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Droghe e Diritti

No cannabis club a Torino, siamo italiani

Susanna Ronconi racconta l’irruzione al CSOA Gabrio di Torino per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 24 agosto 2016






susanna_ronconi«Si sequestra in misura infinitamente più ampia la sostanza meno dannosa rispetto a quelle ben più nocive se non letali», denuncia la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) nel prendere posizione a favore della legalizzazione della canapa. La canapa viene infatti sequestrata fino a 150 volte più di  altre sostanze, e la gran parte delle persone segnalate alle Prefetture consuma canapa. Molto più utile sarebbe, per la DNA, investire le energie in altro, passando da una inefficace repressione a forme di controllo “civili”.

Non sembra pensarla così la Procura di Torino, che all’alba del 18 agosto in una sonnolenta Torino ferragostana, ordina una irruzione al Centro sociale Gabrio,  trovandovi 60  piante di marijuana e  una modesta quantità di foglie essiccate. Due persone denunciate ex articolo 73 della legge sugli stupefacenti e, ovviamente,  sequestro  delle piante. All’origine, una segnalazione, dicono al Gabrio, ma va detto che c’era poco da segnalare, e non è stata una gran operazione investigativa: la pratica dell’autocoltivazione è da sempre pubblicamente sostenuta dal Gabrio, uno dei centri sociali italiani più attivi, informati e competenti nel discorso e nella pratica antiproibizionisti. L’appuntamento annuale della Festa della semina da anni rende esplicita questa  scelta, lavora per sottrarre alle narcomafie un mercato lucroso, e, insieme, si spende per la promozione di un consumo consapevole, più sicuro e  informato attraverso una cultura della riduzione dei rischi. «Siamo consapevoli – dicono – che praticare coerentemente l’antiproibizionismo significa disobbedire a leggi ingiuste così come sappiamo che può portare ad affrontare forme di repressione come quella adottata questa mattina. Siamo d’altronde sicuri che l’autoproduzione sia l’unico sistema per scardinare il sistema delle narcomafie da un lato e del controllo sociale oscurantista dall’altro. L’autoproduzione è condivisione, non spaccio». Le 60 piante infatti non sono destinate  al mercato, ma a una condivisione solidale e gratuita: nessun contributo della polizia torinese alla lotta ai trafficanti, in questo caso.

Sull’autocoltivazione ad uso personale come si sa da decenni ormai si alternano sentenze nell’una o nell’altra direzione, che espongono i consumatori a una  lotteria – tribunale che ti capita,  sentenza che trovi – ormai scandalosa sul piano del diritto e dei diritti. La  politica sta faticosamente cercando di colmare questa colpevole assenza,  portando al dibattito nell’Aula di Montecitorio  la proposta di legalizzazione dell’intergruppo dei 300 parlamentari, mentre da marzo va avanti la campagna promossa da alcune associazioni – tra cui Luca Coscioni, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, Forum Droghe, Antigone, Società della Ragione – per una  proposta di legge di iniziativa popolare (www.legalizziamo.it) I due testi si richiamano, ma anche si differenziano su alcuni aspetti, e la storia del Gabrio ne mette in evidenza soprattutto uno: quello della liceità dell’autocoltivazione  per uso personale individuale e di gruppo, che si affianchi e conviva  con la regolazione della produzione e della vendita a livello commerciale. La proposta delle associazioni, oltre ad addolcire l’impeto monopolista di quella parlamentare prevedendo, di contro, per la parte commerciale un più articolato sistema di licenze, esplicitamente prevede non solo la coltivazione personale (regolamentata se oltre le 5 piante) ma anche quella di gruppo, con i Cannabis Social Club (CSC)  che non debbono superare i 100 soci, non devono ovviamente prevedere attività commerciali  e sono sottoposti a precise regole di gestione. Una differenza che non solo esprime una cultura  più attenta alle libertà dei singoli, ma che  è capace di cogliere e valorizzare dinamiche sociali “dal basso” da tempo in atto. Se si fosse in Spagna, in Belgio o in Slovenia già oggi la coltivazione e condivisione del  Gabrio sarebbe un CSC, legale o para legale o tollerato, a seconda dei contesti  nazionali. E, a proposito, ai sensi della legge di iniziativa popolare – ma anche  dei  CSC europei –   le 60 piante sequestrate sarebbero lecite se il gruppo fosse di 12 persone, 5 piante a testa. Al Gabrio i soci sono molti di più. Se non fossimo in Italia, sarebbero moderati e virtuosi.

mer, agosto 24 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Bere sicuro, le risorse sociali e individuali

