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Category 'cocaina'

Morgan e la fiera dell’ipocrisia

Ha ragione Francesco Merlo su Repubblica di oggi a decretare che Morgan non è un artista maledetto ma un debole arruffato. Basterebbe poco, un po’ di dignità, senza essere un eroe per mandare al diavolo i due Mauri, Masi e Mazza, per ridere in faccia a Vespa e mostrare un sano disprezzo per politici e colleghi così perbene da far vomitare!

Eppure vogliamo esprimere la nostra solidarietà a Morgan oggi, come ieri a Lapo, a Emilio Colombo e a tutte le vittime sconosciute del proibizionismo. Una infame ideologia legata alla menzogna antiscientifica, al perdonismo peloso, ad una concezione salvifica dell’astinenza.

La war on drugs uccide anime e corpi, tortura le coscienze e incatena nelle galere. Abbiamo dunque pietà di chi vive nell’ombra la propria vita, con il terrore di essere scoperto e additato con uno stigma di malato e criminale.

Le dichiarazioni di Gasparri, La Russa, Castelli, Meloni, Merlo, Giro, Mussolini, Carlucci, Bocciardi, Ronconi, Ciocchetti, Bobba e tanti altri carneadi confermano che tra le loro virtù e i vizi di Morgan è facile scegliere da che parte stare.

E’ ora di dire che la TV, pubblica e privata, fa più danno della cocaina!

Siamo comunque felici di avere una ragione in più per non guardare il festival di Sanremo; di questi tempi non è poco.

Franco Corleone

Coca colla Coca.

Immagine 44Dalla Bolivia un ritorno alle origini per la più famosa bibita analcolica, la Coca Cola. Il Governo boliviano ha infatti annunciato sul finire del 2009 l’avvio di un progetto privato volto allo sfruttamento industriale della foglia di Coca, per farne una bibita. In estate Morales ha formalmente richiesto la revisione delle convenzioni ONU al fine di salvaguardare l’uso tradizionale della foglia di coca.

Il viceministro boliviano dello Sviluppo Integrale e della Coca, Jeronimo Meneses (nella foto) ha annunciato che dal 2010 la Bolivia produrrà la “Coca Colla”, una bevanda a base di foglie di coca provenienti dache si coltivano nella provincia centrale di Cochabamba. Presentando alla stampa la prima bottiglia di “Coca Colla” (l’etichetta a sfondo rosso) Meneses ha dichiarato che il prodotto sara’ “presto in vendita”. La bevanda verra’ prodotta da privati a Cochabamba, dove si trovano le maggiori coltivazioni illegali di coca e farà parte del processo di industrializzazione della coltivazione della coca appoggiato dal governo boliviano.

Evo Morales, che in passato e’ stato un coltivatore di coca, giusto quest’estate ha ufficialmente richiesto di cancellare dalla Convenzione Onu sulle droghe due commi che riguardano la masticazione della foglia di coca, ritenuta con orgoglio  «una pratica ancestrale e millenaria dei poli indigeni andini che non può né deve essere proibita».

In Bolivia sono gia’ in commercio diversi prodotti a base di foglie di coca, come te’, sciroppi, dentifrici, liquori, torte e caramelle. Morales ha annunciato pochi giorni fa una riforma legislativa che permettera’ un aumento della produzione legale di coca sino a 20mila ettari (attualmente è limitata a 12mila). Secondo un recente dossier dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine la Bolivia ha prodotto nel solo 2009 ben 54.000 tonnellate di coca. (lf)

La legge sulle droghe e le carceri che scoppiano

La legge sulle droghe e le carceri che scoppiano. Le cause, i numeri, i paradossi di una crisi annunciata. Le ragionevoli proposte per uscirne. Ecco la registrazione della conferenza stampa di Torino, 30 novembre 2009.

Approfondimenti:
Libro Bianco sugli esiti penali della Fini Giovanardi: scarica la sintesi aggiornata in pdf.
Ricerca sulle sanzioni penali in Toscana: leggi il sommario ella ricerca.
Aderite all’Appello per la scarcerazione delle persone tossicodipendenti.

Sono intervenuti Franco Corleone (Società della Ragione, già sottosegretario alla Giustizia), Alessio Scadurra (Antigone, curatore del Libro Bianco sulla Fini Giovanardi), Grazia Zuffa (Curatrice della ricerca condotta in Toscana), Cecco Bellosi (CNCA), Bruno Mellano (Presidente Radicali Italiani, Associazione radicale Adelaide Aglietta). Coordina Susanna Ronconi, Forum Droghe – COBS

Rapporto sulla droga, l’Italia è sempre meno europea

L’articolo di Massimiliano Verga sulla Relazione europea 2009 sull’evoluzione del fenomeno droga per la rubrica di Fuoriluogo sul manifesto del 26 novembre 2009.

