Sabato 18 settembre a Parma ottava edizione della festa organizzata dal Canapaio Ducale.
Sabato 18 settembre a Parma ottava edizione della festa organizzata dal Canapaio Ducale.
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Il lettore che abbia la pazienza di leggere sotto l’ennesima controdeduzione del Capodipartimento antidroga a quanto da noi recentemente pubblicato e alle osservazioni a firma di Olimpia de Gouges, non avrà difficoltà a capire perché Olimpia si sia inserita nel botta e risposta. Chi se non Olimpia avrebbe potuto affrontare il patibolo degli insulti serpelloniani? Chi se non Olimpia avrebbe potuto richiamare le ragioni del dubbio e la passione per il vero dialogo contro la lama arrogante e affilata delle certezze del nostro interlocutore?
Su ispirazione di Olimpia, anche noi invitiamo il Capodipartimento alla moderazione e alla cautela. Cautela nell’interpretare i dati della ricerca neuroscientifica e nel leggere i suoi risvolti sul piano clinico. Soprattutto cautela nel tradurre meccanicamente i risultati di un filone di ricerca, comunque parziale, nella scelta politica della proibizione.
Da questo confronto agostano vogliamo però ricavare un risvolto positivo. Da tempo pensavamo di organizzare un seminario fra esperti di ambiti disciplinari diversi proprio sulla ricerca neuroscientifica, sul rilievo che ha di recente assunto, ma anche sui suoi limiti. Più in generale, sul suo significato nell’ambito del dibattito politico sulle droghe.
E’ ora di affrettarsi a mettere in atto questo proposito. Non mancheremo di invitare anche il dottor Serpelloni.
A proposito: Olimpia de Gouges presiederà l’incontro.
Giovanni Serpelloni ha scritto:
Olimpia de Gouges, morta ghigliottinata a Parigi il 3 novembre del 1793 da Robespierre per essersi opposta alla decapitazione di re Luigi XVI, risponde il 19.08.2010 dall’aldilà al mio articolo del 15 agosto sui danni cerebrali derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti. Si fanno resuscitare i morti per poter nascondere la vera identità di chi, con insolenza e maleducazione, entra in un dibattito screditando le competenze altrui senza far comprendere le proprie e celandosi vigliaccamente dietro ad un nobile quanto encomiabile pseudonimo. Si sveli cara, madame de Guoges, affinché tutti noi possiamo apprezzare le basi di competenza e conoscenza su cui lei fissa nella sua raffinatezza di eloquio e di pensiero, le sue controdeduzioni.
Detto questo, credo che alcune delle ingenue domande possano trovare facilmente risposta nelle due monografie sulle neuroscienze dell’addiction da me curate e che invito i veri curiosi a sfogliare e se gradito a scaricare gratuitamente (http://www.dronet.org/monografia.php?monografie=70).
Certamente ed ovviamente esistono delle differenze nei danni cerebrali in base all’esposizione al consumo (dipendenti da condizioni neuropsichiche individuali, quantità, durata, tipo di sostanza e mixing), come altrettanto chiaramente esistono una serie di correlati clinici e sintomatologici relativi ai danni neuropsichici sottostanti, conosciuti da anni e tali da giustificare la sospensione cautelativa dalle mansioni a rischio. Ma bisogna avere la pazienza di leggerli e studiarli approfonditamente (di solito proprio durante il sabato e la domenica!) e smetterla di rovistare tra la letteratura scientifica accreditando e prendendo in considerazione solo quegli articoli che avvalorano la tesi che le varie sostanze stupefacenti facciano bene alla salute e perlomeno non si sappia ancora precisamente quanto male facciano. E poi di quale “male” stiamo parlando? Quello che solo i nostri occhi inesperti vedono o quello che raffinate tecniche diagnostiche possono mostrare? In quanto alla tossicità dell’alcol e alla pericolosità dell’abuso alcolico, il Dipartimento per le Politiche Antidroga non ha mai sottovalutato la questione né sminuito la portata sociosanitaria di tale problematica.