Grazia Zuffa presenta la prossima edizione sull’Alcol della Summer School di Forum Droghe, CNCA e CTCA per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 17 agosto 2016.






zuffaAlcol e riduzione del danno: il tema – cui è dedicata la Summer School 2016 di Forum Droghe e CNCA nazionale e toscano, in programma dall’otto al dieci settembre a Firenze – è ricco di angolature e suggestioni. L’interesse più immediato, dal punto di vista di chi opera nel campo dei servizi, è di rilanciare un modello operativo meno diffuso nel campo dell’alcol che delle droghe illegali. Il che è un paradosso, degno di approfondimento, se non ci limitiamo a vedere la riduzione del danno come un insieme di interventi non finalizzati all’astinenza, ma come un approccio di politiche pubbliche che discende da un preciso paradigma di lettura dei consumi e dei fattori che si ipotizza li influenzino. In questa prospettiva, è stato l’alcol, prima delle droghe illegali, al centro del conflitto fra paradigmi. Da un lato il modello “morale”, ma anche il modello “malattia”, focalizzato sull’alcolismo (cui si rifanno i famosi programmi dei “dodici passi”): ambedue orientati, seppur per ragioni diverse, al “consumo zero”.  Dall’altro il paradigma dell’apprendimento sociale, che a differenza dei primi amplia lo sguardo oltre la farmacologia e la patologia individuale, riuscendo  perciò a cogliere  le differenze nei modelli del bere, sia rispetto ai livelli di rischio, che ai significati e ai rituali che il bere assume nei diversi contesti socioculturali (le “culture del bere”). Da qui il cambio di obiettivi delle politiche pubbliche, dalla riduzione della prevalenza dei consumi nella popolazione, alla promozione del “bere più sicuro”; ma anche il cambio di obiettivi nei servizi, dall’astinenza come imperativo unico, a una pluralità di cambiamenti in positivo, nel modello del bere ma anche nell’intera struttura di vita della persona.

Questo conflitto esplode già negli anni settanta e ottanta, quando, specie per iniziativa di due psicologi statunitensi, Mark e Linda Sobell, si cominciano a ideare e valutare programmi finalizzati al “bere controllato”: suscitando violente reazioni, tanto che il lavoro dei Sobell è stato tacciato addirittura di “frode”. Tale era ancora radicata l’ideologia dell’alcol come “demonio”, propria del movimento della Temperanza, a oltre mezzo secolo dalla fine del proibizionismo.

Oggi sappiamo, anche dalla ricerca epidemiologica, che per i bevitori “fuori controllo”, compresi quelli diagnosticati come alcolisti, il ritorno a modelli controllati del bere è non solo un esito possibile, ma anche quello più comune. E’ bene però ribadire che la riduzione del danno non si esaurisce nell’apprezzamento del “bere controllato” quale obiettivo in ambito clinico: ciò è semmai l’esito di un approccio che, a differenza dei precedenti, si concentra sulle risorse “naturali” dei contesti sociali e degli individui nel “tenere sotto controllo” il bere (o nel riconquistare il controllo quando si sia indebolito). Da qui l’importanza attribuita alla ricerca sul cosiddetto natural recovery delle persone che attraversano periodi di bere intensivo e che li superano cambiando il loro comportamento senza l’aiuto dei servizi. Al tema dei percorsi di self change sarà perciò dedicato l’intervento del sociologo Harald Klingemann, uno dei più importanti studiosi nel campo, che ne illustrerà il potenziale di rinnovamento per i servizi.

L’alcol è dunque un osservatorio privilegiato per l’approccio di riduzione del danno, poiché, a differenza che per le droghe illegali, le regole informali all’uso sicuro hanno la possibilità di circolare liberamente. Non è un caso che negli anni settanta Norman Zinberg, per elaborare il nuovo paradigma dell’apprendimento sociale centrato sulle culture dell’uso come fondamentale fattore di “controllo”, proprio dall’alcol, in quanto sostanza acculturata per eccellenza, prenda ispirazione.

(il programma della Summer School su www.fuoriluogo.it)

mer, agosto 17 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Torna la voglia del manicomio criminale

Stefano Cecconi sull’emendamento che rischia di riaprire l’era degli OPG per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 10 agosto 2016.






stefano_cecconiUn emendamento approvato pochi giorni fa al Senato rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. E’ successo che la Commissione Giustizia, trattando il disegno di legge su “garanzie difensive, durata dei processi, finalità della pena”, ha ripristinato – in poche righe – la vecchia normativa sui manicomi giudiziari. Dispone che nelle Rems (le strutture regionali per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentiva) siano ricoverati, com’era in Opg, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e quelli in osservazione psichiatrica. E, come se non bastasse, prevede di continuare l’invio di persone in misure di sicurezza provvisoria, anziché fermare un fenomeno che è cresciuto in modo preoccupante fino a provocare una saturazione dei posti in Rems, a causa della non assimilazione della riforma da parte dei Gip.

