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Category 'carcere'

“Non sapete veramente più con chi prendervela”

comacchioLa Società della Ragione
Voodo Arci Club

Giovedì 25 marzo 2010|ore 21,30
Voodoo Arci Club
S.S. Romea, 32 | San Giuseppe di Comacchio (FE)
(ingresso con parcheggio in via vecchia romea 62/c)
www.myspace.com/voodooarciclub

“Non sapete veramente più con chi prendervela”

Incontro pubblico sulle politiche sulle droghe in Italia con Franco Corleone, Presidente de La Società della Ragione, già sottosegretario alla Giustizia.

Coordina Leonardo Fiorentini webmaster di fuoriluogo.it

Nel corso dell’incontro verranno presentati i dati del Libro Bianco sugli effetti della Legge Fini-Giovanardi realizzato da Antigone, Forum Droghe e Società della Ragione e disponibile su www.fuoriluogo.it.

INGRESSO RISERVATO SOCI ARCI

In collaborazione con fuoriluogo.it.

11 marzo. L’ossessione securitaria e la bulimia carceraria.

LA SOCIETA’ DELLA RAGIONE

L’ossessione securitaria e la bulimia carceraria.

Il Piano carcere del Governo è una soluzione ?

Giovedì 11 marzo 2010 | ore 21
Milano | Circolo della Stampa
Palazzo Serbelloni | Corso Venezia 16

Intervengono:
On. Andrea Orlando, responsabile Giustizia PD
Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti Firenze
Maurizio Baruffi, consigliere comunale PD Milano
Alessandra Naldi, Antigone

testimonianza di Lucia Castellano direttore del carcere sperimentale di Bollate

Introduce e coordina la discussione Roberto Cornelli, segretario provinciale PD milano

Suicidi in carcere, una responsabilità collettiva

Mauro Palma, Presidente del CPT (Comitato europeo prevenzione tortura) per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 febbraio 2010.

E’ certamente vero che non esistono misure o progetti che portino a cancellare del tutto il rischio di suicidio di chi, privato della libertà, è ristretto in un luogo chiuso al mondo esterno. L’atto del suicidio attiene alla sfera intima, personale, mai del tutto esplorabile e leggibile; attiene a una sofferenza e a una scelta che non sono mai dominabili attraverso sistemi di regole esterne e che, in quanto tali, vanno rispettate e discusse con pudore e senza facili scorciatoie interpretative. E’ anche vero che in nessuno dei sistemi detentivi europei, e certamente anche in quelli al di fuori del nostro continente, il numero dei suicidi è zero. Tuttavia queste sono verità parziali. Altre ci dicono che nelle carceri italiane lo scorso anno, e nell’avvio di questo, se ne è verificato un numero tale che indica una crescita allarmante del fenomeno, percentualmente tra i più alti in Europa; che questa impennata è segno ed effetto del negativo funzionamento di un’istituzione che si vorrebbe destinata al recupero sociale; e che per ridurne il numero molto si può e si deve fare, anche seguendo le tracce di altri paesi. L’estensione del fenomeno dell’autolesionismo e l’aumento del numero dei suicidi ci proiettano innanzitutto l’immagine di un mondo detenuto debole, prodotto di assenze d’intervento sociale e di una marginalità declinata penalmente e rigidamente affrontata con la detenzione.
In questo contesto, il carcere diviene un luogo di abbandono di ogni progettualità possibile, luogo ininfluente rispetto all’elaborazione culturale e alla decisione politica: se ne conoscono numeri, problemi e carenze, ma questi elementi non incidono nel formare pensiero collettivo. Per chi è in carcere questa percezione di essere nel luogo dell’ininfluenza sui processi reali e della mancanza di qualsiasi progettualità che non sia il mero contenimento è un fattore che incide sulla decisione di sancire definitivamente tali assenze; quindi, sul numero dei suicidi. Ogni suicidio in carcere ci interroga sulle nostre responsabilità e dà una indiretta immagine delle criticità e degli elementi patologici e patogeni di questa istituzione, perché rappresenta sempre il risultato di più incapacità: a leggere disagio e difficoltà, a prevenirne gli esiti più negativi, a dare sostegno adeguato. Quindi, non è possibile chiudere il problema come insito nella logica stessa della detenzione o nelle vicende umane difficili da cui proviene la gran parte dei detenuti. Abbiamo il dovere di capire le ragioni di numeri così elevati, di chiederci come intervenire, di riflettere sugli interrogativi che essi pongono. Gli interlocutori di questa riflessione sono molteplici e non si restringono a chi del carcere ha diretta responsabilità. Certamente questi sono i primi interlocutori e alcune indicazioni europee delineano linee d’intervento: la costruzione di équipe di accoglienza, composte di operatori con diverso profilo professionale; il potenziamento della comunicazione tra detenuto e staff, anche attraverso forme di rappresentanza; il passaggio da un modello de-responsabilizzante, in cui il detenuto è un soggetto passivo che deve chiedere per agire, a un modello di assunzione attiva di responsabilità; la scrupolosa rilevazione degli atti auto lesivi, nonché dei suicidi, e il loro utilizzo come casi d’analisi per la stessa formazione del personale, rompendo la tendenza a occultare e negare; la drastica riduzione delle forme d’isolamento del detenuto. Sono linee guida, che l’Italia dovrebbe attuare, che certamente non sanano le questioni a monte di politica penale, ma che, nel contesto dato, chiedono all’istituzione di agire al proprio interno al massimo delle possibilità per ridurre drasticamente il numero di suicidi. All’esterno, l’unico segnale positivo si è avuto lo scorso anno, quando il Comitato Nazionale di Bioetica ha inserito il tema dei suicidi in carcere nella propria agenda, avviando una serie di audizioni. Un segnale della consapevolezza sociale del problema, non più ristretto così a tema per specialisti o ad argomento da includere nel più generale tema del suicidio, senza evidenziarne la specificità del suo porsi nella privazione della libertà. Sarebbe importante avere gli esiti di tale lavoro, anche come apertura di una riflessione sulla responsabilità intrinseca di tutti i noi su quel numero alto di vite che si continuano a perdere dietro le sbarre.

Carceri aperte ai giornalisti

L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso.
Il diritto all’informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l’emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche “un’emergenza informazione”, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l’accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali.

Primi firmatari:
Rita Levi Montalcini, Stefano Rodotà, Valerio Onida, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Rosaria Capacchione, Gian Antonio Stella

Clicca qui per aderire:
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/01/articolo/2193/

Qui i primi risultati dell’appello:
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/02/articolo/2292/

(via fioreblog e franco corleone)

Trieste 2010, pratiche e conflitti nella salute mentale

Peppe Dell’Acqua scrive per la rubrica di Fuoriluogo in vista dell’appuntamento di Trieste 2010,  9-13 febbraio, parco culturale San Giovanni. (Info e programma: www.trieste2010.net)

Stiamo vivendo tempi d’indubbie difficoltà, per tutti. Per quanti come me vivono ciò che accade intorno alla salute mentale, i problemi appaiono evidentissimi nelle realtà locali, sostenuti da una grigia e preoccupante confusione a livello culturale, etico e politico. Il clima creato a sostegno delle politiche per la sicurezza giustifica il ritorno prepotente delle psichiatrie del pessimismo, del rischio e della pericolosità. La diffusione di pratiche sempre più disattente alla dignità delle persone e alla inviolabilità dei corpi è la conseguenza altrettanto palese. Tuttavia, a uno sguardo più attento, si colgono ovunque segni e storie di cambiamento. Un incalcolabile numero di  persone sono presenti sulla scena e lavorano per guadagnare margini più ampi di libertà, per tenere aperti spiragli di possibilità. Per questi e per questo la convocazione di Trieste, dal 9 al 13 febbraio.
Le persone che vivono direttamente l’esperienza e i loro familiari, gli operatori della salute mentale, i cooperatori sociali, i cittadini attivamente coinvolti, i gruppi sempre più attenti di giovani volontari e studenti si collocano in un campo contraddittoriamente  attraversato da una parte da progetti, risorse, politiche che intravedono costantemente l’orizzonte dell’ emancipazione, della guarigione, della possibilità di vivere la propria vita malgrado la malattia, gli impedimenti istituzionali, le ragioni della sicurezza; dall’altra, dalla spinta inarrestabile alla criminalizzazione e alla medicalizzazione dei bisogni, dei comportamenti, del disagio. In Italia, la ricorrente ripresa della questione della legge che si deve cambiare sostiene questa parte del campo e nasconde la riottosità di tanta psichiatria e di tante fallimentari politiche regionali che si fanno anacronisticamente scudo della legge. Le parole esclusione/inclusione,  tutela/contratto, oggetto/soggetto sembrano disegnare il campo dell’agire. Un campo di forte tensione. Nel manicomio di Gorizia prima e di Trieste dopo, Basaglia, aprendo la porta, scompaginava praticamente  le forze in campo riportando nella dimensione della cittadinanza, del diritto, del contratto sociale le persone che avevano perduto con la malattia ogni cosa; e che oggi sempre più numerose, (la “maggioranza deviante”), rischiano di vedere sottratta la loro soggettività, la loro possibilità di essere nei luoghi, nelle relazioni, nel tempo della loro vita. Il film televisivo “C’era una volta la città dei matti”, in onda su Raiuno il 7 e 8 febbraio, è pervaso dalla drammaticità di  questo passaggio e di questi rischi.
L’incontro di Trieste intende creare uno spazio amplissimo di discussione intorno a queste questioni. Che cos’è la psichiatria? è stato l’interrogativo che, alla fine degli anni ’60, ha aperto la ferita più irreparabile nel corpo dei saperi e delle istituzioni psichiatriche. Che cos’è salute mentale? è l’interrogativo che oggi si propone di illuminare il campo ormai vastissimo della deistituzionalizzazione, delle fabbriche del cambiamento, dei nuovi orizzonti possibili. Queste le aree tematiche individuate per i quattro giorni in cui il Parco di San Giovanni sarà invaso da più di un migliaio di persone provenienti da più di 40 paesi e da quasi tutte le Regioni italiane: i saperi e i paradigmi, la pratica critica anti istituzionale, la “maggioranza deviante”: economia sociale e inclusione, memoria, archivi e comunicazione sociale.
Il lavoro faticoso che le persone fanno, la durezza della vita che le persone sperimentano nella dimensione della dipendenza, del disturbo mentale, dell’immigrazione, della periferia, del carcere, dell’istituto, della disoccupazione pretendono riconoscimento. Il rischio dell’isolamento, dell’autoreferenzialità, della frammentazione e della demotivazione incombono. Da qui l’appiattimento culturale e l’omologazione ai paradigmi scientifici e operativi dominanti.
Le persone e gli operatori hanno bisogno di confronto, di provocazioni, di rischio. È necessario cercare parole che rappresentino queste condizioni. Le parole in uso sembrano consunte. Chi attraversa questi campi rischia l’afasia, il silenzio e sempre più avverte la necessità di un vocabolario da condividere e di un lessico familiare che garantisca significato al confronto e all’asprezza dei conflitti. Che verranno.

Manicomi criminali, la fine dell’ergastolo bianco?

Alessandro Margara scrive sulla sorte degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari dopo il passaggio del servizio sanitario in carcere alla Sanità Pubblica. Dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 20 gennaio 2010.

Opg: una sigla per Ospedale Psichiatrico Giudiziario, una ditta con fama pessima. Sta cambiando con il passaggio del servizio sanitario in carcere alla Sanità pubblica? La partenza è in forte salita.

Il sistema della misura di sicurezza dell’Opg, introdotta dal Codice penale Rocco per i soggetti autori di reati ma prosciolti per vizio totale di mente, si fondava su tre presupposti assolutamente condizionanti: la incurabilità e sostanziale perpetuità della malattia mentale; l’esistenza della pericolosità sociale, alla base del sistema giuridico delle misure di sicurezza, che potevano essere prorogate senza limiti (venne usato il termine “ergastolo bianco”); una condizione detentiva assolutamente priva di possibilità terapeutiche, con strutture e personale carcerari.

Questo sistema è crollato nei primi due punti: la malattia mentale può essere superata con interventi terapeutico-riabilitativi, che si possono giovare anche di nuovi farmaci, consentendo o la guarigione o, comunque, la vivibilità sociale per la persona; grazie all’apporto di sentenze costituzionali e di interventi legislativi, oggi nessuna misura di sicurezza può essere eseguita se non si accerti la pericolosità sociale attuale della persona.

Se vogliamo, resta scalfito anche il terzo punto: una sentenza costituzionale (n.253/2003) ha affermato che il giudice non è obbligato ad applicare il ricovero in Opg: quando le condizioni della persona lo consentono, basta la libertà vigilata e la presa in carico da parte del servizio psichiatrico pubblico. Il che significa, però, che, in mancanza di quelle condizioni, la persona può ancora finire in Opg; e qui, allora, si finisce per sbattere contro il vecchio Opg, le sue solite mura, la solita organizzazione.
Sta, però, passando un modello diverso, che relega la sorveglianza e la sua gestione al perimetro esterno delle strutture, mentre, all’interno, l’istituto è gestito interamente dal personale sanitario, che ha responsabilità, assistenza e cura degli internati.

Queste strutture dovranno dimenticare non solo il modello carcerario, ma anche quello ospedaliero e cercare un modello comunitario di vita. Dovranno inoltre essere limitate a un numero modesto di utenti, anche se questo traguardo potrà non essere immediato, specie per regioni con un alto numero di ricoverati. D’ora in poi, l’Opg dovrebbe essere riservato alle sole persone sottoposte a misura di sicurezza definitiva. Per gli altri, i soggetti in attesa di giudizio, dovranno essere create apposite sezioni negli istituti di pena, sotto la responsabilità del Servizio Sanitario Nazionale: come già avviene per le sezioni di osservazione psichiatrica, dove vengono inviate le persone che necessitino di una diagnosi. Tali sezioni sono già presenti in varie regioni e dovrebbero essere istituite in tutte.

