il Blog di Fuoriluogo.it

Droghe e Diritti

Appello per le carceri

Appello di numerose associazioni in vista della scadenza della sentenza “Torreggiani” e del semestre di Presidenza italiana dell’UE.

carcere-corridoioAlcune realtà dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione hanno pensato di scrivere una lettera che solleciti l’attenzione sulle carceri italiane e i suoi problemi nell’imminenza della scadenza europea del 28 maggio 2014 (Sentenza Torreggiani) e del semestre europeo a Presidenza italiana che si sta avvicinando.

Non dobbiamo abbassare la guardia, sostenendo chi in questo momento si sta adoperando per cambiare da una parte e dall’altra combattendo chi invece vuole che resti tutto immutato.

Forum Droghe ha aderito. Vi invitiamo a diffondere tale appello a 360° e chiediamo l’adesione attraverso l’invio di una mail all’indirizzo appellocarceri2014@gmail.com.

Scarica la lettera appello: appello carceri aprile 2014.pdf.

gio, aprile 24 2014 » news » No Comments

Oltre il cane Pando verso la drug education

Il professor Franco Coppoli si è rifiutato di far entrare i cani antidroga nella sua classe mentre faceva lezione. Si ritrova oggi con un provvedimento disciplinare incombente sulla sua testa. Susanna Ronconi prova a spiegare perchè con i giovani l’approccio deterrente non funziona e che bisogna ritornare ad educare.

franco-coppoli26 marzo, Istituto per geometri Sangallo di Terni. Il cane Pando fa il suo ingresso in classe, è un cane antidroga, lavora per la Questura, e fa i suo mestiere. Ma anche il professor Franco Coppoli sta facendo il suo, di mestiere, insegna, dichiara agli agenti di non voler interrompere il suo “pubblico servizio” e li invita a uscire. Un gesto, quello del professore, che non finisce lì, e che il 29 aprile, all’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, sarà giudicato e sanzionato con un provvedimento disciplinare per non aver interrotto le lezioni (sic!) e aver impedito il controllo in aula della polizia. La contestazione è per un atto “ non conforme alle responsabilità, ai doveri, e alla correttezza inerenti alla funzione o per gravi negligenze in servizio”, il che significa fino a sei mesi di sospensione da insegnamento e stipendio.

Quello di Terni non è un episodio nuovo e tantomeno isolato, si è ripetuto spesso anche in questi mesi di post Fini Giovanardi (una inerzia?) l’assunto che la repressione, meglio se esibita e con forte impatto, come i supplizi del medioevo, serva alla dissuasione fa parte del senso comune, di quello della politica e anche di quello di certi “scienziati” embedded. Ma vale la pena riparlarne per almeno tre motivi.

Primo: Pando oggi non sta più fuori dai cancelli ad annusare, entra nelle aule, l’impatto è forte, il linguaggio non è quello del mero controllo ma quello della deterrenza, e il rapporto che si cerca così con li mondo degli educatori non è una alleanza, è una sudditanza ancillare e muta. Un approccio che rende pedagogicamente ridicola la tesi di un discorso che presume di essere efficace alternando parole educative a parole repressive: Pando non apre uno spazio educativo, Pando lo chiude (del resto sa solo abbaiare). Che il professor Coppoli si sia sentito espropriare di parola e ruolo è il minimo.

Secondo: la sconcertante impermeabilità nel tempo di queste prassi alla “evidenza” della loro inefficacia: la santa alleanza tra “educare e punire” – manifesto della nostra legislazione nazionale –  ha dimostrato nei decenni la sua pochezza (vedere gli andamenti dei consumi per credere). Lo “scared approach”, approccio deterrente, di reganiana memoria (do you remember “Just say no!” e la Zero tollerance?) ha avuto proprio negli States, dove ha drenato milioni di dollari per un semplice bluff, la sua più radicale critica. Da un lungo elenco: gli studi di Rodney Skager, California, sul fatto che, repressione o no, i ragazzi consumano comunque, quello della Università del Michigan, che ha indagato sulla inutilità dei test sui ragazzi, fino al modello educativo “La sicurezza al primo posto: un approccio basato sulla realtà” della pedagogista Marsha Rosenbaum, San Francisco, che così sintetizza il suo pensiero: «La realtà, secondo le ricerche promosse dallo stesso governo degli Stati uniti, è che oltre la metà dei giovani adolescenti americani sperimenta l’uso di droghe illegali nel periodo in cui frequenta le scuole medie superiori. Tuttavia, l’obiettivo principale della gran parte dei programmi è quello di prevenire il consumo. Al contrario, un approccio realistico dovrebbe concentrare le nostre energie sulla prevenzione dei comportamenti d’abuso. Continuiamo a enfatizzare il valore dell’astinenza, a supportare quegli studenti che dicono “no alle droghe”, mentre dovremmo offrire un’informazione onesta e scientificamente corretta a tutti coloro che dicono “forse”, o “qualche volta” o “sì”».

E qui sta il terzo punto: è ora che gli educatori (tutti, dai genitori agli insegnanti al mondo adulto) si riprendano parola e responsabilità. Il gesto di Franco, dei colleghi e dei genitori che hanno solidarizzato con lui, ha senso se si restituisce alla “normalità” delle relazioni quotidiane il discorso sull’uso di sostanze da parte dei ragazzi. Si chiama “drug education”, significa consapevolezza, ascolto, informazione corretta. Significa, con Marsha Rosembaum, prevenire l’abuso e contenere i rischi. Ma “drug ediation” non ha una traduzione in italiano, noi abbiamo preferito, grazie al Dipartimento antidroga, puntare su “early detection” (questa sì, tradotta) che significa individuare – magari invitando i genitori ad effettuare i test sui figli o mandando i cani – i consumi per avviare i ragazzi/e alla patologizzazione e alla repressione. Un suicidio educativo.

gio, aprile 24 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Dipartimento antidroga, l’ora dell’addio

Franco Corleone scrive per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 23 aprile 2014.

corleone-aperteIl fallimento della guerra alla droga porta con sé enormi conseguenze, dal ripensamento della costruzione ideologica del proibizionismo all’archiviazione degli strumenti utilizzati per combattere una battaglia insensata che ha prodotto milioni di vittime nel mondo. Il modello organizzativo dello zar antidroga come struttura autocratica, da combattimento, va dunque cancellato, anche in Italia.

Giovanni Serpelloni, capo indiscusso del Dipartimento antidroga dal 2008, il 15 aprile ha rilasciato un’intervista a Redattore sociale per rivendicare il suo ruolo e per indicare una nuova prospettiva, candidandosi, magari solo per sei mesi, a dirigere il cambiamento. Un’intervista patetica, condotta su un registro alternante, da protagonista arrogante a sconfitto rassegnato. Serpelloni, dopo aver ricevuto la lettera dalla presidenza del Consiglio il 9 aprile con la notifica del rientro alla Asl 20 di Verona, si è messo in ferie e da Roma continua la sua lotta per discutere della riorganizzazione del Dipartimento e chiede, sconsolato, se i suoi uffici  servano ancora oppure no.

Pare che Serpelloni abbia suggerito di mantenere il Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio in alternativa a una possibile collocazione nei ministeri della Salute, degli Interni o del Welfare.

Una impostazione di questo genere è arretrata e fuori contesto. Dopo la sentenza fondamentale della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi, occorre davvero considerare finita l’era dell’oltranzismo ideologico e voltare pagina. Da questo punto di vista il decreto Lorenzin in discussione alla Camera rappresenta solo il segno del passato che non si arrende, tra contorsionismi  e  tentazioni di improbabili colpi di coda.

Ripensare dalle fondamenta la politica delle droghe, dopo decenni di indigestione di paccottiglia pseudo scientifica e di rimasticature neolombrosiane sulla potenza incontrollata delle sostanze e l’incapacitazione degli individui, è un compito che richiede intelligenza e rigore.

Il Manifesto di Genova, documento sottoscritto da un ampio cartello di Ong italiane, offre un’analisi politica ampia e indicazioni operative convincenti. Invece di uno zar antidroga, è urgente costituire una “cabina di regia”, un team di persone competenti che sappia individuare linee di intervento  e obiettivi condivisi da un mondo vasto, di servizi pubblici e del  privato sociale, di operatori e di consumatori, di giuristi e di amministratori.

Va quindi smantellata dalle fondamenta la struttura di potere del Dipartimento e va cancellato il Comitato Scientifico amerikano, del tutto subalterno allo statunitense  Nida (National Institute for Drug Abuse), di nome organismo scientifico, ma di fatto un “ministero della propaganda antidroga”, così come è irriverentemente soprannominato negli ambienti scientifici. Va invece ricostituita una Consulta snella ed efficiente per preparare una Conferenza nazionale sulle droghe che riprenda il filo strappato di quella di Genova del 2000.

In quella sede si dovrà sviluppare il confronto con la politica per definire le linee di una nuova legge sulle droghe che disegni un regime di piena depenalizzazione del consumo personale e di spazio per sperimentazioni innovative. Altro grande tema dovrebbe essere la definizione del ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea in vista dell’Assemblea generale Onu sulla droga (Ungass) prevista nel 2016. E’ tempo di fare i conti con la nuova frontiera indicata dai paesi del sud America, Uruguay e Bolivia in testa, che hanno scelto di sperimentare una regolamentazione per le sostanze meno rischiose.

Cambiamo verso, ora.

 

 

 

 

mer, aprile 23 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Droga, la Lombardia smantella il sistema

Cecco Bellosi, Responsabile gruppo carcere Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA), scrive sulla situazione dei servizi sulle tossicodipendenze nella regione Lombardia per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 16 aprile 2014.

cecco_bellosiLo scorso anno, dopo le elezioni regionali, il governatore aveva dichiarato che la nuova giunta avrebbe operato in discontinuità con le cattive pratiche che avevano travolto l’amministrazione precedente, procedendo, tra l’altro, al riequilibrio tra il settore sanitario, premiato negli anni scorsi a dismisura, e il settore sociale, cenerentola triste del sistema. A oltre un anno di distanza, nulla invece sembra cambiato. Non solo: nell’ultimo anno da piccolo impero crepuscolare, la vecchia giunta aveva aperto, quasi a giustificazione riparativa, degli importanti cantieri sperimentali sui bisogni attuali, con l’intenzione di metterli in seguito a sistema. L’attenzione della nuova giunta al mondo delle dipendenze è invece inesistente su tutti i fronti.

Primo, le sperimentazioni: il mondo del privato sociale ha saputo costruire in questi due anni dei progetti capaci di risposte efficaci su problemi come la cronicità sociale, gli adolescenti a rischio di dipendenza, le unità mobili e i drop-in sulla prossimità e la riduzione del danno. Le istituzioni locali, a partire dal Comune di Milano, e gli organi tecnici della Regione hanno valutato molto positivamente questi progetti, ma le sperimentazioni non possono essere tenute  in vita con le flebo del  rinvio di mese in mese fino alla inevitabile chiusura. Secondo, il carcere: al 31 dicembre 2013 la Lombardia ospitava 8.756 detenuti, un sesto di tutta la popolazione carceraria, con un numero di persone detenute significativamente superiore alla capienza regolamentare. La differenza si attesta a quasi tremila unità: un quinto del totale e un quinto, quindi, delle sanzioni previste per trattamento inumano dei detenuti dall’Unione Europea. Eppure, la giunta regionale finora non ha fatto nulla, a differenza di altre Regioni, per costruire progetti e protocolli con il ministero della Giustizia e con le realtà del privato sociale per l’accoglienza esterna dei detenuti in misura alternativa, in particolare per coloro che sono in carcere in violazione della legge sulle droghe (il 38% del totale). La Regione Lombardia è assente nel momento in cui il ministero ha messo a disposizione risorse per affrontare in maniera significativa il virus endemico del sovraffollamento e per favorire l’accoglienza delle persone con problemi di tossicodipendenza. Non si tratta solo di una questione umanitaria o di risparmio economico rispetto sanzioni previste dall’Unione Europea, si tratta di sicurezza sociale. Non solo: non c’è nessuna volontà di approvare una legge sulla canapa terapeutica. Infine, le comunità: i servizi residenziali e i servizi ambulatoriali sono il cuore del sistema delle dipendenze che, sia pure con fatica, cerca di rispondere in maniera adeguata alle domande di aiuto in continuo aumento e trasformazione. La Regione Lombardia, di contro, risponde riducendo i servizi e contraendo le rette reali per le comunità, senza alcun adeguamento neppure nominale da ormai sette anni, esigendo peraltro servizi da alberghi di lusso ai costi di misere locande. Le rette previste dalla Regione Lombardia per le comunità terapeutiche sono ormai al quart’ultimo posto nel panorama nazionale: anche in questo caso, la desertificazione è vicina.

Su questi temi bisognerebbe aprire un confronto efficace, superando la logica degli interventi frammentati, che costano fatiche eccessive senza un punto di partenza, una rotta e un approdo determinati e condivisi. Finora la Regione Lombardia non lo ha fatto, dimostrando di non avere alcuna attenzione nei confronti di un mondo e di problemi che segnano in maniera pesante le persone, le famiglie, la società.

mer, aprile 16 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Million Marijuana March il 10 maggio 2014

Il 10 maggio torna a Roma l’annuale appuntamento con la Million Marijuana March. Partenza alle ore 16:00 da Piazzale dei Partigiani. Riceviamo e pubblichiamo il documento degli organizzatori.

Million Marijuana March
Sabato 10 Maggio 2014

mmm-2Roma, 10 Maggio 2014, quattordicesima edizione italiana della Million Marijuana March per inaugurare l’era dell’UMANOPOLIO; il monopolio degli umani sui beni comuni, patrimoni della umanità non cedibili ai mercati.

Nelle strade di Roma, come in centinaia di città nel resto del mondo, per:

  • la fine della persecuzione delle persone che utilizzano sostanze rese illecite dal proibizionismo
  • il diritto all’uso terapeutico immediato per i pazienti che necessitano della cannabis
  • il diritto a coltivare liberamente una pianta che è un pezzo del patrimonio botanico del pianeta che appartiene all’umanità intera.

In questo momento storico, in cui si ridefiniscono, non solo a livello nazionale, gli equilibri economici e politici del pianeta, è chiaro che l’”alta” finanza, le multinazionali farmaceutiche e  del tabacco puntino al controllo globale del mercato della Cannabis attualmente gestito dalle mafie, per sottrarre ancora una volta la Pianta a tutta l’umanità.

La spinta verso nuovi e fertili terreni di investimento cui sono costrette le multinazionali del tabacco, in seguito alle numerose class-action perse, e l’apertura culturale e intergenerazionale alla cannabis, ormai radicata da decenni nei costumi planetari, rende la Cannabis una merce appetibile per gli affari di questi colossi finanziari.

É pertanto necessario sottrarre il monopolio della produzione, importazione e distribuzione alle narcomafie ed impedire l’affidamento alle multinazionali farmaceutiche e del tabacco: nessun monopolio per la Cannabis bene comune!

L’unica strada che possiamo e dobbiamo percorrere è reclamare la libertà di coltivare le nostre piante come diritto naturale, inalienabile e non cedibile ne trattabile.

Un avanzamento, questo, che si rende necessario non solo sul piano economico-finanziario, ma anche su quello legislativo.

La recente cancellazione della Fini/Giovanardi per incostituzionalità, con le odiose tabelle quantitative e i bassissimi limiti oltre i quali si era automaticamente considerati spacciatori e condannati  ha sicuramente determinato una riduzione del danno.

Un danno che rimane però ancora alto, che non ci basta ridurre ma dobbiamo azzerare perché invasivo nelle vite delle persone, delle quali limita libertà e diritti, perseguendole oltre che penalmente anche amministrativamente con sanzioni che ne annullano i diritti di cittadinanza.

Un danno che è ancora altissimo per tutte le persone ingiustamente condannate e private della libertà personale, ammassate in gabbie oltre i limiti della decenza (limiti che un paese che si definisce civile dovrebbe rispettare), in condizioni carcerarie disastrose per le quali a breve, dopo numerosi richiami della Comunità Europea, l’Italia sarà sanzionata.

Per tutte queste vittime del proibizionismo detenute sulla base di una legge incostituzionale, che non sarebbero finite in galera con l’attuale DPR 309/90 e che sono ancora in gran parte detenute in attesa che vengano ricalcolate le pene, chiediamo giustizia immediata!

Inoltre la attuale legge, il DPR 309/90, ha 24 anni ed è anche essa radicata in un proibizionismo fuori dal tempo e dal contesto storico, troppo indietro rispetto al sentire diffuso nella società e ai suoi bisogni mutati assieme ai costumi.

Nella attuale situazione è necessario e irrimandabile avanzare verso politiche altre, con approcci totalmente diversi al fenomeno della assunzione di sostanze che il proibizionismo trasforma in problema sociale, giudiziario e di ordine pubblico.

Ci riconosciamo nella “Carta dei diritti delle persone che usano sostanze – Genova 2014”, che consideriamo una sorta di “Costituzione” entro la quale e non oltre dovrà muoversi chi vorrà legiferare in materia senza calare leggi dall’alto e contro il sentire delle persone da queste leggi
interessate.

Chiediamo inoltre l’abolizione del DAP (Dipartimento Politiche Antidroga) che arroga a sè, espletandole con un furore ideologico e un accanimento degno della peggiore propaganda proibizionista, funzioni che dovrebbero essere molto più pragmaticamente di competenza dei ministeri della salute, della giustizia e delle politiche sociali.

Per tutti questi motivi, per rivendicare l’avanzamento possibile e necessario, per reclamare diritti e respingere persecuzioni, per combattere  i monopoli e i loro affari truffaldini, come sempre contro mafie e multinazionali, la Million Marijuana March tornerà in piazza a Roma, con la sua immensa e festante folla per la quattordicesima edizione consecutiva il 10 maggio 2014.

Come nel nostro solito stile riempiremo la March e le giornate precedenti di contenuti che svilupperemo in workshop e seminari di approfondimento.

Ribadiamo per l’ennesima volta il nostro storico antagonismo alle destre e alle loro molteplici declinazioni liberiste, anche mascherate: il proibizionismo è figlio del liberismo per quanto riguarda la privatizzazione dei beni comuni ed è figlio del fascismo per la parte persecutoria, razzista e moralista, che colpisce e discrimina i cittadini per le loro libere e intime scelte personali.

Sarebbe quindi un controsenso inaccettabile per noi che lo viviamo sulla nostra pelle non tenerne conto, il proibizionismo e il suo contrasto non sono temi apolitici come vorrebbero farci credere e
bisogna decidere da che parte stare.

Il proibizionismo sulla cannabis è stato il primo fenomeno della globalizzazione, inventato negli USA nel ’37 e esportato a macchia d’olio nel resto del mondo, dimostrandosi un formidabile strumento di repressione e ricatto di massa come null’altro, grazie al quale si negano diritti civili, patria podestà dei figli,  patente e passaporto, lavoro e dignità  e grazie al quale sono possibili TSO ed è possibile interdire persone e dichiararle non in grado di intendere e volere rinchiudendole in reparti psichiatrici.

Le sostanze illegali sono la maggiore fonte di arricchimento per le mafie che riempiono i caveau delle banche, controllano governi che promulgano leggi proibizioniste che tutelano i loro affari, si finanziano le guerre e interi stati sono controllati da narcogoverni.

Non è possibile essere antiproibizionisti senza essere anche antifascisti, antirazzisti, anticapitalisti, contro ogni guerra e discriminazione, contro le mafie, le multinazionali e ogni monopolio, per la riappropriazione dei beni comuni, la difesa dei territori e la futura vivibilità del pianeta, in difesa dei diritti dei più deboli.

Per questo siamo partigiani/e dell’utopia possibile, ci battiamo contro il proibizionismo e non possiamo farlo con chi è dall’altra parte della barricata su tutti gli altri temi.

MILLION MARIJUANA MARCH 2014

né con le narcomafie nè con le multinazionali,
contro i monopoli e la mercificazione,
contro ogni proibizionismo,
per il diritto di coltivare la cannabis,
per la libertà di scelta e di cura,
per l’autogestione dei propri usi,
per il patrimonio botanico del pianeta all’UMANOPOLIO.

Sabato 10 maggio ore 16:00 da Piazzale dei partigiani, Roma.

lun, aprile 14 2014 » Agenda » No Comments

Serpelloni torna a casa!

Giovanni Serpelloni non è più a capo del Dipartimento Antidroga e torna all’ASL di Verona. Una grande vittoria per tutto il movimento. Ora attendiamo fiduciosi il nome del sostituto.

Giovanni Serpelloni

Giovanni Serpelloni

Il capo del Dipartimento Antidroga del Governo italiano Giovanni Serpelloni ha lasciato oggi l’incarico datogli da Carlo Giovanardi ormai nel 2008 e tornerà alla ASL di appartenenza, a Verona.

Una seconda grande vittoria per il movimento dopo la dichiarazione di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi a febbraio. Sono inumerevoli le associazioni di settore che ormai da anni chiedono la rimozione di Serpelloni dal ruolo di regia delle politiche antidroga italiane, da troppi anni in controtendenza rispetto alle incrinature ormai evidenti nella war on drugs e alle esperienze di nuovi approci che si stanno susseguendo in tutto il mondo.

Un primo atto positivo del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che solo pochi giorni fa si era tenuto ufficialmente la delega sulle droghe.

Ora attendiamo fiduciosi il nome del sostituto.

ven, aprile 11 2014 » news » 7 Comments

Onu, sulla droga il consenso non c’è più

CND 2014: risultati deludenti ma il dibattito si infiamma. Jamie Bridge, Senior Policy and Operations Manager, IDPC scrive per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 9 aprile 2014. (versione integrale)

Jamie-bridgeDal 13 al 21 marzo, gli stati membri delle Nazioni Unite si sono riuniti a Vienna per la sessione annuale della Commission on Narcotic Drugs (Cnd). Quest’anno la riunione prevedeva un segmento di alto livello (High Level Segment), con la partecipazione di ministri e capi di stato, durante la quale i paesi erano chiamati a valutare (la mancanza di) progressi fatti nel controllo della droga nel corso degli ultimi cinque anni; e a trovare l’accordo su una Dichiarazione Comune Congiunta Ministeriale (Joint Ministerial Statement) che riportasse le sfide del futuro.

I negoziati su questa Dichiarazione sono andati avanti per più di sette mesi e i paesi non sono stati capaci di raggiungere il consenso su questioni nodali quali la riduzione del danno, la pena di morte per i reati di droga, e la preparazione della Sessione Speciale sulla droga dell’assemblea generale dell’Onu che si terrà nel 2016 (Ungass). Alla fine, la Dichiarazione finale è finita nell’ennesimo insipido risultato di “come eravamo” prima di cominciare: il che si è riflesso nella relativamente bassa capacità di attrarre i rappresentanti ad alto livello (non c’era alcun capo di stato e i ministri erano pochi).

Ma le dichiarazioni e le discussioni avvenute durante l’incontro raccontano una storia diversa, di un consenso stiracchiato, di una crescente frustrazione e di una sempre più aperta messa in discussione delle politiche attuali. Nel dibattito ad alto livello, le dichiarazioni della Svizzera, dell’Uruguay, della Norvegia, del Guatemala, della Francia, della Colombia, della Repubblica Ceca, del Portogallo, dell’India e di altri paesi hanno sostenuto la necessità di un approccio basato sulla salute e sui diritti umani. L’Ecuador è andato anche oltre, chiedendo la riforma delle Convenzioni sulle droghe: “L’attuale sistema delle Nazioni Unite ha bisogno di profondi cambiamenti..Non dovremmo credere che basti un solo paese o una sola politica per sconfiggere il problema..Dobbiamo “demilitarizzare” l’attuale approccio alle droghe e accettare i consumi sociali e culturali in una cornice di rispetto dei diritti umani. L’Ecuador invita il mondo a guardare agli esseri umani e non alle sostanze”.

A conclusione del segmento di alto livello, poiché nella dichiarazione congiunta ministeriale non era stato possibile inserire una formula avanzata sulla pena di morte per le resistenze di Iran, Pakistan, Cina e altri, l’Unione Europea ha fatto una “dichiarazione interpretativa” in rappresentanza di 58 paesi, in cui si esprime la condanna della pena capitale per i reati di droga. A questa, l’Iran e un’altra decina di paesi hanno risposto con una dichiarazione di segno opposto: “La pena di morte non rientra nel mandato delle Nazioni Unite..è una questione penale che ogni stato decide sulla base della sua sovranità..la pena di morte è un deterrente contro il traffico di droga”.

La settimana successiva, durante la riunione normale della Cnd, le discussioni e i malumori sono continuati. Nel Comitato Generale (dove si negoziano le risoluzioni avanzate dai singoli paesi che dovranno poi essere adottate dagli stati membri per consenso) c’è stata chiaramente frustrazione per il continuo blocco di qualsiasi formula avanzata da parte di Egitto, Pakistan e altri: perfino quando si è tentato di rinegoziare un testo che era stato direttamente copiato dalla Dichiarazione Ministeriale Congiunta approvata pochi giorni prima. Quest’anno le risoluzioni hanno coperto diversi temi, come la riabilitazione, la ketamina, l’educazione e l’austerità e la Federazione Russa ne ha presentata una sul ruolo dello sport e dei giochi olimpici nella prevenzione! Ma ogni risoluzione ha comportato una discussione tortuosa, modifiche e ostruzionismi palesi.

Di conseguenza, i negoziati della Cnd sono andati avanti fino all’ultimo. La risoluzione circa le linee per la preparazione di Ungass 2016 è stata oggetto di aspra discussione a porte chiuse per buona parte della settimana e solo il venerdì 21 marzo è stato raggiunto un compromesso, quando la gran parte delle 275 Ong presenti all’evento se n’era andata.

La ragione della discussione stava nella posizione di alcuni paesi, principalmente del Sud America: questi volevano essere sicuri che Ungass 2016 possa davvero offrire “un ampio e articolato dibattito senza sbarramenti o tabù” (per riprendere le parole dell’Uruguay): un riferimento alle frustrazioni subite con la Dichiarazione Ministeriale Congiunta e la Cnd in generale.

I punti caldi della risoluzione si sono concentrati sul ruolo della Cnd 2016, il ruolo di altre agenzie e corpi delle Nazioni Unite, della società civile, e il luogo fisico dei preparativi (Vienna o New York). Nello spirito del consenso, che vige nei lavori della Cnd, si è trovato un linguaggio per conciliare i paesi delle due parti della barricata (e il presidente si è tolto le cuffie mentre tutti applaudivano quando finalmente si è arrivati alla fine).

Nell’insieme, è importante guardare oltre le singole battaglie sui singoli paragrafi delle risoluzioni, perché a Vienna il senso di insoddisfazione e di frustrazione era tangibile e chiaramente sta crescendo. In una conferenza stampa, è stato chiesto al direttore esecutivo dell’ Unodc, Yuri Fedorov, come potesse parlare di “consenso” sulla droga, quando il consumo può portare alla pena di morte in un paese mentre in un altro è considerato legale. Ha risposto prontamente che si tratta di un “largo consenso”. Ma anche il “largo consenso” è sempre più sotto tensione in vista della profonda revisione dell’attuale approccio sulle droghe che Ungass  2016 dovrà affrontare.

mer, aprile 9 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Opg, ancora un anno di pena per decreto

Stefano Cecconi scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 2 aprile 2014

stefano_cecconiSiamo a un bivio decisivo: il primo aprile è scaduto il termine fissato dalla legge per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma le Regioni, responsabili dell’assistenza sanitaria alle persone internate, avevano dichiarato di non essere pronte e chiesto una proroga del termine fino al 2017. E così il Governo ha emanato un nuovo decreto di proroga, per un solo anno, però. Viene detto che si tratta del termine ultimo e che fra sei mesi, di fronte a inadempienze delle regioni, il governo nominerà un commissario.
Si protrae così la grande sofferenza per gli internati nei sei Opg presenti sul territorio nazionale, definiti dal Presidente della Repubblica Napolitano strutture indegne per un Paese civile. Per questo abbiamo detto a Governo e Parlamento che non è accettabile una proroga senza fissare precisi vincoli. Il decreto dovrà contenere disposizioni stringenti, che favoriscano le dimissioni e le misure alternative alla detenzione. E disposizioni chiare per bloccare gli ingressi impropri in Opg (ad es. misura di sicurezza provvisoria) e porre fine alle proroghe, dovute in gran parte non alla pericolosità della persona ma all’incuria delle istituzioni che dovrebbero farsi carico dell’assistenza. Ciò è possibile anche fissando un termine alla misura di sicurezza: non può essere superiore alla durata della “corrispondente” pena detentiva. Oggi non è così e lo provano appunto le ripetute proroghe della misura, che conducono fino agli “ergastoli bianchi”.
Per prima cosa il decreto deve creare una cabina di regia tra istituzioni (Ministeri della Salute e della Giustizia, Regioni), per guidare il superamento degli Opg e far scattare le funzioni commissariali. Quindi, come previsto dalle norme e dalle sentenze della Corte Costituzionale, permettere le dimissioni di gran parte degli attuali internati e prevenire futuri internamenti: con l’utilizzo di comunità, residenze, alloggi protetti, ecc, che garantiscano le cure necessarie e che permettano il recupero. Per questo il decreto deve “imporre” a tutte le regioni (Asl e Dipartimenti di Salute Mentale) la presentazione dei Progetti terapeutico-riabilitativi individuali (PTRI), già previsti dalla legge ma non obbligatori. Sono questi Progetti che permettono alla Magistratura di optare per misure alternative alla detenzione. Per questa operazione vanno utilizzati i finanziamenti destinati alla chiusura degli OPG; portarla a termine vuol dire potenziare i servizi di salute mentale per tutti i cittadini, non solo per gli internati. Ciò significa far diventare le REMS – i cosiddetti “mini Opg” regionali previsti dalla legge 9/2012 – “inutili” o quantomeno residuali e transitorie. Qui infatti sta uno degli errori alla base del ritardo: Governo e Regioni hanno interpretato il superamento degli OPG come mera regionalizzazione degli stessi. Con un dato paradossale: nelle REMS programmate in tutte le regioni sono previsti mille posti, più degli attuali internati! (sono 894 secondo il DAP). Il decreto deve cambiare questa impostazione, anche per scongiurare che il personale sanitario sia adibito a funzioni di custodia anziché di cura.
Infine, sappiamo che è indispensabile una modifica sostanziale del Codice Rocco. Altrimenti resta “aperto il rubinetto” che alimenta gli Opg, mantenendo separati i destini dei “folli” da quelli dei “sani”, secondo la logica manicomiale. Il decreto intanto deve riportare l’attuale processo di superamento degli Opg “nella carreggiata della legge 180”. Nella strada segnata da Franco Basaglia, quando Marco Cavallo sfondando il primo muro del manicomio di Trieste iniziò a restituire cittadinanza a migliaia di uomini e di donne.

mer, aprile 2 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

La cannabis allieva i sintomi del Parkinson

Uno studio del Dipartimento di Neurologia dell’Università di Tel Aviv sull’uso della cannabis apre nuove possibilità per il trattamento dei sintomi del morbo di Parkinson

CannabisL’inalazione di cannabis offre sollievo sintomatico nei pazienti con il morbo di Parkinson, secondo i dati degli studi osservazionali pubblicati nel numero di marzo/aprile della rivista Clinical Neuropharmacology . Il morbo di Parkinson è una malattia progressiva del sistema nervoso centrale che provoca tremore, rallentato movimento e rigidità muscolare .

I ricercatori del Dipartimento di Neurologia dell’Università di Tel Aviv,  hanno valutato i sintomi del Parkinson in 22 pazienti prima e 30 minuti dopo aver inalato cannabis. Gli studiosi hanno riferito che la cannabis assunta per via inalatoria è stata associata a “miglioramenti significativi del tremore, della rigidità e della lentezza nei movimenti. C’è stato anche un significativo miglioramento dei “punteggi” per quanto riguarda sonno e dolore . Non sono stati osservati effetti avversi significativi della sostanza.”

Gli autori hanno concluso: “questo studio osservazionale è il primo a segnalare un miglioramento dei sintomi motori e non motori del Parkinson dopo il trattamento con cannabis. Lo studio apre nuove possibilità per le strategie di trattamento del Morbo di Parkinson specialmente in pazienti refrattari ai farmaci attuali”

Israele ha formalmente ammesso la produzione su licenza e la distribuzione della cannabis per scopi terapeutici dal 2011.

(Via NORML)

gio, marzo 27 2014 » news, Studi e Ricerche » No Comments

Il decreto droga nell’inverno del diritto

L’articolo di Franco Corleone per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 25 marzo 2014.

corleone-aperteIl 21 marzo di quest’anno sarà ricordato non come il primo giorno di primavera, ma come il culmine dell’inverno della repubblica. La notte è calata con la firma del Presidente Napolitano di un decreto totalmente privo dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza in materia di disciplina degli stupefacenti.
La ministra della Sanità Lorenzin, forse subornata da qualcuno o per interesse di partito, aveva predisposto un decreto che ripristinava la legge Fini-Giovanardi cancellata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 32 del 12 febbraio 2014. Il colpo di mano fu stoppato grazie all’intervento del ministro della Giustizia Orlando. In un Paese normale la vergogna sarebbe dovuta cadere sugli autori di una azione così spudorata. Invece Napolitano non solo ha controfirmato il decreto ridimensionato, seppur amputato della parte penale e della tabella unica delle sostanze,  in realtà gravissimo dal punto di vista simbolico; ma tra le premesse giustificative del decreto  ha accettato una considerazione sulla decisione della Corte Costituzionale che rappresenta un vero e proprio insulto al diritto, allo stato di diritto e quindi alla democrazia.
Nella premessa al decreto si sostiene che “la pronuncia di incostituzionalità è fondata sul ravvisato vizio procedurale dovuto all’assenza dell’omogeneità e del necessario legame logico-giuridico tra le originarie disposizioni del decreto-legge e quelle introdotte dalla legge di conversione e non già sulla illegittimità sostanziale delle norme oggetto della pronuncia”: è davvero sconcertante una manifestazione di cultura politica che non comprende che la forma è sostanza soprattutto quando si discute dei principi della Carta costituzionale. E’ desolante il fatto che il Presidente del Consiglio accrediti una riduzione del valore di una sentenza fondamentale che ha condannato con assoluta nettezza l’abuso di potere perpetrato, l’esercizio arrogante della pratica della dittatura della maggioranza e la violazione della sovranità del Parlamento. Se il Governo avesse voluto rispettare doverosamente la sentenza della Corte Costituzionale avrebbe dovuto prevedere, anche per decreto, una misura per rendere giustizia alle migliaia di condannati in via definitiva in base a una legge incostituzionale. Sarebbe stato opportuno anche un intervento per modificare la norma sui fatti di lieve entità che non prevede una differenziazione tra droghe leggere e pesanti come nella legge tornata in vigore e che per la cannabis ha una pena (da uno a cinque anni) troppo alta rispetto alla pena base (da due a sei anni).
Invece il decreto si preoccupa di reinserire competenze per il Dipartimento antidroga  e di far fuori il ministero della giustizia dall’approvazione delle tabelle delle sostanze soggette a controllo. Nella tabella II che riguarda la cannabis ripristina il divieto della coltivazione anche a fini terapeutici. Viene previsto per gli operatori del servizio pubblico per le tossicodipendenze e delle strutture private autorizzate l’obbligo di segnalare all’autorità competente tutte le violazioni commesse dalla persona sottoposta al programma terapeutico alternativo a sanzioni amministrative o ad esecuzione di pene detentive e, dulcis in fundo, si ristabilisce che i dosaggi e la durata del trattamento con metadone abbiano l’esclusiva finalità clinico-terapeutica di avviare gli utenti a successivi programmi riabilitativi. La finalità revanscista è evidente dalla lettura delle decine e decine di commi di un decreto sgangherato che ripristina la Fini-Giovanardi senza nessun motivo di necessità e urgenza. Tocca ora al Parlamento cancellare questa vergogna.

mer, marzo 26 2014 » Senza categoria » No Comments