Relativamente alla citata classificazione di rischio delle sostanze di Bernard Roques, credo sia opportuno che madame de Gouges rilegga bene e più approfonditamente tale articolo che prende molto poco in considerazione, nei criteri di classificazione relativi alla tossicità, proprio i più moderni studi di neuroscienze ed in particolare di neuroimmaging funzionale ad alta risoluzione. Esattamente quello che invece si è ora in grado di dimostrare come, per esempio, le significative alterazioni nei consumatori di cannabis dello spessore della corteccia cerebrale (aree temporo-mesiali e nella corteccia cingolata anteriore e cioè in associazione con deficit neuropsicologici di attenzione e memoria). Altri studi sulla maturazione e sullo sviluppo cerebrale degli adolescenti mediante il tensore di diffusione – DTI, soprattutto sulla sostanza bianca del cervello, hanno dimostrato recentemente come queste strutture vengano modificate sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti compresa la Cannabis, inducendo deviazioni del normale sviluppo. Vogliamo continuare a tenere gli occhi chiusi? Vogliamo continuare a trovare giustificazioni per poter utilizzare senza preoccupazione le varie sostanze? Vogliamo continuare a leggere solo le pubblicazioni che ci danno ragione e scotomizzare ciò che demolisce le ormai traballanti ipotesi, insultando anche pubblicamente chi si permette di dire cose contrarie a certi principi e assunti? Io credo che i veri problemi, da affrontare per la tutela della salute pubblica in relazione all’uso di sostanze stupefacenti e alcol, stiano da un’altra parte cara madame de Gouses. In quanto al rapporto della Global Cannabis Commission, invito i lettori ma soprattutto lei, madame, a rileggerlo approfonditamente perché non sostiene affatto le tesi dell’innocuità della cannabis sui sistemi cerebrali ma anzi ne sottolinea le problematiche e i dubbi che solleva sono anche conseguenti al fatto che non sono stati prese in considerazione pubblicazione uscite dopo la stesura del rapporto, come ho avuto modo di discutere personalmente con i colleghi inglesi. Oltre, a quel rapporto consiglio madame, di cui a questo punto chiediamo esplicitamente di conoscere identità e competenze in ambito di neuroscienze, di aggiornare le sue letture con articoli scientifici nel campo del neuroimmaging usciti per l’appunto dopo quel rapporto, che non lasciano dubbi su come dovremmo atteggiarci all’interno di un approccio cautelativo e preventivo di sanità pubblica, verso sostanze come il THC, che sono in grado, per esempio, di alterare inequivocabilmente (rilevato con spettroscopia) il metabolismo del glutammato nel cervello (neurotrasmettitore fondamentale per il regolare funzionamento cognitivo) o di creare una frammentazione del DNA dei neuroni dell’ippocampo (sindrome conosciuta fin dal 1999 se per caso le fosse sfuggito). Ci spieghi, madame, perché contemporaneamente ci si batterebbe, affinché, alcune sostanze alimentari (non considerate “droghe”) che inducano solo il minimo sospetto (non la certezza) di poter danneggiare la salute o il DNA dei neuroni del nostro cervello (con caratteristiche di pericolosità quindi anche molto meno rilevanti rispetto per esempio a quanto rilevato per la cannabis), vengano vietate in via cautelativa, proibite ed escluse dalla produzione e dal commercio, mentre invece si tollera o addirittura si auspica che la cannabis (che presenta sicuramente tali effetti) venga messa a disposizione di tutti e glorificata come innocua se non addirittura salutare.Concetti e parole forse troppo difficili ma che le saranno di stimolo per studiare ed approfondire l’argomento, magari la domenica, come molti medici e studiosi fanno, compreso il sottoscritto. Sempre a disposizione.
Ieri la notizia in Italia l’ha data Repubblica: Facebook ha censurato la pubblicità di “Just say Now” una campagna pro legalizzazione della cannabis negli USA lanciata dal blog Firedoglake.
