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Droghe e Diritti

Carcere, etica e diritto alla salute

Grazia Zuffa scrive sul diritto alla salute in carcere per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 4 gennaio 2017.






L’inizio d’anno, lontano dalla fretta quotidiana, invita a riflettere su alcune questioni fondanti del vivere civile. Così è per un tema “eticamente sensibile” come la salute delle persone private della libertà. Gli organismi internazionali, in specifico l’Organizzazione Mondiale della Sanità, da tempo attirano l’attenzione sul problema ribadendo il principio dell’uguaglianza del diritto alla salute per tutti i cittadini: si veda la dettagliata guida Health in Prisons del 2007. Sulla base dello stesso principio, il Comitato Nazionale di Bioetica, nel 2013, ha stilato un parere, “La salute dentro le mura”, ricco anche di indicazioni operative. Se l’idea non è più controversa, lo stesso non si può dire per la sua applicazione. In Italia, il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale ha rappresentato un passo avanti decisivo nella parità di trattamento, ma non ha sciolto tutti i nodi della gestione della salute: che risiedono nella tensione, e nel potenziale conflitto, fra istanze di sicurezza e diritti della persona. Un esempio è il rapporto col medico curante, che per i cittadini “fuori le mura” inizia con la libera scelta del professionista di fiducia. E per i cittadini “dentro le mura”? La scelta non è data e il rapporto col medico di fiducia (per chi l’aveva) quasi sempre si interrompe con l’ingresso in carcere. Da segnalare nuove interessanti pratiche: come quella nel carcere di Massa, dove il detenuto ha la facoltà di scegliere il medico di riferimento fra i sanitari presenti nell’istituto. E’ un passo in avanti sulla giusta via. Anche se la libertà di scelta non riguarda solo la medicina generale in senso stretto: si pensi alla delicata funzione dei servizi delle dipendenze, a cavallo fra prestazioni di base e specialistiche.

Collegata alla libertà di scelta, è la questione del rapporto fiduciario del detenuto col sanitario, da tutelarsi a ogni costo. Sempre la Oms evidenzia un conflitto di ruoli, quando il medico curante è chiamato a giudicare le condizioni di salute del detenuto in relazione a provvedimenti che deve prendere l’autorità giudiziaria o penitenziaria: si veda la situazione in cui il medico sia chiamato a pronunciarsi sulla incompatibilità del detenuto con lo stato carcerario. Per non incrinare la relazione terapeutica, si raccomanda che il giudizio sia demandato ad altro professionista.

Non è il solo caso di possibile conflitto di ruolo del sanitario, terapeutico da un lato, di supporto all’autorità giudiziaria dall’altro. Si pensi all’accertamento dello stato di dipendenza, quando il procedimento diagnostico non è finalizzato alla scelta del trattamento più appropriato, bensì a permettere – o negare- l’accesso a misure alternative. Per i Servizi Dipendenze, il conflitto si è acuito nel 2011, quando il Dipartimento Nazionale Antidroga (Dpa) decise di “uniformare” le procedure diagnostiche al fine di distinguere i detenuti con problemi di droga, fra “assuntori” e “dipendenti”. Molto ci sarebbe da dire sulla validità scientifica di tali categorie, specie dopo le novità introdotte dal DSM V. Per il momento, basti segnalare che in questo quadro la diagnosi non ha tanto valore clinico quanto di “classificazione” dei detenuti in relazione ai benefici giudiziari, facendo una prima cernita fra soggetti – abilitati e non – ad accedere a misure alternative terapeutiche. Si attiva così quella commistione di ruoli da cui si dovrebbe prendere le distanze. Di questo risvolto etico poco si è discusso ai tempi della decisione del Dpa. E’ tempo di colmare la lacuna, restituendogli il posto che gli spetta nel dibattito sul rinnovamento del carcere.

mer, gennaio 4 2017 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Carcere, un anno di combattimento

Franco Corleone scrive sul carcere per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 28 dicembre 2016.






Anche i provvedimenti sul carcere hanno subito lo stop nell’attesa magica del 4 dicembre e si è perso tempo prezioso. Il risultato del referendum ha determinato la crisi del governo e la nascita del nuovo esecutivo guidato da Paolo Gentiloni. Alla Giustizia è stato confermato il ministro Andrea Orlando con soddisfazione di molti, fra cui i garanti dei diritti dei detenuti, per la fiducia per le cose fatte ma soprattutto per la speranza di vedere realizzate le importanti promesse uscite dagli Stati Generali.

La situazione nelle carceri non è migliorata dal punto di vista della qualità della vita ed è assai preoccupante per il lento ma costante aumento delle presenze, infatti a fine novembre è stata abbondantemente superata la cifra di 55.000 detenuti presenti.

Il rischio del sovraffollamento incombe nuovamente in assenza dei tanto declamati provvedimenti strutturali che in realtà richiederebbero una nuova legge sulle droghe. Infatti come testimoniato dal 7° Libro Bianco sulle droghe, nonostante l’abbattimento della legge Fini-Giovanardi ad opera della Corte Costituzionale, ancora il 32% delle presenze in carcere è dovuto alla violazione dell’art. 73 della legge antidroga sulla detenzione di sostanze stupefacenti. Si tratta dunque di piccoli spacciatori o di consumatori vittime del proibizionismo, ma non mi pare che questo tema sia all’ordine del giorno, basta vedere la sorte delle proposte di legalizzazione della canapa.

Anche la via straordinaria della clemenza, richiesta alla fine del giubileo da Papa Bergoglio, non è stata presa in alcuna considerazione né dal Governo né dal Presidente della Repubblica.

Che fare dunque? Rassegnarsi all’ordinaria amministrazione accompagnata dalla silenziosa tragedia quotidiana dei suicidi, dei tanti tentati suicidi, dei troppi atti di autolesionismo e dei molti digiuni di protesta?

I garanti regionali e comunali intendono chiedere al ministro Orlando un confronto sul destino della legge delega all’esame del Senato. I tempi a disposizione perché un patrimonio di idee e proposte non venga dilapidato impongono delle scelte immediate. O lo stralcio della parte penitenziaria o, forse meglio, un disegno di legge per affrontare alcuni nodi non procrastinabili: il diritto all’affettività, il nuovo ordinamento minorile e la modifica delle misure di sicurezza urgenti dopo la chiusura degli Opg.

Nel frattempo l’idea di una iniziativa per cambiare le condizioni di vita all’interno delle patrie galere a legislazione vigente è emersa nell’ambito di un Seminario di preparazione del Convegno in onore di Sandro Margara realizzati nell’ottobre scorso, “Lo stato del carcere dopo gli Stati Generali”. Il 15 dicembre ho sottoscritto con il Provveditore dell’Amministrazione della Toscana Giuseppe Martone un documento assai impegnativo, chiamato Patto per la Riforma.

Il proposito assai ambizioso è di attuare una sperimentazione e un’anticipazione dei contenuti della riforma delineata nell’atto di indirizzo 2017, in 14 punti, dal ministro Orlando e tra cui spiccano il lavoro, l’affettività, le misure alternative, la salute.

Cose concrete dunque. A cominciare dalla sostituzione degli sgabelli nelle celle con sedie decenti. La ricerca dell’afflizione è stata costruita con cura certosina e meticolosa e occorre rompere abitudini e assuefazioni. L’elenco è lungo: garantire l’acqua calda e le docce nelle celle; rendere le biblioteche fruibili per la lettura e lo studio; attivare mense e locali per fare la spesa; progettare gli spazi e i luoghi per l’affettività.

La dignità, l’autonomia e la responsabilità passano da una diversa quotidianità. Ci aspetta un anno di combattimento.

mer, dicembre 28 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

La ludopatia e l’abuso dell’incapacità

Antonella Calcaterra, avvocato, commenta una recente sentenza della Corte di Milano rispetto all’incapacità dovuta alla ludopatia per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 14 dicembre 2016.






Che la ludopatia possa essere considerata una patologia psichiatrica (diagnosi di gioco d’azzardo patologico, G.A.P.) in presenza di alcuni indici significativi non appare discutibile.

Quello che appare discutibile è la possibile ricaduta di essa sulla capacità di intendere e di volere del soggetto al punto da abolirla completamente.

In tal senso, invece, sembra essersi espresso il Tribunale di Milano, sezione VII penale, che ha prosciolto, per totale incapacità di intendere e volere, dall’accusa di reiterati furti una donna dichiarata giocatrice patologica, “con dipendenza dall’abitudine del gioco quale condizione per cui il soggetto non può impedirsi di compiere furti in modo coattivo per garantirsi tale possibilità”. La notizia è apparsa nelle cronache giornalistiche pochi giorni fa ed è stata accolta con interesse dall’Associazione Azzardo e nuove dipendenze per il riconoscimento di malattia e della fragilità delle persone.

E’ mai accaduto che un giudice penale abbia prosciolto per totale incapacità totale di intendere e volere un tossicodipendente che aveva commesso furti o rapine spinto dall’insopprimibile necessità di procurarsi denaro per acquistare lo stupefacente necessario?

Facilissimo rispondere a questa domanda retorica.

La dipendenza da gioco, come quella da alcool e da droga, in quanto patologia, va certamente curata e trattata e sarebbe utile un sistema sanzionatorio che prevedesse, a fronte di fatti reati commessi al fine di procurarsi soldi per “giocare, drogarsi o bere”, percorsi di cura adeguati con servizi specialistici.

Sarebbe auspicabile, ad esempio, che vi fosse un ampliamento delle misure alternative di cura previste dal DPR 309/90 per i tossicodipendenti anche alle persone colpite da ulteriori e patologiche dipendenze, quale quella della ludopatia. La circostanza stessa che i servizi ormai affrontino queste problematiche attesta la  loro consistenza e suggerirebbe una uniformazione della disciplina giuridica oggi prevista solo per i tossicodipendenti e non, invece, estensibile ad altre patologie da dipendenza, secondo i dettami della Suprema Corte (Cass. Sez. I, 3.5.2016 n. 29331).

Desta invece molte perplessità una pronuncia che addirittura azzeri la capacità di intendere e volere di un soggetto: se da un lato può esserci limitazione del volere, appare francamente forzata e discutibile la esclusione completa di quella di intendere il fine delle azioni, che sono ovviamente indirizzate a soddisfare i bisogni della dipendenza in atto.

L’estensione a dismisura delle incapacità di intendere e volere rischia di stravolgere i criteri rigorosi di accertamento e riconoscimento di essa secondo i parametri giuridici e forensi e di ampliare il campo delle misure di sicurezza con pericolose derive verso applicazioni di misure restrittive già ampiamente abusate rispetto ai criteri previsti e sanciti dalla legge 81/2014 sulla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg), che fatica ad andare a regime proprio a causa dell’impropria applicazione dei nuovi principi.

La cura può passare anche attraverso un riconoscimento di penale responsabilità, con misure alternative connotate di attenzione, oppure può costituire l’elemento fondante di un progetto di messa alla prova, come previsto dalla normativa introdotto con la legge 67/2014. Disciplina peraltro applicabile anche ai recidivi e ad una vasta tipologia di reati.

Il tutto senza forzare i principi che dovrebbero caratterizzare gli accertamenti di correlazione tra malattia ed incidenza di essa al momento dei fatti sui processi volitivi e determinativi del soggetto.

mer, dicembre 14 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Magistratura Democratica, baluardo dei diritti

Patrizio Gonnella commenta il congresso di Magistratura Democratica per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 23 novembre 2016.






Patrizio_Gonnella_Associazione_AntigoneDonald Trump ha annunciato che nominerà un giudice della Corte Suprema anti-aborto. L’American Civil Liberties Union ha comunicato che l’opposizione alle politiche liberticide, razziste, medievali di Donald Trump avverrà usando tutti gli strumenti giudiziari possibili nonché portandolo davanti a tutte le Corti americane, locali, statali, federali. La via della protezione dei diritti umani e delle garanzie fondamentali passa negli Stati Uniti dalle aule di giustizia. Il matrimonio egualitario è stato conquistato con una sapiente strategia giudiziaria durata vent’anni.

Che c’entra Magistratura Democratica con Donald Trump? Md ha tenuto il suo congresso a Bologna tra il 3 e il 6 novembre. Un congresso a cui ho avuto l’onore di partecipare e intervenire. Un congresso dove si respirava a pieni polmoni un’aria di grande consapevolezza del proprio ruolo strategico nel nome della interdipendenza e indivisibilità dei diritti civili, politici, sociali, economici e culturali. Ecco cosa c’entra la nostra Md con il loro Trump. C’entra nel senso che in una fase come quella attuale dove la politica su scala planetaria è debole o addirittura anti-democratica il ruolo della giurisdizione a protezione e promozione dei diritti fondamentali è ancora più necessario. Abbiamo bisogno di una magistratura democratica e progressista. Ne abbiamo bisogno per almeno cinque ragioni diverse.

Ne abbiamo bisogno per frenare le tendenze liberticide che arrivano da settori xenofobi della politica. Non a caso Md ha approvato una mozione sul diritto d’asilo insieme all’Associazione studi giuridici immigrazione.

Ne abbiamo bisogno per costruire azioni di contenzioso strategico di fronte all’inazione della politica. La mancata introduzione del delitto di tortura è stata stigmatizzata da Corti interne e internazionali. Non è bastato a convincere le forze politiche restie a colmare la lacuna normativa in atto. Pur sapendo che il nostro non è un sistema di common law bisogna pensare a un’azione che sia additiva e non meramente resistenziale.

Ne abbiamo bisogno per compensare decisioni e posizioni di altro pezzo della magistratura che invece è avanguardia della conservazione.

Ne abbiamo bisogno per condizionare il linguaggio presente nel dibattito pubblico intorno alla giustizia. Non abbiamo bisogno delle sberle pedagogiche di cui ha parlato Piercamillo Davigo affinché la legge sia rispettata così come non abbiamo bisogno della zero tolerance del del futuro Segretario di Stato americano. E’ bello andare a un congresso di giudici, magistrati di sorveglianza e pubblici ministeri come a me è successo a Bologna e sentire altre parole chiave: non intolleranza ma dignità. Md ha approvato una mozione che ripropone la questione carceraria, partendo dalla dignità umana, puntando sulle alternative alla detenzione e finanche mettendo in discussione quel totem che è il regime di cui all’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario.

Infine ne abbiamo bisogno per avere nelle nostre campagne un partner forte, autorevole. Una delle nostre campagne è per la legalizzazione della cannabis. La partecipazione attiva di un’associazione di magistrati nel dibattito intorno a un tema che divide nettamente l’opinione pubblica e le forze politiche potrebbe avere un impatto decisivo nella campagna che le associazioni da tempo hanno messo in campo, proprio partendo dall’esperienza statunitense che ha per ora messo in soffitta la war on drugs. MD fu protagonista contro la Iervolino-Vassalli, per il referendum del 1993 e contro la Fini-Giovanardi, ora sarà certamente un alleato prezioso per la riforma.

A Bologna è rinato un soggetto rigorosamente garantista.

mer, novembre 23 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Rems, misure di sicurezza e libertà

Michele Passione scrive sulle Rems per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 9 novembre 2016






michele-passioneFormalmente, sono passati 19 mesi dalla prevista chiusura degli Opg, ma tanti problemi restano ancora sul tavolo. Dopo l’entrata in vigore di una Legge di assoluta civiltà giuridica, che ha già superato con successo un ricorso davanti alla Corte Costituzionale, continua incessante la limitazione della libertà personale di autori di reato (anche per fatti bagatellari) affetti da disturbi psichici, malgrado la legge 81 del 2014 preveda la presa in carico territoriale quale risposta primaria, ed il ricorso alle misure di sicurezza in REMS quale extrema ratio.

Com’è noto, le Regioni hanno resistito al mandato legislativo loro assegnato; le nuove residenze sono sorte con grande ritardo, con gravi deficienze organizzative, e sono per lo più già piene.

Molte sono le differenze tra le varie strutture, ma si può ragionevolmente affermare che in generale stenti a farsi strada la sicurezza della cura, piuttosto che la cura della sicurezza; a breve, peraltro, verrà meno anche il supporto organizzativo prestato dall’Amministrazione Penitenziaria per l’assolvimento degli obblighi di registrazione, e le REMS verranno gravate da nuovi compiti.

Molte, ancora, le differenze interpretative.

Così accade (è accaduto di recente in Toscana) che una persona venga “dimenticata” per più di un anno e mezzo, prima in Opg, poi in REMS, malgrado la misura di sicurezza avesse ormai raggiunto il limite massimo, senza che nessuno (Pubblici Ministeri, Magistrati di Sorveglianza, Medici) abbia mai dialogato per porre fine ad una illegittima limitazione della libertà. C’è voluto altro tempo, è servito un Tribunale, quale Giudice dell’Esecuzione (il “Giudice a Berlino”), che accogliendo la richiesta della difesa ha finalmente posto fine ad una “odiosa interpretazione della Legge nei confronti degli internati”. Non solo; accade (è accaduto) che un Pubblico Ministero cambi idea, ritenendo a settembre che la misura non fosse scaduta, diversamente da quanto rilevato due mesi prima. Accade che in alcuni Distretti sulle misure di sicurezza si ritenga competente la Magistratura di Sorveglianza, com’è ovvio, mentre in altre si sostenga che la liberazione per cessato decorso del termine spetti al Pubblico Ministero; grazie a questo (insopportabile) ping pong interpretativo si verificano dunque vicende kafkiane come quella citata, che altro non sono che l’espressione evidente di una visione burocratica del problema del disagio psichico, che investe una fetta consistente della popolazione detenuta e internata.

Una disattenzione insopportabile.

Fino a che resterà in vita il sistema del doppio binario, del folle reo, occorre che comunque la psichiatria sappia formulare prognosi e disegnare progetti di cura e sostegno con una visione diversa dal passato, senza sposare la logica della medicina difensiva, evitando del pari che le funzioni di custodia prevalgano su quelle di cura.

E’ necessario scongiurare che le REMS, figlie di un Dio maggiore (l’Opg), ne ereditino gli aspetti deteriori, non solo fisici (la contenzione, la punizione) e burocratici (con le più diverse traduzioni a macchia di leopardo del regolamento penitenziario), ma soprattutto culturali; un medico resta un medico, come una rosa è una rosa, è una rosa.

Sarebbe bene che tutti coloro che hanno cura delle persone, e che le persone hanno in cura, trovassero il modo di parlarsi per la ricerca di soluzioni, perché la Legge 81 ha bisogno del sostegno di tutti gli attori chiamati in causa, siano essi giudici, avvocati, medici, assistenti sociali, etc., affinché la limitazione della libertà personale, per qualunque ragione avvenga, si svolga sempre nel rispetto della Legge.

mer, novembre 9 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Genova: il crollo dei servizi nel silenzio delle Istituzioni

A Genova annunciato oggi uno sciopero ed una manifestazione per martedì prossimo. L’articolo di Marco Malfatto (Comunità San Benedetto al Porto) per Fuoriluogo.






Marco Malfatto (Comunità San Benedetto al Porto di Genova)Le piogge torrenziali che hanno investito la città di Genova nelle giornate del 9 e 10 Ottobre 2014 hanno lasciato ancora oggi una insolita traccia del loro passaggio. La furia di quelle giornate ha infatti inferto l’ennesima ferita al già fragile stato dei servizi che si occupano di dipendenze in città. Il Ser.T di C.so De Stefanis, riferimento per i cittadini abitanti nel Distretto Socio Sanitario 12 (300 km quadrati che vanno dalla foce del Bisagno alla Val Trebbia e sino al confine con la provincia di Piacenza), è stato dichiarato inagibile. Le forti piogge hanno reso pericolante un muro limitrofo alla struttura, che la rende pericolosa. E’ stata identificata una nuova sede definita provvisoria, presso la zona dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto dove è già ubicato il Sert territoriale afferente al Distretto Socio Sanitario 6. Sono passati due anni, e la sede lì è rimasta. Per i genovesi di quel territorio questo costituisce un profondo disagio dovendosi spostare praticamente in un’altra città per la somministrazione di terapia e per usufruire degli altri servizi.

Qualche mese fa un’altra tegola è caduta sui servizi delle dipendenze; non è solo una metafora ma la conseguenza letterale del crollo di parti del tetto nella sede del Sert dei distretti 9 e 10, immagine non più metaforica di un sistema di servizi che procede verso lo sfascio. Nonostante la sede sia stato presto ripristinata (questa volta nel territorio pertinente, ma sempre con l’accorpamento di due distretti che presentano un carico smisurato di utenti), i disagi sono sempre più tangibili. Ma finalmente qualcosa succede: gli operatori dei servizi hanno indetto uno sciopero.

Scioperano per l’abbandono di un sistema la cui storia, soprattutto nella città di Genova [1], narra di integrazione profonda con il tessuto del florido privato sociale. E testimonia un insieme di interventi che spesso sconfinano negli ancor più fragili territori dei servizi sociali tout court, e nella presa in carico di problemi in  espansione come l’alcolismo giovanile, il carcere, il gioco d’azzardo. Mentre tutti i dati sul consumo problematico di sostanze segnano un aumento soprattutto nella popolazione giovanile [2], in una Regione con una diffusione dell’eroina sopra la media nazionale [3] anche tra la folla di detenuti nel carcere di Marassi, il personale dei servizi per le dipendenze è da sempre in contrazione, e il budget a disposizione dei Sert per l’inserimento in percorsi nelle strutture accreditate è continuamente sottoposto a tagli.

Martedì 8 Novembre con una conferenza stampa presso la sede della ASL3 di Via Bertani i dipendenti dei Sert genovesi hanno annunciato uno sciopero che si terrà Martedì 15 novembre. Ritrovo alle 9 nella stessa sede, assemblea e poi marcia verso i palazzi della Regione, verso le sedi in cui i policy makers potrebbero operare un’inversione di rotta. Ci meraviglia, positivamente, questa storica reazione. Perché l”eutanasia della democrazia” come amava citare Don Gallo, passa soprattutto attraverso la disgregazione della coesione e di condivisione di un obiettivo comune. E qui non si parla di rivendicazioni salariali, ma di una rinnovata attenzione alla qualità di un sistema integrato di servizi che negli anni ha dimostrato, nonostante le contrazioni economiche, di produrre innovazione degli interventi ed una razionalizzazione della spesa realmente funzionale alla loro qualità.

[1] Si è consolidato nel tempo un modello di relazione tra Servizi e di rapporti tra operatori che ha permesso di “divenire, in Italia, il Sistema di Servizi maggiormente integrato tra Pubblico e Privato Sociale” (questa affermazione dell’allora Ministra Livia Turco è riportata dagli Atti della Conferenza Nazionale sulle Droghe svoltasi a Genova nel 2000).

[2] Dipartimento Politiche Antidroga – relazione annuale al parlamento 2015

[3] Vedi http://www.liguriainformasalute.it/sanita/ep/risorse%20comuni/pdf/03_Panoramica.pdf

mar, novembre 8 2016 » news » No Comments

Presentazione Libro Bianco sulle Droghe a Roma

Il 10 novembre a Roma, presentazione del VII Libro Bianco sulle droghe. L’incontro si terrà al CSOA La Strada a Garbatella






librobianco-romaIl Libro Bianco promosso dalla Società della Ragione e condiviso da Forum Droghe, Antigone, Cnca e da numerose associazioni e movimenti (CGIL, Comunità di San Benedetto al Porto, Gruppo Abele, Itaca, ITARDD, LegaCoopSociali, LILA. Associazione Luca Coscioni) raccolti nel Cartello di Genova, anticipa ogni anno la Relazione del Governo.

Il 12 febbraio 2014 la Corte Costituzionale ha abolito la legge Fini-Giovanardi, sancendo il ritorno alla legge Iervolino-Vassalli con le modifiche introdotte con il referendum del 1993 e quelle successive introdotte dal decreto Lorenzin. Il VII° Libro Bianco indaga le conseguenze di questo cambiamento normativo, dopo 8 anni di applicazione della legge rivelatasi incostituzionale. Nella passata edizione del libro bianco sulle droghe avevano già rilevato come la diminuzione di 9.000 detenuti avvenuta nel corso del 2014 fosse stata determinata dal calo dei detenuti per detenzione e spaccio di stupefacenti di circa 5.500 unità.

Presentazione Libro Bianco sulle Droghe
Giovedì dalle ore 19:00 alle ore 22:00
Csoa La Strada
Via Passino 24 Free Garbatella, 00154 Roma

INTERVERRANNO:
– Daniele Farina, deputato, promotore della proposta di legge
– Hassan Bassi, direttivo Forum Droghe
– Leonardo Fiorentini, Società della ragione
– Markab Mattossi, Canapa info point
– Gennaro Santoro, direttivo Antigone e autore di yes we cannabis

DURANTE L’INCONTRO APERITIVO IN CANAPA ORGANIZZATO DALL’OSTERIA POPOLARE L’ARDENTE

mar, novembre 8 2016 » Agenda » No Comments

Il senso della pena a Ferrara

Incontro sul senso della pena in ricordo di Sandro Margara a Ferrara il 29 ottobre 2016.






volantino_feLa Società della Ragione ONLUS

Sabato 29 ottobre
Ore 10 [con caffè di benvenuto]
Ripagrande12 – Centro LGBT
Via Ripagrande 12, Ferrara

Il senso della pena
Incontro in ricordo di Sandro Margara sulla pena, fra giustizia, umanità e sicurezza dei cittadini.

cop-margaraPresentazione del volume di raccolta di scritti di Alessandro Margara
LA GIUSTIZIA E IL SENSO DI UMANITÁ. Antologia di scritti su carcere, opg, droghe e magistratura di sorveglianza
(a cura di Franco Corleone, Fondazione Michelucci Press, Anno 2015)

Introduce Leonardo Fiorentini, consigliere comunale

Saluto di Marcello Rambaldi, avvocato, referente per Ferrara dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali

Intervengono
Franco Corleone, garante dei detenuti della Toscana
Andrea Pugiotto, costituzionalista Università di Ferrara
Marcello Marighelli, garante dei detenuti di Ferrara

Coordina, Ilaria Baraldi, consigliera comunale

Sarà offerto un caffè di benvenuto agli intervenuti in apertura dell’incontro.

Vai all’evento Facebook

mer, ottobre 26 2016 » Agenda » No Comments

Cannabis Self management

Al via il progetto di self management del consumo di cannabis promosso da Forum Droghe e CNCA.






Fumi dalla mattina alla sera, spendi un capitale e vuoi una mano a darti una regolata?
Dal 12 ottobre è online cannabis self management!
E’ semplice ed è anonimo. Fai il questionario di autovalutazione e se hai voglia di metterci le mani potrai tentare un percorso di automonitoraggio e gestione dei consumi. Potrai stabilire i cambiamenti da apportare, verificare i risultati ottenuti e confrontarti in maniera autonoma e gratuita con operatori qualificati. Prova!

schermata-2016-10-14-alle-12-42-59E’ online il sito di Cannabis Self Management, un servizio pensato per tutti i consumatori di cannabis che ritengono di poter migliorare e controllare il loro consumo quotidiano al fine di raggiungere un maggiore equilibrio e una più alta consapevolezza nella vita di tutti i giorni.

Il percorso che proponiamo è uno strumento di automonitoraggio rivolto ai consumatori di cannabis (THC), ovvero uno strumento per valutare l’indice di problematicità del proprio consumo. Si articola in più fasi ed ogni utente può decidere di interromperlo in qualsiasi momento lo ritenga opportuno tutto in modo personalizzato ed anonimo e non è richiesta la presenza fisica di chi vi partecipa. A supportare il vostro progetto ci saranno operatori che da anni lavorano sulla riduzione del danno e su percorsi di uso consapevole delle sostanze attraverso scambi via mail e via chat.

Il percorso di automonitoraggio è il risultato di un progetto realizzato da Forum Droghe e CNCA con il finanziamento di Regione Toscana – che al termine della sperimentazione metterà on line nuovi strumenti utili ai consumatori, rispettando le loro scelte e i loro tempi al fine di “autoregolare” i propri consumi.

ven, ottobre 14 2016 » news » No Comments

Dipendenze, come cambiare da sé

Harald Klingemann, sociologo, Università di Scienze Applicate, Berna scrive sul self change per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 12 ottobre 2016.






klingemannL’auto cambiamento (self change), definito in termini clinici come “remissione spontanea”, è il processo attraverso cui una persona riesce a uscire da una condizione sfavorevole, non voluta, senza un aiuto professionale: può essere l’uscita da una carriera deviante, oppure dalla dipendenza da sostanze. Il motore dell’auto cambiamento consiste nel trovare un nuovo significato nella vita e nel valutare i pro e i contro se smettere o continuare il comportamento auto distruttivo.  Il self change non è affatto raro, al contrario è la regola, come dimostrano le persone che smettono di fumare, facendo a meno di una sostanza pur “pesante”  come la nicotina. La ricerca documenta l’esistenza della “remissione spontanea” per tutte le droghe, mostrando come i consumatori utilizzino uno straordinario apparato creativo di strategie quotidiane di coping. Gli operatori delle dipendenze potrebbero imparare molto dall’esperienza di chi esce dalla dipendenza da sé.

Ma allora, perché il self change è ignorato dai servizi e pressoché sconosciuto all’opinione pubblica? Perché “si pensa che il mondo sia come lo si vede”: questo motto vale sia per i professionisti  che per il pubblico, e spiega il bias nella percezione della realtà, dovuto allo stigma attribuito alla dipendenza. Sappiamo che solo una minoranza delle persone con consumo problematico è in contatto con i servizi, ma gli operatori tendono a generalizzare partendo dalla “punta dell’iceberg”: prendendo i casi più gravi che conoscono dalla loro pratica come rappresentativi della popolazione generale. Collegata a questo, è l’idea che i tossici non siano in grado di prendere decisioni consapevoli e che la addiction sia una malattia progressiva destinata ad aggravarsi sempre più in mancanza di aiuto professionale. Questa rappresentazione diffusa fra gli operatori può essere diagnosticata come “negazione”. Infatti, la tipica uscita dalla dipendenza avviene senza l’aiuto professionale, come indicano gli studi sul self change.

La remissione spontanea non dipende solo dalle capacità delle persone, ma anche da fattori sociali. Che cosa può fare la società per favorire l’auto cambiamento? Per cominciare, una società “amica del self change” elimina le barriere per chi è in cerca di aiuto: la più importante è la non volontà degli operatori di negoziare gli obiettivi del cambiamento e il trattamento con gli utenti, proponendo l’astinenza come obiettivo unico. Eppure, sappiamo che ci sono molte strade che conducono alla addiction, e altrettante per uscirne. Secondo: una società self change friendly cerca di facilitare l’auto cambiamento. Il self change può sembrare un termine individualistico, ma le condizioni del cambiamento, ossia il “capitale di recupero” (sociale e materiale) gioca un ruolo importante ed è distribuito in maniera diseguale. Per alcuni il cambiamento è più facile che per altri, e questi ultimi hanno diritto al trattamento.

Infine, eliminare lo stigma della dipendenza è un fattore cruciale per promuovere l’auto cambiamento. Una società “amica del self change” dovrebbe lanciare campagne alla popolazione per sostenere l’idea che i comportamenti additivi possono cambiare, che il cambiamento è assai comune e merita il sostegno sociale. Una società amica del cambiamento fa sì che le persone che sono uscite da sé dalla dipendenza non debbano più nascondere il loro successo, in previsione dello stigma, del venir meno della fiducia altrui, della perdita del lavoro; al contrario, le spinge a parlare con orgoglio della propria storia, per incoraggiare gli altri sulla stessa strada.

mer, ottobre 12 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments