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Archive for aprile, 2009

Il 9 maggio la Million marijuana March

La million marijuana march è un’iniziativa mondiale lanciata nel 1999 dal sito statunitense http://www.cures-not-wars.org.

Ecco l’appuntamento italiano:

9 maggio 2009 – Roma

9a edizione della Million Marijuana March

Partenza da Piazza della Repubblica alle ore 16.

Per maggiori informazioni: http://www.millionmarijuanamarch.info/

La stampa “drogata”

Il giorno 4 maggio 2009, dalle ore 11 alle ore 13.30 presso la sala riunioni 315/D al 3° piano della sede della Regione Emilia Romagna di Viale Aldo Moro, 21 – Bologna verranno presentati i risultati di una ricerca dal titolo “La percezione sociale nel consumo di sostanze – esame della stampa della Regione Emilia-Romagna”, a cura del Prof. Piero Ignazi, Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Bologna.

Lo stesso giorno sarà on line il file pdf della ricerca scarcabile dal blog.

Ricerca sul “Consumo controllato” di cocaina a Torino

Forum Droghe invita i lettori di fuoriluogo.it a collaborare alla prima ricerca italiana sul “Consumo Controllato” di Cocaina a Torino. Vai alla presentazione della ricerca. Per maggiori informazioni sull’approccio teorico e gli studi internazionali, leggi il Dossier di Fuoriluogo.it.

Farmaci, droghe ed effetti perversi della linea “dura”

I risultati dell’indagine del Cnr di Pisa, un progetto che coinvolge 35 paesi europei sono stati anticipati all’Unità.

I ragazzi italiani al 4?posto in Europa per l’uso di sedativi senza ricetta. La dottoressa Molinaro (Ifc) ha condotto l’indagine su diecimila studenti italiani tra i 15 e i 16 anni. Stabile il consumodi sigarette e sostanze illecite. Cresce del 4% il consumo di alcol nella stessa serata.

Leggi l’articolo di Claudia Fusani sull’Unità del 27 marzo, qui il commento di Giorgio Bignami nella rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 1 aprile:

Con rare eccezioni i nostri media hanno passato in cavalleria il documentato dossier dell’Economist (7 marzo) sugli effetti perversi della guerra alle droghe. Il dossier non disconosce il successo apparente di alcune escalation repressive: ma per esempio, nel caso di quella messicana, ne snocciola la tragica serie di conseguenze negative: i 10.000 ammazzati in breve tempo; la proliferazione di significativi “avvertimenti”, come le teste mozzate disseminate ovunque e le centinaia di corpi squagliati nell’acido; il preoccupante aumento e diversificazione di varie attività criminali (taglieggiamenti, rapimenti, ecc.), a “compenso” degli spazi parzialmente perduti nel narcotraffico; le vistose spaccature tra forze dell’ordine corrotte e non; quindi lo sconvolgimento della vita di intere nazioni, sino alla fuga dei benestanti che si accodano agli emigranti miserabili, sino al blitz verso la frontiera messicana delle milizie di Obama. E infine crescono i passaggi di molti consumatori di coca a psicostimolanti più pericolosi, come le varie amfetamine, mentre velocemente aumenta la tossicità della coca stessa.
Ma il dossier non poteva sviscerare tutte le ricadute negative delle politiche proibizioniste. Per esempio, non parla della frequenza crescente di esecuzioni capitali in divesi paesi, spesso mirate a eliminare soggetti scomodi che con il narcotraffico non hanno a che fare; né delle condizioni disumane di galere come le nostre (“celle piene, turni per stare in piedi”, titola vistosamente il Corriere della Sera dell’8 marzo); né di altri fattacci assai meno noti, ma non meno preoccupanti, come il passaggio di molti ragazzi e giovani adulti, per timore di sanzioni penali, da consumi per lo più a basso rischio – come l’uso moderato di cannabis – a consumi di farmaci di uso medico assai più pesanti, lecitamente o illecitamente procurati. Quest’ultimo fenomeno è il pendant di un vecchio problema troppo spesso trascurato: cioè la radicata abitudine di correre all’armadietto dei farmaci – psico e non-psico – a ogni stormir di fronde nella famiglia, nella scuola, sul lavoro e altrove; un’abitudine suscettibile di accrescere la vulnerabilità di ragazzini e adolescenti alla onnipresente offerta di droga. Ma molti dati oramai da tempo dimostrano che questo percorso non è più un viaggio di sola andata, bensì di andata e ritorno. Infatti già sin dagli anni ‘60 si era constatato negli USA un uso crescente, da parte degli studenti di college, di farmaci notevolmente pericolosi come la fenciclidina, il metaqualone e l’amfetamina, in aggiunta o in sostituzione delle droghe illecite “classiche” come l’eroina, la cocaina e la cannabis. Da allora il fenomeno si è notevolmente esteso e diversificato: oggi il gran bazar dei farmaci di uso medico abusati come droghe, da parte di un numero sempre crescente di soggetti sempre più giovani, comprende molti oppiacei, sedativi, ansiolitici, sonniferi e psicostimolanti per lo più amfetaminici. Tre anni fa tale andamento aveva indotto una rivista medica di grande autorevolezza e diffusione, il New England Journal of Medicine, a lanciare un grido di allarme, a firma del noto psichiatra e psicofarmacologo newyorchese Richard A. Friedman, con ampi riferimenti a documenti ufficiali delle autorità sanitarie statunitensi. Friedman insisteva sul fatto che il timore di sanzioni penali era una delle principali cause del passaggio da consumi meno rischiosi – come l’uso moderato di cannabis da parte della stragrande maggioranza dei consumatori di droghe illecite – a consumi a rischio assai più elevato. Tali avvertimenti sono stati a lungo volutamente ignorati in Italia: un’ignoranza che si è tradotta in uno spreco di una parte consistente dei fondi per la lotta alla droga in pseudoricerche e in campagne “educative” di dubbio valore e di nessuna utilità. Solo di recente il Cnr ha condotto un ampio studio sul risorso a farmaci di uso medico da parte di 10.000 studenti di 15-16 anni (Unità, 27 marzo). Purtroppo non sorprende che gli usi e gli abusi di cocktail spesso strampalati e assai rischiosi di farmaci e di droghe lecite e illecite siano a prima vista addirittura più allarmanti di quelli già da tempo noti negli Stati Uniti.

La metà dei laboratori sbaglia i test antidroga

Secondo la ricerca dell’Istituto superiore di sanità, anticipata da Alberto Custodero su Repubblica il 27 marzo, il 40 per cento dei centri analisi ha fornito dati fasulli sui risultati dei test antidroga:

Mario ha sei anni. Sua mamma gli ha tagliato una ciocca di capellie l’ ha inviata ad un centro analisi per il drug test. L’ esame antidroga ha fornito un risultato choc: secondo il laboratorio, Mario assume metadone, la sostanza che si dà agli eroinomani per disintossicarli gradualmente dalla dipendenza da eroina. Ovviamente, si tratta di un “falso positivo”: il bambino non si droga, fa sport e studia dalle suore. Ma a scoprire che gli esami fatti sui capelli per individuarei figli tossici non sono assolutamente affidabili è una mamma particolare, Simona Pichini, primo ricercatore dell’ Osservatorio epidemiologico droga, alcol e fumo dell’ Istituto Superiore di sanità. Dopo il boom di richieste ai laboratori di genitori che vogliono sapere se i figli sono tossici (o di mariti e mogli che, nelle cause di separazione, fanno altrettanto nei confronti del rispettivo coniuge), l’Istituto superiore di sanità presieduto da Enrico Garaci ha deciso di sottoporre ad un controllo di qualità i laboratori di tutta Italia che effettuano analisi antidroga sui capelli. Finora, hanno aderito solo i laboratori pubblici, quelli privati (ce n’ è addirittura uno Internet in Lombardia), si sono rifiutati. Visto l’ allarme droga fra giovani confermato anche dai dati diffusi l’ altro giorno dal Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’ Interno (500 morti in un anno, raddoppio dei sequestri di cannabis, crescita di quelli di cocaina), il ricorso al drug test è diventato una moda. E un business milionario: ogni laboratorio ha una lista di attesa di cento esami al mese. E ogni test costa dai 150 ai 200 euro. Ma i risultati della ricerca dell’ Osservatorio che Repubblica anticipa sono sconcertanti: il 40 per cento dei centri analisi ha fornito dati fasulli. Non solo sono state trovate tracce di metadone nei capelli del figlio della dottoressa Pichini, ma cocaina e cannabinoidi in campioni nei quali quelle sostanze non erano presenti. E, al contrario, non sono state rilevate tracce di sostanze stupefacenti laddove, invece, c’ erano. Ecco i dettagli della ricerca. «Al controllo di qualità – ha spiegato la dottoressa Pichini – si sono sottoposti volontariamente cinquanta laboratori pubblici di tutta Italia. Di questi, il 62 % opera nel Nord Italia, il 33 % nel Centro e solo il 5 % nel Sud». «Nel corso dello studio – ha aggiunto la ricercatrice dell’ Iss – è emerso come 4 laboratori su 10 abbiano fornito dati non corretti. Campioni “bianchi”, nei quali non è presente alcuna sostanza di abuso, sono stati dichiarati positivi dal 33 % dei laboratori». La droga più frequentemente ritrovata quando non presente, secondo la ricerca dell’ Iss, è la cocaina. Ma quei centri analisi hanno fornito anche risultati “falsi negativi” in circa il 10 per cento dei casi. «Se trovare una droga quando non c’ è – sottolinea Pichini – è un grave problema, lo stesso può dirsi quando la sostanza è presente e non viene rilevata. Ciò accade soprattutto nei confronti delle anfetamine e dei cannabinoidi, sostanze che, per la natura intrinseca del capello, sono estremamente difficili da identificare». Solamente il 40 per cento dei laboratori sottoposti al controllo di qualità dall’ Iss determina le anfetamine nei capelli, mentre solo il 40 per cento individua cannabinoidi. «Tra questi – precisa Pichini – il 10 per cento non è in grado di rilevare queste sostanze quando presenti nei campioni». E’ ancora giusto, allora, il ricorso di massa a questi esami da parte di madri e padri preoccupati di avere figli tossicomani? Il controllo di qualità dell’ Iss darebbe ragione a chi sostiene che non si affronta con il narcotest sui capelli il fenomeno della tossicodipendenza giovanile visto l’ alto rischio di prendere un abbaglio. E visto pure l’ alto rischio di alterare il delicato rapporto di fiducia fra genitori e figli.

Leggi l’articolo di Pier Paolo Pani per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 28 gennaio 2009.