il Blog di Fuoriluogo.it

Droghe e Diritti

Mauro Palma nominato Garante dei detenuti

A Mauro Palma vanno le congratulazioni e gli auguri di buon lavoro da parte della redazione di Fuoriluogo e da parte di Forum Droghe.






mauropalmaIl prof. Mauro Palma è il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La sua nomina, insieme a quella dell’avvocato Emilia Rossi come Membro, è stata formalizzata in un decreto del Presidente della Repubblica. Lo rende noto una nota del Ministero della Giustizia.

Arriva così a compimento l’istituzione di una funzione di garanzia e monitoraggio della complessa area della privazione della libertà personale, prevista dalla Legge n. 10 del 2014 e fortemente voluta sia dal Ministro della Giustizia, sia dal mondo del volontariato e degli operatori che agiscono in tale settore. La candidatura per il secondo Membro, previsto dalla legge, è nella fase conclusiva del percorso parlamentare.

“L’istituzione sul piano operativo del Garante nazionale è una nuova importantissima tappa nella complessiva nuova fase di riflessione sull’esecuzione penale e sulla fisionomia della detenzione”. Il Guardasigilli Andrea Orlando, che sin dall’inizio del suo mandato ha fortemente sostenuto il percorso per la nomina di persone che garantissero indipendenza, autorevolezza ed effettività del nuovo organismo, saluta così le nomine. “Il Garante si occuperà di tutte le diverse forme di privazione della libertà, dalla custodia nei luoghi di polizia, alla permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione, ai trattamenti sanitari obbligatori, in particolare nelle residenze di esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche (REMS), così coinvolgendo anche altre amministrazioni con le quali si è già avviata la collaborazione”.

Sul piano nazionale, il Garante coordinerà il lavoro dei Garanti regionali, positivamente operativi già in molte regioni e auspicabilmente presto nominati nelle altre, mentre sul piano internazionale costituirà quell’organismo di monitoraggio nazionale indipendente richiesto agli Stati aderenti al Protocollo opzionale per la prevenzione della tortura (OPCAT), ratificato dall’Italia nel 2012. Il Garante nazionale potrà inoltre visitare, senza preventiva autorizzazione, i diversi luoghi di detenzione, avere accesso alle informazioni e alle persone, in uno spirito di collaborazione volto a prevenire situazioni di rischio e a promuovere una sempre maggiore cultura del rispetto di chi è privato della libertà e di chi in tali difficili contesti opera. Il Garante riferirà annualmente al Parlamento sulla propria attività.

A Mauro Palma vanno le congratulazioni e gli auguri di buon lavoro da parte della redazione di Fuoriluogo e da parte di Forum Droghe.

ven, febbraio 5 2016 » news » No Comments

Canapa medica, un decreto contro

Antonella Soldo, Radicali italiani, scrive sul decreto Canapa Medica per la rubrica di Fuoriluogo per il Manifesto del 3 febbraio 2016











Antonella SoldoLa cannabis è un farmaco molto promettente: una vera risorsa per il paese. La mia previsione è che tra 5 anni le perplessità e i pregiudizi sull’uso di questa sostanza saranno superati”. A esprimere un parere tanto entusiasta sulle prospettive della canapa e tanto ottimistico riguardo all’archiviazione degli ostacoli ideologici con cui questa terapia deve fare i conti ancora oggi, è il colonnello Antonio Medica, direttore dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, dove è in corso un progetto pilota per la produzione di cannabis terapeutica.

Al senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani, in visita allo Stabilimento, il colonnello Medica mostra le cellette in cui sono custodite le talee di cannabis, gli ambienti adibiti alla crescita delle piante e all’essiccazione, gli strumenti per l’irrigazione controllati tramite app e i laboratori di analisi. Sono i locali dismessi dello Stabilimento che riprendono vita dopo un lungo periodo di sotto-utilizzo. Manconi tra i primi ha indicato questa struttura come possibile sede per la coltivazione: proposta formalizzata nel luglio 2014 in Senato, insieme all’Associazione Luca Coscioni, in un convegno dal titolo La cannabis fa bene la cannabis fa male, a cui hanno preso parte rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa. E proprio questi ministeri due mesi dopo hanno firmato un protocollo d’intesa per l’avvio del progetto di Firenze. Forse la professionalità dei militari (tutti chimici e farmacisti) che sono impegnati nel programma è proprio quanto serviva a sottrarre il dibattito a qualsiasi strumentalizzazione: e finalmente, perché la cannabis medica in Italia è ammessa in terapia dal 2007, ma ad oggi la sua disponibilità è tutt’altro che effettiva. E ciò in ragione di costi, di ostacoli burocratici, ma soprattutto di resistenze ideologiche: medici, farmacisti e operatori sanitari non sanno dell’esistenza di questa terapia, non ne conoscono i benefici, né la liceità dell’uso. La sfida del progetto, dunque è ardua. Per attuarla quest’anno è stato stanziato un investimento di 1 milione di euro: fondi che consentiranno di produrre fino a 400 kg di cannabis medica. Se il progetto pilota procede spedito, però, si profilano altre difficoltà per l’accesso alla terapia, a causa delle restrizioni stabilite dal ministero della Salute con un decreto del novembre scorso.

Il testo fissa i termini della coltivazione presso lo Stabilimento chimico farmaceutico, ma anche quelli di prescrizione e somministrazione. Una modalità impropria: infatti è competenza dell’Agenzia del farmaco (Aifa) approvare tali indicazioni. A ciò si aggiungono le perplessità per quanto riguarda la stima del fabbisogno nazionale che dovrebbe avvenire sulla base del quantitativo usato dai pazienti in trattamento: previsione assai limitativa, in quanto coloro che oggi ottengono legalmente la cannabis sono ben pochi. Infine il decreto individua un elenco chiuso di patologie ammesse alla prescrizione, lasciandone fuori altre per le quali pure vi è testimonianza in letteratura scientifica. E addirittura si sostiene che “i soggetti in terapia dovrebbero essere esentati dalla guida dei veicoli o dallo svolgimento di lavori che richiedono allerta mentale e coordinazione fisica per almeno 24 ore dopo l’ultima somministrazione per uso medico”. Non è chiaro se quel “dovrebbero” costituisca un divieto. In caso affermativo sarebbe un caso unico. Non esiste niente di simile per nessun’altra terapia, nemmeno con oppiacei. Insomma, il percorso per una concreta affermazione della cura a base di cannabis è ancora disseminato di ostacoli. Sebbene sembri non più reversibile.

mer, febbraio 3 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Million Marijuana March: la posizione sulle leggi per la legalizzazione

Riceviamo e pubblichiamo la posizione della Million Marijuana March sulle leggi al momento in discussione in Parlamento sulla legalizzazione della cannabis.











loca_andina_-_3210Riceviamo e pubblichiamo la posizione della Million Marijuana March sulle leggi al momento in discussione in Parlamento sulla legalizzazione della cannabis.

Carta vince, carta perde, ma chi vince è sempre il banco, un altro monopolio che sostituisce il precedente e che produrrà ancora ricchezza per pochi e galera per tanti e tante.

A perderci è quella enorme parte di popolazione che si vedrà ancora rubare il diritto a coltivare una pianta che è parte del patrimonio botanico del pianeta, il diritto naturale di usufruire di un bene comune.

Lo avevamo detto e ripetuto più volte e con largo anticipo che il rischio imminente sarebbe stato quello della spartizione del monopolio del mercato delle sostanze illegali tra le narcomafie (che lo detengono attualmente) e le multinazionali del farmaco e del tabacco, cominciando proprio dalla Cannabis.

Non a caso l’edizione 2014 della M.M.M. (Italia) l’abbiamo intitolata “UMANOPOLIO” e l’edizione 2015 “CANNABIS BENE COMUNE”.

Non ci rassegneremo alla beffa di dover comprare in un regime di monopolio e ai loro prezzi, solo le varietà imposte dalle multinazionali con le loro tecniche di coltivazione, consci che il monopolio è appunto appannaggio degli amici degli amici e solo per loro.

Ossia, chi ne sarà fuori e deciderà per l’autoproduzione, continuerà a finire in galera, com’è sempre accaduto e accade in tutto il mondo laddove le mafie devono difendere i loro interessi.

Le guerre le fanno sempre i governi contro i popoli, tutti i popoli, interni ed esterni, per garantirsi grossi introiti economici: il proibizionismo è il classico esempio di collusione tra governi e mafie.

Se poi questa PL fosse convertita in legge, la collusione sarebbe con le lobby affaristiche che ne gestirebbero il mercato e non ci sorprenderebbe se a giochi fatti, scoprissimo anche alcuni suoi proponenti tra gli investitori.

Del resto ricordiamo gli investimenti economici personali dei ministri del vecchio pentapartito nelle fabbriche di specchietti retrovisori alla vigilia delle leggi che li resero obbligatori, moltiplicando il profitto di quelle aziende.

Siamo allarmati da come la becera propaganda affaristica spacci per prospettiva di legalizzazione la proposta di molti parlamentari di diversi gruppi politici noti come “Intergruppo Parlamentare per la Legalizzazione” e riteniamo sia un grande imbroglio sul quale occorre fare chiarezza.

È dichiarato esplicitamente l’intento del MONOPOLIO di STATO (vedi Art.5 «TITOLO II-BIS MONOPOLIO DELLA CANNABIS “..Art. 63-bis. – (Oggetto del monopolio). – 1. La coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati sono soggette a monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica..”).

Risulta evidente la finalità del reperire risorse con la cannabis tramite le concessioni ai rivenditori, con il meccanismo delle licenze descritto all’articolo 63, in negozi a questo esclusivamente dedicati (che sarebbero l’evoluzione degli attuali grow shop) “..Art. 63-sexies. – (Licenza di vendita al dettaglio della cannabis e dei prodotti da essa derivati). – 1. L’Agenzia delle dogane e dei monopoli può autorizzare la vendita al dettaglio della cannabis e dei prodotti da essa derivati a persone maggiorenni, in esercizi commerciali destinati esclusivamente a tale attività.)”.

Siamo assolutamente certi, vista l’impostazione della Proposta di Legge tutto monopolio e business, che le 5 piante della sbandierata e apparentemente consentita auto coltivazione casalinga per uso personale e le 5 piante a testa per gli iscritti ai CSC, siano solo uno specchietto per le allodole.

La possibilità di auto coltivazione infatti è solo lo zuccherino necessario ad addolcire la pillola e a creare quel consenso popolare necessario alla sua approvazione, molto sostenuta dalla parte commerciale del panorama cannabis, come le ditte di settore e quelle catene che attualmente vendono semi, lampade e concimi che in futuro potrebbero diventare i beneficiari delle concessioni del MONOPOLIO.

Alla prima finanziaria, verrebbe individuata la causa del mancato obiettivo di bilancio, ossia entrate minori degli introiti previsti per lo Stato, nella concorrenza delle coltivazioni casalinghe e nei CSC, che tornerebbero illegali come ora ma con l’aggravante che poi l’autocoltivazione, (essendo in contrasto con gli interessi del monopolio…) diverrebbe contrabbando, punito con pene molto severe e la confisca preventiva dei beni, oltre a salate multe calcolate per ogni grammo del materiale illegale com’è già adesso per i tabacchi.

Se così non fosse, non si capirebbe perché comunicarne anche il luogo della coltivazione al’ufficio di competenza regionale dei monopoli di stato come previsto sia per le 5 piante casalinghe che per i CSC ai seguenti articoli 1-bis e 1-ter della proposta di legge:

« 1-bis. “…Chiunque intenda coltivare cannabis ai sensi del periodo precedente invia, allegando la copia di un documento di identità valido, una comunicazione all’ufficio regionale dei monopoli di Stato territorialmente competente, recante l’indicazione dei propri dati anagrafici e del luogo in cui intende effettuare la coltivazione.

E lo stesso vale per i CSC:

« 1-ter. È consentita la coltivazione di cannabis in forma associata, ai sensi del titolo II del libro primo del codice civile, nei limiti quantitativi di cui al comma 1-bis, in misura proporzionata al numero degli associati. A tale fine il responsabile legale invia una comunicazione all’ufficio regionale dei monopoli di Stato territorialmente competente, ai sensi del citato comma 1-bis..”.

Poi ci domandiamo perché ai Monopoli e non alla Prefettura? E sarebbe comunque bizzarro e anomalo, visto che tutte le leggi della Repubblica stabiliscono cos’è legale e cosa non lo è, oppure oltre quale limite una condotta diventa illegale.

Se fino a cinque piante fosse veramente legale non si dovrebbe comunicare nulla a nessuno: in autostrada è lecito guidare fino ad una velocità di 130 KM orari, ma non risulta fino ad ora che prima di imboccarla si debba inviare comunicazione alla motorizzazione civile nella quale si dichiari luogo di partenza e destinazione, che saranno percorsi senza oltrepassare i limiti consentiti e di non avere bevuto alcolici!

Eventualmente se poi si venisse trovati a guidare con un tasso alcolico oltre lo 0,5% consentito oppure ad una velocità superiore al limite, scatterebbero le sanzioni. Allora perché non scrivere più semplicemente che l’autocoltivazione è legale fino ad un numero tot di piante ed è illegale oltre?

Perché in questo modo le sezioni regionali dei Monopoli di Stato avrebbero già il database con gli indirizzi delle porte alle quali andare a bussare nel caso in cui la prima finanziaria successiva alla trasformazione in legge di questa proposta, rendesse nuovamente illegale l’autocoltivazione.

Noi contrasteremo questa PL che vorrebbe monopolizzare la cannabis perché non vogliamo finire dalla padella nella brace!

Se ora sempre più sentenze interpretano la legge riconducendo all’uso personale le piccolissime coltivazioni di due o tre piante, in questo modo non sarebbe più possibile, poiché con la nuova legge, nessuno negherebbe l’accesso alla cannabis, che sarebbe però acquistabile esclusivamente in regime di monopolio, ai loro prezzi e solo per le qualità da loro commercializzate.

Non a caso pare che alcuni imprenditori stiano già pensando a marchi in franchising, vedi l’intervista a dolcevita del proprietario del marchio “NATIVA”, che inizia così: “L’obiettivo è chiaro: conquistare il multimilionario mercato italiano della cannabis ricreativa..”, vedi link: http://www.dolcevitaonline.it/nativa-il-franchising-italiano-per-la-cannabis-che-punta-sulla-legalizzazione/

Ed è chiaro che le aziende di settore, i grow shop e tutto il lato commerciale del fenomeno, comprese le finte associazioni di imbonitori, svolgono il ruolo che nel sindacalismo dello scorso secolo fu dei “sindacati gialli”, pagati ed organizzati dalle stesse classi patronali per difendere i loro stessi interessi.

Tutto quel mondo imprenditorial-cannabico, molto attivo in rete ma non radicato nel sociale, incapace di riempire le piazze ma al massimo le fiere commerciali di settore, ha ovviamente dalla sua parte in questo business i media nazionali espressione di grandi gruppi imprenditoriali e finanziari, ma non può e non dovrebbe avere il consenso di chi rivendica il diritto a coltivare una pianta per liberarla dalle speculazioni del mercato.

Abbiamo sottoscritto e coprodotto la “Carta dei diritti delle persone che usano sostanze- Genova 2014” (vedi link http://www.millionmarijuanamarch.info/approfondimenti/17-carta-dei-diritti-delle-persone-che-usano-sostanze.html ) in cui agli articoli 12, 13 e 14 è rappresentata la nostra posizione, che non esclude neanche il mercato per chi decidesse di non volerla coltivare in proprio o in associazione, garantendo così la libertà di scelta. Per questi motivi appoggiamo la proposta contenuta nel “Sesto Libro Bianco 2015” di Forum Droghe che mette al centro i diritti delle persone invece che gli interessi economici, vedi link: http://ungass2016.fuoriluogo.it/2015/11/18/seconda-edizione-del-6-libro-bianco-sulla-legge-sulle-droghe/

Diffidate degli imbonitori, presenti solo in rete e nei palazzi del potere legislativo e della finanza, contro i quali ci prepariamo a mobilitarci scendendo nelle nostre piazze per smascherarne l’inganno.

L’abbiamo sempre fatto e lo continueremo a fare non rassegnandoci mai a scambiare i nostri diritti con gli interessi economici degli amici dei soliti furbetti che confondono volutamente la politica con gli interessi privati di pochi.

ven, gennaio 29 2016 » news » 1 Comment

Decreto Canapa Medica: LILA e Forum Droghe scrivono alla Ministra Lorenzin

LILA e Forum Droghe scrivono a Lorenzin per chiedere la convocazione di un tavolo tecnico con le associazioni dei malati per la modifica del Decreto sulla Canapa Medica











Canapa MedicaE’ stata inviata nei giorni scorsi una lettera alla Ministra della Sanità Beatrice Lorenzin, firmata da Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe e Massimo Oldrini, Presidente di LILA Onlus – Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, in merito alla convocazione urgente di un tavolo tecnico con le associazioni dei malati per la modifica del Decreto 9 novembre 2015 del Ministero della Salute concernente le disposizioni sulla Canapa Medica.

Rimangono molte infatti, come commentate da Giorgio Bignami e nonostante le precisazione dei tecnici del Ministero alle richieste di ACT e SIRCA (presentate da Francesco Crestani su questo sito), le perplessità e i profili di problematicità rilevati nel testo del Decreto Canapa Medica pubblicato in Gazzetta ufficiale.

Potete scaricare qui sotto il testo della lettera.

mer, gennaio 27 2016 » news » No Comments

Canapa, il Canada verso la legalizzazione?

Leonardo Fiorentini scrive sull’ipotesi di legalizzazione della marijuana promossa dal neo Primo Ministro canadese Trudeau per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 27 gennaio 2016.











leo_2013La recente inattesa vittoria elettorale del Partito Liberale in Canada, e l’elezione del suo giovane leader Justin Trudeau a Primo Ministro, ha riportato in primo piano anche nel paese nordamericano il tema della legalizzazione della marijuana a fini ricreativi. Sono passati 14 anni dall’ottimo lavoro svolto nel 2002 dal Rapporto della Commissione presieduta dal Senatore Pierre Claude Nolin (cfr. Fuoriluogo, settembre 2002) che aveva caldeggiato la decriminalizzazione della canapa. Il Partito Liberale è un partito tradizionalmente di centro che però ha puntato per la sua rinascita a una forte attenzione ai diritti civili e ai temi sociali. Durante la recente campagna elettorale non sono mancati gli attacchi, in particolare dal Partito Conservatore al neo Primo Ministro, accusato addirittura in alcuni spot di voler vendere la marijuana ai bambini. Trudeau ha risposto senza scomporsi denunciando come fosse proprio l’approccio governativo a rendere “troppo facile l’accesso alla marijuana per i nostri bambini finanziando allo stesso tempo la criminalità di strada, le bande organizzate ed il commercio di armi”.

Nel programma con cui ha vinto le elezioni Trudeau è stato molto chiaro: rimuovere il consumo ed il possesso di marijuana dal Codice Penale, creando un sistema di regolamentazione rigido per vendita e distribuzione di cannabis con l’applicazione di accise sia federali che locali. Allo stesso tempo punire più severamente chi vende ai minori, chi guida sotto l’effetto di cannabis e chi vende al di fuori del sistema regolato. Il nuovo sistema andrà costruito insieme ai territori e agli esperti di salute pubblica e con le forze dell’ordine.

All’inizio di gennaio è stata resa pubblica la decisione del Governo di affidare a Bill Blair, ex capo della Polizia di Toronto e ora deputato, il fascicolo relativo alla legalizzazione della marijuana. Blair ha dichiarato che è stato molto influenzato dalla posizione del Centre for Addictions and Mental Health (CAMH) che nel corso del 2014 ha esplicitato la propria posizione a favore di una regolamentazione legale della marijuana per meglio garantire la salute pubblica. Il modello proposto dal CAMH prevede il monopolio della vendita, un’età minima per l’acquisto, dei limiti di densità dei luoghi di vendita e di orario, una politica dei prezzi impostata in modo tale da ridurre la domanda, scoraggiare il ricorso al mercato clandestino ed allo stesso tempo orientare verso prodotti a minor rischio, limitando l’accesso ai prodotti più potenti. E previsto ovviamente il divieto di pubblicità, una etichettatura trasparente ed infine l’investimento di risorse nella prevenzione, sia per quel che riguarda la riduzione dei rischi che per quel che riguarda la guida in stato alterato.

Nel frattempo l’industria della marijuana canadese si sta attrezzando. I produttori autorizzati a produrre cannabis per uso terapeutico, legale sin dal 2001, attualmente sono 26 ma ci sarebbero state oltre 1000 richieste, mentre 20 nuove compagnie fanno richiesta di licenza ogni mese. Del resto l’attuale mercato si rivolge a circa 60.000 pazienti, ma se il progetto di regolamentazione legale dovesse andare in porto si aprirebbe un mercato di milioni di persone. Non è un caso che alcune di queste aziende siano approdate anche alla Borsa di Toronto.

Per quanto riguarda il rapporto con le Convenzione internazionali sulle droghe in Canada probabilmente non si faranno troppi problemi. Nel 2013 il Canada si è ritirato dalla Convenzione ONU per la lotta alla desertificazione, nel 2011 dagli impegni del Protocollo di Kyoto e nel 1981 dalla Convenzione per la regolazione della caccia alle balene.

Tutta la documentazione on line su ungass.fuoriluogo.it

mer, gennaio 27 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Concretizzare i diritti. Diritti umani e politiche sulle droghe: ecco gli indicatori

Presentato ieri dall’International Harm Reduction Association in un evento verso UNGASS 2016 un briefing paper per la definizione di indicatori del rispetto dei diritti umani nelle politiche sulle droghe.











ihra-reportE’ stato presentato ieri dall’International Harm Reduction Association (IHRA) nel corso dell’evento “Identifying Common Ground for UNGASS 2016: Rethinking Metrics to Evaluate Drug Policy” organizzato a New York in vista della sessione straordinaria sulle droghe di aprile, il briefing paper “Realising Rights: Developing Human Rights-based Indicators for Drug Control“.
“Gli indicatori basati sui diritti umani devono essere inclusi nel monitoraggio nella valutazione della politica sulle droghe” – ha detto Gem Sander (IHRA) rivolgendosi agli Stati membri dell’ONU nel corso del suo intervento ieri ad un evento ospitato dal Centre for Science in Drug Policy (ICSDP) e dall’Università delle Nazioni Unite a New York – sottolineando il fatto che gli indicatori attuali di successo delle politiche sulle droghe numero di persone arrestate e processate, quantità di ettari di coltivazioni illegali distrutt , quantità di droga sequestrata sono anche indicatori di rischio per quello che riguarda il rispetto dei diritti umani.
L’introduzione di indicatori basati sui diritti umani è quindi  l’unico modo per garantire che la politica della droga lavora per promuovere la salute e il benessere del genere umano da rispettare, proteggere e rispettare gli obblighi internazionali sui diritti umani.
Scarica il documento dal sito dedicato ad UNGASS2016.

ven, gennaio 22 2016 » news » No Comments

Il Cartello di Genova a Torino

Il 28 gennaio 2016 presso la Fabbrica delle “e” di corso Trapani 91/b a Torino dalle 9.30, le realtà del Cartello di Genova presenti e attive in Piemonte invitano associazioni, operatori, servizi, consumatori, amministratori a confrontarsi e lavorare insieme sui temi al centro del dibattito e dell’iniziativa della Carta di Milano 2015.











Sulle orme di Don Gallo. Cambiamo verso sulle droghe. Adesso! ha dato vita, nel 2014, al Cartello di Genova, associazioni, gruppi, operatori, movimenti, persone che usano sostanze e rappresentanti istituzionali impegnati nel contrasto degli effetti nocivi dell’abuso di droghe e della criminalizzazione.
A Milano nel 2015, il Cartello di Genova ha lavorato a un programma per la riforma delle leggi, delle politiche e dei servizi su droghe e dipendenze, e ha posto al governo le sue proposte nella Carta di Milano 2015

Il 28 gennaio 2016 presso la Fabbrica delle “e” di corso Trapani 91/b a Torino dalle 9.30, le realtà del Cartello di Genova presenti e attive in Piemonte invitano associazioni, operatori, servizi, consumatori, amministratori a confrontarsi e lavorare insieme sui temi al centro del dibattito e dell’iniziativa della Carta di Milano 2015. Per lavorare in particolare su:

  • Lo scenario globale in vista dell’appuntamento UNGASS 2016. Cosa sta cambiando, cosa deve cambiare, perché ci riguarda da vicino
  • Riforma delle leggi su droghe e dipendenze. Le proposte delle associazioni e quelle dei parlamentari
  • Diritti e servizi. I LEA verso nuovi interventi per nuovi fenomeni
  • Le forme della mobilitazione, dell’advocacy e della partecipazione

L’incontro si chiuderà con una tavola rotonda con rappresentanti della politica.

 Clicca qui per iscriverti

 Scarica il programma

Promuovono il Cartello: Antigone, CGIL, San Benedetto al Porto, CNCA, Coordinamento garanti dei detenuti, COBS – Coordinamento Operatori Bassa Soglia Piemonte, Fondazione Giovanni Michelucci, Forum Droghe, Gruppo Abele, Isola di Arran, Itaca, ITARDD-Coordnamento riduzione del danno Italia, LegaCoopsociali, LILA, MD – Magistratura Democratica

ven, gennaio 22 2016 » Agenda » No Comments

Spagna, attacco ai Cannabis Social Club

Hassan Bassi scrive sulla lotta di Pannagh per la sopravvivenza dei Cannabis Social Club in Spagna per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 20 gennaio 2016.











hassan_bassiContinua la vicenda giudiziaria del Cannabis Social Club spagnolo “Pannagh”. Con una sentenza pubblicata lo scorso 29 dicembre la Suprema Corte Spagnola (equivalente alla nostra Corte di Cassazione) su ricorso del Procuratore di Bilbao ha condannato il Presidente Martin Barriuso ed altri 3 membri della storica associazione a 1 anno e otto mesi di prigione e al pagamento di 500.000 euro di multa per “delitto contro la salute pubblica”.

Questa sentenza contraddice i numerosi pareri favorevoli espressi da diverse altre istituzioni pubbliche negli ultimi 15 anni, non ultima la sentenza del Tribunale di Bilbao che nel marzo 2015 assolveva nuovamente i soci dell’associazione dalle accuse di delitto contro la salute pubblica, organizzazione criminale dedita al traffico di droga e associazione abusiva. L’associazione di consumatori di cannabis Pannagh è nata nel 2003 allo scopo di garantire ai propri soci la fornitura di cannabis di buona qualità a prezzi ragionevoli e soprattutto fuori dal mercato illegale. I Cannabis Social Club spagnoli si basano sul presupposto legale della non punibilità del consumo per uso personale anche di gruppo, ma il loro scopo principale è quello di fornire un’alternativa legittima al mercato illegale di droga.

Come lo stesso Martin Barriuso ha spiegato nel suo articolo per Fuoriluogo (vedi il manifesto del 12/09/2012), i Cannabis Social Club sono delle piccole associazioni che coltivano marijuana per il proprio consumo personale, sono senza scopo di lucro, gestite democraticamente, contrarie a qualsiasi forma di promozione e dedicate a promuovere un consumo consapevole fra i propri soci. È difficile in questo quadro comprendere di che cosa sia accusato Martin Barriuso e chi siano le vittime del delitto “contro la salute pubblica” delle attività dell’associazione. Già la Corte Provinciale di Biscaglia nel 2006 (Sentenza n. 218/06) e di Alava nel 2012 (Sentenza n. 377/12) avevano preso atto della legittimità di Pannagh  che ha sempre agito alla luce del sole nel rispetto dei propri scopi sociali; in ambedue i casi le assoluzioni avevano anche comportato la restituzione della cannabis che era stata sequestrata. Come riportato nel comunicato stampa di Pannagh “si tratta chiaramente di una sentenza politica, mirata a smantellare il movimento delle associazioni dei Cannabis Social Club, e basata su una visione totalmente distorta ed antiquata della realtà sociale del consumo di cannabis in Spagna”. La traballante sentenza della Corte Suprema ha molti punti oscuri e contraddittori tanto da far effettivamente pensare ad una sentenza  strumentale. In particolar modo quando prospetta un’attività clandestina e nascosta, mentre Pannagh ha promosso numerose iniziative pubbliche e politiche presso il Parlamento basco fino alla costituzione di una commissione parlamentare ad hoc; oppure quando la Corte riferisce di cessione incontrollata di cannabis contraddicendo le prove e le verifiche effettuate dal Tribunale di Bilbao sui registri e le modalità di distribuzione fra i soci dei frutti del raccolto in comune. Insomma c’è di che insospettirsi.

Martin Barriuso, a cui sono stati messi sotto sequestro tutti i beni compresa la casa dove vive, durante la conferenza stampa dell’associazione ha raccolto la solidarietà dei giornalisti e dei cittadini e ha preannunciato l’ennesima battaglia contro la persecuzione giudiziaria a cui viene ripetutamente sottoposto: richiesta di annullamento delle sentenza, ricorso alla Corte Costituzionale e al Tribunale dei Diritti Umani di Strasburgo. Nel frattempo si può sottoscrivere la petizione a sostegno dell’associazione su www.fuoriluogo.it.

Il video della conferenza stampa di Pannagh

mer, gennaio 20 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Marijuana medica: due bufale al prezzo di una

Ieri due bufale sulla cannabis hanno riempito le pagine on line dei media italiani. Leonardo Fiorentini prova a fare un po’ di chiarezza fra cannabis letale e marijuana terapeutica depenalizzata.











cannabis medica letale

Il titolo dell’Huffington Post Italia

Venerdì 15 gennaio sono circolate sui media italiani due bufale sulla marijuana, in particolare sull’uso terapeutico dei derivati della cannabis.

Bufala #1: la cannabis che uccide

La prima, grossolana e riferita solo dalla stampa on line italiana con toni a dir poco terroristici, è riferita ai 6 pazienti francesi ricoverati in condizioni gravissime a Rennes dopo aver assunto una molecola sperimentale che agisce sui recettori endo-cannabinoidi.

Dalle prime indiscrezioni apparse sulla stampa francese pareva in effetti essere coinvolta la cannabis, anche se la notizia ha fin da subito destato stupore fra addetti ai lavori e studiosi e scienziati che conoscono gli effetti dei cannabinoidi, testati durante millenni di utilizzo. In Italia i giornalisti, completamente offuscati dal richiamo droga-morte e ingolositi dalla contemporaneità della discussione governativa sulla depenalizzazione di alcune condotte relative alla coltivazione di cannabis terapeutica, si sono immediatamente lanciati sulla notizia, sino a spingere l’Huffington Post a titolare “Cannabis letale”. Ovviamente non si trattatava di cannabis o suoi derivati, come ha autorevolmente smentito lo stesso Ministro della Salute Francese Marisol Tourain nel pomeriggio di ieri, bensì parrebbe trattarsi di un composto sintetico che interagisce con i recettori endo-cannabinoidi, come riportato dalla stampa svizzera. Esemplare ancora una volta dell’italian style in fatto di informazione che sul sito dell’Huffington Post Italia resti tuttora il titolo  “Francia, testa farmaco analgesico a base di cannabis e muore”, nonostante sia stato corretto il testo dell’articolo a seguito della smentita.

AGGIORNAMENTO. Ecco la molecola che ha causato i ricoveri in Francia: BIA 10-24744-[3-(carbamoylamino)phenyl]-N-cyclopentyl-N-methylimidazole-1-carboxamide, che nulla c’entra con la cannabis se non perchè interviente sugli stessi recettori, i cosiddetti endo-cannabinoidi (via Wikipedia).

depenalizzazione-marijuana-renziBufala #2: depenalizzata la coltivazione di marijuana terapeutica

L’altra bufala, altrettanto grossolana ma più propagandistica, è la notizia della depenalizzazione della coltivazione di marijuana ad uso terapeutico approvata ieri dal governo. Ovvero, tecnicamente è corretto, nel senso che il governo ha effettivamente depenalizzato le condotte in violazione delle autorizzazioni per la coltivazione della cannabis a fini terapeutici. Peccato che queste si contino sulle dita di una mano, letteralmente. Per chiarire, attualmente in Italia non esiste alcun paziente autorizzato a coltivarsi la pianta di marijuana per ricavarsi il proprio medicinale: esistono invece alcuni soggetti autorizzati a coltivarla per studio, sperimentazione e solo recentemente produzione, come il CRA di Rovigo o appunto da pochi mesi l’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze. Di questo provvedimento parleremo meglio quando avremo il testo ufficiale, visto che peraltro non se ne fa menzione sul sito del Governo

La coltivazione di marijuana resta reato

Nel frattempo, non pensate di potervi coltivare marijuana liberamente sul balcone per curarvi: la condotta della coltivazione, al di fuori dei casi autorizzati (che come detto sono limitatissimi) rimane un reato penale, nonostante una giurisprudenza negli anno ondivaga, almeno sino a quando la Corte Costituzionale non interverrà sulla questione di legittimità costituzionale che sarà posta alla sua attenzione nelle prossime settimane.

La nota surreale

L’effetto più surreale della scorpacciata di bufale di ieri è però l’articolo pubblicato dal sito dell’Unità. In un crescendo complottista (a partire dal “è solo un caso?“, in perfetto grillostyle) si collega l’uscita della notizia con l’approdo in Consiglio dei Ministri del citato provvedimento di depenalizzazione, chiudendo con un laconico “ignoranza o malafede?”.

Far passare il Governo Renzi come l’oggetto di complotti mediatici per sabotare il suo impegno politico verso una nuova regolamentazione della cannabis e delle droghe è un altro effetto del grande abbaglio collettivo che ha colpito il nostro paese da ormai troppi anni. Non che non manchino i sabotaggi, naturalmente, ma è l’impegno politico che sinceramente sinora non sembra proprio esserci stato…

sab, gennaio 16 2016 » news » No Comments

Fuoriluogo sostiene la lotta di Pannagh per i Cannabis Social Club in Spagna

Dopo la sentenza di condanna della Suprema Corte Spagnola in Spagna è lanciata una campagna a sostegno di Pannagh e dell’esperienza dei Cannabis Social Club. Aderisci anche tu firmando l’appello.











apoyo2La recente sentenza della corte suprema spagnola contro Pannagh mette a repentaglio l’intero modello spagnolo dei Cannabis Social Club. Fuoriluogo aderisce alla campagna a sostegno di Pannagh e dei CSC lanciata oggi dalla Federacion de Asociaciones Cannabicas.

Ecco il testo dell’appello (in italiano e spagnolo) che potete firmare a questo indirizzo:
https://docs.google.com/forms/d/1FJhTktXe3CFhFOvDUawpdDRyRyWnso6aF57iIq_qMqA/viewform?c=0&w=1.

Sostegno a Pannagh

In relazione alla sentenza n. 788/2015 della 2ª Sezione del Tribunale Supremo spagnolo, che ha condannato 4 membri dell’Associazione di Consumatori di Cannabis “Pannagh” (Bilbao) alla detenzione e ad una pesante multa per delitto contro la salute pubblica, le persone e le organizzazioni firmatarie del presente documento dichiarano:

  • Come è stato dimostrato durante il processo presso il Tribunale di Biscaglia e come indicato nella sentenza di assoluzione emessa dalla stessa, Pannagh è un’associazione “legalmente costituita”, i cui membri sono persone “maggiorenni”, “debitamente identificati”, e tutti “erano consumatori di cannabis”.
    Nel rispetto del proprio Statuto e per facilitare l’”accesso alla cannabis con garanzia di qualità senza violare le disposizioni di legge del caso”, “è stato stabilito e accettato dai soci di iniziare l’attività di coltivazione per il consumo privato”, inclusi “i metodi di controllo per evitare la cessione della sostanza a terzi”, cessione che è stato provato non essere mai avvenuta. I soci pagavano una “quota proporzionale destinata a coprire i costi dell’associazione e della coltivazione”, e non esiste alcun indizio che questo denaro sia stato utilizzato per altri fini, di arricchimento, e neanche che possa essere servito a Pannagh come “copertura formale” per la vendita di cannabis a terzi. Inoltre è stato provato che la cannabis sequestrata era destinata esclusivamente al consumo dei membri dell’associazione.
  • Tuttavia la sentenza del Tribunale Supremo altera l’interpretazione delle prove raccolte per poter dichiarare l’esistenza di reati penali. Il suo principale argomento è che se anche la cannabis prodotta da Pannagh non è mai stata consegnata a persone che non fossero i soci, esiste un rischio potenziale di diffusione della sostanza a terzi da parte dei soci. Cioè, i quattro membri di Pannagh sono stati condannati alla detenzione per reati che sarebbero stati commessi  – e non è provato che lo siano- da altre persone senza che loro lo sapessero o lo avessero mai autorizzato, cosa è chiaramente ingiusta. Inoltre il Presidente e la Segretaria sono stati condannati al pagamento di una multa di 250.000 euro ciascuno, una cifra sproporzionata tenendo anche conto che è stato provato che non si sono arricchiti.
  • La 2ª Sezione del Tribunale Supremo spagnolo riconosce l’esistenza di “un errore di proibizione” ovvero ha ridotto di un grado la condanna considerando che i condannati potevano ritenere che la loro condotta non fosse fraudolenta, ma si rifiuta di assolverli affermando che non fecero abbastanza per evitare tale errore di valutazione. La sentenza afferma che “avevano il dovere di verificare la liceità dell’attività che si predisponevano a svolgere, appurando se il loro comportamento fosse in linea con l’ordinamento giuridico” e che si comportarono con imprudenza nell’agire “ incoraggiati dalla infodata speranza che la loro attività sarebbe stata tollerata”. La corte asserisce che  gli accusati “non fecero niente per evitare l’errore”, “non misero in atto nessuna procedura che avrebbe potuto chiarire i dubbi”, “si curarono di nascondere la produzione e la distribuzione della cannabis ai soci”, e inoltre “molti indizi portano a pensare ad un approccio alla questione vicino all’indifferenza”.

Tuttavia, la verità è che le attività di Pannagh sono state oggetto di reiterate sentenze che hanno affermato la loro liceità, in particolare la sentenza n. 218/2006 del Tribunale Provinciale di Biscaglia e la sentenza n. 377/2012 della Corte di Alava, che hanno in entrambi casi portato anche alla restituzione della cannabis sequestrata. Queste sentenze sono state ampiamente diffuse tramite i mezzi di comunicazione e sono pertanto di dominio pubblico, così come le attività di Pannagh che sono state esplicitamente permesse per anni da diverse istituzioni pubbliche. Non si può qundi parlare di “infondata speranza” che le attività fossero concesse, ma di una consapevole convinzione, condivisa anche da diverse corti di giustizia.

È noto inoltre che fra le attività di Pannagh rientrano anche quelle che hanno richiesto il sostegno di diverse istituzioni come al Difensore Civico dei Paesi Baschi o al Parlamento Basco, proprio a causa della condizione di incertezza giuridica nella quale si trovano tali attività. Queste iniziative promosse insieme ad altre associazioni, hanno portato alla costituzione di un forum presso il difensore civico nel 2011, e la creazione di una commissione presso il Parlamento Basco nel 2012. Difficilmente si può parlare di “indifferenza”, o del fatto che gli accusati e il resto di Pannagh non abbia fatto niente per evitare il loro eventuale errore.

Ed ancora, non è credibile che Pannagh abbia provato a nascondere la propria attività di coltivazione, quando il suo Presidente Martin Barriuso ha presentato il modello della propria associzione e dei Cannabis Social Club presso numerose istituzioni e mezzi di comunicazione di diversi paesi, essendo stato invitado a parlarne tra gli altri presso la Commissione Mista sulla Droghe della Cortes Spagnola, la Presidenza della Repubblica dell’Uruguay, il Parlamento della Repubblica del Portogallo, e la Commissione Europea.

Ed è per questo che i sottoscrittori di questo appello richiedono pubblicamente che l’ingiustizia commessa dalla 2ª Sezione del Tribuanle Supremo sia rimediata al più presto.

Gennaio 2016

Firma qui:
https://docs.google.com/forms/d/1FJhTktXe3CFhFOvDUawpdDRyRyWnso6aF57iIq_qMqA/viewform?c=0&w=1.

Apoyo a PANNAGH-ekin elkartasuna

Tras la sentencia nº 788/2015 de la Sala 2ª del Tribunal Supremo, por la que se condena a cuatro miembros de la Asociación de Personas Usuarias de Cannabis Pannagh a penas de prisión y cuantiosas multas por un supuesto delito contra la salud pública, las personas y entidades firmantes queremos manifestar:• Tal y como quedó acreditado en el juicio celebrado en la Audiencia Provincial de Bizkaia, y como se recoge en la sentencia absolutoria dictada por la misma, Pannagh es una entidad “legalmente constituida”, cuyos miembros son personas “mayores de edad”, “debidamente identificadas”, y todas ellas “eran consumidoras de cannabis”.

En aplicación de sus estatutos y para lograr el “acceso a cannabis con garantías de calidad sin vulnerar las disposiciones legales aplicables al caso”, “se estableció y se aceptó por los socios la actividad de cultivo para consumo privado”, que incluía “medidas de control para evitar la difusión de la sustancia producida a terceras personas”, difusión que no se ha acreditado que sucediera nunca. Los socios pagaban una “cuota proporcional destinada a cubrir los gastos propios de la asociación y del cultivo”, sin que exista indicio alguno de desvío del dinero a otros fines, de enriquecimiento, ni de que Pannagh pudiera haber servido de “cobertura formal” para la venta de cannabis a terceros. También se ha probado que el cannabis incautado estaba destinado exclusivamente al consumo de los miembros de la propia asociación.

• Sin embargo, la sentencia del Tribunal Supremo altera el relato de los hechos probados para concluir la existencia de delito. El principal argumento es que, aunque el cannabis producido por Pannagh nunca fuera entregado a personas no socias, existe un riesgo potencial de difusión de la sustancia a personas ajenas a la asociación por parte de los socios. Es decir, los cuatro miembros de Pannagh son condenados a prisión por actos que, de haber sucedido –lo cual no está acreditado-, habrían sido cometidos por otras personas sin su conocimiento ni autorización, lo cual es claramente injusto. Además, al presidente y a la secretaria se les imponen multas de 250.000 euros, una cantidad desproporcionada teniendo en cuenta que se considera probado que no intentaron enriquecerse.

• La Sala 2ª del Tribunal Supremo aprecia la existencia de un “error vencible de prohibición”, es decir, reduce las penas en un grado al considerar que los condenados podían tener motivos para creer que sus acciones no constituían delito, pero a la vez se niega a absolverles afirmando que no hicieron lo suficiente para salir de su error. La sentencia afirma que “tenían la carga de verificar la licitud de la actividad que se proponían desplegar, de tomar conocimiento sobre si la conducta se hallaba en consonancia con el orden jurídico” y que se comportaron con imprudencia al actuar “alentados por la infundada esperanza de que su actuación podría ser tolerada”. La Sala considera que los acusados “no hicieron nada por superar ese error”, “huyeron de mecanismos que habrían logrado disipar dudas”, “se cuidan de ocultar la producción de cannabis y su distribución entre los socios”, y añade que “muchos datos inclinan a pensar en una actitud muy próxima a la relativa indiferencia”.

Sin embargo, lo cierto es que las actividades de la asociación Pannagh han sido objeto de reiteradas resoluciones judiciales que han afirmado su licitud penal, destacando el Auto nº 218/2006 de la Audiencia Provincial de Bizkaia y el Auto nº 377/2012 de la de Álava, habiendo sido en ambos casos devuelto a Pannagh el cannabis incautado. Esas resoluciones han sido ampliamente difundidas a través de los medios de comunicación y son, por tanto, de conocimiento público, igual que las propias actividades de Pannagh, que han sido sido claramente permitidas durante años por distintas instituciones públicas. No cabe, por tanto, hablar de “infundada esperanza”, sino más bien de una convicción bien fundamentada, compartida incluso por distintos tribunales de justicia.

También es conocido que entre las actividades llevadas a cabo por Pannagh se encuentran iniciativas de solicitud de amparo promovidas ante diversas instituciones, como el Ararteko (Defensor del Pueblo del País Vasco) o el Parlamento Vasco, a causa de la inseguridad jurídica en la que se encuentran este tipo de entidades. Estas iniciativas, desarrolladas junto con otras asociaciones, dieron lugar a la organización de un Foro por parte del Ararteko en 2011, y a la creación de una ponencia en el Parlamento Vasco en 2012. Difícilmente se puede hablar de “indiferencia”, o de que los acusados y el resto de Pannagh no hicieran nada por salir de su error.

Además, tampoco es creíble que se intentaran ocultar las actividades de cultivo de Pannagh cuando su presidente, Martín Barriuso, ha dado a conocer el modelo de funcionamiento de su asociación y de los llamados Clubes Sociales de Cannabis en muy diversos foros, instituciones y medios de comunicación de diversos países, habiendo sido invitado para ello, entre otras instituciones, por la Comisión Mixta de Drogas de las Cortes españolas, la Presidencia de la República del Uruguay, la Asamblea de la República de Portugal, y la Comisión Europea.

Por todo ello, las personas y entidades firmantes reclamamos públicamente que se remedie lo antes posible la injusticia cometida con esta sentencia de la Sala 2ª del Tribunal Supremo.

Enero de 2016

Firma qui:
https://docs.google.com/forms/d/1FJhTktXe3CFhFOvDUawpdDRyRyWnso6aF57iIq_qMqA/viewform?c=0&w=1.

gio, gennaio 14 2016 » news » 4 Comments