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Droghe e Diritti

Una veglia civile per la riforma del carcere

Stefano Anastasia e Franco Corleone scrivono sulla riforma dell’ordinamento penitenziario e sul carcere per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 21 febbraio 2018

Il 20 dicembre scorso, proprio in questa rubrica, eravamo stati facili profeti nell’immaginare che il torbido periodo della campagna elettorale avrebbe alimentato un fuoco di fila contro la riforma dell’ordinamento penitenziario. Si erano già levate le proteste di alcuni sindacati di polizia contro la possibilità di garantire anche in Italia il diritto alla sessualità dei detenuti. Si sono aggiunte le trite litanie dei soliti imprenditori della paura sul rischio di una nuova legge salvadelinquenti.

Grazie a improvvide audizioni, le Commissioni Giustizia hanno offerto alle forze della conservazione una tribuna per gettare veleno sulle minime ipotesi di revisione delle preclusioni in tema di benefici penitenziari e alternative al carcere. La proposta del Governo ridà ai magistrati qualche margine di maggiore responsabilità nella valutazione sui singoli casi, ma questa considerazione del ruolo della magistratura di sorveglianza fa paura ai Torquemada contemporanei, secondo i quali permessi e alternative andrebbero concessi solo a chi in carcere non dovrebbe proprio starci, mentre gli altri possono pure morirci. Ma, nonostante tutto, i pareri delle Regioni, delle Camere e, infine, del CSM sono stati complessivamente favorevoli.

Il Coordinamento dei Garanti regionali e comunali dei detenuti ha espresso al ministro Orlando il proprio apprezzamento per la conclusione dell’iter parlamentare e alcune indicazioni per chiudere positivamente questo lungo lavoro che – a partire dagli Stati generali dell’esecuzione penale – ha coinvolto tante energie della società civile. Come Garanti siamo convinti che le osservazioni migliorative possano essere accolte, mentre ogni ipotesi di restrizione della portata della riforma debba essere respinta, a partire dalla reviviscenza di inutili e vessatori impedimenti legislativi ai benefici e alle alternative al carcere. Abbiamo in particolare richiesto che venga raccolta l’indicazione pervenuta dalle Commissioni parlamentari e dalle Regioni sul rispetto del principio della territorialità e sulla qualificazione sanitaria delle sezioni penitenziarie destinate ad accogliere i detenuti con problemi di salute mentale. Per quanto riguarda la delega in materia di affettività in carcere, sollecitata nel parere del Senato, suggeriamo come un significativo passo in avanti possa essere anche il semplice riconoscimento della possibilità di svolgere colloqui non sottoposti a controllo visivo (altro che guardoni!), lasciando a una successiva revisione del Regolamento la concreta disciplina delle modalità di svolgimento di incontri riservati con familiari e terze persone.

Se il Consiglio dei Ministri – convocato per domani – butterà il cuore oltre l’ostacolo, il decreto legislativo tornerà per conoscenza alle Commissioni e dopo dieci giorni potrà essere definitivamente adottato, ancor prima dell’insediamento delle nuove Camere. Ci sono, dunque, i tempi e le condizioni per portare a termine questo primo importante passaggio di riforma. Non sappiamo se nella prossima legislatura il Governo porterà a compimento anche le deleghe ancora in sospeso, a partire da quelle sul lavoro penitenziario e sull’esecuzione penale minorile, già trasmesse dal Ministero della giustizia a Palazzo Chigi, ma siamo di fronte a una occasione che non va perduta per rispondere alle condanne europee per trattamenti inumani e degradanti. Nelle carceri si vive con speranza e trepidazione questo momento e proprio per essere solidali con i detenuti, domani, in attesa della decisione del Consiglio dei ministri, i Garanti territoriali delle persone private della libertà si uniranno a loro in una veglia civile di digiuno per la giustizia e il diritto.

mer, febbraio 21 2018 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Convegno nazionale sulle misure di sicurezza e proroga Sambonet a Torino

Prorogata la mostra “i volti dell’alienazione” di Sambonet a Torino e programmato un convegno sulle misure di sicurezza ed il disagio psichiatrico in carcere.