L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze di Lisbona (OEDT) ha recentemente pubblicato la consueta Relazione annuale sull’evoluzione del fenomeno della droga in Europa. Come sempre, l’OEDT si propone di offrire una panoramica dei consumi nell’Unione. Al contempo, individua ogni anno un tema al quale dedicare qualche decina di pagine, con l’illusione di chiarire la faccenda. Procediamo per gradi e partiamo dai consumi. È ormai una battaglia persa quella di auspicare una maggiore omogeneità, sia con riferimento alle fasce d’età considerate, sia in merito agli anni in cui sono stati raccolti i dati a livello europeo. Ad ogni modo, maneggiando le pinze del caso, dalla lettura del rapporto apprendiamo che sembrano esservi alcune piccole novità per quanto riguarda il consumo di Cannabis (in calo), mentre “non vi sono segnali di miglioramento per quanto riguarda il consumo di cocaina ed eroina”. I consumatori lifetime di Cannabis (almeno una una volta nella vita) sono circa 74 milioni, cifra che scende a circa 22 milioni con riferimento all’ultimo anno e a 12 milioni con riferimento all’ultimo mese. I consumatori lifetime di cocaina sono circa il 4% della popolazione dell’Unione (13 milioni), cifra che si riduce ad un terzo (4 milioni) per quelli che dichiarano di aver consumato almeno una volta nell’ultimo anno ( last year) e a 1,5 milioni per quelli che hanno usato nell’ultimo mese (last month). Sono 12 milioni gli europei che hanno fatto uso di anfetamine almeno una volta nella vita, mentre sono 2 milioni a dichiarare un consumo nell’ultimo anno e la metà i consumatori nell’ultimo mese. Per gli oppiacei (un calderone dove l’OEDT non specifica mai di quali sostanze parla), apprendiamo che i consumatori “problematici” (altra definizione tutt’altro che chiara) sono circa 1,5 milioni.

Venendo al tema speciale: con le parole dell’Osservatorio, “la poliassunzione costituisce un altro aspetto notevolmente problematico, in presenza di una gamma sempre più ampia di sostanze disponibili e di modalità sempre più complesse di assunzione di stupefacenti”. Peccato, ancora una volta, che sfugga il legame diretto tra questi aspetti e le politiche proibizioniste. E peccato che la stessa chiave di lettura non venga presa in esame di fronte a quello che Gotz, il direttore dell’Osservatorio, definisce un “bersaglio mobile”, cioè il “problema del costante aumento della complessità del mercato delle droghe sintetiche in Europa, dove fornitori altamente innovativi riescono a eludere i controlli offrendo sostituti non regolati”.

La parte più interessante del Report è quella sulle politiche di riduzione del danno. Anche perché vengono riprese alcune riflessioni già avanzate nei precedenti Report. Conforta dunque constatare che la riduzione del danno, secondo lo OEDT, debba essere “inclusa a tutti gli effetti” in “una politica efficace sulle droghe” e che occorra passare da un “sistema adatto a tutti a un insieme di misure mirate”. Vale a dire, la riduzione del danno non è più un tabù, anche se non è del tutto chiaro se quello dell’Osservatorio sia un auspicio oppure una resa di fronte alle politiche che stanno fortunatamente prendendo piede in diversi paesi dell’Unione.

E conforta anche il fatto che l’OEDT non storce troppo il naso sui programmi che prevedono lo scambio di aghi e siringhe, laddove afferma che tali programmi “possono operare a livello locale (…) talvolta nell’ambito di un quadro legale nazionale specifico che ne consenta l’attuazione, tuttavia in genere senza che ciò sia strettamente necessario”. Tradotto, questo significa che finalmente ci si sta allontanando dall’idea che tali politiche rappresentino “favoreggiamento” o “incitamento” all’uso di droghe (virgolettato nel Report). Tutto questo lascia ben sperare, anche se può sorprendere il lettore italiano, visto l’ostracismo al termine stesso, riduzione del danno, decretato dal Dipartimento antidroga; per non dire delle recenti inqualificabili affermazioni dello zar Giovanardi in merito alla morte del giovane Cucchi.

Insomma, l’OEDT resta ancora schiavo di alcune lacune imbarazzanti, ma ha cominciato ad aprire gli occhi. Purtroppo, anche in materia di droga, dalle nostre parti viene il sospetto di essere sempre meno europei.

Italia nella Top Five del consumo di cocaina

Dalle agenzie di oggi i dati e le dichiarazioni rilasciate durante la presentazione del rapporto 2009 dell’Emccda a Bruxelles. Scarica il rapporto (in formato pdf) da fuoriluogo.it. Qui trovate invece la rilettura dei dati italiani a cura di Giovanardi e Serpelloni.

Oltre 13 milioni di europei adulti hanno provato cocaina nella loro vita. Di questi, 7,5 milioni sono giovani (15-34 anni), tre milioni dei quali l’hanno usata negli ultimi 12 mesi. La «neve» si conferma perciò, secondo il Rapporto 2009 dell’Osservatorio europeo sulle droghe presentato oggi a Bruxelles, la sostanza stimolante illegale più popolare nel vecchio Continente, e il suo uso è in costante aumento. Il consumo di cocaina resta concentrato nei Paesi occidentali, mentre rimane basso in altre parti d’Europa. E l’Italia si conferma uno dei Paesi a più alta prevalenza, insieme a Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito. In questa cinquina, avverte l’Oedt, nell’ultimo anno l’uso tra i giovani si è attestato tra il 3,1% e il 5,5%, mentre nella maggior parte degli altri Paesi europei si registra una tendenza alla stabilizzazione o all’aumento del consumo nella fascia d’età 15-34 anni. In aumento anche il numero di sequestri di cocaina (92 mila nel 2007 contro 84 mila nel 2006), benchè il quantitativo complessivo recuperato si sia ridotto a 77 tonnellate (121 nel 2006). Tra i pazienti che entrano per la prima volta in terapia per disintossicarsi, il 22% ha indicato la cocaina come sostanza primaria. Nel 2007 sono stati segnalati circa 500 decessi associati al consumo di questo potente stimolante. Se la cocaina, insieme all’amfetamina, primeggia come stimolante nell’Europa occidentale, la metamfetamina si appresta però, secondo l’Oedt, a prendere piede in misura significativa in questo ricco mercato, grazie anche alla facilità con cui può essere prodotta. Storicamente, l’uso di questa sostanza si concentra nella Repubblica ceca, dove sono stati individuati quasi 400 piccoli laboratori di metamfetamina. Ma nell’ultimo anno la disponibilità di questo stimolante sta aumentando in alcune zone dell’Europa del Nord, come Svezia e Norvegia.

Sono circa 74 milioni gli europei, uno su cinque degli adulti, che hanno provato hashish o marijuana nella loro vita, 22,5 milioni (6,8%) ne hanno fatto uso nell’ultimo anno e 12 milioni (3,6%) nell’ultimo mese. La cannabis resta dunque la sostanza illecita più comunemente usata in Europa, ma dopo gli aumenti vertiginosi degli anni ‘90 e inizio del 2000, i nuovi dati segnalano un calo di popolarità dello spinello una tantum, in particolare tra i giovani. Non nell’uso quotidiano, però, che coinvolge circa 4 milioni di europei. Il dato emerge dal Rapporto annuale 2009 sull’evoluzione del fenomeno della droga in Europa, presentato stamani a Bruxelles dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) e che fa riferimento all’anno 2007. La cannabis è la droga preferita dai più giovani, e infatti le percentuali si alzano se si considera la fascia di età 15-24 anni: il 15,9% l’ha usata nell’ultimo anno, l’8,3% nell’ultimo mese. Ma se raffrontati con i primi anni del 2000, sono in diminuzione, e soprattutto in quei Paesi, come il Regno Unito, dove a metà degli anni ‘90 si registravano le più alte stime sulla prevalenza di Europa. Nei Paesi per i quali è stata analizzata la tendenza nel periodo 2002-2007, alcuni hanno riferito cali almeno del 15% e altri hanno registrato una situazione stabile. La tendenza si conferma anche per gli studenti (15-16 anni): in sette Paesi, soprattutto dell’Europa settentrionale e meridionale, il consumo una tantum di cannabis è rimasto stabile e basso, mentre la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale che avevano consumi elevati o in crescita fino al 2003, hanno registrato un calo o una stabilizzazione nel 2007. Dei 4 milioni di europei che fuma ogni giorno a quasi (l’1% della popolazione adulta), circa 3 milioni ha un’età compresa fra 15 e 34 anni (2,5%). E l’Italia si colloca tra i Paesi dove il consumo è più alto: al primo o secondo posto tra gli adulti che l’hanno usata una tantum, nell’ultimo anno o nell’ultimo mese, lo stesso tra i giovani (15-34 anni) ed è tra i Paesi a più alta prevalenza anche nella fascia 15-24.

Internet è un mercato sempre più importante per la vendita di sostanze psicoattive che rappresentano un’alternativa legale allo ’sballò. Una piazza virtuale che consente ai rivenditori di offrire a un vasto pubblico sostanze alternative e aggirare i controlli. Lo evidenza la relazione annuale 2009 sull’evoluzione del fenomeno della droga in Europa, presentata dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) oggi a Roma e a Bruxelles. Dai dati emerge che il controllo di Internet rappresenta anche per i ricercatori un «elemento sempre più importante per individuare le nuove tendenze delle droghe». Nel 2009 l’Osservatorio ha condotto un’indagine su 115 negozi online in 17 Paesi dell’Ue. La maggior parte dei venditori individuati si trovava nel Regno Unito (37%), in Germania (15%), nei Paesi Bassi (14%) e in Romania (7%). L’ampia varietà di sostanze messe in vendita va dalle droghe tradizionali usate in alcune parti del mondo, a sostanze di sintesi ottenute in laboratorio e non testate sull’uomo. Tra i nuovi prodotti messi in vendita quest’anno vi sono le cosiddette ‘party-pills’ (droghe ricreative), contenenti alternative legali alla sostanza di recente individuazione benzilpiperazina.
Tra le altre novità di mercato, i marchi differenti e le confezioni attraenti. Un esempio tipico è il prodotto a marchio ’spices’, spesso venduto come incenso. Le informazioni riportate sulla confezione sostengono che si tratta di una miscela di erbe o piante «fino a 14 ingredienti», ma i test hanno dimostrato che spesso contengono cannabinoidi sintetici. Prodotti che hanno allarmato diversi Paesi, che hanno deciso di bandire o intraprendere azioni legali anti-spices. «I tentativi di eludere i controlli sulle droghe commercializzando sostanze sostitutive – spiega il direttore dell’Osservatorio, Wolfgang Gotz – non sono nuovi. Ciò che è nuovo è l’ampia gamma delle sostanze attualmente individuate, la commercializzazione aggressiva di prodotti con etichettature errate, l’utilizzo crescente di Internet e la velocità con cui il mercato reagisce alle misure di controllo».

La situazione dei consumi di sostanze stupefacenti in Europa, almeno per quanto riguarda le droghe tradizionali, sembra essersi stabilizzata ma è su livelli troppo elevati: lo ha detto Wolfgang Goetz, direttore dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, presentando stamani nella sede del Parlamento Ue la Relazione annuale 2009 dell’Oedt. «Non si assiste nel complesso – ha spiegato – ad aumenti significativi dei consumi di sostanze» come cocaina, eroina o cannabis (per la quale si registra una tendenza al calo, ha detto), ma «il fenomeno della droga – ha aggiunto – è in costante evoluzione e sono tante le nuove sfide che abbiamo davanti». A cominciare, ha spiegato, dalle droghe sintetiche, dove il mercato cambia in continuazione per sfuggire ai controlli. Goetz ha sottolineato l’importanza degli interventi di riduzione del danno e del trattamento delle tossicodipendenze, che in Europa, ha detto, «sono sempre più collegati e spesso vengono erogati dallo stesso servizio».

L’uso combinato di diverse sostanze stupefacenti rappresenta uno dei nuovi trend nel consumo di droghe, ma anche un serio motivo di allarme. È quanto emerge dal rapporto 2009 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt), presentato oggi a Roma e a Bruxelles. I dati evidenziano che nel Vecchio continente la cosiddetta «poliassunzione» con l’uso combinato di diverse sostanze causa o complica i già difficili problemi da affrontare sul fronte della lotta alla droga e della tutela della salute. Nella relazione di quest’anno al problema della poliassunzione è dedicato un documento specifico, che offre una panoramica di questo comportamento tra giovani studenti di 15-16 anni, ma anche tra giovani adulti 15-34enni e consumatori problematici di stupefacenti. Fra gli studenti più giovani interpellati in 22 Paesi, il 20% ha riferito un consumo di alcol e sigarette nell’ultimo mese; il 6% di cannabis con alcol e/o sigarette; l’1% di cannabis con alcol e/o sigarette più un’altra sostanza, dall’ecstasy all’eroina. La ricerca indica che tra gli studenti la poliassunzione può aumentare il rischio di effetti tossici e problemi cronici di salute negli anni a venire. Tra i giovani adulti (15-34 anni) la poliassunzione è un sintomo di abitudini più radicate di consumo di sostanze e comporta rischi maggiori. I ‘fortì consumatori di alcol hanno una probabilità da 2 a 6 volte superiore di aver fumato cannabis nell’ultimo anno rispetto ai coetanei, e da 2 a 9 volte maggiore di aver usato cocaina. (segue) (Ram/Col/Adnkronos) 05-NOV-09 12:05 NNN

Le persone che consumano droga non limitano quasi mai il loro consumo a un’unica sostanza: oggi, in Europa, il consumo combinato è responsabile della maggior parte dei problemi legati alle sostanze stupefacenti. E l’alcol è la sostanza «principe» che lega con tutte le altre. La conferma viene dall’Osservatorio europeo sul fenomeno delle droghe, che in occasione della presentazione oggi a Bruxelles della sua Relazione annuale sulle droghe ha reso noto un focus speciale sulla poliassunzione. L’allarme dell’Osservatorio riguarda soprattutto i giovani: tra gli studenti europei, dati recenti mostrano una forte associazione tra il cosiddetto ‘binge drinking’ (un numero elevato di drink alcolici nella stessa serata) e consumo di droga, soprattutto in ambienti ricreativi. I dati tratti da uno studio condotto recentemente dall’Oedt rivelano che poco più del 20% degli studenti dai 15 ai 16 anni aveva usato alcol e sigarette durante il mese precedente, un altro 6% aveva consumato cannabis e alcol e l’1% aveva usato questo gruppo di sostanze in aggiunta a un’altra droga (ecstasy, cocaina, amfetamine, Lsd o eroina). Complessivamente, una media di circa il 30% degli studenti di questa età avevano consumato due o più sostanze nel mese precedente, con 91 combinazioni differenti.

Nella lotta alla diffusione di consumo di droga, «c’è una dimensione nazionale che è completamente superata: non ci sono più frontiere e la lotta contro la droga non deve e non può conoscere più frontiere nè frammentazione»: è questo il messaggio che la Commissione Ue, per bocca del portavoce Michele Cercone, invia agli Stati membri nel giorno in cui l’Osservatorio europeo sul fenomeno delle droghe ha presentato la sua Relazione annuale. Il portavoce ha ricordato che con la ratifica del Trattato di Lisbona, «si potrà andare avanti in modo più coordinato in questa lotta contro un fenomeno che è veramente drammatico in Europa».

Il proibizionismo ci costa 10 miliardi l’anno

euroRecenti contributi teorici sostengono la superiorità degli strumenti fiscali nel contenere il consumo di droghe rispetto all’applicazione di una normativa proibizionista. In Italia il consumo di tabacchi ed alcolici è appunto scoraggiato tramite l’imposizione di una elevata tassazione. Questo lavoro di Marco Rossi dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” stima quale sarebbe stata l’implicazione fiscale per l’erario nazionale se nel periodo 2000-05 il mercato delle droghe fosse stato regolato come quello dei tabacchi. Le stime dello studio suggeriscono un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi euro (quasi 60 in totale). In particolare, l’erario risparmierebbe circa 2 miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri), ed incasserebbe circa 8 miliardi all’anno dalle imposte sulle vendite (5,5 dalla sola cannabis).

Cocaina. Consumo, psicopatologia, trattamento

cocaina-copCocaina. Consumo, psicopatologia, trattamento
a cura di Paolo Rigliano e Emanuele Bignamini
Raffaello Cortina Editore, 2009

Ricerche effettuate per conto dell’OMS già durante gli anni ’80 avevano dimostrato come il consumo di cocaina di per sé presentasse un basissimo profilo di rischio sia in termini di morbilità che di mortalità, sempre che il setting, ovvero il contesto in cui esso si collocava, fosse quello delle classi agiate.
Peraltro, a partire dagli anni ’90, si è assistito ad una rapida popolarizzazione del consumo che, da elitario che era, ha cominciato a diffondersi in misura sempre più massiccia a quegli strati sociali che in precedenza si rivolgevano prevalentemente all’eroina.
Il pregevole volume di Rigliano e Bignamini prende le mosse proprio da questo fenomeno, ed in particolare dalle sue motivazioni psicosociali (il ciclico alternarsi, anche a livello di cultura di massa, di fasi tendenzialmente depressive ad altre maniacali, contrassegnate dal passaggio dall’ideologia della crisi a quella edonistica della soddisfazione dei desideri anche più estremi e a quello che, molto efficacemente, Rigliano chiama il dogma della giovanilità obbligatoria), motivazioni che affondano le loro radici nella mutata temperie politico-economica degli ultimi due decenni.
I nove capitoli in cui si articola il libro, ricchi di riferimenti crociati che li armonizzano in un giuoco di reciproca interdipendenza, offrono nel loro insieme un panorama nitido e del tutto esauriente delle complesse problematiche legate all’uso della cocaina, i cui vari aspetti sono peraltro analizzati in dettaglio, capitolo per capitolo, nelle loro molteplici sfaccettature.
Particolarmente interessante risulta, nei capitoli 2 e 3, l’aggiornamento, riccamente documentato, sulle implicazioni neurobiologiche del consumo di cocaina alla luce delle più recenti scoperte nell’ambito delle neuroscienze. E’ sulla base di queste ultime, infatti, che oggi è possibile delineare con maggiore chiarezza le differenze e le analogie rilevabili rispetto all’uso delle altre sostanze psicotrope.
L’approccio dei capitoli successivi, dedicati alle problematiche diagnostiche (in particolare a quelle della cosiddetta doppia diagnosi), nonché alle strategie terapeutiche conseguenti, si colloca coerentemente nella scia della lettura in chiave sociologica del cocainismo, ampiamente illustrata nei primi capitoli del libro. È proprio tale background culturale e psicosociale, infatti, che costituisce il principale fattore in grado di condizionare, distorcendola, la percezione del fenomeno e quindi di determinare in larga misura la patogenicità del consumo della sostanza, da cui l’attenzione prioritaria da dedicare al lavoro psicologico sul paziente.
Il testo si conclude con un capitolo dedicato all’assunzione di cocaina associata a quella di altre sostanze psicotrope, e in primo luogo agli alcolici, la cui interazione risulta invariabilmente legata a gravi danni al consumatore, oltre che alla collettività nel suo insieme; il che offre lo spunto agli autori per proporre modelli avanzati di gestione di trattamento, soprattutto in un contesto come quello odierno in cui la pericolosità del fenomeno appare largamente sottovalutata.

Paolo Crocchiolo

Foglia di coca: un diritto delle popolazioni indigene delle Ande

Le Nazioni Unite hanno avviato su richiesta della Bolivia di Evo Morales la procedura per depenalizzare il consumo di foglie di coca. Lo ha deciso, secondo il Notiziario Aduc, il Consiglio economico e sociale dell’Onu (Ecosoc) che ha così avviato la procedura per emendare la Convenzione delle Nazioni Unite del 1961 sugli stupefacenti – escludendo ogni estensione alla cocaina prodotta con ottenuta dalle foglie di coca. Per Evo Morales la masticazione della foglia di coca è “una pratica socio-culturale, rituale, millenaria del popoli indigeni andini, comune per milioni di persone in Bolivia, Peru’, nord dell’Argentina, Cile, Ecuador e Colombia”, e quindi “un diritto delle popolazioni indigene delle Ande”.

Cocaina: collaborate alla ricerca in Toscana

INVITO A COLLABORARE ALLA PRIMA RICERCA IN TOSCANA SULLA VARIETÀ  DI MODELLI DI CONSUMO DI COCAINA

Perché una nuova ricerca sulle sostanze?
Perché la grande maggioranza delle ricerche si limita a studiare il consumo dipendente rivolgendosi in genere alle persone che chiedono aiuto ai servizi. Invece questa ricerca (promossa dal Cnca toscano e condotta dalla Cooperativa Cat e dall’associazione Forum droghe col contributo della Regione Toscana) segue un approccio innovativo, sull’esempio di altri studi europei: si propone di indagare i tanti e differenti modelli di consumo (da quello sporadico, a quello regolare-moderato, a quello più frequente e intensivo etc.) e come questi eventualmente si modifichino nel tempo. Per questa ragione, cerchiamo preferibilmente persone che non siano in cura presso i servizi.

Perché la cocaina?
Perché è una sostanza il cui consumo è in forte crescita, che è consumata secondo stili, culture e in contesti assai differenziati ed è accompagnata da campagne allarmistiche non sempre informate correttamente.

Perché partecipare alla ricerca?
Per aiutare una ricerca di tipo inedito che non vuole conoscere i consumi sotto l’aspetto della “patologia”, ma al contrario scoprire come avvengono i consumi nella “normalità” della vita quotidiana.
Perché è garantita la massima privacy, attraverso l’esclusione di ogni riferimento che renda le persone riconoscibili.

Chi può partecipare?
Consumatori e consumatrici di cocaina (anche associata ad altre sostanze) maggiorenni che vivono in Toscana, con almeno 20 episodi di consumo nella vita, che non siano al momento in cura per il consumo di cocaina presso i servizi o privatamente.
Al termine dell’intervista strutturata, offriamo in omaggio per ringraziamento ai partecipanti 2 libri di documentazione e una compilation musicale, editi da Forum droghe.

Per partecipare telefonare al numero 333/6350214

Oltre l’allarme droga: la scienza, i media e il senso comune

coverlowEcco l’introduzione di Grazia Zuffa alla ricerca dal titolo “La percezione sociale nel consumo di sostanze – esame della stampa della Regione Emilia-Romagna”, a cura del Prof. Piero Ignazi, Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Bologna presentato oggi presso la Regione Emilia Romagna.

L’associazione Forum Droghe, che (col sostegno della Regione Emilia Romagna) ha promosso questa ricerca sulla rappresentazione del tema droghe nella stampa locale, ha sempre dedicato particolare attenzione all’informazione: come dimostra l’impegno editoriale nella rivista Fuoriluogo (mensile su droghe e diritti, che esce da oltre dieci anni come inserto del quotidiano il Manifesto), insieme all’attività costante di documentazione on line e tramite pubblicistica sul dibattito scientifico e sulle politiche pubbliche.
Studiare l’informazione veicolata dai mezzi di comunicazione, fra cui i quotidiani, è cruciale per saggiare il senso comune sulle droghe; o sarebbe meglio dire, per verificare la costruzione del senso comune sulle droghe. Qui sta la responsabilità dei media, perché, nonostante i vibranti allarmi, o forse proprio a causa dei vibranti allarmi, le droghe (illegali) rimangono largamente sconosciute come fenomeno sociale. Può sembrare un paradosso, visto che il tema occupa largo spazio nell’informazione, come conferma anche questa ricerca. Il fatto è che le droghe sono sì alla ribalta dell’attenzione pubblica, ma unicamente per due aspetti: i danni e la dipendenza che possono indurre e la criminalità collegata al mercato illegale. Facendo un paragone con l’alcol: che dire se il whisky o il vino evocassero nell’immaginario collettivo solo l’alcolismo e Al Capone? E se i media ne parlassero dando per scontato che tutti coloro che consumano whisky sono alcolisti?

Molti diranno che il paragone è improprio e che l’alcol, pur essendo una sostanza psicoattiva, non è paragonabile alle droghe perché, come ha detto di recente un noto politico “per le droghe la scienza ci dice che fanno male, per l’alcol staremo a vedere”. In realtà, già da tempo la scienza ci dice che tra il rischio farmacologico delle sostanze psicoattive e il loro statuto legale non c’è una relazione lineare e che alcune sostanze psicotrope legali sono più dannose di quelle illegali: basti pensare alla più autorevole classificazione di rischio delle sostanze stilata già nel lontano 1999 dal farmacologo, accademico di Francia, Bernard Roques (La dangerosité des drogues): l’alcol è nella prima categoria, ossia fra le droghe più pericolose, eroina e cocaina, nella seconda troviamo l’ecstasy, mentre la canapa è all’ultimo posto, come sostanza a minor rischio.

Eppure, nonostante l’alto rischio chimico, le nostre società convivono da secoli con l’alcol, cercando di limitare i pericoli connessi e di godere al meglio i vantaggi di un buon bicchiere di vino (uno solo possibilmente). Peraltro, i danni (indiscutibili) dell’alcolismo e dei comportamenti sotto intossicazione acuta (leggi, gli ubriachi al volante) non sono il centro dell’immagine sociale dell’alcol. Se per le altre droghe vale il ragionamento opposto, non si può invocare l’oggettività della scienza: il problema è squisitamente di lettura sociale dell’universo droga. A sua volta, la scelta di una lettura in chiave di patologia (sociale e/o individuale) fa sì che non si tengano in conto i risultati della ricerca sociologica fino ad oggi disponibili: quanti sanno che sino dagli anni ottanta sono state condotte ricerche per verificare se anche per le droghe illegali esistessero modelli di consumo non-dipendente? Scoprendo che questi consumi esistono. Non solo: scoprendo anche che i tossicodipendenti sono solo una minoranza dei consumatori di droghe, allo stesso modo che gli alcolisti sono solo una minoranza dei bevitori di vino e perfino di whisky. Ancora, quanti sanno che ricerche simili e con risultati simili sono state condotte di recente in Europa proprio sulla cocaina, la droga flagello degli anni duemila? Scoprendo, ancora una volta, che i cocainomani sono solo una minoranza dei consumatori di cocaina. Eppure la cocaina ha rappresentato “l’emergenza-droga” per eccellenza nell’America degli anni ottanta: i giornali ne parlavano come di una sostanza “immediatamente additiva”, che si stava diffondendo alla velocità della peste nel medioevo: sulla costruzione del crack scare si veda in proposito lo scritto di Levine e Reinermann (1997), che tra l’altro dimostra come l’allarme sul dilagare dei consumi fosse del tutto inventato visto che a quel tempo non esistevano rilevazioni epidemiologiche affidabili. Quanto alla cocaina “immediatamente additiva”, è una sciocchezza che parla da sé.

Prevedo una facile obiezione: far sapere che non tutti i consumatori diventano tossicodipendenti significherebbe incentivare i consumi. E’ il pensiero che sta alla base delle scare tactics, adottate per terrorizzare i giovani e tenerli lontano dalle droghe; trasportato di recente nel campo della politica con la p maiuscola sotto forma del famoso “governo della paura”. Tralasciamo la delicatezza del rapporto fra informazione e politica, specie quando la prima si mette al servizio dell’altra. Ammettendo, e non concedendo, che il fine giustifichi i mezzi, dipende da quali fini si vogliono perseguire.
Non si sa se alcune persone saranno convinte a non consumare dalle campagne terroristiche; di certo si sa che le persone che consumano saranno esposte a più grave rischio, poiché queste avrebbero tutto da guadagnare dal distinguere fra uso moderato e uso eccessivo; più in generale, dal conoscere le norme informali per un uso più sicuro delle sostanze, in modo da farsi meno male. In questo, una differenza fondamentale c’è rispetto all’alcol: mentre i ragazzi e le ragazze imparano tutti i giorni a tavola come bere senza eccessi, per le droghe illegali questi saperi “politicamente scorretti” non sono veicolati dalla cultura ufficiale.

Si intravedono dunque ben altri possibili scenari dal consueto “allarme-droga”. Non si tratta semplicemente di spostare il tiro sulle politiche socio-sanitarie e sui servizi per le dipendenze, anche se una maggiore attenzione sarebbe auspicabile. Penso alle mille facce sociali dell’universo droghe: le occasioni scelte per consumare, gli ambienti, le culture, i significati, i rituali, i modelli d’uso. Impossibile che non ci sia curiosità e mercato editoriale per questo sommerso che coinvolge un numero considerevole di cittadini: dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe, sappiamo che oltre settanta milioni di europei hanno provato la canapa almeno una volta nella vita, mentre dodici milioni hanno sperimentato la cocaina e nove milioni e mezzo l’ecstasy.
Nondimeno poco si sa (come sapere diffuso) su chi sono questi consumatori e su come e quando consumano, al di là degli studi specialistici. Con la conseguenza di non riuscire a comprendere le nuove tendenze: ne è un esempio la lieve diminuzione della canapa a fronte dell’aumento dell’alcol che si registra in Europa da qualche anno a questa parte.
Sotto la lente della patologia, il fenomeno è in genere letto come “tendenza al policonsumo”. E’probabile invece che sia il risultato della cosiddetta “normalizzazione” dell’uso di alcune droghe illegali come la canapa, che spinge i consumatori di questa sostanza a convivere negli stessi contesti coi non consumatori (che usano però l’alcol): ciò favorisce il passaggio dall’una all’altra sostanza, creando tendenze comuni. Lascio a Piero Ignazi il commento puntuale di questo studio da lui condotto, limitandomi a segnalare alcuni spunti dal confronto con la ricerca simile del 2004. Le
droghe rimangono un argomento di rilievo, con un’attenzione crescente all’associazione fra droga e crimine mentre si affievolisce l’interesse per le politiche sociosanitarie e per le scelte legislative. Uno sguardo al dibattito politico offre una chiave di interpretazione: la stampa sembrerebbe assecondare la rappresentazione che la politica ha dato in questi ultimi anni della questione droga (ponendo al centro il tema della punizione/repressione), piuttosto che seguire la strada dell’inchiesta sociale. Se è così, il taglio informativo “parziale” sarebbe da addebitarsi alla generale dinamica fra media e politica, più che al persistere di stereotipi e pregiudizi nel campo specifico. Va in questa direzione l’osservazione circa la scarsa frequenza dell’uso del termine “droga” quale etichetta generica e stigmatizzante, a fronte di una prevalente tendenza a distinguere fra sostanze a maggiore o a minore rischio. Questo studio è dunque in grado di stimolare la discussione ben oltre il tema specifico delle droghe. Non possiamo che augurarci che ciò avvenga.

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