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Droghe e Diritti

Droga e bufale, dagli al Black Mamba

Lorenzo Camoletto, progetto Baonps, scrive sul Black Mamba, cannabinoidi sintetici e nps per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 28 settembre 2016.






Lorenzo-camolettoIl Black Mamba che ultimamente ha fatto parlare di sé i media non è il soprannome del campione di pugilato Wilberforce Shihepo, né tantomeno il letale serpente africano, ma Mdmb-Chmica, un cannabinoide sintetico  che i venditori online del deep web (la parte sommersa e oscura della rete) vendono a prezzi che variano da 0,50 a 1,10 ฿ (bit coin) all’ettogrammo (da 250 a 600 euro circa). Questo principio attivo è solo uno dei tanti componenti della famiglia dei cannabinoidi sintetici.

A fine agosto l’European Monitoring Centre on Drugs and Drug Addiction (l’Osservatorio Europeo delle droghe) ha raccomandato agli stati membri della Ue l’inserimento dell’Mdmb-Chmica (Black Mamba) nelle liste delle sostanze con restrizioni alle vendite (vedi http://www.emcdda.europa.eu/news/2016/nps-Commission). Lo ha fatto a seguito di rapporti che lo indicavano come concausa di morte in ventotto casi e di intossicazione acuta in altri venticinque in otto diversi stati dell’Ue.

La combinazione tra nome esotico e giovani vittime attribuibili (forse) all’uso di questa sostanza, ha catturato l’attenzione dei media che troppo spesso trattano gli argomenti relativi all’uso di sostanze psicotrope in modo superficiale ed allarmistico, arrivando a volte a fare da cassa di risonanza per mezze bufale e vere e proprie leggende urbane, di volta in volta: fiumi di Krokodil (oppiaceo derivato dalla codeina) che sommergono il nostro paese, la “droga dello stupro” che si diffonde nelle discoteche o il dilagare della marijuana tagliata scientemente e su larga scala con l’eroina da parte del crimine organizzato per rendere schiavi i nostri giovani. La percentuale di verità in queste notizie è quasi sempre inferiore a quella di principio attivo nella canapa da fibra.

Sarebbe utile invece porsi una domanda: che effetto avrebbe la legalizzazione dell’uso ludico della cannabis sulla diffusione dei cannabinoidi sintetici? Inventare e commercializzare una molecola con effetti simili al Thc diventa un modo per aggirare la norma: finché non viene scoperta e bandita può essere venduta senza rischio, poi se ne inventerà un’altra, nel frattempo saranno i consumatori stessi a subirne gli eventuali effetti collaterali tossici, magari anche letali. Probabilmente ciò non accadrebbe se fosse possibile comprare cannabis vegetale “originale” ad uso ludico in modo controllato, così come avviene in una qualunque enoteca per vini di qualità come Barolo, Chianti e Nero d’Avola.

Gli stessi cannabinoidi sintetici, se resi illegali, finiscono per farne nascere altri sconosciuti, che peraltro anche loro non dovrebbero essere banditi perché considerati “cattivi per definizione”. A questo proposito è interessante lo Psychoactive Substances Act del 2013 del parlamento neozelandese, perché non vieta le sostanze a causa del loro effetto psicotropo ma chiede ai produttori di nuove molecole di testarne preventivamente gli effetti collaterali per limitare al massimo rischi e danni: un po’ come richiesto nel caso dei farmaci ma anche dei comuni prodotti alimentari. Una normativa che si basa sulle evidenze scientifiche e che, superando pregiudizi morali e ipocrisie, permette l’acquisto di prodotti venduti dichiaratamente per il loro effetto psicoattivo ma vuole garantire qualità e informazione al consumatore.

Le interviste e i questionari proposti ai giovani frequentatori di festival e free party, e i primi riscontri dell’analisi chimica delle sostanze (drug checking) offerta dal progetto Baonps, non evidenziano consumi significativi di cannabinoidi sintetici, quanto piuttosto il costante apparire sulla scena di altre nuove sostanze psicoattive. Anche in questi casi però, la limitazione dei danni e dei rischi è legata al pragmatismo delle politiche e delle leggi.

mer, settembre 28 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Sulle note di Federico Aldrovandi

Sabato 24 settembre 2016 a Ferrara torna il concerto nell’anniversario della morte di Federico Aldrovandi.






locandina-low[Riceviamo e pubblichiamo] Sabato 24 settembre 2016 alle ore 21 in piazza Municipale a Ferrara l’associazione Federico Aldrovandi Onlus con il patrocinio del Comune di Ferrara, undici anni dopo l’uccisione di Federico, organizza il tradizionale concerto in ricordo di “Aldro” anche quest’anno nel cuore della città.

L’appuntamento è richiesto e sostenuto con calore da molte persone che non dimenticano, e non vogliono dimenticare, quello che è successo, in memoria di Federico e non solo, purtroppo. La certezza è che la memoria sia fondamento di un presente e futuro diversi, che auspichiamo privi della violenza che ha provocato l’assurda morte di un innocente per mano di 4 individui che vorremmo poter oggi chiamare ex poliziotti. La loro permanenza all’interno di una istituzione dello Stato non ci permette di smettere di informare i giovani ricordando l’accaduto, con il linguaggio universale che ha accompagnato in questi anno la memoria Federico: l’arte, in particolare la musica.

Il Direttore artistico dell’evento di quest’anno è un musicista presente al nostro fianco fin dal primo giorno, Giorgio Canali, che insieme al suo gruppo “I Rossofuoco” si esibirà nel corso della serata insieme a Giovanni Truppi, Francesco Motta, i Majakovich e gli Zen Circus (in un set acustico).

I ringraziamenti dell’Associazione vanno ovviamente agli artisti che saranno sul palco e a tutti i volontari che collaborano all’evento, al Comune di Ferrara, ad Alessio Spataro autore del manifesto, ai ristoratori Tiffany e Retrobottega. Grazie anche ad Unipol, alla curva della Spal, all’Anpi di Marzabotto, ad Internazionale a Ferrara e alle persone che singolarmente o riunite in Associazioni e Circoli ci accompagnano da sempre.

Grazie a coloro che parteciperanno alla serata e si godranno lo spettacolo portando Federico nel cuore e nella memoria.

Vai al sito dell’Associazione: http://www.federicoaldrovandi.it/

Vai all’evento facebook: https://www.facebook.com/events/1594021207557912/

mer, settembre 21 2016 » Agenda » No Comments

Hcv, diritto alle cure per chi usa sostanze

Andrea Fallarini e Maria Teresa Ninni (Isola di Arran – Indifference Busters, Torino) scrivono sul simposio internazionale sull’Hcv di Oslo per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 21 settembre 2016






Simposio HCV OSLOLa scienza è chiara. Abbiamo ora bisogno di concentrarci sul superamento delle barriere all’accesso alle cure, e sfruttare le più recenti ricerche per attuare programmi che funzionino. Un ulteriore ritardo non è etico e mina la salute pubblica”, questo il messaggio dell’incontro. Così il professor Jason  Grebely, del Kirby Institute, Australia, intervenendo al  quinto simposio Inhsu  (International Network on Hepatitis in Substance Users), organizzazione  internazionale  che si prefigge lo scambio, la divulgazione di conoscenze scientifiche e la promozione dell’advocacy in merito alla prevenzione e alla cura dell’epatite C (Hcv) per le persone che usano droghe, tenutosi dal 6 al 9 settembre ad Oslo (http://www.inhsu2016.com).

Quattro giorni intensi dove accanto alle ultime ricerche scientifiche non si è mai dimenticata la valenza politica della materia. Un dato su tutti: secondo stime Onu, nel mondo le persone che usano droghe per via iniettiva ammontano a 12 milioni (World Drug Report 2015); di queste, ben il 52% è Hcv positivo a fronte del 13% di persone affette da Hiv/Aids; 700.000 sono i morti ogni anno.  L’incontro di Oslo ha consentito uno sguardo sul fenomeno a livello mondiale: erano presenti rappresentanti delle Pwud (People who use drugs) di tutti i continenti, che hanno attuato un confronto esaustivo sui modelli organizzativi, i problemi relativi all’accesso al farmaco, le norme che lo regolano e i progetti portati avanti per la riduzione delle infezioni. Erano presenti le Unions del Nord Europa,  supportate dai propri  governi, così come organizzazioni di pari del Sud Europa, ma anche del Sud-est asiatico, come l’Indonesia, dove ancora esiste la pena di morte per chi fa uso di droghe: differenze che ben fanno capire il lavoro che ancora rimane da fare a livello mondiale per i diritti fondamentali. Purtroppo in molti paesi i protocolli medici alzano barriere all’accesso al trattamento di chi usa sostanze e il convegno ha voluto sfatare il luogo comune che vede le Pwud come pessimi pazienti; anche  considerando le nuove cure basate sugli antivirali ad accesso diretto, si è dimostrato  che il consumo è fattore trascurabile dal punto di vista scientifico. Purtroppo, non dal punto di vista del giudizio morale. Un limite, a nostro avviso, la scarsa attenzione alle problematiche relative ai trapianti di fegato: se esistono difficoltà nell’accesso alle terapie,  per le Pwud il trapianto è addirittura impossibile.

L’intervento dell’americano Ethan Nadelmann  ha centrato con acutezza e ironia un tema tutt’altro che comico: il rapporto tra la war on drugs e le pandemie droga-correlate. Il messaggio è chiaro: a fronte di interessi economici e politici si alimenta lo stigma e la discriminazione e di conseguenza la diffusione di malattie;  basterebbe far ricorso al buon senso e applicare serie politiche di riduzione del danno. Se le norme non cambieranno, se non ci sarà un’unità d’intenti nell’affrontare la diffusione delle malattie, la dimensione globale potrebbe giocare addirittura a sfavore nel caso in cui l’adozione di programmi di contrasto alla malattia riguardassero soltanto alcuni territori: tutti i paesi, compresi quelli a medio e basso reddito, devono essere inclusi in un serio programma di accesso alle cure garantito.

Per noi attivisti italiani Oslo è stata l’occasione di un nuovo incontro dei membri della rete delle pwud Europud, network  nato da poco, ma ricco di potenzialità, che si prefigge di essere sempre più presente in tutta Europa nei luoghi dove si decidono le politiche sulla salute e la vita di chi usa sostanze.

mer, settembre 21 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Usa, fine del business delle prigioni private

Sergio Segio scrive sulle carceri USA per la rubrica di Fuoriluogo per il Manifesto del 14 settembre 2016.






Se Il Fatto si schiera contro i giudiciÈ consueto che in Italia il carcere non faccia notizia, a meno non si tratti di violenze o fughe, utilizzabili per alimentare domande securitarie. Infatti, quasi nessuno si è accorto, nonostante la presenza del ministro Andrea Orlando, che a Venezia il 7 settembre è stato presentato il bel docufilm Spes contra spem. Liberi dentro, con la regia di Ambrogio Crespi, voluto e prodotto da “Nessuno tocchi Caino”, da tempo impegnata per l’abolizione della pena di morte nel mondo e, in Italia, nella ancor più ardua battaglia contro l’ergastolo “ostativo”, quello che rende la pena effettivamente perpetua, a meno non si “collabori con la giustizia”, ovvero si mandi qualcun altro in galera al proprio posto. Il docufilm mostra e dimostra come, nonostante e contro l’ergastolo, un gruppo di condannati nel carcere milanese di Opera, da decenni dietro le sbarre, spesso nell’isolamento del famigerato articolo 41bis, continui a coltivare speranza e recupero di umanità.

Quello che appariva meno scontato è che ai media nostrani, pronti a enfatizzare quelle che assai raramente avvengono in Italia, sfuggano anche le rivolte carcerarie, quando si verificano in altri Paesi. Come quella che il 7 settembre in Florida, all’Holmes Correctional, ha visto la ribellione di 400 reclusi. Una premessa alla ben più imponente e produttiva protesta invece pacifica indetta, significativamente nell’anniversario della rivolta di Attica del 1971, il 9 settembre, nelle prigioni di 24 Stati: il più grande sciopero dei prigionieri nella storia degli Stati Uniti. Tanti i motivi alla base, nel Paese che detiene il record dell’incarcerazione di massa, con quasi due milioni e mezzo di reclusi, un quarto della popolazione detenuta di tutto il mondo. Uno è quello preminente: la protesta contro condizioni di semi-schiavitù, con forme intense di sfruttamento che vedono i carcerati costretti a lavorare per pochi centesimi l’ora o addirittura gratis. Un sogno di tanti imprenditori, questo, che qualcuno ha provato a realizzare anche in Italia. Negli USA, del lavoro recluso senza diritti si avvantaggiano multinazionali come Wal-Mart, McDonald, Victoria’s Secret, Nordstrom, AT&T Wireless, realizzando profitti incalcolabili, considerando che i detenuti lavoratori statunitensi sono ben 900 mila.

Si tratta di uno dei capitoli più cospicui del business penitenziario. L’altro, connesso a questo, è quello delle carceri private (che pure, ricorrentemente e non a caso, trova alfieri e proponenti anche nel nostro Paese). Adesso, la buona notizia è che il 18 agosto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato l’intenzione di chiudere e revocare i contratti a tutte le prigioni private, che gestiscono una fetta non indifferente del sistema, circa 130 mila detenuti. La decisione fa seguito a un’approfondita indagine dalla quale è risultato che, oltre a essere costose (e, come è facile capire, autoriproducenti), le carceri privatizzate conseguono risultati inferiori a quelle pubbliche.

Nella politica penitenziaria USA, insomma, sinora non si è trattato di delitto e castigo, né tantomeno di riabilitazione: si è trattato di una questione di soldi. Ora, forse, le intenzioni dichiarate di Obama e del Dipartimento della Giustizia e, dall’altra parte, il movimento dei detenuti, con la grande capacità di mobilitazione che dimostra, incepperanno il lucroso meccanismo, concausa, assieme alla war on drugs, dell’enorme espansione delle carcerazioni negli Stati Uniti negli scorsi decenni.

Chissà che queste ventate positive non portino consiglio ed emulazione anche in Italia, dopo il lungo e grande – ma ancora privo di effetti concreti – lavoro degli Stati generali dell’esecuzione penale e, anche, il troppo lungo silenzio dei detenuti.

mer, settembre 14 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Per lo stato di diritto, omaggio a Margara

Grazia Zuffa ricorda Sandro Margara per la rubrica di fuoriluogo su il Manifesto del 7 settembre 2016






MargaraA un mese dalla morte di Sandro Margara, voglio ricordarlo attraverso uno dei suoi saggi più lucidi e originali, sulla storia del proibizionismo in Italia (contenuto nel volume che raccoglie i suoi scritti, “La giustizia e il senso di umanità”, 2015). Che ha anche il merito di offrire una bussola politica nella battaglia attuale per la riforma della legge antidroga. Il “proibizionismo penale”, come Margara lo definisce, è inaugurato dalla legge del 1954, che configura come reato l’uso e la detenzione delle sostanze stupefacenti. Punire il consumo in sé è uno strappo alla nostra civiltà giuridica e allo stato di diritto, nota Margara; ed è doppio strappo perché sono collocate nello stesso articolo le condotte di “chi acquisti, venda, ceda.. o comunque detenga” sostanze stupefacenti, equiparando così trafficanti e consumatori. Si noti: tale impianto (art. 73) è rimasto intatto nelle successive revisioni della legge antidroga ed è peraltro identico nella Convenzione Unica delle Nazioni Unite.

Da qui il discrimine che Margara individua, fra norme che cercano di “non colpire nel mucchio”, nella zona di confine fra piccolo spaccio e consumo, (come nella legge del 1975 e nelle modifiche del referendum del 1993); e quelle che invece prendono di mira proprio i consumatori, in specie i più “poveracci”. La legge Jervolino Vassalli del 1990 intraprende con decisione la seconda strada su cui la Fini Giovanardi vigorosamente accelera, così che “quella fascia di condotte di confine fra spaccio e uso personale, posta in essere in gran parte da meri consumatori o da consumatori che si autofinanziano” è governata dal giudice penale che discrimina fra incriminazione/non incriminazione. E’ il giudice penale a stabilire se siamo nella “regola” dell’incriminazione a norma dell’art.73, o nella “eccezione”, “fuori dalle ipotesi di cui all’art.73 comma bis”, del consumo  punito dalle sanzioni amministrative. E’ un sostanziale giro di vite proibizionista: nella legge del ’75, la norma base era al contrario rappresentata dai casi di non punibilità (la modica quantità); ma perfino nella Jervolino Vassalli la base era la norma a minore punibilità, con le sanzioni amministrative (art.75).

Si noti il forte richiamo allo stato di diritto, nella sua funzione di tutela della libertà e autonomia personale: un baluardo, specie per i più deboli. Tanto basti per ricordare che la battaglia contro il proibizionismo penale non è appannaggio dei radical chic, come vorrebbero alcuni manipolatori delle coscienze.

La lettura del proibizionismo penale qui ricordata permette di uscire dalle strettoie difensive nella battaglia per la depenalizzazione del consumo personale. Il nodo sta proprio nella formulazione dell’articolo chiave, che enumera come punibili tutte le condotte, dal traffico alla detenzione. Buona parte del movimento riformatore – specie a livello internazionale- combatte perché dalla condotta di detenzione sia escluso il possesso per uso personale. Ma così si rischia di accettare la logica proibizionista, ossia la regola del “fucile che spara nel mucchio”: rispetto alla quale si chiede come eccezione di non colpire il consumo personale; o di punirlo meno severamente (con sanzioni amministrative). Dimenticando che la logica stessa del “mucchio” spinge il fucile a sparare in basso, contro i tanti che stazionano nella zona di confine fra consumo e (piccolo) spaccio.

Proprio questa va rovesciata: nel predisporre la riforma penale, occorre rimanere aderenti alla nostra tradizione di diritto, secondo principi di civiltà e umanità. Per dirla con le parole limpide di Sandro Margara: “molte scelte compromettono il mantenimento di una vita regolare e sana, nonché le relazioni con gli altri…ma la libertà della persona al riguardo non può essere inibita”.

mer, settembre 7 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Cannabis: le forze dell’ordine non hanno nient’altro da fare?

Continua imperterrita la caccia al coltivatore ed al consumatore di cannabis per uso personale. Il caso degli eremiti di Pistoia e degli attivisti di Freeweed. Il commento di Hassan Bassi.






hassan_bassiQualche giorno fa il Ministero dell’interno ha presentato i dati sull’andamento dei crimini commessi in Italia nell’ultimo anno, che sanciscono un significativo calo dei reati violenti secondo una tendenza che dura ormai da qualche anno. Un’ottima notizia secondo la quale l’Italia è uno dei paesi d’Europa con meno omicidi e con un calo netto delle rapine e furti. Ma c’è un’attività investigativa e repressiva che sembra non conoscere crisi fra le forze dell’ordine, ed è quella della repressione dei piccoli coltivatori e consumatori di cannabis, lo riportano chiaramente i numeri del 7° Libro Bianco sulle Droghe.

Solo lo scorso 18 agosto l’irruzione nel centro sociale Gabrio – alla quale è stata dedicata la rubrica di Susanna Ronconi sul Il Manfesto della scorsa settimane – per sequestrare 70 piantine, ma le notizie si rincorrono. Siena, Roma, Pistoia, Oristano, Avellino, Chieti, una frenetica attività delle forze dell’ordine per sequestri da massimo 12 piantine per volta. Tutti casi di persone che coltivavano qualche pianta di marijuana per proprio consumo personale, incensurati cittadini che per non dover ricorrere al mercato criminale gestito dalle narcomafie hanno sfruttato la naturale capacità di crescita nei nostri climi della perseguitata pianta della marijuana. Viene quasi da chiedersi se il calo dei reati abbia talmente ridotto il prezioso lavoro di contrasto alla criminalità delle forze dell’ordine che si trovano costrette a svagarsi con la caccia alla piantina nascosta.

Significativo in questo senso è il sequestro effettuato ai danni di due eremiti, vicini alla comunità degli “Elfi”, nei pressi di Pistoia. Gli “ Elfi” sono persone che hanno scelto di vivere a contatto con la natura, fuori dalle dinamiche economiche e produttive della società moderna, coltivandosi il cibo e fabbricandosi gli abiti. Pare che l’attività investigativa sia costata due mesi di appostamenti per Carabinieri e Guardie Forestali – immortalate nella foto ricordo su tutti i giornali con le piante sequestrate – per riuscire ad individuare gli ignari coltivatori la cui offensività è evidentemente pari a zero. La cosa è insensata e certo non possiamo darne la colpa solo ai tutori dell’ordine, costretti all’azione da un quadro normativo assurdo che tende a colpire il coltivatore come se fosse uno spacciatore.

Una dubbia buona fede che più difficilmente può essere accreditata ai solerti agenti che la sera del 20 agosto 2016 hanno fermato due attivisti del Progetto Freeweed appena fuori dall’area dell’evento Root Rock Reggae Festival di Roviano dove avevano svolto attività informative a favore dei diritti personali dei consumatori. I fermati non hanno ovviamente nascosto il fatto di fare uso personale di cannabis,  ma non avevano alcuna sostanza proibita con sé. A questo punto le forze dell’ordine hanno costretto gli attivisti a subire una perquisizione presso la propria abitazione dove hanno sequestrato cannabis ed hashish chiaramente dedicate all’uso personale. Ma anche di fronte questa evidenza il giudice ha voluto contestare ai fermati il reato di “detenzione oltre i limiti consentiti per uso personale”. Una posizione difficile da giustificare vista la mastodontica mole di giurisprudenza che evidenza che se la detenzione è per uso personale e non vi sono elementi oggettivi che facciano presumere lo spaccio (divisioni in dosi, materiale per il confezionamento, il “famoso” bilancino di precisione) essa è depenalizzata. Siamo di fronte ad un madornale errore/orrore giuridico, e sarà difficile provare il contrario. Agli attivisti di Freeweed va tutta la nostra solidarietà come a tutti quei coltivatori di cannabis per uso personale che, proprio perchè tentano di sottrarsi al mercato criminale, subiscono e subiranno processi e vessazioni. Ai legislatori va il nostro appello perchè la discussione in corso alla Camera e nel paese sulla regolamentazione legale della cannabis porti – almeno – alla totale depenalizzazione del consumo personale, coltivazione compresa.

lun, agosto 29 2016 » nota a margine » No Comments

Aperte le iscrizioni per LAVORI IN CORTO 2016

Aperte le iscrizioni per il concorso cinematografico LAVORI IN CORTO 2016 – Oltre il muro – V edizione






lavori-in-cortoL’Associazione Museo Nazionale del Cinema e l’Associazione Riccardo Braghin presentano la quinta edizione del bando del concorso cinematografico nazionale LAVORI IN CORTO 2016, rivolto a giovani registi interessati al tema della libertà e del carcere. L’obiettivo di LAVORI IN CORTO 2016 è accendere la riflessione, attraverso le immagini in movimento, sui diritti e le condizioni di vita in carcere raccontando storie ed esperienze di segregazione, inclusione e reclusione sociale.

Il bando di LAVORI IN CORTO – concorso cinematografico nazionale per cortometraggi e documentari, rivolto ad autori under 35 residenti sul territorio nazionale, curato e coordinato da Valentina D’Amelio – è aperto fino al 30 settembre.
Il progetto del concorso continua, giunto alla sua quinta edizione, a svolgere la sua mission: la volontà di sensibilizzare e porre l’attenzione su temi di rilevanza sociale attraverso le immagini e le storie dei lavori in concorso. Oltre il muro è il sottotitolo scelto per questa edizione: in un mondo di frontiere sempre più invalicabili, di barriere sempre più alte che dividono il dentro dal fuori, LAVORI IN CORTO sceglie di interrogarsi sul vero significato della libertà, uno dei diritti fondamentali dell’individuo, invitando i giovani filmmakers a ragionare su un tema di ampio afflato, confrontabile con altri momenti storici e contesti sociali, non solo nazionali.

A LAVORI IN CORTO possono partecipare autori che non abbiano compiuto 35 anni alla data della scadenza del bando con opere di finzione o documentarie di massimo 30 minuti realizzate dopo il primo gennaio 2012; gli over 35 e i film sopra i 30 minuti potranno partecipare nella sezione Fuori Concorso.
I lavori selezionati saranno presentati al pubblico a novembre presso gli spazi della rete delle Case del Quartiere di Torino e al Cinema Massimo per la premiazione finale in programma lunedì 7 novembre.
“Lavori in Corto è un progetto che cresce grazie alla preziosa collaborazione dei partner che ogni anno sostengono e promuovono il Concorso – commenta Vittorio Sclaverani, Presidente dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema – a partire dalla prestigiosa e consolidata collaborazione con Rai Cinema Channel. Dopo aver promosso il lavoro come forma d’inclusione sociale, le questioni abitative, le differenti forme di democrazia dal basso e i sogni e bisogni delle nuove generazioni, nel 2016 il concorso chiederà ai giovani autori di confrontarsi con i temi della libertà e della reclusione. L’idea del sottotitolo del concorso, Oltre il muro nasce dal film Walls and Borders (2009, 290′), l’ultimo grande progetto collettivo promosso da Armando Ceste che ha coinvolto ottantatre registi che hanno raccontato, in settanta brevi episodi, i muri e i confini geografici, fisici, mentali e sociali che segnano le società in cui viviamo in una molteplicità di punti di vista e approcci espressivi.
Per questa edizione abbiamo scelto un’immagine di Banksy – dichiara la curatrice del Concorso Valentina D’Amelio – più che mai rappresentativa: una bambina è sollevata da terra grazie a numerosi palloncini, lo sguardo rivolto verso l’alto, e dietro di lei il muro grigio. Uno stimolo allo sguardo che può, o forse deve, oltrepassare barriere a volte anche solo mentali. Per costruire Oltre il muro è stato molto utile il confronto e il dialogo sul tema della reclusione e dei diritti nato dalla rassegna L’altro quartiere organizzata insieme all’Associazione Sapereplurale che quest’anno sosterrà il Primo premio Armando Ceste.
I PREMI di LAVORI IN CORTO:
> Primo premio di 1000 Euro, offerto dall’Associazione Sapereplurale e intitolato per il terzo anno ad Armando Ceste, importante autore scomparso nel 2009 che nel corso della sua carriera cinematografica e del suo impegno politico, dalla fondazione del Collettivo Cinema Militante di Torino a Movimento (2008) passando per Liberaterra (2002), ha sempre trattato le questioni sociali affrontate dalle prime tre edizioni di Lavori in corto (lavoro, immigrazione, inclusione sociale, questioni abitative, movimenti). Dal 2016 è attivo il sito web http://www.armandoceste.it/;
> Premio Rai Cinema Channel di 1000 Euro, offerto da Rai Cinema al corto più web; il riconoscimento vuole premiare l’efficacia di un racconto che ben si presti ad essere diffuso sui canali web. Il premio consiste in un contratto di acquisto dei diritti del corto, da parte di Rai Cinema e godrà della visibilità su www.raicinemachannel.it. e sui suoi siti partner;
> Premio “Ricominciare” di 300 Euro offerto da Sicurezza e Lavoro, rivista nazionale per la promozione di salute, sicurezza e diritti nei luoghi di lavoro. Il premio verrà assegnato al lavoro cinematografico che saprà meglio documentare la situazione e le speranze delle persone detenute ed ex detenute alla ricerca di un’occupazione dignitosa che permetta loro di realizzare il proprio progetto di vita;
> Premio Film Commission Torino Piemonte che consistente nell’utilizzo di un modulo produttivo della sede di via Cagliari per due settimane.
Per maggiori informazioni:
Associazione Museo Nazionale del Cinema
Via Montebello 22, 10124 Torino – CF 80088860012
info@amnc.it – http://movieontheroad.com/
http://lavoriincorto.it
lavorincorto@gmail.com
Facebook: Lavori in Corto

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LAVORI IN CORTO è un progetto a cura dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema e dell’Associazione Riccardo Braghin, realizzato con il patrocinio di Regione Piemonte e Città di Torino, con il sostegno di Fondazione CRT, Associazione Sapereplurale, Rai Cinema Channel, Forum Droghe, Società della Ragione, Sicurezza e Lavoro, Centro San Liborio – FabLab Pavone e con la collaborazione di Film Commission Torino Piemonte, Antigone, Interno4, Ristretti orizzonti, Associazione Videocommunity, 1911 Lokomotif Ensemble, Associazione Sostegno Armonico, Casa del Quartiere di San Salvario, Agenzia per lo Sviluppo di San Salvario, Cecchi Point Hub Multiculturale, frame division Associazione Chicca Richelmy, Centro Studi Sereno Regis, Ar.Te.Mu.Da., Psicologia Film Festival, Associazione Sinestesia, Le iniziative dello Gnomo Aspirino, Prontosoccorsoautismo, Associazione Erreics onlus e Rete del Caffè Sospeso. Media partner Agenda del Cinema a Torino e Cinemaitaliano.info.

ven, agosto 26 2016 » Agenda, news » No Comments

No cannabis club a Torino, siamo italiani

Susanna Ronconi racconta l’irruzione al CSOA Gabrio di Torino per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 24 agosto 2016






susanna_ronconi«Si sequestra in misura infinitamente più ampia la sostanza meno dannosa rispetto a quelle ben più nocive se non letali», denuncia la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) nel prendere posizione a favore della legalizzazione della canapa. La canapa viene infatti sequestrata fino a 150 volte più di  altre sostanze, e la gran parte delle persone segnalate alle Prefetture consuma canapa. Molto più utile sarebbe, per la DNA, investire le energie in altro, passando da una inefficace repressione a forme di controllo “civili”.

Non sembra pensarla così la Procura di Torino, che all’alba del 18 agosto in una sonnolenta Torino ferragostana, ordina una irruzione al Centro sociale Gabrio,  trovandovi 60  piante di marijuana e  una modesta quantità di foglie essiccate. Due persone denunciate ex articolo 73 della legge sugli stupefacenti e, ovviamente,  sequestro  delle piante. All’origine, una segnalazione, dicono al Gabrio, ma va detto che c’era poco da segnalare, e non è stata una gran operazione investigativa: la pratica dell’autocoltivazione è da sempre pubblicamente sostenuta dal Gabrio, uno dei centri sociali italiani più attivi, informati e competenti nel discorso e nella pratica antiproibizionisti. L’appuntamento annuale della Festa della semina da anni rende esplicita questa  scelta, lavora per sottrarre alle narcomafie un mercato lucroso, e, insieme, si spende per la promozione di un consumo consapevole, più sicuro e  informato attraverso una cultura della riduzione dei rischi. «Siamo consapevoli – dicono – che praticare coerentemente l’antiproibizionismo significa disobbedire a leggi ingiuste così come sappiamo che può portare ad affrontare forme di repressione come quella adottata questa mattina. Siamo d’altronde sicuri che l’autoproduzione sia l’unico sistema per scardinare il sistema delle narcomafie da un lato e del controllo sociale oscurantista dall’altro. L’autoproduzione è condivisione, non spaccio». Le 60 piante infatti non sono destinate  al mercato, ma a una condivisione solidale e gratuita: nessun contributo della polizia torinese alla lotta ai trafficanti, in questo caso.

Sull’autocoltivazione ad uso personale come si sa da decenni ormai si alternano sentenze nell’una o nell’altra direzione, che espongono i consumatori a una  lotteria – tribunale che ti capita,  sentenza che trovi – ormai scandalosa sul piano del diritto e dei diritti. La  politica sta faticosamente cercando di colmare questa colpevole assenza,  portando al dibattito nell’Aula di Montecitorio  la proposta di legalizzazione dell’intergruppo dei 300 parlamentari, mentre da marzo va avanti la campagna promossa da alcune associazioni – tra cui Luca Coscioni, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, Forum Droghe, Antigone, Società della Ragione – per una  proposta di legge di iniziativa popolare (www.legalizziamo.it) I due testi si richiamano, ma anche si differenziano su alcuni aspetti, e la storia del Gabrio ne mette in evidenza soprattutto uno: quello della liceità dell’autocoltivazione  per uso personale individuale e di gruppo, che si affianchi e conviva  con la regolazione della produzione e della vendita a livello commerciale. La proposta delle associazioni, oltre ad addolcire l’impeto monopolista di quella parlamentare prevedendo, di contro, per la parte commerciale un più articolato sistema di licenze, esplicitamente prevede non solo la coltivazione personale (regolamentata se oltre le 5 piante) ma anche quella di gruppo, con i Cannabis Social Club (CSC)  che non debbono superare i 100 soci, non devono ovviamente prevedere attività commerciali  e sono sottoposti a precise regole di gestione. Una differenza che non solo esprime una cultura  più attenta alle libertà dei singoli, ma che  è capace di cogliere e valorizzare dinamiche sociali “dal basso” da tempo in atto. Se si fosse in Spagna, in Belgio o in Slovenia già oggi la coltivazione e condivisione del  Gabrio sarebbe un CSC, legale o para legale o tollerato, a seconda dei contesti  nazionali. E, a proposito, ai sensi della legge di iniziativa popolare – ma anche  dei  CSC europei –   le 60 piante sequestrate sarebbero lecite se il gruppo fosse di 12 persone, 5 piante a testa. Al Gabrio i soci sono molti di più. Se non fossimo in Italia, sarebbero moderati e virtuosi.

mer, agosto 24 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Bere sicuro, le risorse sociali e individuali

Grazia Zuffa presenta la prossima edizione sull’Alcol della Summer School di Forum Droghe, CNCA e CTCA per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 17 agosto 2016.






zuffaAlcol e riduzione del danno: il tema – cui è dedicata la Summer School 2016 di Forum Droghe e CNCA nazionale e toscano, in programma dall’otto al dieci settembre a Firenze – è ricco di angolature e suggestioni. L’interesse più immediato, dal punto di vista di chi opera nel campo dei servizi, è di rilanciare un modello operativo meno diffuso nel campo dell’alcol che delle droghe illegali. Il che è un paradosso, degno di approfondimento, se non ci limitiamo a vedere la riduzione del danno come un insieme di interventi non finalizzati all’astinenza, ma come un approccio di politiche pubbliche che discende da un preciso paradigma di lettura dei consumi e dei fattori che si ipotizza li influenzino. In questa prospettiva, è stato l’alcol, prima delle droghe illegali, al centro del conflitto fra paradigmi. Da un lato il modello “morale”, ma anche il modello “malattia”, focalizzato sull’alcolismo (cui si rifanno i famosi programmi dei “dodici passi”): ambedue orientati, seppur per ragioni diverse, al “consumo zero”.  Dall’altro il paradigma dell’apprendimento sociale, che a differenza dei primi amplia lo sguardo oltre la farmacologia e la patologia individuale, riuscendo  perciò a cogliere  le differenze nei modelli del bere, sia rispetto ai livelli di rischio, che ai significati e ai rituali che il bere assume nei diversi contesti socioculturali (le “culture del bere”). Da qui il cambio di obiettivi delle politiche pubbliche, dalla riduzione della prevalenza dei consumi nella popolazione, alla promozione del “bere più sicuro”; ma anche il cambio di obiettivi nei servizi, dall’astinenza come imperativo unico, a una pluralità di cambiamenti in positivo, nel modello del bere ma anche nell’intera struttura di vita della persona.

Questo conflitto esplode già negli anni settanta e ottanta, quando, specie per iniziativa di due psicologi statunitensi, Mark e Linda Sobell, si cominciano a ideare e valutare programmi finalizzati al “bere controllato”: suscitando violente reazioni, tanto che il lavoro dei Sobell è stato tacciato addirittura di “frode”. Tale era ancora radicata l’ideologia dell’alcol come “demonio”, propria del movimento della Temperanza, a oltre mezzo secolo dalla fine del proibizionismo.

Oggi sappiamo, anche dalla ricerca epidemiologica, che per i bevitori “fuori controllo”, compresi quelli diagnosticati come alcolisti, il ritorno a modelli controllati del bere è non solo un esito possibile, ma anche quello più comune. E’ bene però ribadire che la riduzione del danno non si esaurisce nell’apprezzamento del “bere controllato” quale obiettivo in ambito clinico: ciò è semmai l’esito di un approccio che, a differenza dei precedenti, si concentra sulle risorse “naturali” dei contesti sociali e degli individui nel “tenere sotto controllo” il bere (o nel riconquistare il controllo quando si sia indebolito). Da qui l’importanza attribuita alla ricerca sul cosiddetto natural recovery delle persone che attraversano periodi di bere intensivo e che li superano cambiando il loro comportamento senza l’aiuto dei servizi. Al tema dei percorsi di self change sarà perciò dedicato l’intervento del sociologo Harald Klingemann, uno dei più importanti studiosi nel campo, che ne illustrerà il potenziale di rinnovamento per i servizi.

L’alcol è dunque un osservatorio privilegiato per l’approccio di riduzione del danno, poiché, a differenza che per le droghe illegali, le regole informali all’uso sicuro hanno la possibilità di circolare liberamente. Non è un caso che negli anni settanta Norman Zinberg, per elaborare il nuovo paradigma dell’apprendimento sociale centrato sulle culture dell’uso come fondamentale fattore di “controllo”, proprio dall’alcol, in quanto sostanza acculturata per eccellenza, prenda ispirazione.

(il programma della Summer School su www.fuoriluogo.it)

mer, agosto 17 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Torna la voglia del manicomio criminale

Stefano Cecconi sull’emendamento che rischia di riaprire l’era degli OPG per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 10 agosto 2016.






stefano_cecconiUn emendamento approvato pochi giorni fa al Senato rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. E’ successo che la Commissione Giustizia, trattando il disegno di legge su “garanzie difensive, durata dei processi, finalità della pena”, ha ripristinato – in poche righe – la vecchia normativa sui manicomi giudiziari. Dispone che nelle Rems (le strutture regionali per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentiva) siano ricoverati, com’era in Opg, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e quelli in osservazione psichiatrica. E, come se non bastasse, prevede di continuare l’invio di persone in misure di sicurezza provvisoria, anziché fermare un fenomeno che è cresciuto in modo preoccupante fino a provocare una saturazione dei posti in Rems, a causa della non assimilazione della riforma da parte dei Gip.

Se la norma fosse confermata dall’Aula e dalla camera dei deputati, le conseguenze sarebbero disastrose, le Rems non avrebbero più una funzione “residuale”: cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione non sono assolutamente praticabili. Assumerebbero il ruolo di contenitore speciale per tutti i “folli rei”, secondo la logica manicomiale del cosiddetto “binario parallelo” (c’è un binario per i sani e un binario speciale per i matti). Il rientro di queste persone (con sopravvenuta malattia mentale, in osservazione psichiatrica, ma anche in misura provvisoria per i reati più gravi) nel carcere, o comunque nel “normale” circuito delle misure alternative alla detenzione, era stato deciso proprio per ridimensionare il ruolo del “binario parallelo”. Così invece, aumenteranno le persone inviate nelle Rems: si moltiplicano i posti in strutture speciali solo per i malati di mente, riproducendo all’infinito la logica manicomiale.

La legge 81/2014, che ha disposto la chiusura degli Opg e avviato il loro superamento, ha stabilito un obbiettivo chiaro: far prevalere misure non detentive per la cura e la riabilitazione delle persone malate di mente, con progetti individuali, potenziando i servizi nel territorio, a partire dai Dipartimenti di salute mentale. Rispondendo a due sentenze della Corte Costituzionale, la n. 253 del 2003 e la n. 367 del 2004, che si ispirano esplicitamente alla Riforma Basaglia. Ora tutto diventa più difficile.

Intendiamoci, l’emendamento ha intenzioni condivisibili e nasce da giuste preoccupazioni: garantire ai detenuti il diritto alla salute e alle cure, troppo spesso ostacolati o negati dalle condizioni vergognose di molte carceri. Ma la soluzione trovata è sbagliata. Non ci sono scorciatoie, bisogna potenziare le misure alternative alla detenzione e organizzare i programmi per la tutela della salute mentale in carcere, con le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche. Qui il ritardo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria è grave. Il caso più clamoroso è quelli dei reclusi ex art. 148 CP a Reggio Emilia.

Ora ci aspettiamo un intervento deciso del Governo per rimuovere quanto l’emendamento ha disposto, e riprendere il già difficile percorso di superamento degli Opg, a partire dalla chiusura degli Opg rimasti aperti: Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto.

Questa vicenda svela ancora una volta che la questione del “binario parallelo”, all’origine degli Opg e delle stesse Rems, deve essere affrontata e risolta. Per noi bisogna abolirlo, modificando il Codice Penale. Immediatamente il ministro Orlando deve prendere in considerazione le proposte degli stati Generali sulle misure di sicurezza.

Ancora una volta torna in gioco l’attualità della nostra Costituzione, l’equilibrio fra responsabilità e diritti.

mer, agosto 10 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments