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Archive for marzo, 2009

Obama dice sì alla Marijuana terapeutica

Secondo quanto scritto ieri dal Los Angeles Times il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato che non saranno piú perseguiti dalla legge i dispensari che forniranno marijuana a persone che soffrono di cancro e altri seri disturbi.

La decisione, rappresenta un’importante presa di distanza dalla War on Drugs e dalla politica della tolleranza zero dell’amministrazione Bush verso l’utilizzo di sostanze stupefacenti in campo medico.
Leggi l’articolo del Los Angeles Time (in inglese), via Notiziario Aduc.

Riflettere sugli anni 70.

Segnaliamo quest’appello lanciato da La Società della Ragione:

Dopo le polemiche contro il film “La Prima linea”, che fanno seguito a tanti altri e sempre più frequenti episodi di attacchi mediatici tesi a imporre il silenzio e l’invisibilità nei confronti di ex condannati per fatti di lotta armata, pubblichiamo un appello, che tra i primi firmatari vede padre Camillo De Piaz, Franco Corleone e Patrizio Gonnella.
Ci pare preoccupante che il tono – spesso troppo alto e violento ? e i contenuti della discussione attorno agli anni 70 abbiano visto in questi anni un decadimento, oltre che un accanimento. La riflessione sulla lacerazione armata, sulle leggi d’emergenza, sullo Stato di diritto e sulla qualità della democrazia di venti anni fa era arrivata a un grado di maturità e profondità assai maggiore dell’attuale.
Allora forse, questo ennesimo caso, può diventare occasione non solo per dire basta, ma anche per costruire luoghi e prossime occasioni di un confronto e di una riflessione alta e rivolta in avanti. Ad esempio, immaginando e organizzando un grande convegno da tenersi nei prossimi mesi.

Vai all’appello.

Sai cos’è una stanza del consumo? Viene a vedere…

Ecco un breve video sulla performance di piazza organizzata a Torino dal Coordinamento Operatori dei servizi a bassa soglia e da altre sigle, con una simulazione delle stanze del consumo dal titolo: il buco in una stanza.

Vienna. L’incantesimo si è rotto.

Antonio Maria Costa, capo dell’Agenzia antidroga delle Nazioni Unite, sognava forse di ripetere i fasti dell’Assemblea Generale di New York del 1998 nella quale fu accolto il Piano Arlacchi per un mondo senza droga da conquistare in dieci anni. Era un obiettivo irrealistico ma dotato di fascino millenaristico; Pino Arlacchi finì malamente la sua avventura all’Onu e l’oscuro professore raccolse la difficile eredità.

Bisogna riconoscergli una certa abilità nel tessere rapporti di potere con gli stati più potenti e che influenzano le scelte di politica internazionale sulle droghe e soprattutto nell’avere costruito la 52° assise della CND come occasione per riproporre la strategia perdente della proibizione e della repressione.
Occorre una capacità diabolica nel trasformare un fallimento conclamato che dovrebbe portare a cambiare rotta e a licenziare i responsabili di una strategia meramente illusoria e consolatoria, in un riaffermazione pervicace della stessa strada spacciando dati e cifre diversi dalla realtà.
Non solo, l’impudenza arriva a chiedere maggiori fondi e soldi per un organismo, l’Unodc, già oggi costoso, inutile e dannoso.
Per fortuna l’Economist, l’autorevole settimanale britannico proprio nei giorni della riunione di Vienna invitava a cessare la guerra alla droga, corredando questa richiesta con il quadro dei costi e degli insuccessi.
Un lavoro intenso della diplomazia doveva portare a una nuova Dichiarazione Politica che rappresentasse un diverso livello di consapevolezza dei problemi e di attenzione alle pratiche sociali che in questi dieci anni si sono sviluppate sotto la denominazione di riduzione del danno. In questo compito l’Unione Europea aveva assunto un ruolo che ridimensionava il tradizionale strapotere degli Stati Uniti e dei paesi satelliti, autoritari e non democratici.
Il colpo di scena è avvenuto quando l’Italia, fino a quel momento silente e d’accordo con i 27 paesi dell’Unione si è pesantemente smarcata e con l’alleanza della Svezia, tradizionale punto di riferimento del paternalismo solidarista e del moralismo contro il “vizio” in nome della virtù ha pesantemente contestato l’inserimento nel testo del riferimento alle politiche di salute pubblica.
Così è stato. La pressione di Carlo Giovanardi da Roma, con il sostegno del Vaticano, in nome della Vita, ovviamente, ha avuto successo e dal testo ridotto a un collage di frasi banali e retoriche messo insieme da burocrati annoiati è scomparso il riferimento alla riduzione del danno.
Un documento senza anima e che raggiunge il ridicolo quando rinvia al 2019, l’obiettivo dell’eliminazione della produzione e del consumo di sostanze stupefacenti.
Lord Keynes ammoniva che a lungo termine saremo tutti morti. Ma ai guerrieri della droga fa comodo illudere sul futuro per continuare a ingannare sul presente.
Ma il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La prepotenza italiana non è piaciuta a molti  e per la prima volta in sede di approvazione di un documento che non viene votato ma accolto e adottato per consenso, un nutrito gruppo di  paesi, soprattutto europei, hanno espresso una riserva puntuale sul Documento censurando l’assenza di un riferimento che è diventato l’elemento discriminante. Quando il rappresentante della Germania, a nome della Gran Bretagna, della Spagna, del Portogallo, dell’Olanda e di altre venti nazioni, ha fatto la dichiarazione, si è capito che il castello di carta fondato sull’unanimismo pigro era irrimediabilmente crollato. L’ira del delegato della Russia rendeva plasticamente il significato della svolta.
Un altro colpo all’ipocrisia del Palazzo di Vetro è venuto dall’intervento del Presidente Evo Morales che ha chiesto con pacatezza ma altrettanta fermezza la cancellazione dalla tabella delle sostanze vietate la foglia di coca in nome del rispetto della cultura delle popolazioni indigene e della produzione dei contadini boliviani. Morales ha sottolineato il carattere politico della sua richiesta e ha difeso l’utilizzo millenario di una pianta che non può essere sradicato autoritariamente con una decisione del 1961. I sepolcri imbiancati sono ancor più impalliditi quando Morales ha iniziato a masticare una foglia di coca!
Solo Giovanardi può essere soddisfatto del ruolo dell’Italia, come fanalino di coda dell’Europa. A Trieste si celebra infatti il trionfo della carcerazione di massa e della criminalizzazione di migliaia di giovani grazie a una legge che punisce il consumo di tutte le sostanze con pene spropositate.  I tossicodipendenti marciscono in galera, ma questa decisione è per il loro bene, comunque per salvare la loro anima e redimerli dal peccato. La provincia sa essere davvero crudele!

Franco Corleone

Articolo per Notizie Verdi del 14 marzo 2009.

Presentato a Trieste il Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi

Le associazioni Antigone, Forum Droghe e La società della Ragione hanno presentato oggi a Trieste il “Libro bianco sulla Fini Giovanardi” (l. 49/2006). Nel rapporto sono illustrati e commentati i dati sulle conseguenze penali e sulle sanzioni amministrative della legge.

In primo luogo, occorre registrare che è aumentato notevolmente il numero dei tossicodipendenti presenti in carcere. Subito prima dell’approvazione dell’indulto (varato nel luglio 2006) i tossicodipendenti in carcere erano il 26,4% dei detenuti. Con l’indulto la percentuale è scesa notevolmente (21,4%), perché i tossicodipendenti sono spesso condannati per reati di modesta entità, e quindi molti di essi hanno potuto beneficiare del provvedimento. Nonostante questo, già alla fine del 2007 la percentuale di tossicodipendenti in carcere era risalita al 27,6%. Il numero dei tossicodipendenti detenuti cresce, dunque, con una velocità mai vista prima. Il fenomeno è ormai fuori controllo.
Rispetto a prima dell’indulto, infatti, cresce del 3,6% la percentuale di persone che quotidianamente entrano in carcere dalla libertà per violazione dell’art. 73 del DPR 309/90 (cioè l’imputazione di reato che riguarda la produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope), ma soprattutto aumenta l’ingresso dei tossicodipendenti: +8,4%. E se si entra facilmente, non altrettanto facilmente poi si esce. Il numero delle misure alternative è ancora fermo ad un quinto rispetto a quelle concesse alla metà del 2006.

Un dato fondamentale per comprendere quanto la legge Fini Giovanardi stia cominciando a incidere sulle imputazioni di reato riguarda i procedimenti pendenti. Rispetto a prima dell’approvazione dell’indulto, cresce del 31,5% il numero dei procedimenti pendenti per art. 73, e addirittura del 44,5% il numero di persone implicate in tali procedimenti. La macchina della criminalizzazione è lanciata a pieno regime, e gli effetti – che già si vedono sul sistema penitenziario per i tossicodipendenti – sono destinati ad aggravarsi.
Il dato relativo al numero delle persone in carcere (anche) per spaccio, tuttavia, resta invece per il momento stabile, per quanto comunque impressionante. Alla metà del 2008 il 38,2% dei detenuti è ristretto per l’art. 73, e addirittura il 49,5% dei detenuti stranieri. L’impatto del reato di spaccio sul carcere è incomparabile rispetto a qualunque altro reato per numero di presenze negli istituti di pena.
Ciò si spiega con il fatto che la legge Fini Giovanardi ha provocato una forte impennata nelle imputazioni, ma non ancora negli ingressi in carcere, ad eccezione – come detto sopra – dei tossicodipendenti.

È da segnalare che questa impennata nelle imputazioni (e, presumibilmente, tra non molto, negli ingressi in carcere), a seguito dell’approvazione della Legge Fini Giovanardi, non evidenzia una maggiore capacità di colpire il traffico di stupefacenti, quanto la volontà di punire o persone che, in realtà, detengono per proprio uso le sostanze ma assai più facilmente possono essere accusate di un reato che comporta dai 6 ai 20 anni di carcere o il piccolo spacciatore, italiano o immigrato, spesso tossicodipendente, che sopravvive e/o si procura le proprie dosi attraverso un’attività di spaccio “al minuto”. Ancora una volta, a pagare sono i più deboli, le principali vittime dell’ondata securitaria che ha investito il nostro Paese.

Infine, è da rilevare che è in aumento anche il numero delle sanzioni amministrative: al 31-12-2008 sono addirittura +62,6% rispetto al 2004.

TRE ANNI DI APPLICAZIONE DELLA LEGGE 49/2006 SULLE DROGHE
LIBRO BIANCO SULLA FINI-GIOVANARDI
Scarica il libro in formato pdf (252kb dal sito di fuoriluogo.it)

Voi trattate il consumatore come un criminale..

Noi sappiamo che diceva l’attuale portavoce del Governo Berlusconi giusto 4 anni fa in un dibattito con l’onorevole Gasparri.

Che dice oggi Daniele Capezzone?

Qui anche l’intervista.

Pensiamo al futuro. Anche con la Canapa.

Fuoriluogo.it aderisce alla catena per una rivoluzione verde lanciato da ilKuda. Fra le varie proposte ci permettiamo solo di ricordare che anche la Canapa potrebbe dare il suo buon contributo. Hanno aderito: ilKuda, Jacopo Fo, Letizia Palmisano, I blog alla difesa dell’ambiente, Domenico Finiguerra, Resistenza Civile, Fiore, Verdi di Ferrara, Franco Corleone, Come ti vorrei, Alessandro Ronchi, Marcello Saponaro, Pianeta Verde, Rigeneriamoci, Appunti e Virgole, Impianti e pannelli solari, Base Verde, Sciura Pina, Ladri di marmellateCernuscoTv, Liberamente, Ma’pe iabbu, Gianluca Visconti, Ego&Quota, Informazione senza filtro, Samie, PdCI Latina, La Parola, Doppiocieco, Piazza Pulita, Tau2 ZeroAmbiental…mente, DeaMaltea, Yourpage, VIVERE Cernusco, 2 + 2 = 5, Yblog, Roberto Maviglia, Voglio il fotovoltaico, Gianluca Briguglia, No alla turbogas a Pontinia, Per il bene comune Lombardia, Sconfinanado, Verdi Emilia Romagna, Verdì Forlì-Cesena, SandBlog, PD Vedano Olona, BlogEko, Network Games, Marco Pagani, Il Derviscio, Radio Utopie, Il Replicante, Sale del mondo, Opinioni e benessere, Digital Worlds, Marcella Zappaterra, Trust Nobody, La tana del mostro, SpreadRSS.

Emivita della coerenza

Finalmente un decalogo, ci mancava in questo contesto di teocrazia antropomorfa con il riflesso condizionato dell’obbedienza, ce ne fa dono FEDERSERD che, ovviamente con un impeto di minimalismo (ri)-(tras) (scegliete voi)-formista, ci consegna anche l’impegno condensato nella seguente frase: Per questo stiamo profondendo molte energie per garantire la partecipazione dei professionisti dei SerT alla Conferenza, con azioni di stimolo verso il Governo e le Regioni. Bravi e soprattutto lungimiranti e liberi dal vincolo della coerenza, visto che vengono manifestate pubblicamente, ed allegramente,  doppie posizioni di critica ed alacre sostegno al buon funzionamento di una conferenza che sempre più si svela per quello che è: una costosa messa in scena propagandistica che detti l’agenda futura delle politiche sulla droga: repressione esemplare (del genere forte con i deboli e debole con i forti), approccio terroristico di deterrenza, recupero integrale della persona (a diventare chi? o meglio che cosa?) e guai a chi non si adegua, non è previsto ridurre almeno i danni come obiettivo ragionevole, consolidato da millenni nelle pratiche mediche, dopo avere ottemperato all’obbligo deontolgico di non nuocere  che spesso viene disatteso nelle pratiche di accanimento terapeutico teso ad una impossibile guarigione anche quando questa non è possibile. Risulta veramente singolare che nel decalogo sia sparita l’espressione riduzione del danno: una coincidenza sospetta e sospettabile o una precisa tattica per garantire fondi che trascinino nella conferenza un gruppo di operatori pubblici in modo che FEDERSERD diventi un nuovo sindacato del pubblico impiego al prezzo dell’adesione ideologica  a premesse scientificamente inaccettabili? Urge un chiarimento se si vuole ripristinare in questo paese un libero spazio di confronto per la tutela dei diritti dei cittadini piuttosto che per la garanzia di qualche residuale privilegio. Per onestà intellettuale bisogna ricordare che il terzo settore ha quasi sempre pagato di tasca propria  l’aggiornamento, il pubblico impiego gode ancora di smisurate aree di privilegio che vanno perequate con la maggiore precarietà del lavoro nel terzo settore e nel precariato in generale. Se le Regioni e le loro aziende sanitarie avessero ritenuto la conferenza prioritaria non avrebbero esitato a rispondere con i loro fondi ordinari destinati alle attività di formazione e non c’era bisogno di trovare paladini extra istituzionali.  I rapporti sarebbero stati più chiari ed avrebbero risposto a precise esigenze del personale che poteva scegliere dove vale la pena di investire i fondi a disposizione; in questo modo  si introduce solo un’opportunità poco responsabilizzante sul piano della scelta: il terzo settore ed i precariato vanno sostenuti, chi ha la garanzia del posto di lavoro a tempo indefinito e con scarsi, ma certi, fondi destinati all’aggiornamento deve essere messo nelle condizioni di scegliere e non di ricevere nuovi privilegi, anche se infinitesimali,  di fronte ad una crisi economica che impone parsimonia e sobrietà. Il gioco non vale la candela. Una nota a margine: un intervistatore chiede lumi ad un esperto sulla possibilità di utilizzo dell’eroina come farmaco (come avviene in alcuni paesi che hanno sperimentato la somministrazione controllata di eroina in alcune situazioni, comunque sempre supportata da terapie sostitutive, nota mia e non dell’intervistatore ) l’esperto, ai massimi livelli ovviamente e con forti richiami all’evidence based ed al sapere medico, tra le sltre cose se ne esce con questa frase: ” ….ricordiamo che queste terapie iniettive devono essere fatte tre, quattro volte al giorno perchè l’emivita dell’eroina è di 6 ore e quindi tutti i giorni doversi iniettare tre o quattro volte non è agevole per la persona….. ). Clicchiamo su Google, noi che non siamo scienziati, ” emivita dell’eroina”. Risultato riscontrabile su Wikipedia, ci accontentiamo di questa fonte informativa: eroina, emivita 3-5 minuti. Di fronte alla quinta conferenza governativa urge chiarire l’arcano: 1. chi è l’illustre esperto? 2. chi ha ragione, Wikipedia o l’esperto?  3. quali sono i nessi logici del ragionamento che possono dare plausibilità e fondamento all’argomentazione? In attesa di dovuti chiarimenti rimango critico nei confronti di un evento che impedisce ,  a mio parere ( e rimando al mittente l’eventuale accusa di disonestà intellettuale semplicemente per avere osato  esercitare il diritto di opinione), al nostro paese di avere un serio dibattito intorno alle politiche sulle droghe con la piena e paritetica partecipazione di tutti, senza pregiudiziali ideologiche che sempre più debordano in una pericolosa interpretazione etica dello stato che impone, in modo illiberale, modelli di comportamento sul piano personale e privato

Franco Marcomini

Dieci anni di fallimenti – la guerra globale alla droga deve finire adesso!

A Vienna, nei giorni 11-12 marzo 2009, le Nazioni Unite terranno un incontro ad alto livello sulle droghe. Ministri ed altri importanti rappresentanti dei governi provenienti da tutto il mondo si incontreranno per discutere l’implementazione degli obiettivi strategici adottati nel corso della Sessione Speciale dell’Assemblea Generale dell’Onu sulle droghe del 1998.

Dieci anni fa l’Onu dichiarò una guerra globale alla droga: l’obiettivo era eliminare o ridurre significativamente l’offerta e la domanda di droghe illecite nel prossimo decennio con lo slogan “Un mondo libero dalla droga: possiamo farcela!”.

I dieci anni sono passati, ma siamo più che mai lontani da un mondo “libero dalla droga”. Secondo dati ufficiali ONU, la produzione di cocaina è aumentata del 20 per cento e la produzione di eroina è aumentata del 120 per cento. I consumatori di droghe illegali non sono mai stati così tanti.

Inoltre, le politiche restrittive sulle droghe finora adottate hanno prodotto molte conseguenze non volute. Chiediamo ai rappresentanti dei governi le seguenti riforme urgenti:

•    Le prigioni sono sovraffollate per i milioni di persone che hanno commesso violazioni di minore entità: i governi devono decriminalizzare il consumo di droghe!

•    Molti paesi prevedono nelle loro leggi la pena di morte per reati connessi alle droghe. Ciò costituisce una violazione del loro obbligo al rispetto dei diritti umani – i governi devono abolire la pena capitale!

•    È in corso una crisi umanitaria causata dall’eradicazione forzata delle coltivazioni di coca e di oppio – i governi devono porre fine alle eradicazioni forzate, rispettare l’eredità culturale dei popoli indigeni e dare ai coltivatori i mezzi di sussistenza!

•    La guerra globale alla droga ha lasciato milioni di persone prive di trattamento per il dolore cronico – i governi devono consentire loro un ampio accesso alla terapia del dolore!

•    Ogni anno, migliaia di persone in tutto il mondo sono sottoposte con la coercizione a varie forme di trattamento per uso di droghe – i governi devono smettere di violare i diritti umani in nome del trattamento della tossicodipendenza!

•    L’HIV e l’Epatite C si stanno diffondendo tra i consumatori per via parenterale – i governi devono ricorrere in misura crescente a programmi di riduzione del danno come i trattamenti sostitutivi con oppiacei, lo scambio di siringhe e le stanze del consumo!

Ascolta la conferenza stampa, da RadioRadicale:

Quando la percezione…

Segnaliamo questo bel post di Luca Borello sulla percezione della sostanza Cocaina. Dal suo blog:

Secondo un sondaggio eseguito a Roma qualche tempo fa, un giovane (14-19 anni) su due è convinto che la cocaina sia una droga leggera. Roba da far rigirare nella tomba persino Pablo Escobar.

Come è possibile che i ragazzi oggi siano così disinformati da ritenere il consumo di cocaina roba da poco?
Per provare a rispondere, partiamo da una considerazione apparentemente banale. Se agli stessi ragazzi avessero domandato “L’alcol è una droga?”, forse ben più del 50% avrebbero risposto di no. Se gli avessero chiesto, più precisamente, se “l’alcol è una droga pesante o leggera”, la stragrande maggioranza avrebbe propeso per la seconda ipotesi. Questo, nonostante ogni ricerca scientifica nel campo degli intossicanti identifichi l’alcol come sostanza “pesante”  e potenzialmente molto pericolosa (qui, un esempio tra i più celebri).

A determinare la pericolosità di una sostanza (reale e percepita) giocano due fattori.
Il primo è medico-biologico: indica la probabilità che una determinata sostanza provochi precisi problemi di salute; il secondo è socio-culturale: dipende dal grado di controllo sociale e culturale a cui quella sostanza è sottoposto, dal modo in cui viene consumata, e dalla percezione proiettata dall’immaginario collettivo.

Sebbene sia una sostanza potenzialmente molto pericolosa, l’alcol non è nemmeno considerata una “droga”, nella nostra cultura: il suo uso è talmente antico e radicato, che riteniamo di essere perfettamente in grado di controllarne il consumo, e nella maggior parte dei casi abbiamo ragione (rimando qui, per un argomentazione approfondita, dato che ne ho già parlato). L’alcol, per usare un termine sempre più in voga negli ultimi anni, è “normalizzato”, da millenni di utilizzo.

La cocaina è invece una “droga” a tutti gli effetti: sono noti i pericoli a cui il suo uso conduce, e il suo consumo rappresenta una pratica deviante, perciò inaccettabile. O almeno lo era.
Oggi, il suo utilizzo (che, lo ricordiamo, se pur in espansione riguarda ancora una fetta esigua della popolazione) interessa trasversalmente ogni strato economico, culturale e sociale della nostra società: non vuol dire che tutti tirano cocaina, ma che in ogni segmento sociale è possibile rintracciarne l’uso.
Ma attenzione: l’uso, non la dipendenza, e nemmeno necessariamente l’abuso.

Esattamente come la droga pesante “alcol”, la cocaina può essere utilizzata occasionalmente e in maniera controllata. Ci sono fior di studi che lo dimostrano (ne ho parlato qui). E, a prescindere dall’immaginario che il non-consumatore ha del consumatore di cocaina, la maggior parte dei consumatori contati nelle statistiche ne fa un uso controllato, limitato ai fine settimana, ai momenti conviviali: ricreativo, insomma. E non patisce (almeno inizialmente), particolari problemi.

Un quindicenne che consuma o che frequenta gente che consuma, in un contesto sociale in cui, in determinate circostanze è “normale” vedere persone che sniffano (nei bar, nelle discoteche, ai concerti), non vede nulla del “mostro” che la società gli descrive quando parla di cocaina. Vede gente allegra, che si diverte e balla tutta la notte. Che poi torna a scuola o al lavoro e, nella maggior parte dei casi, non utilizza almeno fino al seguente week end. Nell’arco della vita, poi, conclusa l’età della “sperimentazione” e del fancazzismo, smette del tutto perché gli impegni sociali e lavorativi glielo impongono (a meno che la sostanza non rientri dalla finestra proprio come supporto lavorativo o strategia di fronteggiamento dello stress).

Per i quindicenni, la cocaina non risulta essere una sostanza pesante più di quanto non risulta esserlo l’alcol:  i consigli dei medici e le giustamente preoccupate raccomandazioni dei genitori, che dipingono la sostanza come un “mostro” inarrestabile, semplicemente non corrispondono a quello che i ragazzi vedono.

Si può anche parlare di disinfornmazione: è vero, i giovani sanno poco di droghe.
Ma spesso ne sanno di più degli adulti.
Questa disinformazion è figlia dell’allarmismo, della falsità che sta dietro al consenso che il consumo di alcol riceve e alla stigmatizzazione del consumo di altre droghe.

Perché l’alcol può essere consumato “con responsabilità”, e la cocaina no? Nella realtà, è possibile: non auspicabile, certo. Ma possibile. I giovani lo sann perchè lo fanno, e vedono farlo.
A livello pubblico, la nostra società ha già fatto di tutto per ribadire che la droga uccide, rende schiavi, trasforma in criminali. Da quasi un secolo. Non ha funzionato. Perchè allora non smetterla di raccontarsi balle, e cominciare ad applicare una nuova strategia (peraltro già in vigore in Nord Europa, con ottimi risultati), basata sulla verità, piuttosto che sugli allarmsmi?

Diciamo pure, allora, che la droga fa male.
Ma spieghiamo perché, e quando fa male. Istruiamo i giovani, che tanto useranno comunque, a usare con la testa. “Normalizziamo” il consumo, ma nel senso di fornire norme e strumenti per rendere l’utilizzo il meno rischioso possibile. Solo così l’idea che hanno i giovani della cocaina, eccessivamente sbilanciata verso i benefici, incontrerà quella pubblica, eccessivamente squilibrata sui rischi.
E’ l’unica strada.