Nonostante i disegni riformatori, attualmente il numero dei ricoverati in Opg sta crescendo, particolarmente il gruppo degli internati a misure di sicurezza provvisorie, problematici per vari aspetti. Questo accade perché l’Autorità Giudiziaria si avvale raramente del ricovero in strutture civili previsto dall’art. 286 del Codice di Procedura Penale. Per gli internati con misura provvisoria, non si possono utilizzare le aperture del regime giuridico relativo agli internati definitivi, così che essi devono restare continuativamente chiusi negli Opg. Il loro ingresso è privo di garanzie, nel senso che, sempre più spesso, arrivano negli Opg dalla libertà senza una valutazione psichiatrica, che giustifichi la gravosità di quel ricovero. La perizia è generalmente disposta successivamente, la sua durata è tutt’altro che breve e può anche concludersi con il disconoscimento della malattia o la curabilità della stessa senza ricovero.
Rimane il problema dei soggetti giudicati “seminfermi di mente”, attualmente ristretti nelle “case di cura e custodia”: in attesa della loro soppressione (obbiettivo di tutti i progetti di riforma del Codice Penale), ci sarebbe ancora da ridurre il numero dei ricoverati individuando soluzioni esterne per i molti internati definitivi che hanno terminato il periodo minimo di durata della misura di sicurezza e che restano dentro perché non si trova una qualche accoglienza per loro fuori.

I condizionamenti del vecchio sistema sono tanti. Non sarebbe l’ora di chiudere la ditta Opg per indiscutibile fallimento?

Carceri d’oro 2010

Così Franco Corleone oggi sul suo blog:

Ho sempre avuto repulsione per la parola emergenza. Di fronte a fenomeni sociali che il potere si dimostra incapace ad affrontare con strumenti politici e amministrativi ordinari, si richiama la categoria della straordinarietà per utilizzare mezzi senza controllo.
Sul dramma del carcere il ministro Alfano si è addirittura inventato una procedura eccezionale quale la proclamazione dello stato d’emergenza. Questo novello Bava Beccaris dimostra che il Governo e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria sono interessati solo ad accentuare la carcerizzazione di massa di tossicodipendenti, immigrati e poveri.
Carceri d’oro a gogò, ecco la prospettiva del 2010!

Leggi l’articolo di Corleone sul Manifesto del 14 gennaio 2010.

L’ipocrisia sulle carceri

Si parla di carcere e la Lombardia sembra fare sempre bella figura grazie a opera e bollate, ma quanto sta investendo per il ri-inserimento degli ex-carcerati e di coloro che sono in procinto di uscire? Poco, molto poco.

Alfano ha annunciato di voler portare oggi lo stato d’emergenza per la situazione nelle carceri in Consiglio dei Ministri. Naturalmente più posti in carcere e carceri più facili da costruire. Ieri Roberto Codazzi sul suo blog ha analizzato la situazione lombarda.

(via fioreblog)

La Befana ti porta la tessera di Forum Droghe!

befanaforumdrogheQuest’anno metti nella calza della Befana anche la tessera di Forum Droghe. Aderisci all’Associazione, da oggi anche on line con carta di credito o PayPal, e sostieni Forum Droghe e Fuoriluogo.it.

Queste le modalità di versamento della quota di adesione all’Associazione:

Versamento con Bollettino Postale
I versamenti possono essere fatti negli uffici postali o attraverso bonifico bancario sul conto corrente postale n. 25917022 intestato a Forum Droghe.

Bonifico Bancario:
Conto corrente Bancoposta n. 25917022 intestato a Forum Droghe. Coordinate bancarie: CAB 03200-3 ABI 7601-8 – Codice IBAN: IT65N0760103200000025917022.

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Ora potete aderire on line pagando con carta di credito o conto Paypal. Selezionando la quota di adesione scelta sarete rediretti in un’altra finestra del browser sul sito di Paypal per una transazione sicura per voi e per la vostra Carta di Credito.
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Quote associative 2010
12,00 Euro studenti e disoccupati
30,00 Euro socio ordinario
60,00 Euro socio sostenitore
150,00 Euro associazioni

Nessuno ha ucciso Aldo Bianzino

aldo-bianzinoCome temevano i familiari di Aldo Bianzino ed il Comitato Verità per Aldo, il Giudice di Perugia ha deciso per l’archiviazione del procedimento contro ignoti per l’omicidio del falegname morto in cella dopo essere stato arrestato con l’accusa di coltivazione di alcune piante di marijuana.

Rileggi l’articolo di Patti Cirino per la rubrica di fuoriluogo della scorsa settimana e quello di Luigi Manconi per l’Unità.

Vai al blog del Comitato Verità per Aldo.