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11 marzo. L’ossessione securitaria e la bulimia carceraria.

Segnaliamo questo appuntamento organizzato dalla Società della Ragione il prossimo 11 marzo a Milano.

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Testiamo i test con scienza e coscienza

Si apprende dalla stampa che tre autisti dell’azienda dei trasporti fiorentina sono stati sospesi per sei mesi dalla mansione, azzerando il loro stipendio e non destinandoli ad altre mansioni, come suggerisce l’attuale legislazione. Pugno di ferro, rigore assoluto, forse azione esemplare per scoraggiare comportamenti simili: in ballo vi è la sicurezza di fronte alla quale nessuno può tranquillamente affermare che non rappresenti un desiderio universalmente condiviso. Ognuno di noi quando usa un mezzo pubblico, aspira di arrivare a destinazione sicuro e senza danni. Ognuno di noi non amerebbe certamente essere vittima di passive dirnking, che in sostanza significa non essere travolti da un guidatore ubriaco mentre si attraversa la strada o dover sentire e subire il fragoroso impatto di un veicolo che si abbatte sul proprio a causa di un’alterazione etilica di un guidatore irresponsabile. Per inciso l’alcol è la prima causa degli incidenti stradali e dei relativi danni. Ma nel caso specifico non si trattava di alcol, anche se la sostanza della sicurezza non muta. Ma siamo sicuri che la posta in gioco sia proprio la sicurezza o non piuttosto un suo uso strumentale per parlare di altro? Non cado nella trappola del dibattito ideologico, ma pongo un uqestiot molto semplice: è questa la giusta strada per garantire la sicurezza?. Sono questi gli strumenti più idoenei per accertare l’incapacità o l’irresponsabilità di un lavoratore? Siamo sicuri che la procedura non vada oltre i limiti legittimi di ciò che cerca di verificare? Saremmo disponibili a sottoscrivere che l’alcol non deve essere reperito nelle urine per non mettere in discussione l’idoneità alla mansione del lavoratore, posto che il metabolita più efficace per verificare l’uso recente di alcol è l’etilglucuronide, presente nelle urine per qualche giorno? Domande aperte, ma torniamo all’episodio fiorentino che sembra aprire la strada ad una strategia preventiva, quella della deterrenza sanzionatoria fondata sulla paura, scare approach, di provata inefficacia fino al punto da produrre danni. Non c’è bisogno di articolati discorsi o di spiegazioni indignate, basta semplicemente leggere quanto scritto di seguito:
“Background: Il test che si avvale della ricerca nelle urine dei metaboliti di sostanze stupefacenti, applicato nei luoghi di lavoro, è stato largamente adottato dalle imprese negli Stati Uniti per scoprire i lavoratori che fanno uso di droghe e promuovere luoghi di lavoro “drug free” /liberi dalla droga. In latri paesi, come il Canada il test è più strettamente focalizzato per identificare i lavoratori il cui uso di droghe mette a rischio la sicurezza di altri.
Obiettivi: Abbiamo rivisto 20 anni di letteratura scientifica pubblicata su questioni rilevanti relative agli obiettivi dei test per la droga nei luoghi di lavoro, con particolare enfasi sulla cannabis, la sostanza più comunemente riscontrata
Risultati: Abbiamo concluso: 1. Che gli effetti acuti derivaneti dal funare cananbis altera la performance per un periodo di circa 4 ore 2. L’uso pesante di cannabis per un lungo periodo può alterare le abilità cognitive, ma non è chiarito che i consumatori pesanti di cananbis rappresentino un significativo rischio per la sicurezza sul lavoro, a meno che non la usino prima di iniziare a lavorare o durante il lavoro, 3. I test delle urine hanno scarsa validità e bassa sensibilità nel rilevare i lavoratori che rappresentano un rischio per la sicurezza, 4. Il test sulle droghe è correlato a riduzioni nella prevalenza di test positivi alla cannabis tra i lavoratori, ma questo potrebbe non tradursi in meno consumatori di cannabis, 5. L’analisi delle urine non ha dimostrato avere un significativo impatto sui tassi di traumi/incidenti sui luoghi di lavoro
Conclusioni: il test che si avvale dell’analisi delle urine non è raccomandato come strumento diagnostico per identificare i lavoratori che rappresentano un rischio per la sicurezza sul lavoro a causa del loro consumo di cannabis. La ricerca nel sangue del tetraidrocannabinolo attivo può essere reso in considerazione dalle imprese che desiderano identificare i lavoratori la cui performance può essere alterata dal loro uso di cannabis”
ADDICTION Marzo 2010 Volume 105, Issue 3, Pages 408-416
Scott Macdonald 1 , Wayne Hall 2 , Paul Roman 3 , Tim Stockwell 4 , Michelle Coghlan 5 & Sverre Nesvaag 6
1 Centre for Addictions Research of BC and School of Health Information Science, University of Victoria, Victoria, BC, Canada, 2 School of Population Health, University of Queensland, Herston, Queensland, Australia, 3 Center for Research on Behavioral Health and Human Service Delivery Institute for Behavioral Research, University of Georgia, Athens, GA, USA, 4 Centre for Addictions Research of BC and Department of Psychology, University of Victoria, Victoria, BC, Canada, 5 Centre for Addictions Research of BC and Department of Sociology, University of Victoria, Victoria, BC, Canada and 6 International Research Institute of Stavanger AS, Stavanger, Norway
Correspondence to Scott Macdonald, Centre for Addictions Research of BC and Professor, School of Health Information Science, University of Victoria, PO Box 1700 STN CSC, Victoria, BC V8W 2Y2, Australia. E-mail: scottmac@uvic.ca (nessuno è iscritto a Forum Droghe)
Precisa, pacata e rigorosa analisi alla quale non ci si può sottrarre, neppure per il dichiarato scopo di voler tutelare la sicurezza, semplicemente perchè non si garantisce la sicurezza cercando metaboliti nelle urine. Pongo tre ultime domande: Di fronte a questa lineare e semplice evidenza, non è giunto il momento di esprimere un parere tecnico che sia rispettoso dell’evidenza scientifica? Non sarebbe forse più utile incominciare a prestare attenzione alla voce della coscienza, libera da vincoli ideologici ed esprimere con serenità la propria posizione, anche se dissenziente? Cambiare strada di fronte a tanta semplificazione, non potrebbe rappresentare uno scatto di orgoglio che rinnoverebbe dignità e credibilità al campo dei problemi alcol e droga correlati? Le risposte non me le aspetto dai soli tecnici e professionisti delle dipendenze, ma anche da tutte quelle realtà sociali e culturali che condividono la necessità di ripristinare un clima di serena riflessione che riporti al centro il lume della ragione evitando l’allarmismo scomposto, infondato e dannoso

Il governo italiano mina l’unità europea sulle droghe onu

Il governo italiano continua a boicottare la politica europea sulle droghe, sia a livello dell’Unione che del gruppo europeo presso l’Onu a Vienna. Il motivo del contendere è la riduzione del danno. Un gruppo di operatori e di associazioni maggiormente impegnate nelle pratiche di riduzione del danno hanno scritto alla presidenza spagnola del gruppo europeo sia a Bruxelles che a Vienna dissociandosi dalla delegazione italiana che ha esibito un documento sulla riduzione del danno che condanna come “non accettabili” alcune misure già applicate da molti paesi europei (trattamenti con eroina, stanze del consumo e pill testing), millantando che la posizione espressa nel documento sia frutto di un accordo fra il Dipartimento Antidroga e le ONG italiane. Nella lettera le ONG chiariscono che “le posizioni italiane non sono un consensus paper concordato fra il Dipartimento e le ONG”. I firmatari lamentano “che il governo italiano stia contestando la posizione europea sulla riduzione del danno, frutto di approfonditi negoziati nel corso degli anni e largamente condivisa”. “Ci rincresce che questa importante questione di salute pubblica sia così strumentalizzata politicamente” – termina la lettera.

Vai al comunicato stampa.

Scarica la lettera (in formato pdf).

Santoro e le droghe: siamo proprio all’anno zero.

Siamo buoni. La trasmissione dedicata al caso Morgan è stata davvero un’occasione sprecata. La scelta degli invitati e il taglio generale sulla politica delle droghe era davvero il segno della subalternità culturale ai miti e alle falsità scientifiche spacciate per verità. Il confronto, si fa per dire, si sarebbe potuto intitolare: Avanti Pupo o avanti savoia!
Far passare idee inventate di sana pianta secondo le quali lo spinello di oggi sarebbe diverso da quello del mitico sessantotto, in quanto conterrebbe una concentrazione di Thc (il principio attivo più caratterizzante) superiore di 27 volte, è una colpa grave, una sorta di reato quale è la diffusione di notizie false e tendenziose.
Riproporre la tesi del passaggio dallo spinello all’eroina e alla cocaina è davvero esilarante se non fosse un errore diseducativo che annulla le possibilità di prevenzione, di educazione e di informazione critica destinate ai giovani.
Sono solo due perle (trascuriamo le affermazioni di Barbara Palombelli per carità di patria!) somministrate nella lunga serata.
Per fortuna Adriano Celentano ha riportato a una giusta dimensione surreale una serata nata male e che rischiava di precipitare nella demagogia e nell’elogio della galera, nella santificazione della punizione e delle catene contro i consumatori di sostanze ritenuti incapaci di intendere e volere. Come dice Giovanardi i tossicodipendenti non sono persone ma zombie!
E’ un peccato che Rapporti internazionali densi di studi, dati e ricerche siano buttati nel cesso proprio nel momento si comincia a discutere della war on drugs che ha mietuto vittime nel nord e nel sud del mondo. Noi stiamo con Evo Morales che rivendica una cultura millenaria delle popolazioni e dei contadini boliviani rispetto alla violenza delle Convenzioni internazionali fondate sulla retorica salvifica e sulla ideologia moralista.
Ma non tutto è stato inutile e dannoso. E’ stato restituito l’onore a Morgan, come musicista e come individuo libero e che ha praticamente chiuso la trasmissione con la condanna esplicita del proibizionismo e degli interessi criminali che lo sostengono.
E’ davvero l’unica pista da seguire!

Dal blog di Franco Corleone.

Il solito franco tiratore

Giovanardi annuncia: nei test a cui si sono sottoposti volontariamente 232 parlamentari sono state 231 le negatività rilevate, mentre una la positività alla cocaina. “Non so chi sia, non so se sia senatore o deputato, uomo o donna. Il risultato del test – ha dichiarato Giovanardi – è segreto”.

Insomma più o meno lo stesso trattamento dei 27 ragazzi di Monfalcone di cui ci ha raccontato Giorgio Bignami nei giorni scorsi.

Ma Giovanardi si dice “soddisfatto dell’iniziativa intrapresa dal dipartimento” mentre sui risultati dice: “ognuno commenterà come ritiene opportuno”. Beh il miglior commento lo prendiamo a prestito da qui: “il solito franco tiratore”.

Suicidi in carcere, una responsabilità collettiva

Mauro Palma, Presidente del CPT (Comitato europeo prevenzione tortura) per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 febbraio 2010.

E’ certamente vero che non esistono misure o progetti che portino a cancellare del tutto il rischio di suicidio di chi, privato della libertà, è ristretto in un luogo chiuso al mondo esterno. L’atto del suicidio attiene alla sfera intima, personale, mai del tutto esplorabile e leggibile; attiene a una sofferenza e a una scelta che non sono mai dominabili attraverso sistemi di regole esterne e che, in quanto tali, vanno rispettate e discusse con pudore e senza facili scorciatoie interpretative. E’ anche vero che in nessuno dei sistemi detentivi europei, e certamente anche in quelli al di fuori del nostro continente, il numero dei suicidi è zero. Tuttavia queste sono verità parziali. Altre ci dicono che nelle carceri italiane lo scorso anno, e nell’avvio di questo, se ne è verificato un numero tale che indica una crescita allarmante del fenomeno, percentualmente tra i più alti in Europa; che questa impennata è segno ed effetto del negativo funzionamento di un’istituzione che si vorrebbe destinata al recupero sociale; e che per ridurne il numero molto si può e si deve fare, anche seguendo le tracce di altri paesi. L’estensione del fenomeno dell’autolesionismo e l’aumento del numero dei suicidi ci proiettano innanzitutto l’immagine di un mondo detenuto debole, prodotto di assenze d’intervento sociale e di una marginalità declinata penalmente e rigidamente affrontata con la detenzione.
In questo contesto, il carcere diviene un luogo di abbandono di ogni progettualità possibile, luogo ininfluente rispetto all’elaborazione culturale e alla decisione politica: se ne conoscono numeri, problemi e carenze, ma questi elementi non incidono nel formare pensiero collettivo. Per chi è in carcere questa percezione di essere nel luogo dell’ininfluenza sui processi reali e della mancanza di qualsiasi progettualità che non sia il mero contenimento è un fattore che incide sulla decisione di sancire definitivamente tali assenze; quindi, sul numero dei suicidi. Ogni suicidio in carcere ci interroga sulle nostre responsabilità e dà una indiretta immagine delle criticità e degli elementi patologici e patogeni di questa istituzione, perché rappresenta sempre il risultato di più incapacità: a leggere disagio e difficoltà, a prevenirne gli esiti più negativi, a dare sostegno adeguato. Quindi, non è possibile chiudere il problema come insito nella logica stessa della detenzione o nelle vicende umane difficili da cui proviene la gran parte dei detenuti. Abbiamo il dovere di capire le ragioni di numeri così elevati, di chiederci come intervenire, di riflettere sugli interrogativi che essi pongono. Gli interlocutori di questa riflessione sono molteplici e non si restringono a chi del carcere ha diretta responsabilità. Certamente questi sono i primi interlocutori e alcune indicazioni europee delineano linee d’intervento: la costruzione di équipe di accoglienza, composte di operatori con diverso profilo professionale; il potenziamento della comunicazione tra detenuto e staff, anche attraverso forme di rappresentanza; il passaggio da un modello de-responsabilizzante, in cui il detenuto è un soggetto passivo che deve chiedere per agire, a un modello di assunzione attiva di responsabilità; la scrupolosa rilevazione degli atti auto lesivi, nonché dei suicidi, e il loro utilizzo come casi d’analisi per la stessa formazione del personale, rompendo la tendenza a occultare e negare; la drastica riduzione delle forme d’isolamento del detenuto. Sono linee guida, che l’Italia dovrebbe attuare, che certamente non sanano le questioni a monte di politica penale, ma che, nel contesto dato, chiedono all’istituzione di agire al proprio interno al massimo delle possibilità per ridurre drasticamente il numero di suicidi. All’esterno, l’unico segnale positivo si è avuto lo scorso anno, quando il Comitato Nazionale di Bioetica ha inserito il tema dei suicidi in carcere nella propria agenda, avviando una serie di audizioni. Un segnale della consapevolezza sociale del problema, non più ristretto così a tema per specialisti o ad argomento da includere nel più generale tema del suicidio, senza evidenziarne la specificità del suo porsi nella privazione della libertà. Sarebbe importante avere gli esiti di tale lavoro, anche come apertura di una riflessione sulla responsabilità intrinseca di tutti i noi su quel numero alto di vite che si continuano a perdere dietro le sbarre.

Il doppio forno di Giovanardi

A Roma 232 parlamentari si sottopongono volontariamente al test antidroga. 1 risulta positivo, ma non si puo’ sapere chi sia (e quindi nessuna sanzione sarà possibile) perchè, secondo l’ineffabile Giovanardi:

“Non so chi sia, non so se sia senatore o deputato, uomo o donna. Il risultato del test è segreto”. Arrivare all’identità dell’onorevole – conclude – “è impossibile. I test sono infatti identificati con un codice conosciuto solo dalla persona che si è sottoposta all’esame. Il risultato può essere ritirato solo con una scheda in possesso dell’interessato”.

In Friuli i Carabinieri si recano alle 3 del mattino a casa di 27 giovani che stanno dormendo nelle loro case di Monfalcone, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Doberdò del Lago e Udine, con il mandato di invitarli a sottoporsi “volontariamente” ai test antidroga. Li prelevano e li portano al pronto soccorso dove solerti medici provvedono ai test. La chiamano prevenzione da quelle parti. I risultati? Sei persone sono state denunciate per cessione, ventuno sono state segnalate come consumatori alla prefettura, una modesta quantità di stupefacenti sequestrata.

Legge uguale per tutti? Non ci crede più nessuno.

Dal blog di Leonardo Fiorentini

Sostanze stupefacenti: ordine pubblico o questione culturale e sanitaria?

Ad un anno dalla famosa Operazione BLU che vide alcune persone ristrette della propria libertà per 16 giorni con pesanti accuse, successivamente destrutturate dal tribunale del riesame di Trieste, il territorio del basso isontino ritorna ad essere protagonista nel subire operazioni di polizia definite contro il narcotraffico, ma che lasciano grossi dubbi su efficacia e obiettivi reali.

Giovedì 18 febbraio – ore 20
Officina Sociale
via Natisone 1
Monfalcone(GO)

Sostanze stupefacenti: ordine pubblico o questione culturale e sanitaria?
Sostanze, Lotta al narcotraffico, Società del consumo, ricerca del piacere, carcere sovraffollato, diritti civili.

ne parliamo con:

Operatore Drop In Monfalcone – Capaldo Luciano – introduzione, moderatore.

Avv. Riccardo Cattarini - Camera Penale di Gorizia – l’azione della Camera Penale di Gorizia contro l’operazione di polizia svolta nel Basso Isontino tra il 5 e 6 febbraio. Consigli utili per conoscere i propri diritti.

Rappresentante studenti UDS – un punto di vista studentesco.

Rappresentante Centro Sociale Rivolta (Marghera) Venezia – una esperienza dal basso di osservazione ed intervento nei contesti di musica elettronica.

Proseguimento in forma assembleare.

A conclusione: bar aperto, rebecchin sociale, musica ed allegria.

Evento promosso da: operatori Centro Bassa Soglia – Monfalcone (GO), in collaborazione con Officina Sociale

info: rete-operatori-fvg@googlegroups.com

La prevenzione secondo l’Arma

Tempi sempre più duri per i consumatori di sostanze, sui quali “L’un dopo l’altro i messi di sventura / piovon come dal ciel…”*

Prima notizia (da Il Manifesto, 10.02): qualche giorno fa, alle tre del mattino, i Carabinieri prelevano 27 ragazzi tra i 17 e i 23 anni dalle loro abitazioni di Monfalcone e comuni limitrofi; li scarrozzano al pronto soccorso; gli fanno “volontariamente” firmare il modulo di consenso; gli fanno fare dagli operatori in servizio i prelievi per i test antidroga. Risultato: sequestro di modiche quantità di droga, sei denunce per cessione e 21 segnalazioni alla prefettura per consumo. Il blitz fa parte di una più ampia operazione disposta dai Tribunali dei Minori di Trieste e Gorizia. Il Comandante provinciale della Benemerita, Roberto Zuliani, vanta nelle sue dichiarazioni il  grande valore sociale di quest’azione di “prevenzione” e di avvertimento alle famiglie. Di parere diametralmente e seccamente opposto la Camera penale di Gorizia: in una delibera riguardante il fatto sottolinea come in un ordinamento democratico, attento ai diritti dei cittadini, una funzione politico-sociale come quella esercitata dall’Arma non possa e non debba essere affidata alle Forze dell’Ordine. A questo giudizio non c’è molto da aggiungere, considerato che il fatto sembra una replica dei sequestri di persona, tramite “lettre de cachet”, nella Francia assolutista dell’Ancien Régime. Con più spazio, di certo,  si potrebbe parlare del clima non proprio idillico di quella notte, quando  neanche uno dei 27 esercita il diritto di rifiuto dei test, quando gli operatori di pronto soccorso fanno zitti e buoni “il loro dovere”. E magari anche del silenzio tombale dei grandi media.

Seconda notizia (da Il Tirreno del 13.02): dalla “terapia” di gruppo a quella individuale. A prato due ragazzi vengono sorpresi per strada con un pò di fumo da due Carabinieri. Senza verbalizzare, il capopattuglia avrebbe intascato la roba; e poi  lasciato andare i “rei” senza denunciarli  né segnalarli alla prefettura. Dopo qualche giorno uno dei due, minore, confessa ai genitori di esser stato successivamente contattato dal milite in subordine; invitato a casa sua a Chiesina Uzzanese; convinto – facendo leva sul “trattamento speciale” accordato in precedenza – a subire un rapporto sessuale, per buona giunta ripreso con cellulare o telecamera e riversato in un computer. I genitori riferiscono al Comando provinciale: si apre un indagine; si fa perquisire l’abitazione sospetta; si sequestra il computer; e qui, per ora, la vicenda scende come il Timavo nel percorso carsico della Procura di Prato (competente, tra l’altro, per l’eventuale appropriazione indebita della roba, ma non per l’eventuale violenza sessuale in territorio di Pistoia). Se la storia viene confermata – e ci si deve augurare una smentita documentata e convincente -  si sentirà di certo parlare di mele marce, di “situazione sotto controllo”: ma mele marce ieri (i militi dell’affaire Marrazzo), forse altre mele marce oggi… la china sembra alquanto scivolosa, la situazione a forte rischio di sfuggire – bertolasianamente – al controllo.

Giorgio Bignami

* I celebri  versi del “Ça ira” del nostro Giosuè nazionale sembrano assai pertinenti: si riferiscono infatti agli eroici sanculotti incalzati dai mercenari della maxi-coalizione di regali parenti e ricchi compagni di merenda dei Borboni di Francia; eppur vinceranno.

Due sentenze scardinano la guerra alla Canapa

Mentre le forze dell’ordine continuano la loro inutile, costosa e a volte pure ridicola guerra alla droga (soprattutto nei confronti della marijuana) la Magistratura con due recenti sentenze scardina alcuni principi della war on drugs italiota, in particolare per quel che riguarda il consumo di Canapa.

E’ di questa settimana la notizia della sentenza del Giudice del Lavoro di Avezzano che ha autorizzato la somministrazione di Canapa Terapeutica in un caso di sclerosi multipla, obbligando Azienda Sanitaria Locale a fornire canapa al paziente.

E di fine dicembre invece la sentenza del Tribunale di Milano del Tribunale di Milano che ha assolto un imputato reo di aver coltivato in giardino 7 piante di marijuana. L’importante sentenza del Giudice Salvini sulla coltivazione domestica di canapa la trovate on line in formato pdf su Fuoriluogo.it. Leggete l’articolo di Franco Corleone dalla rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 febbraio 2010.