In considerazione del complesso e significativo allestimento, dell’interesse suscitato fra gli esperti e del buon successo di pubblico, la mostra “I VOLTI DELL’ALIENAZIONE”, esposta dal 6 dicembre presso la Sala Classica della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, in Piazza Carlo Alberto n.3, è stata prorogata fino al 31 gennaio.

La mostra è stata realizzata dall’Associazione “La Società della Ragione”, dall’Archivio pittorico Roberto Sambonet, con la collaborazione del Comitato nazionale “StopOPG” e curata da Franco Corleone e Ivan Novelli.

La tappa piemontese, promossa dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte con la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, il Consiglio regionale e la Regione Piemonte, fa seguito alle esposizioni a Milano, Firenze, Ferrara, Roma, Brescia, Matera, Bologna, Trieste, Pavia, Ortona e Treppo Carnico e precede quella finale di Parma, ove sarà visitabile a partire da sabato 3 febbraio. L’esposizione torinese si caratterizza e si distingue, rispetto alle altre, per l’affiancamento ai disegni del vercellese Roberto Sambonet di testi connessi al tema e selezionati per l’occasione dal patrimonio librario della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e delle fotografie scattate da Max Ferrero in alcuni OPG italiani alla vigilia della loro chiusura (tratte dal reportage intitolato “Nocchier che non seconda il vento”).

Per approfondire i temi e le suggestioni, di pregnante attualità vista fase finale del percorso della legge delega n.103 del 23 giugno 2017 che ha attribuito al Ministro di Giustizia anche il potere di riforma dell’intero comparto delle misure di sicurezza e del disagio psichiatrico in carcere, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte organizza giovedì 18 gennaio alle ore 17.00, presso l’Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria un convegno nazionale sull’articolato percorso di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia. Al convegno sono stati invitati l’Assessore regionale alla Sanità Antonio Saitta, il dottor Ignazio Marino, già Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale del Senato della Repubblica, l’On. Franco Corleone, già Commissario governativo straordinario per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, Stefano Cecconi, Presidente del Comitato nazionale StopOPG, Nerina Dirindin, membro della Commissione Igiene e Sanità del Senato, Grazia Zuffa, membro del Comitato nazionale di Bioetica e il Professor Marco Pelissero, ordinario di diritto penale all’Università di Torino, già componente delle Commissioni ministeriali “Fiorella” e “Palazzo” per la riforma del sistema sanzionatorio e autore della monografia “Pericolosità sociale e doppio binario: vecchi e nuovi modelli di incapacitazione”. Porterà un saluto iniziale il dott. Guglielmo Bartoletti, Direttore della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. Introduce e modera l’On. Bruno Mellano, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte.

mer, gennaio 10 2018 » Agenda » No Comments

Storie interdette, a 40 anni dalla Legge Basaglia

Bando con premio annesso per giovani nell’ambito delle arti drammaturgiche e performative. Storie interdette intende favorire la consapevolezza dei giovani sul percorso di superamento del manicomio e aiutare a trovare risposte ai problemi dell’attuale società.

Storie interdette è un Bando Nazionale con premio annesso dedicato alla giovane creazione contemporanea nell’ambito delle arti drammaturgiche e performative. Il Bando si pone come occasione di visibilità e di riflessione per i giovani.

A 40 anni dalla Legge Basaglia Storie interdette intende favorire la consapevolezza dei giovani sul percorso di superamento del manicomio e così aiutare a trovare risposte ai problemi dell’attuale società.

Lo scopo del bando è selezionare 4 idee progettuali da sviluppare in un seminario di una settimana che si svolgerà da lunedì 5 a domenica 11 marzo 2018 nella Residenza di San Salvi Città Aperta (Via di San Salvi, 12 padiglione 16 Firenze) al fine di elaborare 4 messe in scena, che verranno narrate/performate al pubblico dai candidati durante il “Festival Storie interdette – Fare comunità” a Firenze San Salvi da venerdì 11 a domenica 13 maggio 2018. Nell’occasione avverrà la relativa premiazione dei vincitori del bando che prevede i seguenti premi: 500€ al primo classificato, 300€ al secondo, menzione agli altri partecipanti. Le prove di preparazione al Festival saranno da martedì 8 a giovedì 10 maggio.

Leggi tutto su: http://www.chille.it/bandi/bando-storie-interdette/

mar, gennaio 9 2018 » news » No Comments

Clemenza collettiva, una proposta al Parlamento

Andrea Pugiotto presenta il seminario Costituzione e clemenza collettiva. Per un rinnovato statuto dei provvedimenti di amnistia e indulto che si terrà a Roma il 12 gennaio per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 3 gennaio 2018.

Andrea PugiottoEra il 1949 quando Gaetano Salvemini sulle pagine de Il Ponte definiva l’Italia «il paese delle amnistie». È solo di due anni fa la risposta del vicequestore Rocco Schiavone al direttore del carcere che si lamenta per i troppi detenuti: «Ci sarà un bel indulto e cacceranno fuori un po’ di gente. Come sempre». Ora come allora. A dimostrazione, si citano dati statistici che farebbero felice Trilussa: solo in età repubblicana, la clemenza di Stato si è tradotta in 24 leggi di amnistia e indulto, una ogni quattro anni. È una doxa falsa ma credibile, per questo diffusa e insidiosa.

La realtà, oggi, non è solo diversa ma opposta. Del disegno costituzionale del diritto punitivo, infatti, gli istituti di clemenza rappresentano la parte più negletta, prossima ad un’abrogazione di fatto.

Dopo l’ampia amnistia di pacificazione concessa nel 1946, è vero che amnistia e indulto sono stati approvati con regolarità quasi ciclica: nel 1948, 1949, 1953, 1959, 1963, 1966, 1970, 1973, 1978, 1980, 1981, 1982, 1983, 1986, 1990, 1992. Da allora però, con l’unica eccezione dell’indulto nel 2006, sono trascorsi tre lustri senza una legge di clemenza: bulimico in passato, è da tempo che il Parlamento mostra una persistente anoressia. È un’eclissi quantitativa senza precedenti nella storia d’Italia, monarchica e repubblicana.

È uno dei segni di quell’eccesso di penalizzazione che traccia l’orizzonte del nostro tempo. Non c’è spazio per amnistia e indulto, quando impera il primato della pena esclusivamente retributiva, revival della legge del taglione. Non esiste margine per atti di clemenza, quando la certezza della pena è declinata nel senso (distorto) che la collettività deve essere certa che la pena sarà irrogata ed espiata in tutto il suo rigore.

C’è poi un mastice politico che salda tutto e tutti: essere contrari a leggi di clemenza è molto popolare, assicura facile consenso e garantisce dividendi elettorali. Approvarle è perciò un tabù, anche quando sarebbe necessario per interrompere tempestivamente violazioni in atto della Convenzione europea dei diritti: laddove, ad esempio, vieta un sovraffollamento carcerario inumano e degradante o impone una durata ragionevole per i processi.

Eppure amnistia e indulto sono istituti «espressamente contemplati dall’art. 79 Cost., che ne contiene la disciplina. È inconcepibile considerarli, in sé e per sé, incompatibili con la Costituzione» (sentenza n. 171/1963). Piaccia o meno, rientrano tra gli strumenti di politica criminale che la Carta prevede come fusibili di un sistema inceppato, incapace di rispettare la sua stessa legalità. È interesse di tutti rianimarli, restituendoli a nuova vita. Come?

Non si tratta di reiterare – inutilmente – la richiesta di una legge di amnistia e indulto. Serve, invece, proporne una rinnovata narrazione che restituisca ad entrambi agibilità, politica e costituzionale. A tal fine, promosso da La Società della Ragione, venerdì 12 gennaio si svolgerà a Roma (Senato, Sala di Santa Maria in Aquiro, ore 9.30) il Seminario «Costituzione e clemenza collettiva. Per un rinnovato statuto dei provvedimenti di amnistia e indulto». Scopo dell’incontro pubblico è di elaborare una proposta di revisione dell’art. 79 della Costituzione che, nella sua attuale formulazione, concorre all’oblio degli strumenti di clemenza. Il testo di riforma sarà poi messo nella disponibilità di tutti i parlamentari della prossima Legislatura, facendone mezzo e fine per una battaglia di politica del diritto.

Il programma è consultabile su www.societadellaragione.it, iscrizione gratuita ma obbligatoria entro il 10 gennaio a info@societadellaragione.it. Fate girare.

mer, gennaio 3 2018 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Carceri: il diritto all’affettività subito

Stefano Anastasia e Franco Corleone scrivono sui decreti di riforma dell’ordinamento penitenziario per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 20 dicembre 2017.

Nella sua prossima riunione, l’ultima prima dello scioglimento delle Camere, il Consiglio dei Ministri approverà i primi decreti di riforma dell’ordinamento penitenziario, frutto del lavoro delle commissioni ministeriali che hanno corpo alla delega parlamentare, ispirandosi alle riflessioni degli Stati Generali sull’esecuzione della pena.

Un intervento utile e opportuno perché dalla legge del 1975 molto è cambiato nelle carceri italiane. Già nel 2005 Alessandro Margara – ispiratore della legge Gozzini e autore del regolamento penitenziario del 2000 – affrontò l’esigenza di un adeguamento dell’ordinamento sul fronte dei diritti e della dignità della persona e riscrisse l’intero testo di legge con importanti innovazioni. La sua proposta fu presentata alla Camera dei Deputati il 3 novembre del 2005 con le firme, tra gli altri, di Marco Boato, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fanfani e Giuliano Pisapia. Dopo dodici anni, quindi, si realizza un progetto a lungo perseguito.

Dalle puntuali informazioni del Garante nazionale delle persone private della libertà, sappiamo che il Ministero della giustizia ha elaborato cinque distinti decreti delegati, di riforma dell’ordinamento penitenziario per adulti e per i minori, di riforma delle alternative alla detenzione e delle misure di sicurezza, di disciplina delle misure di giustizia riparativa. Misure necessarie e urgenti (si pensi alla revisione della disciplina delle misure di sicurezza all’indomani della chiusura degli Opg, o alla prima approvazione di una regolamentazione specifica dell’esecuzione penale per i minorenni), si affiancano a revisioni indirizzate nel senso del riconoscimento dei diritti dei detenuti, della decarcerizzazione e della sperimentazione di nuove pratiche di giustizia riparativa. Si tratta, dunque, di un complesso apparato normativo che è necessario che arrivi tutto a compimento, senza accantonamenti che potrebbero essere ingiustificatamente invocati con il pretesto dello scioglimento delle Camere, alle cui Commissioni competenti spetta dare il parere di conformità alla delega concessa con la legge (e che può essere dato anche a Camere sciolte).

Siamo dunque preoccupati che il disegno riformatore subisca incidenti di percorso, proprio per il periodo delicato in cui si viene compiendo e che potrebbe motivare resistenze e opposizioni strumentali. Bisognerà vigilare, quindi, sui contenuti dei decreti, affinchè rispondano alle aspettative dei detenuti e degli operatori coinvolti negli Stati generali. Ma oggi, in particolare, siamo preoccupati del fatto che la norma sulla coltivazione delle relazioni affettive delle persone detenute non è presente nel testo che andrà al prossimo Consiglio dei ministri. Il Governo, infatti, è in attesa della copertura di spesa per i necessari interventi di edilizia presente nella legge di bilancio in corso di approvazione. Ma il rischio che si ripeta quanto avvenuto nel 2000, quando il Consiglio di Stato bloccò la norma sull’affettività contenuta nel regolamento perché non era supportata da un’adeguata previsione di legge, ci preoccupa. Le diffuse resistenze – a un tempo moralistiche e vessatorie – a un diritto riconosciuto in tutti i paesi europei, recentemente sono state esplicitate da alcuni sindacati di polizia penitenziaria con argomenti inqualificabili per dei pubblici ufficiali. Per questo rivolgiamo un appello al ministro Orlando, che tenacemente ha perseguito questo progetto di riforma, affinchè sia chiaro da subito che l’affettività ne è una parte integrante, annunciando sin d’ora che le relative previsioni normative saranno decise dal successivo Consiglio di ministri.

mer, dicembre 20 2017 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Antigone: la Giustizia minorile funziona ma servono risorse

Guardiamo oltre. Presentato il 4° Rapporto di Antigone sulle carceri per minori. Ecco la situazione italiana

La giustizia minorile italiana è un sistema che funziona e del quale dobbiamo essere fieri in Europa. Riesce realmente a residualizzare il carcere e relegarlo a numeri minimi. Tuttavia, in questi numeri ci sono sempre le stesse persone: gli stranieri, i ragazzi più marginali del sud Italia, tutti coloro per i quali la fragilità sociale e l’assenza di legami sul territorio rende difficile trovare percorsi alternativi alla detenzione.

E’ questo ciò che emerge da Guardiamo Oltre, il 4° Rapporto di Antigone sugli Istituti di Pena per Minorenni (IPM) presentato oggi a Roma durante una conferenza stampa.

In particolare dal Rapporto emerge che al 15 novembre 2017 i presenti nei sedici Istituti Penali per Minorenni d’Italia sono 452 (da pochi giorni ha riaperto il diciasettesimo Istituto a Firenze). I minorenni sono il 42%, i maggiorenni il 58%. Le ragazze sono 34 (pari all’8%) mentre gli stranieri sono in totale 200 e rappresentano il 44% della popolazione detenuta. Il 48,2% di chi è attualmente detenuto in un IPM è in custodia cautelare. E ad esserlo sono soprattutto i minorenni. Tra loro l’81,6% non ha ancora una condanna definitiva. Inoltre gli stranieri in custodia cautelare sono più degli italiani, rappresentando il 53,5% del totale. Negli ultimi anni si è assistito ad una forte crescita dell’istituto della messa alla prova. Dai 778 provvedimenti del 1992 si è arrivati ai 3.757 casi del 2016. Una crescita di quasi cinque volte che avrebbe dovuto comportare una crescita corrispondente del personale di giustizia e dei servizi sociali, cosa non accaduta.

“Nonostante questo quadro – dichiara Susanna Marietti, responsabile dell’Osservatorio Minori di Antigone – possiamo fare di più e di meglio e, dunque, guardare oltre. Possiamo cancellare ogni forma di selezione sociale nella giustizia minorile e spingere ovunque quella capacità di attenzione alle problematiche del singolo che gli operatori hanno sempre dimostrato”.

“Guardiamo oltre – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – anche relativamente ai contenuti della riforma voluta dal Governo per le carceri italiane che a giorni dovrebbe essere presentata”.

“La speranza – gli fa eco Alessio Scandurra, altro curatore del rapporto insieme a Susanna Marietti – è quella che finalmente si scriva un ordinamento penitenziario organico specifico per i minori detenuti, nuove regole che mettano al centro in maniera radicale un progetto educativo e non repressivo e l’apertura al territorio. I ragazzi in carcere non possono essere gestiti con le stesse regole degli adulti”.

Durante la conferenza stampa è stato anche presentato Ragazzi Dentro, un sito realizzato da Antigone dedicato esclusivamente alla giustizia minorile dove, oltre ad essere confluiti tutti i precedenti rapporti, si possono trovare le schede relative ai sedici istituti di pena per minorenni presenti in Italia accompagnati da gallerie fotografiche e video inediti girati all’interno degli stessi, nonché approfondimenti sul tema.

lun, dicembre 18 2017 » news » No Comments

Rems, un patto tra Stato e Regioni

Raffaele Barone, Roberto Mezzina, Pietro Pellegrini scrivono sulla situazione delle REMS per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 15 novembre 2017.

ll 24 ottobre il Coordinamento Nazionale delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) è stato ricevuto dal sottogruppo di lavoro del Ministero della Sanità e delle Regioni. Il coordinamento si è costituito con l’obiettivo di vigilare sulla piena realizzazione della legge 81/2014 e valorizzare le buone pratiche che in alcune regioni si sono avviate con la chiusura degli Opg e l’apertura delle Rems.

Il radicamento territoriale, in connessione con tutta la rete dei servizi, è forse il cambiamento più significativo. In questa prospettiva la Rems non sostituisce in alcun modo l’Opg, tanto che i criteri d’invio, l’accesso, la cura, la dimissibilità sono tutti elementi che nella legge 81 connotano in maniera innovativa le strutture che accolgono pazienti in misura di sicurezza detentiva (da considerare “residuale” rispetto ad altre forme di misura di sicurezza) e con le quali risulta inconciliabile il regolamento penitenziario dell’Opg. Ciò in una situazione in cui, purtuttavia, il codice penale e il codice di procedura penale restano ancora inalterati: persiste il “doppio binario”, il concetto di incapacità e di non imputabilità esclude “il folle reo” dal normale percorso giudiziario. La misura di sicurezza “detentiva”, nonostante che le sentenze della corte costituzionale la abbiano parzialmente modificata, si basa sul riconoscimento della pericolosità. La persistenza dell’incapacità e della pericolosità come figure giuridiche di riferimento rafforza la contraddizione tra cura e custodia, già propria del manicomio civile. Una contraddizione che piuttosto che scomparire si trasforma in un equilibrio da gestire con intelligenza. Il clima dell’incontro è stato positivo con la disponibilità ad accogliere le proposte che dovranno essere confrontate anche con altri interlocutori, il Ministero della Giustizia e il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. E’ stata accolta la richiesta del Coordinamento di essere consultato su tutte le questioni che riguardano l’applicazione della legge 81/2014, così per la prima volta potranno aver voce in capitolo gli operatori che si trovano in prima linea a gestire una serie di contraddizioni e difficili equilibri tra i diversi poteri.  Vi è stato accordo su quasi tutti i punti, in particolare quelli riferiti allo statuto della “persona con misura di sicurezza” (non più “internato”), con la scomparsa di ogni riferimento al regolamento penitenziario; su una visione del sistema di accesso che vede la Rems come “soluzione residuale” rispetto alla prevenzione e alla messa in campo di alternative da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale; alla visione stessa della Rems non come luogo chiuso in sé, ma come insieme di servizi che si integrano tra loro; sulla globalità del piano di cura e del “progetto terapeutico riabilitativo individuale” che comprende le uscite sul territorio per relazioni sociali e lavorative e non solo singoli permessi.

Si è fatto inoltre riferimento alla figura del garante delle persone private della libertà; alla facilitazione di un “cruscotto operativo regionale interistituzionale” con la Magistratura e il DAP, che eviti l’assegnazione casuale alle Rems e fornisca soluzioni alternative concordate; all’abolizione della precisazione sui livelli di sicurezza, all’esclusione dei sanitari da qualsiasi atto o pratica che non siano di rilevanza sanitaria e terapeutico-assistenziale. Gli esiti dell’incontro saranno discussi in una riunione sul tema che si terrà a Trieste il 17 novembre in occasione della conferenza internazionale “The right [and the opportunity] to have a [whole] life” (Trieste 15 – 18 novembre) promossa dal Dipartimento di Salute Mentale in collaborazione con l’OMS (www.triestementalhealth.org).

 

mer, novembre 15 2017 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Archeologia delle droghe a Firenze

Giovedì 9 novembre presso il Centro Java a Firenze incontro con Giorgio Samorini sull’archeologia delle droghe.

Da alcuni decenni gli scavi archeologici stanno rivelando un inatteso ruolo del territorio italiano e delle popolazioni che lo abitarono, nelle origini della relazione umana con il papavero da oppio, e come secondo fulcro di addomesticamento della vite selvatica per ricavare vini autoctoni, sardi e campani. E sempre in Italia sono state ritrovate le più antiche testimonianze europee di canapa. Oltre ai reperti materiali, l’archeologia si avvale delle moderne strumentazioni utili nell’individuazione dei principi attivi rintracciabili nel vasellame, nelle mummie e negli scheletri umani, come “ombre” che testimoniano l’antico uso delle fonti inebrianti.

Giovedì 9 novembre
C/o Centro Java
via Pietrapiana angolo via Fiesolana, zona S.Croce/ S.Ambrogio
Firenze

ARCHEOLOGIA DELLE DROGHE
INCONTRO CON GIORGIO SAMORINI – ETNOBOTANICO

ore 19h.00 Aperitivo alcol free

ore 21h.00 incontro ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

prenotazione obbligatoria centrojavafi@gmail.com

Giorgio Samorini, nato a Bologna nel 1957, è uno studioso etnobotanico che da decenni svolge un lavoro di ricerca sull’uso tradizionale delle piante inebrianti. Ha svolto indagini sul campo presso gruppi etnici in Africa, America Latina, Asia. Ha pubblicato numerosi articoli in riviste scientifche e diversi libri fra cui L’erba di Carlo Erba (1996), Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici (2001), Droghe tribali (2012), Animali che si drogano (2013), Jurema, la pianta della visione (2016), Mitologia delle piante inebrianti (2016), Archeologia delle piante inebrianti (2017).

 

lun, ottobre 30 2017 » Agenda » No Comments

“Noi possiamo”, la prima campagna italiana sulla TasP

Lanciata dalla Lila la campagna italiana a sostegno della TasP (Treatment as Prevention – Terapia come Prevenzione) per le persone con HIV per spezzare l’immaginario “malattia – morte – dolore – contagio” che l’infezione ancora evoca.

Tasp la campagna della LILALa campagna che LILA lancia in occasione del suo trentennale è dedicata a far conoscere il tema TasP (Treatment as Prevention – Terapia come Prevenzione), il rivoluzionario concetto scientifico secondo il quale le persone con Hiv, che seguono regolarmente le terapie antiretrovirali (ART) e che hanno stabilmente una carica virale non rilevabile, non trasmettono il virus.

La campagna “Noi Possiamo” è la prima in Italia su questa straordinaria acquisizione scientifica e aderisce ad una più ampia campagna internazionale lanciata un anno fa dalla rete Prevention Access Campaign denominata “U=U, Undetectable=Untrasmittable”, ossia “non rilevabile=non trasmissibile”, che sta riscuotendo in tutto il mondo adesioni e sostegno da parte di istituzioni pubbliche e private, comunità scientifiche, associazioni e Ong.

Obiettivo di “Noi possiamo” è far conoscere gli straordinari effetti che le terapie antiretrovirali stanno producendo: mantenere la viremia di chi è in trattamento ART sotto il livello di rilevabilità migliora la salute e la qualità della vita delle persone con HIV, impedendo la trasmissione del virus ad altre persone. 

Questa informazione rappresenta anche una potente arma per porre fine alle discriminazioni e allo stigma sociale che da sempre gravano sulle persone con HIV e può incoraggiare un maggior ricorso al test. Per questo si parla di “TasP, Treatment as Prevention”: il trattamento ART, quando efficace, è anche uno strumento importante di prevenzione che può integrare efficacemente le politiche d’incentivazione del profilattico.
Articolata in un video e in una serie d’immagini, “Noi Possiamo” vuole spiegare con chiarezza questa “rivoluzione” ad un pubblico più vasto possibile attraverso l’aiuto dei media (on-line, cartacei, radio-tv), dei social e del materiale informativo (flyers, brochure, locandine, manifesti) che sarà distribuito dalla LILA in occasione delle tante iniziative organizzate sui territori.

Tasp la campagna della LILACon il video, curato da Giorgia di Pasquale, direttore creativo di Diversity, LILA ha voluto così raccontare il tema del ritorno ad un’esistenza normale per tante persone con HIV per le quali oggi è possibile, grazie alle terapie ART e alla TasP, amare, divertirsi, fare dei progetti, avere dei figli sani e in modo naturale, vederli crescere, invecchiare… essere insomma “come tutti” con la serenità di non essere più infettivi/e. Soprattutto però il video è un invito a non avere paura di chi vive con l’HIV a scardinare i propri pregiudizi, a spezzare l’immaginario “malattia – morte – dolore – contagio” che l’infezione ancora evoca.

Le immagini curate da Cristina Perone, creativa di Cliccaquì, rivolte a target differenziati, puntano con forza al cuore del messaggio. Il claim “ho l’HIV non sono contagiosa/a”, soprattutto legato al sesso, irrompe con la forza di un paradosso nel senso comune che, tuttora, associa l’HIV/AIDS al contagio e alla morte. È un messaggio che induce a fermarsi, a porsi delle domande e – è il nostro auspicio- a cercare le giuste risposte.

Dati a sostegno

Studio Partner
Studio osservazionale condotto in settantacinque centri clinici, in quattordici paesi europei. Il trial ha arruolato 1166 coppie siero-discordanti (un partner con HIV e in terapia con soppressione viremica e un partner HIV negativo) che hanno avuto rapporti sessuali senza preservativo. I rapporti penetrativi senza condom riportati sono stati 58.000 di cui 22.000 tra MSM (uomini che fanno sesso con altri uomini) e 36.000 eterosessuali. In sei anni nessuna infezione è stata registrata.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27404185
https://www.youtube.com/watch?v=NSRc_PZNEr8

Campagna U=U
Campagna internazionale promossa da ricercatori e attivisti di Prevention Access Campaign a sostegno delle evidenze scientifiche sulla non infettività delle persone con HIV in trattamento e con carica virale non rilevabile. Sostiene per questo anche l’importanza dell’accesso immediato al trattamento. Collegandovi a questo sito potrete trovare un’ampia rassegna di articoli e dichiarazioni scientifiche sulla validità della TasP.
https://www.preventionaccess.org/
https://www.youtube.com/watch?v=T3wfHtGFTPQ

Statement del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta (CDC)
https://www.cdc.gov/hiv/library/dcl/dcl/092717.html

lun, ottobre 30 2017 » news » No Comments

41bis: novità, divieti e nodi irrisolti

Stefano Anastasia scrive sul regime penitenziario del 41bis per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 25 ottobre 2017.

Un codice penitenziario speciale: questa sembra essere l’ambizione della recente circolare con cui l’Amministrazione penitenziaria ha dato nuove disposizioni per l’organizzazione del circuito detentivo previsto dall’art. 41bis. Nel merito, la disposizione più significativa pare essere quella che consente ai minori di dodici anni di partecipare al colloquio familiare stando dalla parte del padre o del nonno detenuto per tutta la sua durata, mentre gli altri parenti sono dall’altra parte del vetro divisorio. Non solo: la perquisizione del detenuto che vada o torni dal colloquio dovrà essere eseguita con il metal detector e solo in casi eccezionali (e sulla base di motivazioni scritte) attraverso il suo denudamento. Piccole cose, ma non irrilevanti in un sistema che mantiene prescrizioni legali e amministrative incomprensibili, se il fine è quello di impedire comunicazioni verso i gruppi criminali di appartenenza. Restano così senza spiegazione, per esempio, le limitazioni all’acquisto di beni o generi alimentari o al possesso di foto, libri, colori e quant’altro. Questo articolo, per esempio, non potrà essere letto nelle sezioni 41bis: questo giornale, infatti, così come l’Avvenire o il Mattino, il Foglio o il Dubbio, non può esservi acquistato. D’altro canto, non potrà essere neanche ascoltato tramite Radio radicale o qualche altra emittente, stante il divieto di ricezione delle radio in modulazione di frequenza.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura nella sua ultima relazione sull’Italia, resa pubblica il mese scorso, formula alcune raccomandazioni sul 41bis. Salvo la possibilità di cumulare due ore di visita non usufruite (il minimo che si poteva concedere alla richiesta di accumulare tutte quelle non utilizzate), la circolare non interviene su ciò che gli è precluso per legge (un’ora di colloquio settimanale senza vetro divisorio, salvo rischio individuale e motivato; una telefonata al mese, indipendentemente dal fatto che il detenuto abbia o non fatto colloquio con i familiari), ma neanche su ciò che avrebbe potuto disciplinare, come lo svolgimento di almeno quattro ore di attività fuori dalla cella, o modalità tempestive ed efficaci di attuazione delle decisioni dei magistrati di sorveglianza.

Tra le inadempienze c’è anche quella che avrebbe potuto disciplinare a termini di legge i colloqui con i Garanti, di cui ha scritto in questa rubrica Franco Maisto all’indomani di un provvedimento giurisdizionale che ha disapplicato una circolare che parificava i Garanti ai familiari nelle forme e nel numero dei colloqui, di fatto privando i detenuti in 41bis della possibilità di incontrarli, se non rinunciando all’unico colloquio mensile loro consentito con i familiari. Vi si fa riferimento solo in un articolo riguardante le modalità di esecuzione delle “visite del garante”, in cui si riconosce al Garante nazionale la facoltà di incontrare riservatamente e senza limiti di tempo i detenuti in 41bis in quanto Meccanismo nazionale di prevenzione previsto dal Protocollo aggiuntivo alla Convenzione Onu contro la tortura e ai garanti territoriali di incontrarli durante la visita accompagnata dal personale dell’Istituto, con la superflua specificazione che questi “incontri” non incideranno sul numero di colloqui con i familiari cui essi hanno diritto. Nulla si dice, invece, su quanto giudicato illegittimo dai giudici di Terni e di Sassari, e cioè che i veri e propri colloqui con i garanti, espressamente previsti per legge, siano assimilati a quelli con i familiari, conteggiati con essi, effettuati con il vetro divisorio e, se del caso, ascoltati e videoregistrati. Un’occasione persa, cui speriamo che la riforma penitenziaria in via di approvazione voglia mettere riparo.

mer, ottobre 25 2017 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments