avanti per esprimermi vicinanza”. Preoccupato dall’abuso di caffeina Marola ha detto basta: “a quel punto molti hanno iniziato a riempire il salvadanaio per le spese legali, che da giorni tengo in negozio”. Appoggio a Marola è ovviamente giunto dai clienti, molti dei quali “sono 60enni che vengono da me – dice a Repubblica – per comperare semplicemente semi di peperoncino o di pomodori”. Anche su internet è iniziata la campagna di solidarietà: sono centinaia i messaggi di sostegno su facebook.

Mercoledì 27 gennaio dalle 23 al Circolo ARCI MALE Club di Alberi è stata organizzata una serata di solidarietà e raccolta fondi per le spese legali nel processo che vede coinvolto il Canapaio Ducale di Parma. E’ una delle prime iniziative di solidarietà a cui molti artisti hanno dato la loro adesione. Chi volesse esprimere vicinanza lo può fare lasciando un contributo nel salvadanaio in Piazza Picelli a Parma o acquistando a 10 euro la bandiera parmigiana antiproibizionista (nella foto).

A Luca Marola e al Canapaio Ducale va la solidarietà di Fuoriluogo e Forum Droghe. Da queste pagine lanciamo anche una catena di solidarietà, con le consuete modalità.
Istruzioni per aderire:

  1. Scrivete un post di solidarietà al Canapaio Ducale (o copiate questo post).
  2. Inserite come tag: canapaio ducale, luca marola, solidarietà (e quelli che vi vengono in mente)
  3. Linkate questo articolo e commentatelo segnalando la vostra adesione: http://www.fuoriluogo.it/blog/2010/01/22/canapaio-ducale-condannato-la-catena-di-solidarieta/
  4. Copiate e incollate queste istruzioni, compresa la lista dei blog qui sotto
  5. Hanno aderito: Fuoriluogo.it, Franco Corleone, Leonardo Fiorentini, Maurizio Baruffi, Verdi di Ferrara.

L’ipocrisia sulle carceri

Si parla di carcere e la Lombardia sembra fare sempre bella figura grazie a opera e bollate, ma quanto sta investendo per il ri-inserimento degli ex-carcerati e di coloro che sono in procinto di uscire? Poco, molto poco.

Alfano ha annunciato di voler portare oggi lo stato d’emergenza per la situazione nelle carceri in Consiglio dei Ministri. Naturalmente più posti in carcere e carceri più facili da costruire. Ieri Roberto Codazzi sul suo blog ha analizzato la situazione lombarda.

(via fioreblog)

Ancora un’esecuzione capitale in Cina

Ancora una violazione dei diritti umani in nome della Guerra alla Droga. L’articolo di Grazia Zuffa sull’esecuzione di Akmal Shaikh, cittadino britannico, avvenuta il 29 dicembre scorso. Vai agli articoli su Onu e diritti umani nella rubrica Fuoriluogo del Manifesto per il 2009.

Akmal Shaikh, cittadino britannico, è stato giustiziato il 29 dicembre in Cina. Era stato arrestato nel 2007 all’aeroporto internazionale di Urumqui, nel Xinjiang, perché trovato in possesso di quattro chili di eroina. Se l’esecuzione capitale è sempre da rifiutare, la pena di morte per reati non violenti come quelli di droga è un’aperta violazione dei diritti umani perché non rispetta il principio della proporzionalità della pena.

Mentre nel mondo diminuiscono i paesi che applicano la pena di morte, le esecuzioni per droga aumentano in proporzione ad altri crimini e sono ancora trenta gli stati che mantengono la pena capitale per reati di droga. Fra questi la Cina, che il 26 giugno 2009 ha eseguito dieci sentenze capitali “per celebrare” la giornata mondiale antidroga.

Alla radice di questa perdurante barbarie, è l’ideologia della “guerra alla droga”, che contrasta con i diritti umani. Non è un caso che la stessa Onu si trovi a parlare due lingue diverse, come è accaduto per l’ultima Dichiarazione Politica sulle droghe approvata dalla Commission on Narcotic Drugs a Vienna nel marzo 2009. Il rapporteur Onu sulla tortura aveva raccomandato che fossero esplicitamente denunciate le tante violazioni perpetrate da molti stati contro gli imputati per reati di droga (come l’estradizione verso paesi che applicano ai detenuti trattamenti inumani e degradanti), ma gli organismi Onu preposti alle droghe non hanno raccolto l’invito per non mettersi contro i paesi “duri”sulla droga.

Il direttore dello Unodc (l’agenzia Onu sulla droga), Antonio Costa, nel suo discorso di apertura a Vienna prendeva partito contro la pena di morte per droga, affermando che “se è vero che le droghe uccidono, noi non dobbiamo uccidere per le droghe”(sic!). La stessa retorica della droga killer invocata a sostegno della pena di morte: “La quantità di eroina introdotta da Shaikh bastava a causare 26.800 morti”- ha commentato icastica la portavoce del ministero degli esteri cinese.

Nessuno ha ucciso Aldo Bianzino

aldo-bianzinoCome temevano i familiari di Aldo Bianzino ed il Comitato Verità per Aldo, il Giudice di Perugia ha deciso per l’archiviazione del procedimento contro ignoti per l’omicidio del falegname morto in cella dopo essere stato arrestato con l’accusa di coltivazione di alcune piante di marijuana.

Rileggi l’articolo di Patti Cirino per la rubrica di fuoriluogo della scorsa settimana e quello di Luigi Manconi per l’Unità.

Vai al blog del Comitato Verità per Aldo.

Aldo Bianzino, una morte da non insabbiare

Oggi, venerdì 11 dicembre, ci sarà l’udienza per l’opposizione alla richiesta di archiviazione per l’accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti. L’articolo di Patti Cirino per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 10 dicembre 2009.

Ti sbattono in galera che sei una anima bella
diventi un corpo inanimato in cella
Ricordo Aldo Branzino era un falegname
Nel suo casolare a chi faceva del male
?
(Assalti Frontali, Mappe della Libertà)

aldo-bianzinoNomi. Alberto Mercuriali, Nicola Tommasoni, Abdul Gibre, Riccardo Raisman. Nomi ostaggio di reticenze, impunità, ipocrisie. Nomi. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandri, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino. Nomi che bussano alle porte della coscienza e della memoria collettiva. Nomi scritti su fredde richieste d’archiviazione. Nomi rinchiusi tra le carte degli scaffali degli uffici giudiziari. Nomi che non vogliamo dimenticare. Nomi e storie di violenza proibizionista, indagini inquinate e istruttorie lacunose, verità insabbiate e circostanze anomale da approfondire, diritti negati e informazione tagliata. Storie imbastite di retorica securitaria, di proclami di guerra ai consumatori, di tolleranza zero.

Storie di stato in attesa di veder chiariti, in ogni punto, i motivi, le dinamiche, le cause e le responsabilità di queste morti misteriose. Storie in attesa di verità e giustizia.

Storie come quella di Aldo Bianzino, falegname residente a Pietralunga, arrestato per coltivazione e detenzione di marijuana e trovato morto, alle 8 di mattina del 14 ottobre 2007, nella cella numero 20 sezione 2B, presso la casa circondariale di Capanne, alla periferia di Perugia, dove era detenuto da meno di 48 ore.  Morto. Di carcere. Di aneurisma cerebrale. Di silenzio e impunità. Di allarme sociale. Di violenza. Di indagini lacunose. Di oltraggio fisico e morale. Nudo.

Il 25 novembre scorso, all’udienza preliminare ordinaria il gip Marina De Robertis ha rinviato a giudizio per reiterata omissione di soccorso, omissione di atti di ufficio e falsificazione di registri l’agente di polizia penitenziaria addetto alla sorveglianza di Aldo. Ha inoltre ritenuto ammissibile che l’associazione “Verità e giustizia per Aldo Bianzino” si costituisca parte civile al processo, nonostante il parere contrario (“carenza di legittimazione attiva”) del pubblico ministero Giuseppe Petrazzini. Lo stesso magistrato inquirente che emise l’ordinanza di perquisizione della casa di Bianzino e ordinò e convalidò l’arresto di Aldo e della sua compagna Roberta; che decise l’autopsia, affidando le indagini al corpo di polizia penitenziaria, lo stesso corpo indagato per omissione di soccorso; lo stesso magistrato che ha richiesto l’archiviazione del fascicolo aperto per omicidio volontario contro ignoti.

Ma perché non si è prestato soccorso ad Aldo, perché si sono falsificati i registri del carcere per nascondere quanto è accaduto?

Il pm Petrazzini sostiene che “le indagini non evidenziano, anche nella forma del minimo sospetto, l’esistenza di aggressioni né di occasioni in cui le stesse potessero essersi verificate”. Eppure l’autopsia ha riscontrato una lesione epatica ed esiste una perizia medico legale che recita così: “La lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo”. Si può dunque escludere che la lesione al fegato sua stata provocata dai tentativi di rianimazione di Bianzino, come invece ipotizza il pm per escludere l’aggressione.

Ci sono molti altri punti oscuri e lacune nelle indagini: la cella e gli oggetti ivi contenuti non sono stati sottoposti a sequestro; non sono state disposte l’ispezione e il sequestro della cella né sono state prese le impronte digitali; dai filmati delle videocamere dell’istituto di pena appare un individuo (in tuta mimetica) mai identificato.

E ancora. Perché risulta che Aldo sia stato ricoverato in infermeria una sola volta quando un teste sostiene di averlo visto uscire dalla sua cella due volte?

Domani, venerdì 11 dicembre, ci sarà l’udienza per l’opposizione alla richiesta di archiviazione per l’accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti. L’associazione sarà presente con un presidio davanti al tribunale di Perugia.

E quando ci incontriamo non c’è resa e in strada ogni volta si rinnova l’intesa, la libertà dove sta, la trovi nella mappa non restare tra la gente distratta.

(Info: http://veritaperaldo.noblogs.org)

Piano Carceri: l’incredibile storia ricostruita da Ristretti Orizzonti

Riceviamo e pubblichiamo su fuoriluogo.it il comunicato stampa di Ristretti Orizzonti che ricostruisce temporalmente (L’incredibile storia del) “Piano carceri” tra annunci del Governo e titoli giornalistici.