Il messaggio pubblicitario, di cui vedete un esempio qui a fianco, sarebbe stato in prima battuta accettato, poi censurato con la motivazione che
“il logo in questione non era più accettabile come pubblicità sul sito. L’immagine di una foglia di marijuana rientra tra i prodotti per il fumo e quindi non è permessa secondo le nostre politiche”
Almeno così ha detto Andrew Noyes a Wired, dichiarazione che sembra proprio un arrampicarsi sugli specchi da parte dell’esponente di Facebook, soprattutto dopo che si è scoperto che anche una analoga pubblicità pro-legalizzazione del Partito libertario americano è stata censurata lo scorso luglio con la più schietta motivazione
“noi non ammettiamo pubblicità pro marijuana o propaganda politica per la promozione della marijuana”.
Ma non finisce qui: da un commento al post odierno di Vittorio Zambardino scopriamo che anche l’account di Matteo Gracis è stato disattivato, questa volta senza spiegazioni. Essendo Gracis il Direttore editoriale di Dolce Vita, magazine che si occupa molto di canapa e stili di vita, qualche sospetto che non sia una coincidenza c’è, come del resto scrive lui stesso sul suo blog:
Conoscevo già bene la Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità di Facebook, dal momento che mi occupo anche per lavoro di comunicazione sul web, ma dopo questo episodio sono andato a rileggermi per intero il regolamento e posso affermare con certezza di non aver violato in alcun modo le regole da loro imposte.
Ma penso di sapere il motivo per cui sono stato cacciato da Facebook: la cannabis!
La war on drugs varca quindi, con la sua consueta dose di ottusità censoria, le soglie dei social network, con primario obiettivo l’immagine della foglia di una pianta. Come scrive Pietro Yates Moretti sul sito Aduc in fondo è
un po’ come se durante il proibizionismo sull’alcool fosse stato vietato di pubblicare immagini che rappresentassero grappoli d’uva.
Le pagine di Forum Droghe e Fuoriluogo hanno già cambiato immagine del profilo in solidarietà con i censurati.
Ora tocca a voi.
(lf)
Agosto sta finendo e la vita nelle carceri prosegue nell’ordinarietà della illegalità permanente. Qualche cinico potrà vantarsi dell’assenza di rivolte e dire che non è successo nulla; che si può continuare tra morti sospette, suicidi (siamo a quota 42), malattie e autolesionismo.
Mauro Palma sul Manifesto del 13 agosto, analizzando l’iniziativa del “Ferragosto in carcere” ha giustamente sottolineato che non mancano analisi e fotografie di una realtà che è andata degenerando. Ancora più puntualmente ha voluto richiamare il senso dell’iniziativa, forte solo se indirizzata in maniera inequivoca a voltare pagina.
Purtroppo non è né facile né semplice definire un progetto per il cambiamento radicale del carcere. Travolti dall’emergenza del sovraffollamento, anche le associazioni e i movimenti impegnati sul terreno riformatore sono stati risucchiati nell’arida contabilità della capienza reale degli istituti penitenziari, trovandosi a contestare le cifre offensive (verso la dignità delle persone) della capienza “tollerabile”. Fiumi di parole e un enorme volume di tempo ed energie nel tentativo di vuotare il mare con un secchiello.
Certo l’attività di pronto soccorso va proseguita, ma vanno anche denunciati gli autori dei crimini; in questo caso i responsabili della distruzione dei valori costituzionali sul carattere della pena e sulle modalità della sua esecuzione. Per questo non si può dare alcun credito alle promesse del ministro Alfano di facilitare le misure alternative. Meglio concentrarsi dunque sui nodi cruciali della questione.
L’attenzione al carcere è fondamentale per molte ragioni e sul significato della detenzione le parole di Aldo Moro rimangono le più umane, in particolare quelle contro l’ergastolo. ll carcere ci parla anche della giustizia, del suo funzionamento concreto e dei destinatari odierni della politica criminale dietro le leggi suggerite dall’ossessione securitaria. Se il carcere contiene la metà dei detenuti per reati (perlopiù minori) di violazione della legge sulle droghe o per reati compiuti in quanto tossicodipendenti, vuol dire che la macchina della giustizia è soffocata e ingolfata da indagini e processi per la repressione di un tabù ideologico.
Qui sta l’origine della lentezza e della crisi della giustizia, altro che processo breve. Che aspetta il Partito Democratico a porre questa discriminante al partito della Proibizione e dello Stato etico?
Se aggiungiamo gli effetti della legge contro gli immigrati e la persecuzione contro i soggetti più deboli a causa della legge Cirielli, ci scontriamo con il volto feroce della giustizia di classe.
Allora dobbiamo urlare senza mezzi termini che il sovraffollamento non è una calamità naturale ma un effetto voluto dagli imprenditori della paura; e che l’unica misura accettabile di capienza è quella costituzionale. Se si rispettasse lo stato di diritto, mite e laico, in Italia i detenuti non dovrebbero superare le trentamila unità.
Che fare dunque? Bisogna convincersi che la crisi non può essere un alibi; il governo e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono privi di un progetto sul carcere e sono capaci solo di parlare a vanvera di edilizia carceraria, senza neppure confrontarsi sulla qualità architettonica e la sua funzione rispetto alla riforma penitenziaria.
Forse bisogna decidere di ripartire dal quel testo del 1975 e dal regolamento di attuazione del 2000 rimasto nel cassetto: non è più il caso di accontentarsi delle giaculatorie pseudo riformiste.
Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dell’istituzione della Polizia Penitenziaria. Non è il caso di fare un bilancio della smilitarizzazione degli agenti di custodia (battaglia che vide allora impegnata Adelaide Aglietta con un lungo sciopero della fame)?
Io non me la sento di unirmi al coro cerchiobottista di chi sostiene che vi sono troppo pochi agenti. Dico invece che bisogna ipotizzare una nuova riforma: ad esempio concentrando i compiti della Polizia Penitenziaria sull’Alta Sicurezza, sul 41 bis, sulle traduzioni e sulla vigilanza esterna e investendo un nuovo Corpo civile dei compiti trattamentali e del reinserimento sociale dei detenuti, come avviene ad esempio in Catalogna. E da subito iniziare una campagna d’autunno per la liberazione a Natale di 10.000 tossicodipendenti illegalmente sequestrati in galera.
Perché la droga fa male, io che mi feci e mi fo
sono costretto a cantarlo, per testimoniarlo,
la droga fa mal.
Non è certo l’unico modo possibile per commentare la conclusione della vicenda Morgan-Tosi, ma è sicuramente il più divertente….
Via Marcello Saponaro.
Il capodipartimento antidroga interviene di nuovo sul Manifesto, stavolta in polemica con gli scritti di Giuseppe Bortone e Susanna Ronconi in merito ai test antidroga per i lavoratori. Bortone e Ronconi sostengono che le attuali metodiche di accertamento per le droghe illegali sono fuorvianti perché non distinguono fra l’uso, perfino remoto, di una sostanza e lo stato di alterazione legato al consumo recente, capace di compromettere le capacità lavorative. Ma – controbatte il dipartimento – tale distinzione non ha senso perché “la ricerca nel campo delle neuroscienze ha dimostrato la compromissione delle funzioni cognitive superiori..anche dopo mesi dalla sospensione dell’uso di sostanze”, nonché “l’alterazione del normale metabolismo del lobo prefrontale..sede..di tutto ciò che ci distingue fondamentalmente dagli animali”(sic!) e “proprio per questo esiste una legislazione che afferma che l’uso di sostanze è illegale”.
Le certezze del Dipartimento sono strabilianti, tanto quanto l’assoluta genericità delle sue affermazioni. Le “alterazioni” del cervello sono uguali per tutte le droghe? Senza differenze nei modelli di consumo? E si può sapere se, ad eventuali “alterazioni” del cervello corrispondano sintomi di un qualche rilievo in ambito clinico (tali da giustificare l’allontanamento da alcune mansioni lavorative)? Quanto è sviluppata la ricerca in questo senso?
Ancora: poiché si parla genericamente di “sostanze”, dobbiamo pensare che anche l’uso di consumare vino ai pasti, seppure in quantità moderata, “alteri il normale metabolismo del lobo prefontale” impedendoci “di stimare correttamente il pericolo”? Oppure per l’alcol questo non vale, non perché sia meno rischioso dal punto di vista della salute pubblica, ma semplicemente perché è legale? Dobbiamo forse pensare che il nostro neuroscienziato della domenica ignori le più recenti classificazioni di rischio delle sostanze, a cominciare da quella di Bernard Roques che pone l’alcol (insieme a eroina e cocaina al primo posto) e la cannabis all’ultimo?
E poiché soprattutto di cannabis si tratta (il 64% dei lavoratori risultati positivi), raccomando caldamente al nostro la lettura del Global Cannabis Commission Report, appena uscito presso la Oxford University Press, frutto del lavoro dei maggiori esperti a livello mondiale; soprattutto del capitolo dove si analizza l’impatto dell’uso di cannabis sulla struttura e le funzioni cerebrali, scritto col contributo di Les Iversen (neuroscienziato di tutti i giorni): si vedrà che le certezze domenicali devono fare i conti coi dubbi della restante settimana.
Ultima osservazione. Nel primo intervento di Carlo Giovanardi (Manifesto, 27 luglio), veniamo definiti come “una frangia, esigua ed isolata” che porta avanti “una battaglia ideologica”. Poiché ogni nostro scritto è regolarmente chiosato dal Dipartimento, ci viene il sospetto di essere meno minoritari di quanto si vorrebbe. E che i nostri argomenti tocchino, ahimè, nervi scoperti.
Olimpia de Gouges
Proprio come succede per il maiale, anche della war on drugs non si butta via niente. Così l’allarme “sballo digitale”, dopo esser stato spunto in Italia qualche anno fa per una campagna mediatico-terroristica durata pochi giorni, ha varcato le alpi ed è approdato qualche giorno fa in Francia.
E’ la globalizzazione, Baby.
Dal Notiziario Aduc:
Lo ‘sballo’ diventa digitale, si puo’ scaricare da Internet e non lascia tracce nel sangue o sui capelli perche’ a far ‘partire il cervello’ sono suoni che, ‘assunti’ in un modo particolare, fanno entrare in trance. E’ l’I-dosing, la ‘droga in cuffia’, somministrata attraverso file musicali ‘spacciati’ in rete. Una novita’ che arriva dagli Usa, resa nota dopo gli allarmi lanciati da una catena televisiva, e di cui cominciano ad interessarsi anche le agenzie europee per il controllo delle tossicodipendenze, a partire dall’ente interministeriale francese di lotta alla droga (Mildt) che considera il fenomeno ‘sorvegliato speciale’, anche se non ci sono divieti in vista.
Non tutti gli esperti, infatti, concordano nel definire l’I-dosing realmente ‘efficace’: alcuni specialisti lo considerano una semplice illusione sonora e non e’ stata dimostrata la capacita’ di indurre dipendenza. La droga digitale, di cui numerosi video su YouTube mostrano i presunti effetti, ha cominciato ad allarmare gli americani in primavera dopo il caso di alcuni studenti scoperti in stato di evidente alterazione durante le lezioni, nonostante non avessero assunto ne’ stupefacenti ne’ alcol.
A provocare lo ‘sballo’ dei ragazzi l’ascolto di file musicali, che contengono sequenze ‘binaurali’ con frequenze diverse tra un orecchio e l’altro. Si tratta di una tecnica basata su un principio gia’ conosciuto nell’800 che e’ in grado di produrre un effetto ipnotico sul cervello, attraverso l’alterazione delle onde celebrali.
Negli Usa alcuni media riferiscono di un uso sempre piu’ frequente della ‘droga in cuffia’ che, secondo esperti statunitensi, potrebbe rivelarsi particolarmente pericolosa, soprattutto perche’ attualmente non e’ prevista alcuna forma di controllo e nessuno impedisce ai ragazzi che la usano di fare attivita’ che, in stato di alterazione, possono diventare pericolose, come ad esempio guidare.
(lf)
Tutto è pronto a Benicàssim per la prima edizione in esilio del Rototom Sunsplash Festival. A pochi giorni dall’inizio del festival, strade, bar, balconi e finestre della città si sono riempite di bandiere e posters aspettando sabato 21 agosto, quando la diciassettesima edizione del più grande Festival Reggae d’Europa avrà inizio nella nuova location spagnola.
Con il pretesto dell’art 79 della legge Fini-Giovanardi (e in particolare della fattispecie dell’agevolazione all’uso di stupefacenti) politica, magistratura e forze dell’ordine, con la suprema benedizione del sottosegretario Carlo Giovanardi, hanno costretto uno dei più grandi eventi musicali del continente a spostarsi in terra iberica. A nulla son serviti gli appelli e i messaggi di solidarietà: la follia proibizionista italiota ha avuto la meglio sul buon senso, sulla libertà di espressione del pensiero, sulla cultura reggae e sul Rototom Sunsplash.
L’Italia da sabato non sarà dunque più la “terra promessa” del popolo reggae. Ci ha perso il nostro paese, che ha lasciato andar via una importante realtà musicale e culturale. Non ci ha perso, per fortuna il Festival. Raddoppio secco degli abbonamenti venduti rispetto allo scorso anno, con numerosi bus in partenza da Milano, Torino, Genova e Venezia, ma anche dal Belgio, dalla Francia, dalla Germania, dalla Svizzera e dal Portogallo. In Spagna ci saranno delle minilinee che effettueranno più viaggi da Madrid, Barcellona e dalla Galizia. Pienone anche per le tratte aeree: sulle linee low cost sono ormai poche le possibilità di trovare posto, in particolare per il ritorno dopo i giorni conclusivi del festival. E anche l’organizzazione del Festivale che ha ricevuto il riconoscimento e il patrocinio della UNESCO come Evento Emblematico del Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e Non Violenza da il suo contributo per diminuire l’impronta ecologica favorendo il car sharing sul proprio sito: se non avete ancora provveduto al viaggio, potrete forse trovare un passaggio.
Insomma, è cominciato l’esodo del popolo del reggae.
La società del rischio: Risikogesellschaft. Così titola un saggio di Ulrich Beck, sociologo e scrittore tedesco, uno dei maggiori intellettuali europei. Sul rischio, e il ruolo che assume nella nostra società, hanno riflettuto e scritto i maggiori esponenti della sociologia occidentale, da Luhmann a Goffman, da Giddens a Le Breton, da Rifkin a Bauman, oltre, appunto, Beck. A guardare dal nostro Paese, si tratta di riflessioni superflue, condotte da gente oziosa: sociologismi. A guardare dal nostro Paese, piuttosto che attardarsi in analisi, ricerche e sperimentazioni, pare che tutto si possa interpretare e risolvere attraverso le categorie del bene e del male, del comportamento virtuoso e del peccato. Quando si parla di giovani, aggregazioni giovanili, consumi giovanili, tutto ciò appare assolutamente evidente.
Estate 2009. Come riporta varesenews.it, le persone che hanno perso la vita in montagna dal 6 giugno al 23 agosto 2009 sono state trentuno (31). Una strage. Non risultano dichiarazioni di esponenti di governo in merito, tantomeno (per fortuna) posti di blocco sui sentieri che conducono alle Tre Cime di Lavaredo o sulle ferrate delle alte vie degli alpini. Nella stessa estate del 2009, come ogni estate da tempo, in Friuli si è tenuto il festival internazionale di cultura reggae Rototom Sunsplash. Nessun morto, nessun ferito, niente risse, nessun malore: musica, socializzazione, felicità. Quest’anno tale evento, definito dall’Unesco come “emblematico del decennio internazionale per una cultura di pace e non violenza”, non si terrà in Italia bensì in Spagna, a Benicàssim, per evitare che “ragazzi possano rischiare la vita” come ha recentemente affermato il sottosegretario Carlo Giovanardi. È davvero così?
Le motivazioni che spingono a cancellare un appuntamento, desiderato da decine di migliaia di ragazze e ragazzi, risiedono nel nobile e adulto sentimento di evitare giovani morti, anche laddove di morti non ce ne sono mai stati? Max Weber diceva che esiste una distinzione qualitativa “tra agire guidato dall’assunzione del rischio, che trascende la banalità della vita quotidiana, e agire guidato dall’eliminazione del rischio, che appartiene alla banalità quotidiana”. E come non pensare, davanti a divieti come quello che ha colpito il Rototom, che siamo di fronte ad un riflesso banale della politica, una scorciatoia del pensiero che spinge a nascondere, spostare, negare o vietare quello che non si conosce, non si comprende, non si condivide. Una banalità pericolosa, che distingue tra i rischi che è opportuno correre (magari per farsi largo nella società, chi non risica non rosica, magari rischiando sulla pelle e sui risparmi di altri) e rischi, veri o presunti, rispetto ai quali i liberali nostrani dimostrano la provvisorietà delle loro convinzioni. Una banalità che si nutre di approssimazione e falsità, sino ad utilizzare un evento drammatico, la tragedia di Duisburg (come noto motivata proprio dalla scarsa attenzione rispetto ai rischi da parte delle autorità) per aggredire ogni aggregazione musicale giovanile, in particolare quelle autorganizzate e fuori dalle logiche commerciali. Il rischio va assunto dice Weber, in quanto, come ci ricorda Bauman, è una caratteristica costante dell’azione umana. E più le società sono libere e orientate al futuro, più esperiscono la capacità di assumere il rischio: sono i governi illiberali che, in nome della sicurezza, trasformano la società in una caserma e il dibattito in un ordine del giorno. Il compito degli adulti, e dei governi, non è quello di impedire la vita, e il rischio che in essa è insito: compito degli adulti è quello che Il giovane Holden desidera per sé, ossia prendere al volo i ragazzi che rischiano di cadere nel burrone mentre fanno una partita in un immenso campo di segale. Ma l’assunzione del rischio, come anche del coraggio, non sembra appartenere allo spirito del tempo; anzi, può capitare che ministri e sottosegretari, per non correre il rischio di farsi fischiare da una piazza che attende da trent’anni di conoscere i mandanti di una bomba alla stazione, facciano, con sicurezza, una pessima figura.
Conviene non far passare sotto silenzio la polemica aperta dal sottosegretario Giovanardi contro Giuseppe Bortone, della Cgil nazionale, e contro Forum Droghe, attorno al test antidroga sui lavoratori di alcune categorie (articoli su Il Manifesto del 21 e 27 luglio 2010). Perché è questione di civiltà, perché tocca molti lavoratori, molti di noi e perché riguarda la sicurezza di tutti. Bortone, commentando i dati relativi agli esiti dei test presentati dal Dipartimento governativo antidroga nella Relazione annuale al Parlamento, riproponeva una questione – tante volte sollevata negli anni addietro, anche con il centrosinistra, che sintetizzo così: i test, per essere utili a prevenire danni correlati allo stato di alterazione dei lavoratori durante lo svolgimento delle loro mansioni, devono verificare a) che davvero il lavoratore abbia assunto la sostanza subito prima o durante il lavoro, e pertanto b) che sia in uno stato di alterazione tale da compromettere funzionalità, capacità e attenzione ed esporre al rischio la sicurezza altrui e propria. In assenza di questa doppia verifica – alterazione al momento e disfunzionalità correlata – i test non solo non tutelano pragmaticamente nessuno, ma finiscono con il punire non un comportamento irresponsabile bensì uno stile di vita del lavoratore. E i dati governativi danno ragione in modo inequivocabile a questa osservazione critica, quando dicono che il 64% di chi è risultato positivo (l’1,2% dei testati) lo è alla cannabis, una sostanza i cui metaboliti sono rintracciabili nell’organismo anche 30 giorni e più dopo l’assunzione. Dunque, con le attuali metodiche di accertamento, si impone un cambiamento di mansione – con possibile perdita di reddito e ruolo, e stigma sociale annessi – a lavoratori che possono aver assunto cannabis il sabato sera, averla “smaltita” dopo poche ore, ed essere al lavoro il lunedì mattina in piena responsabilità. Facendo il parallelo con una droga legale, è come se un lavoratore brindasse a prosecco per il battesimo del figlio il sabato e andasse al lavoro il lunedì. Per capirci, stando sull’esempio: l’attuale normativa non richiede lucidità sul lavoro, impone di essere astemi. E non è la stessa cosa.
Giovanardi dice tre cose: siamo ideologici, parliamo contro le evidenze scientifiche e siamo irresponsabili, non ci curiamo della sicurezza altrui (che è anche la nostra). Ideologici? Ormai, nell’orgia ideologica – quella sì – della tolleranza zero curarsi di alcuni diritti di base, come quello del rispetto della sfera privata, del lavoro o anche “solo” dell’essere penalizzati per condotte effettivamente e non ipoteticamente messe in atto, appare gesto sovversivo, “aberrante assioma”, per dirla con Giovanardi. Lo scontro è tra la mitezza di chi invoca un minimo rispetto del diritto e l’arroganza di chi impone etiche di stato e addita nemici pubblici. Evidenze scientifiche? I critici più radicali appartengono al mondo di chi studia e opera nel settore, perché a loro è noto come un’assunzione sporadica non sia una dipendenza, un test rivela l’assunzione ma non il suo momento, un’assunzione di sostanze diverse da parte di persone diverse in momenti diversi ha bisogno, per essere valutata nei suoi effetti, di qualcosa di più di un metabolita. Le reiterate affermazioni governative, anche in testi ufficiali, della totale equiparazione tra consumo sporadico e/o controllato e dipendenza, gridano vendetta alla scienza, al buon senso, all’esperienza. Siamo irresponsabili? Noi, che ci occupiamo di salute pubblica, affermiamo che la strategia repressiva e punitiva è la meno efficace per prevenire qualsiasi danno, sanitario o sociale, e che il fallimento di decenni di war on drug è, quello sì, “evidente”. Si previene in alleanza e non contro i lavoratori (e i consumatori), perché come ogni operatore sa, la consapevolezza e l’attivazione in prima persona dei soggetti coinvolti è il solo strumento efficace che abbiamo. Per farlo – controlli inclusi, laddove opportuno – vanno rispettati davvero criteri di scientificità e insieme un giusto (e costituzionale) bilanciamento tra sicurezza e diritti individuali. Siamo molto lontani, oggi, da tutto questo.
Il cantante Morgan, che a febbraio, nel corso di un’intervista, aveva dichiarato di far uso di cocaina, non potrà esibirsi il prossimo settembre a Verona. Lo ha deciso l’amministrazione comunale. “Uno che si vanta di fare uso di cocaina perché è depresso e lo dice apertamente, non può venire ad intrattenere il pubblico veronese dal momento che il suo è un messaggio altamente diseducativo per i giovani”, spiega il sindaco leghista Flavio Tosi, cui una condanna definitiva per incitamento all’odio razziale impone l’astensione dai pubblici comizi per altri due anni.
(da l’anticomunitarista)
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