il Blog di Fuoriluogo.it

Droghe e Diritti

Assemblea 2015 di Forum Droghe

Sabato 16 maggio a Firenze si incontra il cartello di Genova per una nuova politica sulle droghe sulle orme di Don Gallo. Nel pomeriggio assemblea ordinaria di Forum Droghe.

FirenzeCare amiche e cari amici,

con la presente vi comunico che, come da Art. 10 del nostro Statuto, è stata convocata l’Assemblea Annuale di Forum Droghe in prima convocazione il giorno 30 aprile 2015 alle ore 23, ed in seconda convocazione il giorno 16 maggio 2015 dalle ore 10.30 alle ore 16 presso la sede dell’Associazione in Via di San Salvi, 12 – Palazzina 31 Firenze con il seguente ordine del giorno

Dalle ore 10.30 alle ore 13.00

Introduzione del Presidente

Il Cartello di Genova “Sulle Orme di Don Gallo per una nuova politica sulle droghe”

Interventi sulle campagne e iniziative future

Interventi preordinati:.

Ore 13.00 Buffet

Dalle ore 14.00 alle ore 16.00

Comunicazioni del Presidente
Approvazione Bilancio d’Esercizio 2014
Rinnovo delle cariche
Resoconto dell’attività svolta e programma prossime iniziative
Varie ed eventuali

Questo appuntamento vuole essere una assemblea aperta a tutti coloro che sono impegnati nella battaglia per i diritti e una diversa politica sulle droghe.

Nella speranza che possiate partecipare numerosi a questo importante appuntamento dell’Associazione ricordo che, chi fosse impossibilitato, può far pervenire una delega al seguente indirizzo email segreteria@forumdroghe.it.

Per meglio poter organizzare la pausa pranzo vi chiedo di confermare per tempo la vostra presenza.

Un caro saluto

Firenze, 22 aprile 2014

La Presidente

Maria Stagnitta

lun, maggio 4 2015 » Senza categoria » No Comments

Un’altra tappa verso UNGASS 2016

Perché è importante il Dibatto Tematico di alto livello sulle droghe dell’Assemblea Generale verso UNGASS 2016 del prossimo 7 maggio.

Assemblea Generale ONUIl 7 maggio 2015, l’assemblea generale dell’Onu terrà un dibattito tematico di alto livello a supporto del processo di avvicinamento alla sessione speciale dell’assemblea generale sul problema mondiale della droga (UNGASS) fissata per l’aprile 2016. UNGASS sarà un momento critico per il dibattito internazionale sulle politiche sulle droghe e rappresenterà l’opportunità per una valutazione onesta sui successi e sui fallimenti della politica globale di controllo sulle droghe. C’è una forte necessità di questo tipo di dibattito, ed è per questo che nel 2012 il Presidente della Colombia, Guatemala e Messico hanno richiesto che UNGASS si tenesse nel 2016 (anzichè nel 2019 come originariamente pianficato).1 Il Segretario Generale dell’ONU ha sollecitato gli stati membri affinché impieghino l’opportunità di UNGASS per “affrontare un ampio e aperto dibattito che consideri tutte le opzioni possibili”.

L’esigenza fondamentale che il processo di UNGASS sia ampio e inclusivo è stata inoltre riaffermata dall’Assemblea Generale:
“Riafferma la propria decisione, come raccomandato dalla Commissione sulle Droghe (CND), che la sessione speciale dell’assemblea generale sul problema mondiale della droga del 2016 debba avere un processo di preparazione inclusivo che preveda estese consultazioni sostanziali, permettendo agli organi, enti e agenzie specializzate delle Nazioni Unite, alle più importanti organizzazioni nazionali ed internazionali, alla società civile e agli altri rilevanti portatori di interessi, di poter contribuire pienamente al processo, nel rispetto delle regole procedurali e delle pratiche stabilite”. (risoluzione 69/201 paragrafo 49, sottolineature aggiunte).

La preparazione per UNGASS è già stata avviata da molti mesi, guidata dalla Commissione sulle Droghe (CND), la cui sede è a Vienna, mediante assemblee recenti tenutesi a marzo durante il Segmento Speciale dedicato ad Ungass, durante la 58° sessione della CND.

Il dibattito di Alto Livello del 7 maggio, come richiesto dalla Risoluzione 69/2014 dell’assemblea Generale, rappresenterà la prima volta in cui la preparazione di UNGASS sarà discussa in maniera sostanziale a New York e per questo offre la possibilità di coinvolgere sia la l’intera ONU che le missioni diplomatiche dei vari paesi con sede a New York. Anche se è compito della CND guidare5 i preparativi per UNGASS, il fatto che questo dibattito si terrà sotto gli auspici dell’Assemblea Generale, come una “sessione speciale”, rappresenta l’eccezionale opportunità di dare l’importanza e l’urgenza necessarie alla discussione sul futuro del controllo internazionale sulle droghe.

Scarica il rapporto in Italiano (scarica la versione inglese) [Dal sito di IDCP]

lun, maggio 4 2015 » news » No Comments

The untouchable. Alle radici delle torture

Sergio Segio per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 29 aprile 2015

225px-Giovanni_De_GennaroSe Genova del luglio 2001, con il suo carico indelebile di torture, cicatrici nei corpi e ferite nella memoria, costituisce un indubbio spartiacque nella storia recente italiana, Napoli, marzo 2001, costituisce la prova generale della “macelleria messicana”. Nel primo caso il premier era Silvio Berlusconi, nel secondo Giuliano Amato. Governi di orientamento e composizione dunque differenti, ma con un tratto unificante: il capo della polizia in entrambe le occasioni era Gianni De Gennaro; il quale proseguirà la sua carriera al vertice dei servizi segreti, poi quale sottosegretario di Stato per la sicurezza della Repubblica e, attualmente, come presidente di Finmeccanica.

Di Genova 2001 si è tornato a parlare, grazie alla Corte europea per i diritti umani, sino a ripescare dal dimenticatoio, tardivamente e svogliatamente, la proposta di introduzione del reato di tortura nel codice penale. Della sua prova generale è, invece, andata persa ogni memoria. Eppure, anche lì, nella caserma Raniero, fu istituita un’apposita “stanza delle torture”, mentre i manifestanti, già feriti e percossi, furono addirittura prelevati dagli ospedali e dal pronto soccorso per essere condotti in quell’infame luogo, tanto che i poliziotti vennero imputati anche di sequestro di persona. Inutile dire che alla fine nessuno fu condannato e che il capo della polizia solidarizzò con gli agenti accusati.

La rimozione di quegli avvenimenti è probabilmente facilitata dalle ipocrisie di certa sinistra e dalle sue lunghissime code di paglia. Ma, soprattutto, cancellare le tracce e il ricordo di tali misfatti serve a impedire interrogativi sul filo, nero e sotterraneo, che lega prima e seconda Repubblica nonché governi di opposte maggioranze. Uno “Stato nello Stato” la cui finalità, naturalmente, è il potere e la propria continuità; strumenti e condizioni per assicurarla sono l’incontrollabilità e, appunto, l’impunità.

Uno dei volti e delle ricorrenze di questo potere è l’utilizzo della tortura: uno strumento che abbisogna di omertà, per quanto riguarda la catena operativa, e di incondizionata copertura per quanto riguarda l’aspetto politico. È stato così a Genova, con il rifiuto di istituzione di una commissione di inchiesta e con il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini presente nella sala operativa della Questura di Genova durante i fatti e con il ministro della Giustizia Roberto Castelli in visita a Bolzaneto mentre erano in corso le torture. È successo lo stesso a Napoli, con membri di governo e vertici della polizia solidarizzare pubblicamente con i poliziotti imputati. Era successo negli anni Ottanta del secolo scorso, quando solo i Radicali e rari giornalisti ebbero il coraggio di denunciare le torture allora accadute. I “Garage Olimpo” non erano solo in Argentina. Davanti al documentato dossier del partito Radicale il presidente del Consiglio allora in carica, Giovanni Spadolini, definì i numerosi episodi di tortura «palesemente inverosimili», arrivando a ipotizzare che la denuncia fosse una strategia messa in campo dalle organizzazioni armate, come «ultima carta per accreditare l’immagine di uno Stato torturatore e seviziatore, tendenzialmente autoritario».

Era il 1982. Uno dei parlamentari radicali, Marco Boato, concluse amaramente: «è la prima volta che la tortura viene denunciata come pratica sistematica, senza suscitare, salvo rarissime eccezioni, né proteste, né condanne, né inchieste amministrative». Un’assenza di reazioni che è stata anche in seguito, e permane, una costante. Giacché va garantito che quell’armadio della vergogna rimanga sigillato, a tutelare impunità di Stato e continuità di carriere.

mer, aprile 29 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Opg, le tante resistenze alla chiusura

Michele Passione scrive sulla chiusura degli OPG per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 22 aprile 2015

Michele Passione scrive sulla chiusura degli OPG per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 22 aprile 2015Il prossimo 24 giugno la Corte Costituzionale deciderà sulla questione sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Messina, che lamenta la violazione di ben 13 articoli della Carta (e, tra essi, di 4 Principi fondamentali) ad opera della legge 81/2014, che prevede la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Le disposizioni censurate sono quelle secondo le quali la sola mancanza di un progetto di cura non può costituire motivo a sostegno del giudizio di pericolosità, nè che lo stesso può fondarsi sulla base di elementi inerenti le condizioni di vita individuali, familiari e sociali delle persone.

Non trattandosi di lettura “a rime obbligate”, come si dice tecnicamente, ben potendosi dare un’interpretazione diversa e costituzionalmente orientata della norma denunciata come illegittima, si può confidare che la Consulta saprà proteggere la novella.

Infatti, la norma criticata dai Giudici siciliani riassegna alla Magistratura l’onere della decisione sul destino delle persone, quando non avvenga (come la legge peraltro impone di fare) una presa in carico da parte dei Servizi.

Quanto all’accusa di neo positivismo, derivante dal dimidiato parametro di valutazione della pericolosità, essa appare francamente risibile; la modifica introdotta dalla legge semplicemente tende ad impedire la coazione a ripetere la misura dell’internamento.

La ragione dell’attacco frontale è sempre la stessa, la cosiddetta sicurezza sociale. Regioni totalmente inadempienti come il Veneto, oppure orientate a scatenare un conflitto tra le diverse ed incompatibili esigenze di detenuti ed internati, come la Toscana; Comuni restii ad accogliere “i matti” sul territorio, secondo un’insopportabile logica nimby, psichiatri ossessionati dalla “posizione di garanzia”, che temono accresciuta, magistrati autori di interpretazioni bizzarre.

In mezzo a tutto questo, restano volti e nomi, finalmente restituiti a se stessi, ma che devono essere accompagnati verso la via di uscita e la liberazione da una condizione che per decenni li ha obbligati “a viver come bruti”.

Di sicuro, il difficile viene ora. E’ necessario che la Magistratura comprenda fino in fondo che non può delegare ai periti un giudizio che le compete, e che l’Avvocatura sappia adempiere al suo ruolo di tutela dei diritti, con consapevolezza e preparazione.

E’ indispensabile che il personale medico, tutto, si apra al bisogno di cura, abbandonando pratiche medioevali come la contenzione, massicciamente praticata, non solo negli Opg.

In prospettiva, ovviamente, bisognerà superare la logica del doppio binario, in nome della quale si è edificato un sistema di potere sul quale pochi hanno aperto gli occhi ed alzato la voce.

Come è emerso con chiarezza dalle Relazioni dei Ministri della Salute e della Giustizia, le persone ritenute non ancora dimissibili per ragioni connesse alla loro patologia sono meno di un centinaio; vien dunque da chiedersi a cosa serva, e a chi, prevedere una pluralità di strutture neo manicomiali, anche con l’ausilio del privato sociale, che nella loro parcellizzazione rischiano di ricreare un sistema che si vuole superare. Il modello Castiglione delle Stiviere, che con sapiente maquillage si appresta a proseguire gattopardescamente lo schema di asylum, non può diventare l’esempio da seguire, ed anzi va fortemente contrastata la pretesa di poter tuttora conciliare la cura con gli stessi strumenti del passato.

Territorio, inclusione, partecipazione, responsabilità, cura delle persone, non solo delle malattie, sono le coordinate di civiltà e di umanità su cui orientare il cammino che ci attende.

(dossier chiusura Opg su www.fuoriluogo.it)

 

mer, aprile 22 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Droghe: Renzi abbandoni Serpelloni

L’appello perchè Serpelloni sia lasciato solo nell’azione civili intimidatoria contro Franco Corleone per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 15 aprile 2015

Giovanni Serpelloni

Giovanni Serpelloni

Se ce lo consentissero le migliaia di persone perseguitate ingiustamente (incarcerate o anche solamente limitate nei loro diritti civili a forza di sanzioni amministrative), potremmo dire che il peggio che ci resta della peggiore stagione proibizionista è in quella protervia tecnocratica con cui per sei anni è stato gestito e affondato il Dipartimento delle Politiche Anti-droga presso la Presidenza del Consiglio dei ministri: le relazioni al Parlamento svuotate di contenuti, le conferenze nazionali ridotte a misere farse, le Regioni esautorate, i finanziamenti ai servizi accentrati e occultati. Di tutto questo è stato responsabile, politicamente, il sedicente “tecnico” Giovanni Serpelloni, al vertice del DPA dal 2008 al 2014 per volontà di Carlo Giovanardi. Cancellata la legge dalla Consulta, congedato Serpelloni, pensavamo che si potesse aprire una nuova pagina nella politica sulle droghe, ma ecco che da un recesso della storia una mano si allunga nel presente e cerca in sede giudiziaria una improbabile rivincita. Decideranno i giudici, chiamati maldestramente in causa. A noi il dovere di denunciare l’ennesima prova di arroganza, al Governo in carica la responsabilità di distinguersene. (Ste. Anast.)

Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi
Al Capo Dipartimento delle Politiche Anti-droga, Dott.ssa Patrizia De Rose.

Mercoledì 22 aprile presso la prima sezione civile del Tribunale di Roma inizierà il processo contro Franco Corleone per una accusa di diffamazione intentata dall’ex Capo del Dipartimento delle politiche antidroga Giovanni Serpelloni, in relazione a una intervista data ai giornali locali del Gruppo Espresso nell’ambito di un’inchiesta sulle spese del Dipartimento politiche antidroga.
Franco Corleone, attualmente Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana, è stato a lungo parlamentare e per cinque anni sottosegretario alla Giustizia, impegnato con passione e determinazione sui temi del diritto e del carcere. Da trent’anni si occupa della politica delle droghe e per noi è sempre stato un punto di riferimento.
L’enormità del risarcimento richiesto, trecentomila euro, dà la misura del carattere intimidatorio della citazione in giudizio, fatta quando – ricordiamo – il dr. Serpelloni aveva ancora responsabilità di vertice nell’amministrazione pubblica e si faceva assistere dall’avvocatura dello Stato.
Si tratta di una grave azione che colpisce il diritto di critica, nel caso di specie una legittima contestazione dei criteri di conduzione delle politiche antidroga da parte del dr. Serpelloni, che allora come oggi Franco Corleone e i promotori di questo appello considerano autoreferenziale e senza controllo.
Ma dal 17 luglio 2013, giorno in cui è iniziata la causa, tutto è cambiato.
La legge Fini-Giovanardi, la cui applicazione era all’origine della polemica politica, è stata cancellata in seguito a una sentenza di incostituzionalità da parte della Consulta. Il dr. Serpelloni è stato allontanato dalla responsabilità del Dipartimento Anti-droga ed è tornato nella sua sede di lavoro, la Asl 20 di Verona (che poi ne sia stato licenziato per giusta causa qui non ci interessa).
Quel che è in gioco non è l’esito del processo, siamo infatti convinti che non potrà che essere affermata l’innocenza di Corleone e la legittimità del suo comportamento, ma la libertà di critica e la condivisione di una cultura del confronto da parte delle istituzioni pubbliche.
Il Presidente del Consiglio e la nuova responsabile del dipartimento antidroga sono certamente a conoscenza della questione e non possiamo credere che condividano questa azione legale carica di intransigenza ideologica e di intimidazione.
Il codice di procedura civile indica loro la strada per chiudere una vicenda assai imbarazzante. Chiediamo a Matteo Renzi e a Patrizia De Rose di compiere un atto di discontinuità attraverso una indicazione chiara all’Avvocatura dello Stato di non interesse al proseguimento della causa e la conseguente rinuncia agli atti in giudizio. Serpelloni sia lasciato solo in questa pretestuosa, temeraria e intollerante iniziativa giudiziaria.

Stefano Anastasia
Stefano Cecconi
Riccardo De Facci
Patrizio Gonnella
Leopoldo Grosso
Luigi Manconi
Ivan Novelli
Massimo Oldrini
Marco Perduca
Andrea Pugiotto
Maria Stagnitta

Firma su Change.org

mer, aprile 15 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Perché bisogna porre fine alla battaglia contro le droghe

Ethan Nadelmann a TED spiega perchè fermare la war on drugs e legalizzare le droghe.

La battaglia contro le droghe sta facendo più male che bene? In un audace discorso, il riformatore delle politiche sulle droghe Ethan Nadelmann lancia un appassionato appello affinché si finisca il “retrogrado, senza cuore, disastroso” movimento per estirpare il mercato della droga. Offre due grandi motivazioni per cui invece dovremmo focalizzarci su una regolamentazione intelligente.

mar, aprile 14 2015 » Video » 1 Comment

Presentazione di Recluse a Napoli

Presentazione a Napoli del libro Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa

RecluseGiovedì 16 aprile ore 17,30
Fondazione Sudd
Corso Umberto I n. 35
Napoli

Presentazione del libro di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa

Recluse
Lo sguardo della differenza femminile sul carcere

Intervengono assieme alle autrici

Adriana Buffardi, Ricercatrice Sociale
Ambretta Occhiuzzi, movimento “Se non ora quando”
Stella Scialpi, Direttrice Carcere Femminile di Pozzuoli

Modera
Adriana Tocco, Garante dei detenuti Regione Campania

sab, aprile 11 2015 » Agenda » No Comments

Il silenzio del Governo sulle droghe

Leopoldo Grosso, Portavoce del “Cartello di Genova – sulle orme di don Gallo” e Presidente onorario Gruppo Abele scrive sul silenzio del governo sulle politiche sulle droghe per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto dell’8 aprile 2015

leopoldo-grossoSulla “questione droghe”, il Governo risulta afasico. Dopo un primissimo vagito nei giorni iniziali del suo insediamento, costretto dalla abolizione per incostituzionalità della Fini-Giovanardi a ripristinare la vecchia normativa, il Governo non ha più battuto un colpo, nonostante il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea, occasione mancata per presentare la discontinuità dalla gestione Giovanardi-Serpelloni.

Il Governo di larghe intese ha “incassato” la decisione della Corte Costituzionale. Nel doppio senso del termine. ”Pugilisticamente”, affidando il compito di relatore del rabbercio legislativo allo stesso Giovanardi, con un’operazione incompiuta sia rispetto a vistose incoerenze normative risultanti dal nuovo testo unico, sia per la mancanza di una disposizione di legge che evitasse ai detenuti, condannati con una legge dichiarata incostituzionale, l’onere del ricorso individuale per la rideterminazione della pena. Nello stesso tempo il Governo ha incassato i benefici di una riforma extraparlamentare (la reintroduzione della distinzione tra droghe “pesanti” e “leggere”, con tutti gli effetti a cascata, in primis sul sovraffollamento carcerario) che nemmeno l’ultimo governo Prodi, nonostante le buone intenzioni, era stato in grado di portare a casa abrogando la Fini-Giovanardi.

Poi il silenzio totale per un anno intero, senza la designazione di un referente politico per il Dipartimento AntiDroga, a sostituzione e “correzione” del ruolo ricoperto troppo a lungo da Giovanardi.

La legge 309 del ‘90 richiede che ogni tre anni venga convocata una Conferenza nazionale per verificare e rideterminare le politiche sulle droghe: è sei anni che non viene indetta. La stessa legge prevede l’istituzione di una Consulta e di un Comitato scientifico che coadiuvi l’attività del Dipartimento: non sono mai stati nominati. Il Dipartimento ogni anno finanzia progetti a sostegno di obiettivi ritenuti prioritari o sperimentali, in collaborazione con i servizi pubblici e il privato-sociale accreditato: tutto è fermo e sono state bloccate anche le progettazioni che fruivano di una biennalità già predeterminata. L’indispensabile collaborazione con le Regioni, molto tormentata nella precedente gestione, non è stata ancora riavviata. La stessa Relazione al Parlamento, debito informativo che il Governo ha come obbligo istituzionale, è pervenuta in ritardo e senza la tradizionale prefazione che definisce le priorità e gli orientamenti politici.

A livello internazionale, si avverte con ancora più urgenza la necessità di un riposizionamento dell’Italia rispetto alle politiche dell’Unione europea e dell’Onu. Rompendo l’unitarietà della posizione europea, la gestione Giovanardi-Serpelloni ha schierato l’Italia contro il “ pilastro “ della Riduzione del danno. L’importantissima scadenza di New York dell’Assemblea Generale Onu sulle droghe (Ungass 2016), in cui si rifletterà sulla possibile revisione delle Convenzioni internazionali, necessita di un diverso ruolo dell’Italia, a favore, e non di ostacolo, alle significative innovazioni e coraggiose sperimentazioni condotte ormai in molti Paesi del vecchio e nuovo Continente.

Bisogna che il governo ri-apra con franchezza un percorso di confronto con tutto il settore: le istituzioni regionali, gli operatori del pubblico e del privato sociale, le associazioni coinvolte a vario titolo, i comitati delle famiglie, le rappresentanze dei consumatori, la società civile responsabile.

gio, aprile 9 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » 1 Comment

Droghe, barlumi di speranza all’Onu

Marco Perduca per la rubrica settimanale di Fuoriluogo su il Manifesto del 1 aprile 2015

marco-perducaLe aspet­ta­tive alla vigi­lia della 58esima ses­sione della Com­mis­sione sulle dro­ghe dell’Onu non erano par­ti­co­lar­mente alte, ma qual­cosa s’è mosso. Per rias­su­mere gli svi­luppi posi­tivi biso­gna citare gli Usa: «Abbiamo adot­tato poli­ti­che intel­li­genti sul cri­mine» hanno esor­dito gli Stati Uniti sot­to­li­neando come all’incarcerazione di chi con­suma sia da pre­fe­rire la cura. Un mes­sag­gio pre­ciso, anche se non total­mente cor­ri­spon­dente alla realtà delle poli­ti­che giu­di­zia­rie nazionali.

Altret­tanto chiara l’invocazione della «lati­tu­dine» cioè lo spa­zio di mano­vra all’interno delle tre Con­ven­zioni Onu sulle dro­ghe per modi­fi­care, a impe­gni inter­na­zio­nali vigenti, leggi e poli­ti­che sugli stupefacenti.

Il nuovo corso del Paese che ha inven­tato la «guerra alla droga» ha con­tri­buito a impo­stare il dibat­tito rela­tivo all’Ungass, la ses­sione spe­ciale dell’Assemblea gene­rale pre­vi­sta per il 2016.
Le nuove posi­zioni ame­ri­cane erano state pre­ce­dute dai toni inu­sual­mente con­ci­lianti dell’Incb, l’organo che con­trolla l’aderenza delle poli­ti­che nazio­nali alle Con­ven­zioni sugli stu­pe­fa­centi, e dell’Unodc, l’ufficio delle Nazioni Unite che coor­dina le cam­pa­gne di «con­trollo alla droga».

Atten­zione socio-sanitaria, depe­na­liz­za­zione, ferma con­danna dell’uso della pena di morte per reati con­nessi alle dro­ghe e «svi­luppo alter­na­tivo» per con­tra­stare le col­ture ille­cite sono diven­tate le nuove parole d’ordine. Segnali di buon senso che fino a qual­che tempo fa non ave­vano diritto di cit­ta­di­nanza all’Onu di Vienna.

Certo, nes­suno mette in dub­bio che sia arri­vato il tempo di rifor­mare le Con­ven­zioni e molti paesi con­ti­nuano a stig­ma­tiz­zare anche la sola men­zione della pos­si­bi­lità di «lega­liz­zare», ma i tempi della parola d’ordine «Un mondo senza droga, pos­siamo far­cela» con cui Pino Arlac­chi con­vocò la Ungass del 1998 son morti e sepolti.

Tutto pronto quindi per un cam­bio di passo nel 2016? Non pro­prio, e a far notare che modu­lare i toni non basta ci hanno pen­sato i latino-americani. Il mini­stro della giu­sti­zia colom­biano Yesid Reyes ha infatti denun­ciato in ple­na­ria che «la guerra alla droga non è stata vinta» e che «diventa impe­ra­tivo ideare, pro­porre e con­cor­dare, a livello glo­bale, nuovi approcci che ci per­met­tano di affron­tare il pro­blema della droga in modo più effi­cace La ridu­zione dell’offerta della cocaina non ha fun­zio­nato» ha detto Reyes, occorre quindi «esser fles­si­bili quanto il mer­cato delle sostanze». Parole chiare, salu­tate da un applauso gene­rale, anch’esse sicu­ra­mente più avanti delle poli­ti­che nazio­nali, ma che hanno messo in evi­denza un sen­tire comune del con­ti­nente suda­me­ri­cano con­fer­mato da Mes­sico, Uru­guay, Guatemala.

Altro segnale inco­rag­giante il coin­vol­gi­mento delle orga­niz­za­zioni non-governative nelle ses­sioni tema­ti­che e negli eventi orga­niz­zati a latere del dibat­tito ufficiale.

Pro­prio come in altri con­sessi dell’Onu, anche a Vienna, le Ong pos­sono tran­quil­la­mente pren­dere la parola, far cir­co­lare docu­menti e, in alcuni pas­saggi, come a pro­po­sito della pro­po­sta di proi­bire la keta­mina, gio­care un ruolo attivo per influen­zare posi­ti­va­mente i negoziati.

Il 7 mag­gio pros­simo, al Palazzo di Vetro, si terrà un dibat­tito di alto livello per con­ti­nuare la pre­pa­ra­zione della ses­sione del 2016.

A New York si affron­tano le que­stioni poli­ti­che, c’è da spe­rare che i paesi che si sono espo­sti a Vienna con­fer­mino la riso­lu­tezza mani­fe­stata e che, final­mente, l’Europa assuma la lea­der­ship di que­sto nuovo atteg­gia­mento affin­ché l’Ungass lanci un pro­cesso rifor­ma­tore che ci porti alla chiu­sura defi­ni­tiva col proibizionismo.

mer, aprile 1 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » 1 Comment

Le alternative alla proibizione globale

Grazia Zuffa presenta il documento di IDPC verso UNGASS 2016 per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 25 marzo 2015

zuffaIn vista dell’Assemblea Generale Onu sulle droghe (Ungass), prevista a New York nell’aprile 2016, le Ong che si battono per la riforma della politica delle droghe stanno preparando una piattaforma di rivendicazioni. International Drug Policy Consortium, la rete cui aderiscono 130 associazioni da ogni parte del mondo, le ha riassunte in un documento. Il primo obiettivo è che l’Assemblea sia aperta alla società civile: da qui l’impegno a costruire una Civil Society Task Force, che sia riconosciuta come interlocutore ufficiale anche nella fase preparatoria dell’evento. L’approccio bottom up, se accolto, sarebbe un segnale di apertura democratica, e al tempo stesso la condizione per vincere l’autoreferenzialità, l’immobilismo del sistema, i suoi vuoti rituali: come la Dichiarazione Politica Finale che chiude questi incontri internazionali, frutto di defatiganti compromessi per raggiungere l’unanimità. Il rito unanimistico ha oggi la sola funzione di cementare le crepe del sistema, evitando un dibattito aperto sulle differenze di politiche fra gli stati membri: differenze clamorosamente venute alla luce dopo che molti paesi hanno scelto di depenalizzare il possesso e l’uso personale di droghe, e ancor più dopo che l’Uruguay e un numero significativo di stati Usa hanno legalizzato l’offerta di cannabis a uso ricreativo.

Ciò di cui si avverte oggi la necessità è un cambio di passo, a iniziare dal linguaggio e dalle forme del confronto e della decisione politica: ci si aspetta un “full and honest debate”, come ha chiesto lo stesso Ban Ki Moon; e che il confronto aperto sia documentato ufficialmente in un rapporto finale, a disposizione dei policy maker degli stati membri. Soprattutto, si abbandoni la vecchia retorica del “mondo libero dalla droga”, ricalibrando gli obiettivi del sistema di controllo. Perfino altre agenzie Onu puntano il dito contro la strategia di guerra totale alla droga: si veda il recente documento dello United Nations Development Programme (Undp), laddove sono citati come effetti controproducenti delle attuali politiche “il mercato criminale, la corruzione, la violenza, le minacce alla salute pubblica, gli abusi su larga scala dei diritti umani comprese le punizioni inumane, la discriminazione e la marginalizzazione dei consumatori di droga”.

Meglio allora scegliere altri obiettivi, più in linea con la mission umanitaria e di promozione sociale delle Nazioni Unite. A cominciare dallo sviluppo dei diritti umani, rispettando il principio di proporzionalità della pena rispetto al reato: oggi clamorosamente contraddetto dai paesi che applicano la pena di morte per reati di droga e da quelli che infliggono la carcerazione per semplice consumo (sono milioni i consumatori imprigionati per questo reato nel mondo).

Scegliendo di focalizzare sulla salute pubblica, la riduzione del danno è la strategia più consona a tale obiettivo. E’ giunta l’ora che essa sia riconosciuta come “pilastro” della politica della droga, anche a livello internazionale. Di più, la riduzione del danno deve diventare una modalità complessiva di governo della questione droga, ivi compreso l’aspetto di riduzione del danno della proibizione. Va in questa direzione la risposta del governo uruguayano allo International Narcotics Control Board (Incb), in difesa della legalizzazione della cannabis: la legge sulla cannabis deve esser letta come un tentativo di “combattere gli effetti dannosi del traffico di droga”, attraverso “una modalità alternativa (alla repressione n.d.r.) per sottrarre il mercato ai trafficanti di droga, in armonia con lo spirito e la finalità ultima delle Convenzioni”.

Il dibattito “onesto e completo”, invocato dal Segretario Generale dell’Onu, è di fatto già cominciato.(fine, la prima parte è uscita l’11 marzo)

gio, marzo 26 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments