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Droghe e Diritti

Se Il Fatto si schiera contro i giudici

Sergio Segio per la rubrica di Fuoriluogo su Il Manifesto del 26 agosto 2014

Se Il Fatto si schiera contro i giudiciAl quotidiano Il Fatto, si sa, piace andare (o sembrare) controcorrente. Anche quando – e in effetti è caso più che raro – si tratti di contrastare giudici e sentenze. Nel caso in questione, per giunta, i giudici son quelli più alti e la sentenza è della Corte Costituzionale con cui, il 12 febbraio 2014, la “Fini-Giovanardi” è stata abolita. Gli effetti “carcerogeni” di quella legge, introdotta surrettiziamente nel 2006 dal governo Berlusconi, sono stati annualmente documentati in un Libro Bianco realizzato da Forum Droghe, altre associazioni e comunità terapeutiche. In breve: il numero degli ingressi in carcere per droga è arrivato a superare il 30% del totale, quello dei presenti in carcere sfiora il 40%. Una parte rilevante (almeno il 30-40%) è ristretta in forza del comma 5 dell’articolo 75 della legge sulle droghe, quello che sanziona le condotte di “lieve entità”, ovvero il piccolo spaccio o la detenzione a fine personale. Va poi considerato che un detenuto su quattro è tossicodipendente; e così pure il fatto (quello vero, con la minuscola) che il 45% delle denunce per droga riguarda i cannabinoidi.
Lo scandalo vero è che alcune migliaia di persone condannate in base alla Fini-Giovanardi, ora cassata, continuano arbitrariamente a restare in carcere, almeno tremila quelle condannate per la “lieve entità”. Tanto che una rete di associazioni e comunità ha promosso la campagna “Cancellare le pene illegittime”.
Per il Fatto (quello con la maiuscola e con la contraddizione in termini), all’opposto, la preoccupazione è tale da far strillare nel titolo di apertura e nelle prime due pagine del 20 agosto scorso: «La riforma della giustizia: spacciatori in libertà», «Le svuotacarceri lasciano i mercanti di morte liberi di delinquere indisturbati, beffando toghe, polizia e vittime». E ancora: «È il paese dei pusher liberi. Il governo congela le pene»; «Dopo 48 ore tornano tutti liberi»; «Impotenti. Se va ai domiciliari i poliziotti lo devono pure accompagnare a casa in macchina e organizzare i turni di controllo». E via forcaiolando.
Cotanto sdegno trae motivo nel dato, riportato con enfasi, che nel giugno 2014 su 1243 persone segnalate per droga ne sono state arrestate solo 903, mentre nel giugno dell’anno precedente le cifre erano doppie. Ulteriore apprensione deriva ai cronisti dalla crescita (dopo molti anni di trend inverso) degli accessi alle misure alternative al carcere e, in generale, dalla diminuzione del numero dei reclusi, calati a 54.414 (per 49.402 posti).
Dovrebbe essere una buona notizia, di rientro del sistema nella legalità, una prima risposta positiva ai richiami e alle ripetute censure rivolte all’Italia dalla Corte europea dei diritti umani.
Invece, dopo le cronache scandalizzate a tutta pagina, il quotidiano delega l’approfondimento a un esperto, già magistrato. Il quale critica la nuova misura che esclude la reclusione nel caso in cui il giudice preveda una pena futura inferiore ai 3 anni. Secondo il commentatore del Fatto, che paradossalmente si professa a favore della vendita degli stupefacenti in farmacia e che conclude auspicando la costruzione di nuove carceri, la necessità della carcerazione preventiva si motiva non in ragione della gravità del reato ma in base alla pericolosità del suo autore. Naturalmente, chi consuma droghe è pericoloso per antonomasia. Anzi, come ha insegnato Nils Christie, è un nemico perfetto. Si dimentica (forse) che la nozione di pericolosità sociale è stata introdotta, non per caso, dal codice fascista Rocco.
Era il 1930. Quei bei tempi andati, quando le carceri erano ancor più zeppe e di diritti umani nessuno poteva parlare.

Vedi il dossier “Contro la pena illegittima” su fuoriluogo.it.

mer, agosto 27 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Droga: la politica tace, parla la Corte

Stefano Anastasia scrive per la rubrica di Fuoriluogo su Il Manifesto del 20 agosto 2014

Stefano Anastasia scrive sulle recenti sentenze in tema di droga ed il silenzio della politica su Il Manifesto del 20 agosto 2014La coltivazione di cannabis destinata all’uso personale non costituisce reato. Lo ha chiaramente motivato la Corte di cassazione con una sentenza depositata il 29 luglio scorso. Un passo importante, che fissa la corretta interpretazione della normativa sulle droghe. Incapaci di produrre una innovazione politica all’altezza del mutato contesto internazionale, in Italia il testo unico sulle droghe viene rivisto e riscritto dalla giurisprudenza, ieri dalla Corte di cassazione, l’altro ieri dalla sentenza con cui la Corte costituzionale ha giudicato illegittima l’intera legge Fini-Giovanardi. Potrebbero tranquillamente riferirvisi le argomentazioni usate da Stefano Rodotà su la Repubblica di domenica scorsa a proposito della procreazione medicalmente assistita: “negli ultimi venti anni la tutela dei diritti è stata garantita quasi esclusivamente dai giudici costituzionali e ordinari, mentre il Parlamento cercava di ridurne illegittimamente l’ampiezza o rimaneva colpevolmente silenzioso”. Un bel paradosso e il principale dei problemi per chi, come il Ministro Orlando, voglia riformare la giustizia nel solco della distinzione di ruoli tra politica e magistratura: se la politica continua a non decidere, o a decidere in senso contrario ai vincoli posti dalla Costituzione, come pretendere che non vi sia un conflitto con una giurisdizione cui sono delegate tutte le possibilità di riconoscimento dei diritti dei cittadini?

Non altro è il problema che abbiamo posto negli ultimi vent’anni in materia di droghe, sin dal referendum del 1993, che abrogò le parti più ideologiche e repressive della legge Iervolino-Vassalli, e poi qualche mese fa, all’indomani della abrogazione della legge Fini-Giovanardi. Spetta al Parlamento riscrivere da cima a fondo la legge sulla droga, tenendo conto del fallimento della war on drugs, del mutato contesto internazionale e dei cambiamenti nell’uso delle sostanze stupefacenti. E spetta al Parlamento risolvere i problemi di carattere generale sollevati da un corretto esercizio del potere giurisdizionale. Tra questi, quello delle migliaia di persone tutt’ora in carcere in forza di previsioni penali giudicate illegittime dalla sentenza della Corte costituzionale del febbraio scorso.

La perdurante ignavia del Parlamento – interrotta solo dal tentativo revanchista della Ministra Lorenzin, di reintrodurre per decreto l’intera legge Fini-Giovanardi (norme penali comprese) – ci ha costretto a riprendere la via giudiziaria. E’ possibile tollerare ulteriormente il prolungarsi dell’esecuzione di pene giudicate, nella loro misura, illegittime dalla Corte costituzionale? La Corte di cassazione ha chiaramente detto di no, ma questo non basta quando il problema sia polverizzato in migliaia di situazioni personali che richiedono ricorsi individuali al giudice dell’esecuzione, ed essendo la gran parte degli interessati privi della minima cognizione giuridica e di un’adeguata assistenza legale. Tocca allora andare città per città e carcere per carcere, a informare i detenuti e spiegare loro che possono chiedere la rideterminazione della pena e, molto probabilmente, essere scarcerati. E’ quello che stiamo facendo, con i garanti dei detenuti, le camere penali e le altre associazioni che hanno aderito alla campagna “Cancellare le pene illegittime”. In Friuli, dove la campagna è stata presentata alla stampa il 2 agosto scorso, potrebbero essere 262 su 644 i detenuti interessati al ricalcolo delle pene, a Ferrara 50 su 300. Interessa al Ministro Orlando e ai riformatori della giustizia e delle istituzioni questa riaffermazione in concreto di principi basilari dello stato di diritto?

Vedi dossier “Cancellare le pene illegittime” su www.fuoriluogo.it

mer, agosto 20 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » 1 Comment

Carcere, senza capo né coda

Franco Corleone scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 13 agosto 2014

corleone-aperteNemmeno l’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva ha provveduto alla nomina del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Sono passati più di due mesi dalla non riconferma di Giovanni Tamburino e in questo periodo sono circolate le voci più disparate, dalle più inverosimili e pericolose ad alcune estremamente suggestive.

Questo tempo non è stato però utilizzato per una discussione pubblica su che tipo di gestione delle carceri sarebbe necessaria dopo la conclusione non definitiva seguita alla condanna della Corte europea dei diritti umani. Il decreto con le misure compensative non sana totalmente la situazione e l’Italia continua ad essere un paese sorvegliato speciale ancora per un anno.

E’ un vero peccato che il ministro Orlando non abbia delineato un identikit del nuovo capo del Dap che segnasse una netta discontinuità e consentisse di avanzare candidature connotate da storie e programmi alternativi.

I Garanti hanno chiesto senza esito un incontro con il ministro proprio per un confronto sul vertice del Dap, sulla nomina del Garante nazionale dei detenuti, sulla riforma del carcere.

Pare invece che come in un gioco dell’oca si sia tornati alla casella iniziale, ma ciò che appare allucinante è che per la prima volta nella storia delle carceri italiane si assisterà a un ferragosto privo del vertice responsabile. Tra ferie dei provveditori e dei direttori, del personale civile e della polizia penitenziaria assisteremo alla novità degli istituti governati dai detenuti. Purtroppo non si tratterà di una felice autogestione ma la certificazione dello stato di abbandono delle galere. Per fortuna il numero dei detenuti è sceso a quota 54.100 e il rischio di rivolte (grazie anche al meccanismo premiale) è pari a zero; l’unico pericolo è che si verifichi qualche suicidio che comunque non farebbe notizia né susciterebbe scandalo.

Il rischio è che passi la convinzione che l’emergenza sia superata e che si possa tornare al tran tran dell’ordinaria amministrazione. Non può essere così, perché migliaia di detenuti, tremila a detta del ministro Orlando, molte di più secondo la valutazione delle associazione che hanno redatto il Quinto Libro Bianco sugli effetti della Fini-Giovanardi, stanno scontando una pena illegittima a dispetto della sentenza delle sezioni unite della Cassazione. Non può essere così perché molti istituti sono ben oltre la capienza regolamentare (finalmente siamo riusciti a far eliminare dai documenti dell’amministrazione la finzione della capienza tollerabile) e soprattutto perché in troppe carceri non sono ancora adottate le prescrizioni individuate dalla Commissione Palma per rispettare i principi costituzionali e le norme del Regolamento penitenziario del 2000.

Molte questioni essenziali per il rispetto dei diritti umani sono ancora aperte. Dalla chiusura non più procrastinabile degli Opg al riconoscimento del diritto alla affettività e alla previsione del reato di tortura. Per non dire dell’esecuzione penale esterna senza uomini e mezzi su cui si stanno scaricando non solo le alternative alla detenzione, ma anche la nuova messa alla prova per gli adulti. E’ davvero ora di mettere in cantiere una Conferenza nazionale sul carcere, sul suo fallimento come strumento riabilitativo e sul senso della pena. Idee, parole e pratiche si rivelano ormai consunte e davvero l’appuntamento con un nuovo Codice Penale che superi il Codice Rocco non può essere eluso. Il 21 novembre a Firenze l’Ufficio del Garante della Regione Toscana organizzerà su questi temi un seminario internazionale. Può essere l’inizio di una riflessione. Ma sono urgenti e indifferibile le scelte che finora sono mancate e che tardano incomprensibilmente.

mer, agosto 13 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » 1 Comment

Ferrara. Droghe e Carcere: libro bianco e pene illegittime

A Ferrara conferenza stampa di presentazione del Libro Bianco sulla legge sulle droghe mercoledì prossimo.

volantinoConferenza stampa di presentazione alla stampa del V° Libro Bianco sugli effetti della legge Fini Giovanardi sulle droghe e di lancio anche a Ferrara della campagna contro le sentenze rese illegittime dalla Corte Costituzionale con la pronuncia del febbraio scorso, come recentemente confermato dalla Corte di Cassazione.

Saranno presenti all’incontro Franco Corleone, Garante dei Detenuti della Regione Toscana, Marcello Marighelli, Garante dei Detenuti di Ferrara, Andrea Pugiotto, prof. di Diritto Costituzionale dell’Università di Ferrara, Irene Costantino, Camera Penale ferrarese e Ilaria Baraldi, consigliera comunale.

Coordina Leonardo Fiorentini, Direttore di Fuoriluogo e consigliere comunale

lun, agosto 11 2014 » Agenda » No Comments

Mizanskey: un ergastolo per pochi grammi di marijuana

Jeff Mizanskey è all’ergastolo in isolamento da 21 anni per esser stato trovato 3 volte con un po’ di marijuana. Il figlio ha lanciato una campagna per la sua liberazione.

Jeff Mizanskey all’ergastolo per po’ di marijuana

Jeff Mizanskey è all’ergastolo in isolamento da 21 anni per esser stato trovato 3 volte con un po’ di marijuana. Il figlio ha lanciato una campagna per la sua liberazione.

Jeff Mizanskey ha avuto la sfortuna di vivere in Missouri, Stati Uniti. Qui l’hanno trovato 3 volte (l’ultima nel 1993) in possesso di marijuana. Non ha mai torto un capello a nessuno,  ma la norma dei 3 strikes (tre condanne e sei fuori) figlia della foga securitaria degli anno 80 e 9 negli USA, ha fatto sì che da 21 anni Jeff si trovi all’ergastolo in isolamento da 21 anni per qualche grammo di marijuana.

Il figlio Chris Mizanskey ha lanciato lo scorso anno una petizione con quasi 380.000 adesioni per chiedere la sua liberazione
https://www.change.org/it/petizioni/my-dad-is-serving-life-without-parole-for-marijuana

Al via in questi giorni anche una campagna media per la liberazione di Mizanskey per la quale è stata lanciata una sottoscrizione on line che scade fra pochi giorni
https://www.indiegogo.com/projects/free-jeff-mizanskey-campaign

Ecco la pagina facebook
https://www.facebook.com/FreeJeffMizanskey

Il caso di Jeff Mizanskey non è ovviamente il solo: ci sono almeno 12 persone nelle sue stesse condizioni negli Stati Uniti e una campagna per liberarli, Life for pot.

[Via Pagina 99]

Eppure il caso di Jeff non è il solo: ci sono almeno 12 persone nelle sue stesse condizioni negli Usa e una campagna per liberarli. – See more at: http://www.pagina99.it/blog/6555/Ergastolo-da-marijuana–la-campagna.html#sthash.em3FE8tg.dpuf
Eppure il caso di Jeff non è il solo: ci sono almeno 12 persone nelle sue stesse condizioni negli Usa e una campagna per liberarli. – See more at: http://www.pagina99.it/blog/6555/Ergastolo-da-marijuana–la-campagna.html#sthash.em3FE8tg.dpuf

lun, agosto 11 2014 » news » No Comments

Il Travaglio che non ti aspetti

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano lancia un appello per la grazia a Fabrizio Corona. Intanto migliaia di persone restano in carcere per una pena illegittima.

Travaglio chiede la grazia per Fabrizio Corona. E le migliaia di detenuti in carcere per una pena illegittima sulle droghe?

Fabrizio Corona

Nei giorni scorsi Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano ha lanciato un appello per la grazia a Fabrizio Corona definito come “un pesce rosso in uno stagno di squali”.

Per chi sostiene da tempo immemore il diritto penale minimo, per chi ritiene che la pena debba essere proporzionata, che la privazione della libertà debba essere riservata ai fatti più gravi e che l’applicazione delle misure alternative sia la chiave di volta per diminuire la recidiva e le presenze in carcere non fa certo particolare scandalo che si apra questo dibattito a partire dalla vicenda di Fabrizio Corona, anche se non gode della mia particolare simpatia.

Certo un poco sorprende – ma è una felice sorpresa – che improvvisamente per il Condirettore de Il Fatto Quotidiano la certezza della pena non sia più valore assoluto, anzi che la pena stessa, prevista dal codice, sia sproporzionata.

Lo è, probabilmente, per Fabrizio Corona, ma lo è certamente – e soprattutto – per le migliaia di detenuti che stanno scontando una pena illegittima per la legge Fini-Giovanardi sulle droghe dichiarata incostituzionale nel febbraio scorso.

Per questi, pronto a ricredermi, dubito che mai Travaglio scriverà editoriali.

In compenso una rete di associazioni sta lanciando una campagna per il riconoscimento, in incidente di esecuzione, della rideterminazione della pena a seguito della sentenza della Corte. Aiutateci a diffondere l’iniziativa, tutte le info su www.fuoriluogo.it/penaillegittima.

mer, agosto 6 2014 » nota a margine » No Comments

Cresce la medicina cannabinopatica

Lester Grinspoon scrive per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 6 agosto 2014. Il saggio integrale Cannabinopathic Medicine su www.fuoriluogo.it.

Lester Grinspoon - Cresce la medicina cannabinopaticaNegli Stati Uniti, l’uso terapeutico della marijuana è attualmente permesso in 23 stati e nel Distretto di Columbia, anche se il governo federale considera ancora la cannabis una delle sostanze più pericolose. Il suo utilizzo medico è cresciuto rapidamente, nonostante la minaccia delle pene federali. Si aggiunga che la marijuana non può essere venduta legalmente come farmaco poiché il governo non vuole toglierla dalla Tabella I della legge antidroga del 1970, con ciò precludendo la possibilità di raccogliere i dati di ricerca necessari per l’approvazione al commercio da parte della Food and Drug Administration (Fda).

Nonostante la persecuzione delle autorità federali, via via che cresce il numero dei pazienti che la utilizzano, legalmente o illegalmente, ogni aspetto di questa medicina alternativa continuerà a svilupparsi e a diventare sempre più sofisticato, tanto da configurarsi come una nuova scuola o filosofia di medicina. Questa medicina che viene dal passato si arricchisce ancora di evidenze aneddotiche. Ed è oggi supportata da fondamentali conoscenze nel campo della biologia e della fisiologia derivate dalla scoperta e dallo studio del sistema endocannabinoide. Tutto ciò avviene al di fuori della medicina allopatica, attraverso una nuova medicina che può essere denominata “medicina cannabinopatica”: che s’inserisce nel solco di altre scuole alternative, come le medicine naturopatica, omeopatica e osteopatica.

La medicina cannabinopatica è praticata in tutto il paese, apertamente negli stati che l’hanno legalizzata e clandestinamente negli altri. All’inizio, si pensava che si sarebbe integrata nella medicina occidentale: da qui i tentativi iniziati nel 1972 per convincere il governo federale a spostare la cannabis dalla Tabella I alla II, il primo passo per la raccolta dei dati da presentare alla Fda per la registrazione come farmaco. Ma anche se l’ostacolo della Tabella I fosse eliminato, ci sarebbero oggi altri impedimenti per il riconoscimento come farmaco. Un grosso problema è rappresentato dal reperimento dei fondi necessari per il tipo di ricerca richiesto dalla Fda: si arriva fino a 800 milioni di dollari per farmaco. Ma poiché la pianta non può essere brevettata, le aziende farmaceutiche non hanno interesse nella marijuana vegetale.

Agli inizi degli anni ‘80, il governo concesse grossi finanziamenti a una piccola azienda, Unimed, per produrre il tetraidrocannabinolo Thc sintetico (il Marinol). Il governo pensava che col Marinol legale, non ci sarebbe stato più bisogno della marijuana medica visto che c’era un prodotto farmaceutico cannabinoide in commercio. Il problema si presentò quando i pazienti tentarono di sostituire il Marinol alla marijuana fumata o ingerita. Semplicemente, il Marinol non funzionava neppure lontanamente bene come la marijuana vegetale. Come è sempre più chiaro, le proprietà benefiche della marijuana non risiedono solo nel Thc ma sono dovute ad un effetto d’insieme di componenti vegetali, compresi il Thc, il cannabidiolo (Cbd) e i terpeni. L’industria farmaceutica ha anche prodotto il Sativex, una soluzione liquida di due cannabinoidi naturali (Thc e Cbd) dietro brevetto. Ma neppure il Sativex è in grado di competere con la foglia di marijuana (ingerita, fumata o vaporizzata), sia nel costo che nell’effetto: il suo maggior appeal sta nella legalità, non nell’efficacia.

Con la fine della proibizione (ormai inevitabile), potrà la marijuana riconquistare il posto che le spetta nella medicina moderna? Non è così chiaro, vista l’enorme influenza dei colossi farmaceutici sull’establishment medico e sul governo. Nel frattempo, la medicina cannabinopatica sta rapidamente affermandosi come una medicina assai utile e sicura, largamente ignorata dalla medicina allopatica.

Il saggio integrale Cannabinopathic Medicine su www.fuoriluogo.it.

mer, agosto 6 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Droghe: cancellare le pene illegittime

Stefano Anastasia scrive per la rubrica di Fuoriluogo del 30 luglio 2014

anastasiaIl 4 giugno scorso, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari, il Ministro Orlando ha detto che erano circa 8.500 i detenuti in esecuzione di una condanna definitiva esclusivamente per il possesso di droghe. Di questi, circa 3000 avrebbero potuto essere interessati alla rideterminazione della pena perché condannati per fatti di lieve entità quando questa condizione era un’attenuante non bilanciabile con l’aggravante della recidiva. Altri, potrebbero essere ancora in esecuzione delle pene previste dalla legge Fini-Giovanardi e giudicate illegittime dalla Corte costituzionale. Altri ancora, infine, potrebbero essere stati condannati sulla base di previsioni penali ridotte con la conversione in legge del decreto Lorenzin. Siamo dunque di fronte a ben tre cause possibili di detenzione illegittima che, se i numeri non sono cambiati nel frattempo, potrebbero interessare tra le 4000 e le 5-6000 persone (praticamente tutti i condannati per detenzione di droghe, al di fuori dei casi riguardanti il possesso di ingenti quantitativi di droghe “pesanti”).

E’ mai possibile che in un Paese minimamente civile, che si dice ispirato ai principi liberali di tutela della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, alcune migliaia di persone siano in carcere senza titolo giuridico legittimo, per inerziale applicazione di pene che hanno perduto la loro validità?

Sono quasi sei mesi che poniamo questo problema, da quando la Corte costituzionale ha giudicato illegittima la legge Fini-Giovanardi. Sin da allora era chiaro a tutti che il problema applicativo più rilevante della sentenza riguardava i detenuti in esecuzione di pene spropositatamente più lunghe di quelle stabilite dalla legge tornata in vigore per effetto della pronuncia della Consulta. Per questo avevamo chiesto un decreto-legge o un indulto mirato alla cancellazione della parte illegittima delle pene in esecuzione. Ma col tempo, mentre il Governo produceva un inutile decreto volto a ripristinare tutto ciò che si poteva riciclare della legge incostituzionale, a quel problema si sono aggiunti gli altri.

I giuristi formalisti, liberali vecchio stampo, tutti codici e pandette, potrebbero obiettare che il problema non esiste: i detenuti che lo vogliano possono avanzare istanza di rideterminazione della pena attraverso i loro avvocati e dunque perché metter di mezzo il Governo? Se però questi signori scendessero le scale della loro sapienza giuridica e si facessero una scarpinata in galera, scoprirebbero che quelle migliaia di detenuti quando non sono totalmente ignari del fatto che stanno subendo una pena illegittima, non hanno i mezzi per un’adeguata assistenza legale. E il risultato è, appunto, che in migliaia stanno ancora lì a riempire inutilmente carceri che (lo ricordiamo per inciso) ospitano ancora una decina di migliaia di detenuti oltre la loro capienza regolamentare.

Il Governo, quindi, non può restare a guardare, aspettando che il tempo consumi l’illegalità in corso. Per questo al ministro Orlando chiediamo di fare almeno due cose: richiamare all’attenzione dei capi degli uffici di procura la responsabilità che il Pubblico ministero – quale garante dell’osservanza delle leggi e della regolare amministrazione della giustizia – ha di procedere anche d’ufficio alla rideterminazione di pene illegittime; e poi scrivere due righe a quegli 8500 detenuti, informandoli delle mutate condizioni normative che potrebbero riguardarli, sollecitandoli a far valutare il loro caso da un legale. Dentro e fuori e le carceri, anche in agosto troveranno associazioni e Garanti decisi a “cancellare le pene illegittime”.

Vedi dossier “Cancelliamo la pena illegittima” su www.fuoriluogo.it

mer, luglio 30 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Droga: Caro Renzi, vediamoci presto

Riccardo De Facci, Vice presidente del Cnca, scrive (di nuovo) al Premier Matteo Renzi per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 16 luglio 2014

Riccardo De Facci, Vice presidente del Cnca, scrive (di nuovo) al Premier Matteo Renzi per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 16 luglio 2014Caro Presidente Renzi, il 26 giugno 2014 in occasione della Giornata mondiale per la lotta all’abuso di droghe, Le abbiamo scritto una Lettera aperta con la richiesta di un incontro urgente per avviare un confronto sulla riforma di una politica segnata per troppi anni da una visione ideologica crollata con la dichiarazione di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi.

Non abbiamo ricevuto ancora risposta e per questo ribadiamo le nostre ragioni e i nodi urgenti.

-       Un sistema di intervento pieno di eccellenze e di moderne proposte di intervento che non ha da anni più luoghi istituzionali di riferimento, di decisione, di monitoraggio e sviluppo ( senza più direttore del Dipartimento nazionale, senza referente politico esplicito, senza più raccordo tra decisionalità europea, nazionale, regionale e locale) e che rischia una condizione di solitudine ed abbandono.

-       Una continua evoluzione di fenomeni, problemi e domande che non trovano luoghi unici di lettura e rilancio, con la conseguente completa assenza dell’Italia dai luoghi decisionali europei, soprattutto all’inizio del semestre europeo a guida italiana che invece dovrebbe vederci attori protagonisti anche in questo campo.

-       Dopo la cancellazione della Fini Giovanardi abbiamo raggiunto un importante risultato, ma che ci consegna a vari livelli una grossa responsabilità su molti temi sia a livello politico, che legislativo ( pensiamo alle migliaia di persone in attesa di revisione della pena ) che dell’ammodernamento del sistema dei servizi e dell’adeguamento ai nuovi bisogni. Perché tutto ci riporta ad una legislazione del 1990 che su questo settore è davvero vecchia, del secolo scorso ( pensiamo solo per esempio all’invadenza del gioco d’azzardo ancor non certificabile nei LEA e delle possibilità di acquisto di sostanze sempre più varie via internet o della diffusione della cocaina ed altro).

-       Come per altri settori la modernizzazione richiede una nuova riprogrammazione strutturale tra direzione, coordinamento ed indirizzi nazionali, rilancio del ruolo delle regioni e dei servizi pubblici e privati delle dipendenze. Ripartire insieme dopo un periodo di assoluta distanza tra un atteggiamento autocratico e distante del dipartimento nazionale molto ideologico e indifferente ai fenomeni ed un sistema delle regioni che ci ha portato ad avere 20 sistemi di intervento diversi poco confrontabili tra loro e con pregi, contraddizioni e criticità su cui è necessario probabilmente intervenire. Come ripensare ad un sistema nazionale di intervento, che sia capace di premiare e valorizzare eccellenze e migliorare le criticità affinchè si possa ricreare quel clima di collaborazione e riconoscimento reciproco così necessario.

-       La necessità di riavviare una seria riflessione moderna in Parlamento ma anche nella società ( attraverso una riorganizzazione dei servizi, una nuova legislazione, nuovi atti di indirizzo ed approfondimenti seri e condivisi) che sia capace di promuovere il ruolo dei servizi rispetto a consumi e dipendenze problematiche in rapida trasformazione. Forse meno tossicodipendenza ma più abusi e consumi problematici su cui lavorare.   Contemporaneamente saper anche rilanciare una seria politica di contrasto ai mercati ed alle mafie parallelamente con un miglioramento del sistema di prevenzione, riduzione del danno e presa in carico precoce di nuove domande e fenomeni ( pensiamo alla diffusione ed ai nuovi modelli di consumo dell’alcool, binge drinking, delle varie nuove droghe sintetiche, del diverso diffondersi di cocaina ed eroina). Il Cnca e le altre associazioni impegnate su questo delicato terreno attendono con fiducia un segno di attenzione.

 

mer, luglio 16 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Droga, lo scudo Usa per i trattati Onu

Martin Jelsma (TransNational Institute, Amsterdam) scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 9 luglio 2014

Martin Jelsma, esperto di politica sulla droga per il TNILe riforme del controllo sulla droga in atto nelle Americhe mettono in tensione la cornice legale globale disegnata dalle tre convenzioni delle Nazioni Unite: stabilire quanto i confini delle convenzioni possano essere allargati sta diventando una questione delicata. La decriminalizzazione della detenzione di droga a uso personale, decisa da molti paesi latino americani, e l’apertura di una “stanza del consumo” a Vancouver, in Canada, hanno già innescato dispute legali con lo International Narcotics Control Board (Incb), l’organo che presiede all’attuazione delle Convenzioni.

Di recente, l’azione della Bolivia per legittimare la foglia di coca e la legalizzazione della cannabis negli stati di Washington e del Colorado e in Uruguay, hanno cambiato per sempre il panorama della politica della droga. Oggi il problema non è più se si debba aggiornare il sistema delle convenzioni Onu o meno, ma piuttosto il come e quando farlo.

E’ uno scenario da incubo, per Washington e per la burocrazia Onu. Nel secolo scorso, gli Stati Uniti si sono impegnati più di ogni altra nazione per influenzare il disegno del controllo globale sulla droga e per obbligare il mondo a rispettarlo. Aprire il dibattito ora, rischia di minare lo strumento legale che gli Stati Uniti hanno usato così spesso per costringere gli altri paesi a operare in accordo con i propri principi.

Il dipartimento di Stato Usa ha iniziato una nuova campagna internazionale, simile a quella a suo tempo intrapresa contro la Bolivia per la foglia di coca raccogliendo i paesi “amici delle Convenzioni”. La nuova campagna vuole “difendere l’integrità delle tre Convenzioni” seppur permettendo una loro interpretazione più flessibile e “una qualche differenziazione a livello nazionale”.

Washington propone di concedere più flessibilità nell’allocazione delle scarse risorse destinate all’attuazione dei trattati. Questa interpretazione, fino ad oggi sempre respinta dal Incb, è la base della tesi degli Stati Uniti secondo cui la decisione federale di non intervenire nella regolamentazione della cannabis a livello statale sarebbe in accordo con le convenzioni delle Nazioni Unite.

Se la comunità internazionale accettasse questo discorso, in cambio Washington concederebbe anche all’Uruguay e ad altri paesi di regolamentare legalmente la cannabis senza conseguenze. Tuttavia, la nuova “linea mite” degli Stati Uniti non si estende fino ad altre questioni come la politica boliviana per la coca o le misure di riduzione del danno come le “stanze del consumo”.

Riformare le convenzioni non è un percorso facile. Ma evitare il dibattito serve solo a perpetuare una cornice legale incoerente e datata: il che porta a più ipocrisia, che cela la realtà dell’infrazione dei trattati, la quale a sua volta mina il rispetto delle convenzioni internazionali. Grazie ad alcune clausole di riserva, la flessibilità degli attuali trattati è stata utile per promuovere maggiore rispetto dei diritti umani e per sostenere la legalità della riduzione del danno e di certe misure di decriminalizzazione. Ma non è sufficiente.

La cornice normativa dell’Onu dovrebbe rappresentare un terreno morale alto e offrire ai paesi una guida per fare ciò che è giusto, invece di dare spazio a interpretazioni (opinabili sul piano legale) per evitare di fare cose sbagliate. Le clausole di riserva delle convenzioni non cambiano la natura dei trattati in qualcosa la cui “integrità” valga la pena di difendere.

L’attuale impianto dei trattati è ispirato alla tolleranza zero: l’assemblea generale Onu del 2016 rappresenta un’opportunità unica per aprire un dibattito vero e cambiare le convenzioni internazionali.

Versione originale pubblicata su Nacla.org.

 

mer, luglio 9 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments