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Droghe e Diritti

Oltre l’allarme droga: la scienza, i media e il senso comune

Ecco l’introduzione di Grazia Zuffa alla ricerca dal titolo “La percezione sociale nel consumo di sostanze – esame della stampa della Regione Emilia-Romagna”, a cura del Prof. Piero Ignazi, Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Bologna presentato oggi presso la Regione Emilia Romagna. L’associazione Forum Droghe, che (col sostegno della Regione Emilia Romagna) […]

coverlowEcco l’introduzione di Grazia Zuffa alla ricerca dal titolo “La percezione sociale nel consumo di sostanze – esame della stampa della Regione Emilia-Romagna”, a cura del Prof. Piero Ignazi, Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Bologna presentato oggi presso la Regione Emilia Romagna.

L’associazione Forum Droghe, che (col sostegno della Regione Emilia Romagna) ha promosso questa ricerca sulla rappresentazione del tema droghe nella stampa locale, ha sempre dedicato particolare attenzione all’informazione: come dimostra l’impegno editoriale nella rivista Fuoriluogo (mensile su droghe e diritti, che esce da oltre dieci anni come inserto del quotidiano il Manifesto), insieme all’attività costante di documentazione on line e tramite pubblicistica sul dibattito scientifico e sulle politiche pubbliche.
Studiare l’informazione veicolata dai mezzi di comunicazione, fra cui i quotidiani, è cruciale per saggiare il senso comune sulle droghe; o sarebbe meglio dire, per verificare la costruzione del senso comune sulle droghe. Qui sta la responsabilità dei media, perché, nonostante i vibranti allarmi, o forse proprio a causa dei vibranti allarmi, le droghe (illegali) rimangono largamente sconosciute come fenomeno sociale. Può sembrare un paradosso, visto che il tema occupa largo spazio nell’informazione, come conferma anche questa ricerca. Il fatto è che le droghe sono sì alla ribalta dell’attenzione pubblica, ma unicamente per due aspetti: i danni e la dipendenza che possono indurre e la criminalità collegata al mercato illegale. Facendo un paragone con l’alcol: che dire se il whisky o il vino evocassero nell’immaginario collettivo solo l’alcolismo e Al Capone? E se i media ne parlassero dando per scontato che tutti coloro che consumano whisky sono alcolisti?

Molti diranno che il paragone è improprio e che l’alcol, pur essendo una sostanza psicoattiva, non è paragonabile alle droghe perché, come ha detto di recente un noto politico “per le droghe la scienza ci dice che fanno male, per l’alcol staremo a vedere”. In realtà, già da tempo la scienza ci dice che tra il rischio farmacologico delle sostanze psicoattive e il loro statuto legale non c’è una relazione lineare e che alcune sostanze psicotrope legali sono più dannose di quelle illegali: basti pensare alla più autorevole classificazione di rischio delle sostanze stilata già nel lontano 1999 dal farmacologo, accademico di Francia, Bernard Roques (La dangerosité des drogues): l’alcol è nella prima categoria, ossia fra le droghe più pericolose, eroina e cocaina, nella seconda troviamo l’ecstasy, mentre la canapa è all’ultimo posto, come sostanza a minor rischio.

Eppure, nonostante l’alto rischio chimico, le nostre società convivono da secoli con l’alcol, cercando di limitare i pericoli connessi e di godere al meglio i vantaggi di un buon bicchiere di vino (uno solo possibilmente). Peraltro, i danni (indiscutibili) dell’alcolismo e dei comportamenti sotto intossicazione acuta (leggi, gli ubriachi al volante) non sono il centro dell’immagine sociale dell’alcol. Se per le altre droghe vale il ragionamento opposto, non si può invocare l’oggettività della scienza: il problema è squisitamente di lettura sociale dell’universo droga. A sua volta, la scelta di una lettura in chiave di patologia (sociale e/o individuale) fa sì che non si tengano in conto i risultati della ricerca sociologica fino ad oggi disponibili: quanti sanno che sino dagli anni ottanta sono state condotte ricerche per verificare se anche per le droghe illegali esistessero modelli di consumo non-dipendente? Scoprendo che questi consumi esistono. Non solo: scoprendo anche che i tossicodipendenti sono solo una minoranza dei consumatori di droghe, allo stesso modo che gli alcolisti sono solo una minoranza dei bevitori di vino e perfino di whisky. Ancora, quanti sanno che ricerche simili e con risultati simili sono state condotte di recente in Europa proprio sulla cocaina, la droga flagello degli anni duemila? Scoprendo, ancora una volta, che i cocainomani sono solo una minoranza dei consumatori di cocaina. Eppure la cocaina ha rappresentato “l’emergenza-droga” per eccellenza nell’America degli anni ottanta: i giornali ne parlavano come di una sostanza “immediatamente additiva”, che si stava diffondendo alla velocità della peste nel medioevo: sulla costruzione del crack scare si veda in proposito lo scritto di Levine e Reinermann (1997), che tra l’altro dimostra come l’allarme sul dilagare dei consumi fosse del tutto inventato visto che a quel tempo non esistevano rilevazioni epidemiologiche affidabili. Quanto alla cocaina “immediatamente additiva”, è una sciocchezza che parla da sé.

Prevedo una facile obiezione: far sapere che non tutti i consumatori diventano tossicodipendenti significherebbe incentivare i consumi. E’ il pensiero che sta alla base delle scare tactics, adottate per terrorizzare i giovani e tenerli lontano dalle droghe; trasportato di recente nel campo della politica con la p maiuscola sotto forma del famoso “governo della paura”. Tralasciamo la delicatezza del rapporto fra informazione e politica, specie quando la prima si mette al servizio dell’altra. Ammettendo, e non concedendo, che il fine giustifichi i mezzi, dipende da quali fini si vogliono perseguire.
Non si sa se alcune persone saranno convinte a non consumare dalle campagne terroristiche; di certo si sa che le persone che consumano saranno esposte a più grave rischio, poiché queste avrebbero tutto da guadagnare dal distinguere fra uso moderato e uso eccessivo; più in generale, dal conoscere le norme informali per un uso più sicuro delle sostanze, in modo da farsi meno male. In questo, una differenza fondamentale c’è rispetto all’alcol: mentre i ragazzi e le ragazze imparano tutti i giorni a tavola come bere senza eccessi, per le droghe illegali questi saperi “politicamente scorretti” non sono veicolati dalla cultura ufficiale.

Si intravedono dunque ben altri possibili scenari dal consueto “allarme-droga”. Non si tratta semplicemente di spostare il tiro sulle politiche socio-sanitarie e sui servizi per le dipendenze, anche se una maggiore attenzione sarebbe auspicabile. Penso alle mille facce sociali dell’universo droghe: le occasioni scelte per consumare, gli ambienti, le culture, i significati, i rituali, i modelli d’uso. Impossibile che non ci sia curiosità e mercato editoriale per questo sommerso che coinvolge un numero considerevole di cittadini: dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe, sappiamo che oltre settanta milioni di europei hanno provato la canapa almeno una volta nella vita, mentre dodici milioni hanno sperimentato la cocaina e nove milioni e mezzo l’ecstasy.
Nondimeno poco si sa (come sapere diffuso) su chi sono questi consumatori e su come e quando consumano, al di là degli studi specialistici. Con la conseguenza di non riuscire a comprendere le nuove tendenze: ne è un esempio la lieve diminuzione della canapa a fronte dell’aumento dell’alcol che si registra in Europa da qualche anno a questa parte.
Sotto la lente della patologia, il fenomeno è in genere letto come “tendenza al policonsumo”. E’probabile invece che sia il risultato della cosiddetta “normalizzazione” dell’uso di alcune droghe illegali come la canapa, che spinge i consumatori di questa sostanza a convivere negli stessi contesti coi non consumatori (che usano però l’alcol): ciò favorisce il passaggio dall’una all’altra sostanza, creando tendenze comuni. Lascio a Piero Ignazi il commento puntuale di questo studio da lui condotto, limitandomi a segnalare alcuni spunti dal confronto con la ricerca simile del 2004. Le
droghe rimangono un argomento di rilievo, con un’attenzione crescente all’associazione fra droga e crimine mentre si affievolisce l’interesse per le politiche sociosanitarie e per le scelte legislative. Uno sguardo al dibattito politico offre una chiave di interpretazione: la stampa sembrerebbe assecondare la rappresentazione che la politica ha dato in questi ultimi anni della questione droga (ponendo al centro il tema della punizione/repressione), piuttosto che seguire la strada dell’inchiesta sociale. Se è così, il taglio informativo “parziale” sarebbe da addebitarsi alla generale dinamica fra media e politica, più che al persistere di stereotipi e pregiudizi nel campo specifico. Va in questa direzione l’osservazione circa la scarsa frequenza dell’uso del termine “droga” quale etichetta generica e stigmatizzante, a fronte di una prevalente tendenza a distinguere fra sostanze a maggiore o a minore rischio. Questo studio è dunque in grado di stimolare la discussione ben oltre il tema specifico delle droghe. Non possiamo che augurarci che ciò avvenga.

Scarica la ricerca in formato pdf: ricerca_stampa_er_2009_web (642kb)

lun, maggio 4 2009 » Senza categoria | 1411 visite |

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