Se la norma fosse confermata dall’Aula e dalla camera dei deputati, le conseguenze sarebbero disastrose, le Rems non avrebbero più una funzione “residuale”: cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione non sono assolutamente praticabili. Assumerebbero il ruolo di contenitore speciale per tutti i “folli rei”, secondo la logica manicomiale del cosiddetto “binario parallelo” (c’è un binario per i sani e un binario speciale per i matti). Il rientro di queste persone (con sopravvenuta malattia mentale, in osservazione psichiatrica, ma anche in misura provvisoria per i reati più gravi) nel carcere, o comunque nel “normale” circuito delle misure alternative alla detenzione, era stato deciso proprio per ridimensionare il ruolo del “binario parallelo”. Così invece, aumenteranno le persone inviate nelle Rems: si moltiplicano i posti in strutture speciali solo per i malati di mente, riproducendo all’infinito la logica manicomiale.

La legge 81/2014, che ha disposto la chiusura degli Opg e avviato il loro superamento, ha stabilito un obbiettivo chiaro: far prevalere misure non detentive per la cura e la riabilitazione delle persone malate di mente, con progetti individuali, potenziando i servizi nel territorio, a partire dai Dipartimenti di salute mentale. Rispondendo a due sentenze della Corte Costituzionale, la n. 253 del 2003 e la n. 367 del 2004, che si ispirano esplicitamente alla Riforma Basaglia. Ora tutto diventa più difficile.

Intendiamoci, l’emendamento ha intenzioni condivisibili e nasce da giuste preoccupazioni: garantire ai detenuti il diritto alla salute e alle cure, troppo spesso ostacolati o negati dalle condizioni vergognose di molte carceri. Ma la soluzione trovata è sbagliata. Non ci sono scorciatoie, bisogna potenziare le misure alternative alla detenzione e organizzare i programmi per la tutela della salute mentale in carcere, con le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche. Qui il ritardo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria è grave. Il caso più clamoroso è quelli dei reclusi ex art. 148 CP a Reggio Emilia.

Ora ci aspettiamo un intervento deciso del Governo per rimuovere quanto l’emendamento ha disposto, e riprendere il già difficile percorso di superamento degli Opg, a partire dalla chiusura degli Opg rimasti aperti: Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto.

Questa vicenda svela ancora una volta che la questione del “binario parallelo”, all’origine degli Opg e delle stesse Rems, deve essere affrontata e risolta. Per noi bisogna abolirlo, modificando il Codice Penale. Immediatamente il ministro Orlando deve prendere in considerazione le proposte degli stati Generali sulle misure di sicurezza.

Ancora una volta torna in gioco l’attualità della nostra Costituzione, l’equilibrio fra responsabilità e diritti.

mer, agosto 10 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Carcere, la riforma nel nome di Margara

Franco Corleone ricorda la figura di Sandro Margara per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 3 agosto 2016.






MargaraLunedì abbiamo salutato per l’ultima volta Alessandro Margara, che ha chiuso la sua lunga vita a Firenze, nella stessa chiesa dove due anni fa gli fummo vicini in occasione del funerale della sua adorata compagna di vita, Nora Beretta.

Nel dicembre scorso aprimmo un convegno sulla riforma penitenziaria del 1975 con la presentazione della raccolta di scritti di Margara intitolata “La giustizia e il senso di umanità”; una antologia di quattrocentocinquanta pagine sulle questioni del carcere, degli Opg, delle droghe e sul ruolo della Magistratura di Sorveglianza.

Nella mia prefazione, significativamente intitolata Il cavaliere dell’utopia concreta, ripercorro la sua straordinaria vicenda umana e politica, dedicata alla costruzione di un modello di pena e di carcere rispettoso della Costituzione, in specie dell’articolo 27 che prescrive il principio del reinserimento sociale del carcerato. La ricchezza del suo pensiero, espresso in tanti saggi, articoli, documenti, proposte di legge, è davvero impressionante.

E’ un volume che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dovrebbe diffondere in tutte le carceri e farne la base della formazione di tutto il personale.

Sandro Margara ha ricoperto molti incarichi e in tutti ha lasciato un’impronta indelebile. Come giudice di sorveglianza è stato un maestro per i suoi colleghi e un mito per i suoi “clienti”, i detenuti che sapevano che c’era un giudice per gli ultimi. Ricevette la nomina a capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dal ministro Giovanni Maria Flick, dopo la tragica e improvvisa scomparsa di Michele Coiro. Quella nomina rappresentò una svolta simbolicamente rivoluzionaria, e accese davvero la speranza dei detenuti e anche di molti operatori. Il suo licenziamento pochi anni dopo, preteso dal potere sindacale e concesso dalla subalternità della politica, dette il segno della restaurazione.

Fu poi scelto come presidente della Fondazione Michelucci e infine fu eletto come primo Garante dei detenuti della Regione Toscana. Lasciò quest’ultimo incarico dopo averne definito il carattere e volle che fossi io il suo successore.

Ho avuto la fortuna di stargli vicino, di confrontarmi con lui per tanti anni, di collaborare su questioni importanti:  voglio ricordare soprattutto la stesura del Regolamento penitenziario del 2000 e la costruzione del Giardino degli Incontri nel carcere di Sollicciano.

Molti hanno conosciuto e amato l’uomo intelligente, acuto, capace di ironia acuminata accompagnata da coraggio intellettuale e da assoluto rigore morale. La sua intransigenza sui principi non lo portava a posizioni astratte, ma si inverava sempre in proposte concrete e realizzabili.

Ricordiamo le sue ultime e disincantate considerazioni avanzate al Convegno su “Il carcere al tempo della crisi”, quando affermava: “Forse i progetti sono consentiti solo ai vecchi, che sono gli ultimi giovani (o illusi) rimasti. Non è possibile stare zitti, anche se parlare fosse solo consolatorio”. Sono parole che ci interrogano, tutti.

Gli Stati Generali dell’esecuzione penale, voluti dal ministro Andrea Orlando, hanno coinvolto tante energie in uno sforzo riformatore condiviso. Se si vuole davvero la riforma, anche parziale, si dovrà ripartire dalle proposte di Margara, a cominciare dal diritto all’affettività in carcere, dall’abolizione dell’ergastolo (almeno quello ostativo) e dalla modifica del regime del 41bis per eliminare gli aspetti macroscopicamente contrari ai diritti umani.

Alessandro Margara è stato un riformatore convinto. Le disillusioni che ha vissuto, lungi da piegarlo, hanno semmai rafforzato la limpidezza del suo pensiero e delle sue scelte politiche. Tocca a noi essere alla sua altezza e non mollare.

mer, agosto 3 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Il cavaliere dell’utopia concreta

Ricordo di Sandro Margara, amico di Forum Droghe e di Fuoriluogo.






cop-margaraSi è spento in queste ore Alessandro Margara. Una vita da Magistrato, in particolare come Magistrato di Sorveglianza, poi a capo del Dipartimento della Amministrazione penitenziaria, quindi Garante dei detenuti della Regione Toscana, Margara ha dedicato la sua vita “proprio alla costruzione di un modello di pena costituzionale e quindi di una galera in cui si realizzi il principio del reinserimento sociale scritto e prescritto dall’art. 27 della Costituzione“.

Un “cavaliere dell’utopia concreta“, come l’aveva appunto definito Franco Corleone nell’introduzione dell’antologia di scritti su carcere, opg, droghe e magistratura di sorveglianza intitolata “La Giustizia e il senso di umanità” pubblicata pochi mesi fa dalla Fondazione Michelucci.

Denunciò i nefasti effetti prima della legge Jervolino Vassalli e poi della Fini Giovanardi. In particolare per quel che riguarda le sanzioni amministrative fu tra i primi a sottolinearne la gravità, sia per l’effetto desocializzante che per il fatto di essere applicate senza alcuna garanzia costituzionale.

Sandro ci mancherà, ma mancherà soprattutto un punto di riferimento a tutti coloro che, con l’occhio rivolto alla speranza, vivono e osservano la vita nelle carceri italiane.

 

ven, luglio 29 2016 » nota a margine » No Comments

Cannabis, i miti italiani e i fatti del Colorado

Luca Marola commenta il rapporto sui primi due anni di legalizzazione della cannabis in Colorado per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 27 luglio 2016






Luca-Marola-Canapaio-DucaleIl dibattito sulla regolamentazione della cannabis sta entrando nel vivo anche in Italia e già gli ultimi paladini di quel proibizionismo che in quarant’anni di cieca applicazione ha portato ai disastri che stiamo vivendo, lanciano le proprie invettive. Come al solito senza alcun dato ed evidenza scientifica a supporto. In questo contesto è molto utile leggere il primo report ufficiale prodotto a marzo dal Dipartimento di Sicurezza Pubblica dello Stato del Colorado, il primo degli Stati Uniti a sperimentare la regolamentazione legale della cannabis.

Molti sono gli spunti di riflessione per avviare un maturo dibattito in Italia. Innanzitutto il consumo di cannabis mentre aumenta tra gli adulti (dal 21 al 31% tra i 18-25 anni e dal 5 al 12% tra i maggiori di 26 anni di età), tra i minorenni resta sostanzialmente invariato: “un cambiamento non significativo”. La cannabis legale non ha portato, quindi, ad un aumento del consumo tra i giovani che anzi è stato rilevato addirittura in diminuzione da uno studio del mese scorso. E qui Maurizio Lupi, che accusa chi vuole legalizzare di voler  “condannare un’intera generazione” di giovani, trova la smentita.

Un’altra bufala tutta italiana viene smontata dai dati provenienti da oltreoceano: il numero di conducenti colti sotto l’effetto di cannabis, sola o in combinazione con altre sostanze, è calato dell’1% nel 2015 rispetto all’anno precedente. I fatti smentiscono quindi un incremento della guida sotto gli effetti da stupefacenti, ed anche Giovanardi è sbugiardato.

L’ammontare delle entrate fiscali per lo stato sono in netta ascesa: “Le entrate complessive dovute a tasse, licenze ed accise sono aumentate dai $76,152,468 nel 2014 a $135,100,465 nel 2015 con un incremento del 77%. La quota destinata all’edilizia scolastica ed all’assistenza sociale ammonta a $35,060,590 nel 2015”. A fine 2015 erano 2.530 le licenze per la vendita concesse dall’amministrazione pubblica di cui oltre il 70% concentrate a Denver. Quasi 110.000 pazienti si sono registrati per ottenere cannabis terapeutica dai dispensari, il 93% dei casi per lenire dolori cronici, il 20% spasmi muscolari ed il 12% la nausea.

Crollano gli arresti per reati connessi alla marijuana del 46% tra il 2012 ed il 2014 anche se rimane irrisolta la questione razziale con il 51% di arresti di bianchi in meno, il 33% di ispanici e un decremento del solo 25% tra la popolazione afroamericana. Il numero di arresti tra i neri resta tre volte superiore a quello tra la popolazione bianca.

Per quanto riguarda il crimine, vi è un decremento del 3% per i reati contro la proprietà e di oltre il 6% per quanto riguarda i crimini violenti.

Aumentano i casi di chiamate agli ospedali per presunte intossicazioni da cannabis ma questo dato è  influenzato dal fatto che legalizzando, lo stigma sociale si è molto affievolito e pertanto è probabile che nel passato non ci si rivolgesse agli ospedali mentre solo ora, senza alcuna minaccia penale sulla testa, la situazione è realmente monitorabile.

E’ ancora prematuro, sottolinea il Dipartimento di Sicurezza Pubblica del Colorado, trarre delle conclusioni sui potenziali effetti della legalizzazione della cannabis sotto i profili sanitari, di sicurezza pubblica, di comportamenti giovanili, sia perché servono i dati di almeno i primi tre anni di sperimentazione (fine 2017) sia per la difficoltà di reperire dati credibili del passato proibizionista. Quel che è evidente, ad oggi, è che il consumo, la vendita e la produzione di cannabis legale in Colorado non ha fato crollare il cielo né spalancato le porte dell’inferno.

Il rapporto e le notizie dal Colorado online su fuoriluogo.it

mer, luglio 27 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Cannabis. Associazioni consegnano Libro Bianco sulle droghe ai deputati

Oggi, in occasione dell’inizio della discussione sulla legalizzazione della cannabis, la consegna in parlamento di centinaia di copie del Libro Bianco sulle droghe 2016.






Copertina libro bianco sulle droghe 2016Oggi, in occasione dell’inizio della discussione in aula della proposta di legge 3235, Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati, le organizzazioni raccolte nel Cartello di Genova, fra cui Forum DrogheLa Società della Ragione, CGIL e Antigone consegneranno ai deputati una copia del il 7° Libro bianco sulle Leggi sulle Droghe in Italia. Il testo elaborato a più mani raccoglie dati ed indicazioni utili per un’analisi delle conseguenze penali e sociali della legislazione proibizionista sulle droghe in Italia, e avanza proposte concrete che possono, nell’opinione degli autori, supportare la discussione Parlamentare. Lo stesso Roberto Saviano vi ha fatto riferimento in un suo recente articolo sulla cannabis apparso sul settimanale L’Espresso.

Dichiarazione di Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe:

Distribuiremo ai deputati italiani centinaia di copie del 7° Libro Bianco droghe, che è di fatto l’unica pubblicazione che prova a fare una valutazione sull’efficacia delle normative sulle droghe in Italia, con un commento ragionato a dati e politiche” afferma Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe. “Purtroppo sull’argomento droghe troppi parlano senza conoscere, anche fra i nostri parlamentari, prova ne siano alcuni emendamenti presentati alla proposta di Legge sulla regolamentazione della cannabis in discussione alla Camera. Il Libro Bianco è invece uno strumento utile e rigoroso nelle sue analisi numeriche e nei suoi commenti alle attuali politiche sulle droghe nazionali e internazionali. Speriamo che oltre alle irresponsabili prese di posizione ideologiche di alcuni soliti noti, la discussione parlamentare sulla cannabis possa entrare nel merito delle questioni che riguardano milioni di cittadini vessati da divieti e punizioni. Divieti e punizioni – continua Stagnitta – che non fanno altro che peggiore le loro condizioni di vita senza peraltro aver sortito alcun effetto nella diminuzione dei consumi di droghe. La scienza parla chiaro e anche i numeri sui produzione, traffico e consumo di sostanze. Contiamo che il Parlamento sia all’altezza delle proprie responsabilità e della serietà dell’argomento e approvi in tempi rapidi una riforma dovuta e richiesta dal Paese come dimostrano le migliaia di firme a sostegno della legalizzazione che vengono raccolte proprio in queste settimane nel paese”.

L’ufficio Stampa

lun, luglio 25 2016 » news » No Comments

Omicidio stradale, un pasticciaccio brutto

Giorgio Bignami torna sulla questione droghe e guida e omidicio stradale per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 20 luglio 2016






Giorgio BignamiNel Libro Bianco 2016 sugli effetti della legge sulle droghe, diffuso alla fine di giugno l’aggiornamento sul tema «droghe e guida» si era esteso a una critica della nuova legge sull’omicidio stradale. La critica riguardava principalmente due aspetti: primo, la sproporzione tra le pene previste (sino a 18 anni di carcere) rispetto a quelle per i più gravi reati non solo colposi ma anche dolosi; secondo, nei casi in cui entrano in gioco l’alcol e/o le droghe illecite, le molte incertezze sulla fattibilità e validità di affidabili e tempestivi accertamenti clinici e analitici, e, in particolari casi, anche i sospetti di incostituzionalità.

Dopo la stesura dell’aggiornamento si è avuta una dura presa di posizione dell’Unione camere penali, che ha definito la legge sull’omicidio stradale un «arretramento verso forme di imbarbarimento del diritto penale, frutto di cecità politico-criminale e di un assoluto disprezzo per i canoni più elementari della “grammatica” del diritto penale». Inoltre è apparsa su Diritto Penale Contemporaneo una minuziosa analisi critica della legge (di ben 34 pagine) condotta dal penalista Giuseppe Losappio, docente all’Università di Bari; un testo denso di riferimenti giuridici che non tenteremo di riassumere, limitandoci a citare alcuni passaggi del sommario. «E’ l’ennesima riforma che introduce nell’obsoleto tessuto del codice penale il frutto di opzioni politico-criminali di impostazione mediatico-emergenziale». Quindi «non sorprende che la nuova disciplina sia diffusamente caratterizzata da svariati errori di scrittura, difficoltà di lettura e coordinamento sistematico, da ricorrenti tracce di irragionevolezza/sproporzione, alcune delle quali persino di dubbia legittimità costituzionale». Seguono considerazioni sulla «imprecisione della formula che descrive il rapporto tra violazione della regola cautelare ed evento», al punto di postulare un «intervento di ortopedia interpretativa»; il che, se abbiamo capito bene, apre la strada a una troppo ampia discrezionalità nella applicazione della legge.

Sul piano pratico, a parte quanto riguarda alcol e droghe di cui si è detto nel Libro Bianco, hanno iniziato a piovere segnalazioni allarmanti su vari possibili effetti perversi della legge. Per esempio, non pochi incidenti di per sé non gravi – come un tamponamento e il conseguente «colpo di frusta» – possono produrre lesioni con prognosi superiore ai canonici 40 giorni. Ebbene, in questo caso il responsabile pur «pulito» di sostanze dovrà affrontare un processo penale con una pena prevista da 3 a 12 mesi di reclusione e con una automatica sospensione della patente per ben cinque anni.

Inoltre il gruppo Pd della Regione Emilia-Romagna ha adottato una risoluzione che chiede alla Giunta regionale di attivarsi insieme al Ministero dell’Interno per ridefinire la responsabilità degli Enti Locali proprietari e gestori delle strade, laddove sia venuta a mancare la manutenzione per mancanza di fondi. Da un lato, infatti, la legge 41/2016 si applica anche a coloro cui compete la tutela della sicurezza stradale, quindi agli Enti locali che abbiano mancato di rendere sicure e fruibili le strade pubbliche. D’altro lato per gli Enti locali, soprattutto per i comuni più piccoli, diventa sempre più difficile garantire una manutenzione adeguata della rete stradale a causa della contrazione delle risorse disponibili.

Insomma, questo fiore populistico-penale all’occhiello di Matteo Renzi pare proprio un bruttissimo imbroglio, e non solo per ciò che riguarda gli incidenti sotto l’effetto di alcol e droghe.

mer, luglio 20 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Sos suicidi, fermare la morte in cella

Sergio Segio scrive sull’emergenza suicidi in carcere per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 13 luglio 2016.






Se Il Fatto si schiera contro i giudiciIl problema è antico quanto l’invenzione della prigione. Perché, il più delle volte, è proprio il carcere a scatenare pulsioni e pratiche suicidiarie. O, meglio, è ciò che il carcere toglie alla persona, assieme e oltre alla libertà: presente e futuro, affetti, lavoro, ruolo sociale, dignità. E, infine, speranza.

Per quanto ogni suicidio sia un caso a sé, con alla base un intreccio di fattori, spesso la spinta a morire viene dall’incapacità di resistere alla spoliazione di tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta. Uccidersi in cella, allora, può sembrare paradossale e tragico recupero di sé. Come nella Ballata del Michè di De Andrè: adesso che lui s’è impiccato / la porta gli devono aprir.

Il problema è tanto antico quanto insoluto, come mostrano le statistiche. Per stare alle più recenti, i suicidi in cella sono stati 44 nel 2014, 43 l’anno successivo, mentre alla fine dello scorso aprile erano già 12, oltre a ben 302 tentati suicidi e 2278 atti di autolesionismo. Così che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha voluto richiamare l’attenzione delle strutture penitenziarie con una direttiva, indirizzata al capo del Dipartimento non a caso a ridosso dell’estate, quando, con disagi e sofferenze, aumentano i rischi. Una direttiva e un richiamo non solo formale, giacché dispone e dettaglia diverse misure, mirate in particolare ai giovani detenuti, a soggetti più fragili quali tossicodipendenti, alcolisti, abusatori di psicofarmaci e alla prima fase della carcerazione; assieme, rimarca la necessità dell’attento monitoraggio, osservazione e studio del fenomeno, nonché della formazione.

Se i numeri non decrescono, pure e infine qualche maggiore consapevolezza sembra essersi fatta strada. Tanto che il ministro riconosce come il «prevalente» fattore di rischio sia quello ambientale e non soltanto quello individuale. Ne consegue che «la sola sorveglianza e l’isolamento del detenuto con tendenza suicida non possono costituire incisivo strumento di prevenzione»; tali misure, anzi, possono accentuare «il rischio di azioni autodistruttive».

Un ragionamento che potrebbe apparire persino banale, ma che ha faticato a farsi strada nella tradizionale gestione e cultura operativa del carcerario. Dunque è fatto positivo che oggi – o meglio ieri, con una nota del Dipartimento datata 4 febbraio sulla prevenzione dei suicidi in carcere – si sottolinei l’importanza di «evitare ogni forma di isolamento del soggetto a rischio» e di individuare – pur con la cautela del «per quanto possibile» – «compagni di detenzione umanamente e culturalmente più idonei a instaurare un rapporto proficuo con la persona in difficoltà».

Parimenti, sembra acquisita la centralità della formazione del personale, troppo spesso in passato limitata unicamente alle funzioni di custodia e sicurezza.

Insomma, pur con storici ritardi, i responsabili delle carceri sembrano essersi resi conto che la segregazione, il “carcere chiuso”, la carenza di relazione, la negazione degli affetti costituiscono una morte dilazionata, fonte di quella disperazione che può portare a scegliere di morire in fretta e di propria mano. E sembrano intenzionati a dare seguito e concretezza a quel corposo Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie in ambito penitenziario da tempo allo studio.

Siamo sempre e ancora ai buoni propositi, può obiettare non senza ragioni qualcuno. Rimane vero che se il carcere è la malattia, la vera è più efficace cura sarebbe la sua abolizione. Tuttavia, i buoni propositi sono l’indispensabile presupposto delle buone pratiche. Che, a loro volta, possono costituire altrettante tappe per finalmente “liberarsi dalla necessità del carcere”. Come si riteneva possibile non molto tempo addietro.

mer, luglio 13 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Canapa, l’Antimafia sposa la legalizzazione

Marco Perduca commenta la nota della Direzione nazionale Antimafia per le audizioni sui pdl per la legalizzazione della cannabis per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 6 luglio 2016.






Marco PerducaNegli ultimi decenni “in Italia, sotto il profilo macro-economico (ma non solo) il narcotraffico è stato il più rilevante ed efficace moltiplicatore di ricchezza, creando in pochi anni enormi accumulazioni patrimoniali che nessuna attività economica è stata in grado produrre. Una ricchezza illecita che, inevitabilmente, è rifluita sul mercato finanziario ed economico legale, alterandone le regole essenziali e, fra queste, la più importante che è quella che, in un sistema liberal-democratico, assicura giustizia, equità e progresso sociale: la parità di partenza fra i diversi operatori economici”. Non è l’incipit del capitoletto “antiproibizionista” di un movimento politico contrario alla “guerra alla droga” né una delle analisi ospitate solitamente su queste pagine, bensì un estratto dal parere inviato dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo alle Commissioni giustizia e affari sociali della Camera dei deputati che in questi giorni sta terminando un’indagine conoscitiva relativa alle proposte di legge per la legalizzazione della cannabis previste per l’Aula entro la fine di luglio.

A differenza delle cose dette, e dei documenti presentati alle Commissioni nelle scorse settimane da decine di esperti, associazioni e cultori della materia, il Sostituto Procurato Nazionale, Francesco Curcio e il Procuratore Nazionale, Franco Roberti hanno “espresso un parere sui progetti di legge”. Per quanto riguarda la legalizzazione della cannabis, purché avvenga con la creazione di un monopolio e scongiuri il consumo associato, Curcio e Roberti esprimono parere favorevole.

“Negli ultimi 20/25 anni si stima che in termini assoluti in Italia le narco-mafie abbiano disposto di un patrimonio ‘ripulito’ presente sui mercati finanziari, immobiliari e mobiliari, pari a circa 400 miliardi di euro. Un patrimonio che, sulla base dei dati forniti dalle Nazioni unite, si incrementa di 20 miliardi di euro di anno in anno”. Il “parere”  della Direzione Nazionale Antimafia segnala che “le mafie nazionali e internazionali godano di una posizione di sostanziale monopolio nella gestione dei traffici di stupefacenti” ivi compresa quella della cannabis e che “la crescente domanda di cannabis ha trovato una pronta risposta, nella straordinaria, nuova, produzione afgana” e non, come si pensava, nella produzione diffusa in Europa.

La Direzione Nazionale denuncia inoltre che “il traffico di stupefacenti – compreso quello della cannabis – alimenta e moltiplica le risorse finanziarie delle organizzazioni di tipo mafioso (nazionali e non) e dunque, fra l’altro, la loro capacità di produzione della cannabis”; relativamente al racconto afgano, si ritiene che sia “controllata da gruppi fondamentalisti e terroristi. Il che equivale a dire che la produzione di cannabis è una delle fonti di finanziamento del terrorismo”. Segue una lista di sequestri di quantitativi che, in Italia, sono di 100-150 volte superiori a quelli di eroina e cocaina e addirittura di 8000 di quelli delle droghe sintetiche: “si sequestra in misura infinitamente più ampia la sostanza meno dannosa rispetto a quelle ben più nocive se non letali”.

La Direzione Nazionale entra poi nel merito del testo unificato a prima firma Giachetti articolando ulteriormente il proprio parere favorevole auspicando che il circuito penale resti l’extrema ratio anche per chi dovesse violare la nuova normativa. Con 300 parlamentari che hanno sottoscritto proposte per la regolamentazione legale della marijuana, un iter ormai incardinato alla Camera, una raccolta di firme su una legge d’iniziativa popolare per la legalizzazione della cannabis e questi auspici così autorevoli, cosa aspetta il Governo a prender posizione?

Vai al documento integrale della Direzione Nazionale Antimafia.

mer, luglio 6 2016 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments