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Droghe e Diritti

Droghe, Indonesia: basta esecuzioni.

Intervento di Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe sulle recenti esecuzioni in Indonesia

Esecuzioni in IndonesiaComunicato Stampa
Droghe, Indonesia: basta esecuzioni.
Intervento di Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe

Maria Stagnitta, Presidente di forum Droghe interviene sul caso delle esecuzioni in Indonesia: “Il caso dell’esecuzione di 6 persone in Indonesia accusate di reati legati al traffico di stupefacenti è esemplare di come in moltissimi paesi del mondo i reati legati alla droga siano trattati con maggiore severità rispetto agli altri reati. Sono molti gli stati che prevedono la pena di morte per reati legati alla droga – continua Maria Stagnitta –  vedi gli articoli di Grazia Zuffa sulla nostra testata on line Fuoriluogo.it , e solo 5 mesi fa in Arabia Saudita 4 persone sono state giustiziate per traffico di droghe leggere. La lista di questi paesi  è lunga e vede primeggiare nazioni come l’Iran nel quale si annovera uno dei più alti tassi di tossicodipendenti al mondo, dimostrando ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, quanto inutili siano pene di una così grave durezza nell’affrontare un tema delicato come quello legato alle politiche sulle droghe.  Ma la pena di morte è solo la punta di un iceberg, ci sono paesi dove anche il solo sospetto di essere tossicodipendenti o il possesso di piccole quantità di droga sono puniti con anni o mesi di carcere o di rieducazione in campi di lavoro, frustate o pesanti discriminazioni. Tutto questo armamentario di torture medioevali non trova forse giustificazione ma almeno una velata ispirazione nelle dichiarazioni ONU sulla politiche sulle droghe, nelle quali alla droga viene dichiarata guerra. Una guerra che ha causato migliaia di morti se consideriamo anche tutte le vittime del narcotraffico e quelle da infezioni HIV e HCV . Il fallimento delle politiche repressive è evidente ed innegabile ad ogni livello, tanto da aver spinto l’ONU a convocare una sessione speciale sull’argomento senza aspettare le scadenze naturali. UNGASS questa la sigla per la sessione speciale dell’ONU si terrà a New York nel 2016 e in quel consesso ogni paese potrà esprimere la propria posizione sul tema droghe. Aspettiamo che l’Italia definisca la propria con un percorso partecipato da tutte le realtà che operano nel settore e nella consapevolezza che c’è bisogno di svoltare pagina rispetto alle politiche repressive e proibizionistiche che causano tutt’oggi enormi sofferenze umane, sociali ed economiche nel mondo intero e che non sono servite a contenere le ricadute negative del fenomeno né in termini di salute delle persone né in termini di narcotraffico “.

gio, gennaio 29 2015 » news » No Comments

Anno Giudiziario, droga e pene illegali

Stefano Anastasia per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 28 gennaio 2015

anastasia“L’anno trascorso è stato caratterizzato dalla rilevante incidenza sul trattamento punitivo dei reati in tema di stupefacenti che è derivato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014”, questo ha detto il Primo presidente della Corte di cassazione, Giorgio Santacroce, inaugurando l’anno giudiziario. Come avevamo sostenuto già all’indomani della sentenza, alcuni delicati problemi interpretativi che ne sono seguiti “avrebbero potuto essere evitati o, almeno, ridotti da un tempestivo e coerente intervento del legislatore volto ad adeguare le pene previste in questa materia, tenuto conto del ripristino della differenziazione tra droghe leggere e droghe pesanti e, soprattutto, prendendo coraggiosamente atto della estrema inutilità dell’incremento sanzionatorio stabilito con la legge Fini–Giovanardi”. Ma così non è stato. E in carcere abbiamo visto consumarsi l’esecuzione di pene illegittime, stabilite sulla base di norme giudicate incostituzionali.

Già in due importanti pronunce la Cassazione ha fatto cadere il tabù dell’intangibilità del giudicato, non opponibile al “diritto di libertà contro ingiustificate limitazioni disposte in applicazione di una norma in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ovvero dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale”, per stare ancora alle parole di Santacroce. Ma, si sa, la giurisdizione è un potere diffuso, e ogni giudice è indipendente nelle sue decisioni. Così non mancano decisioni assurde, che si rifiutano di rivedere la pena in esecuzione perché rientra nei limiti stabiliti dalla vecchia normativa tornata in vigore, senza che sia tenuto in alcun conto il fatto che una detenzione di droghe leggere punita con meno di sei anni di carcere ai tempi della Fini-Giovanardi era un reato poco più che bagatellare, mentre con i nuovi limiti di pena diventa equivalente a un fatto che si merita quasi il massimo della pena. Così, ha ricordato Santacroce, il 26 febbraio le Sezioni unite della Cassazione torneranno ad affrontare la questione dell’intangibilità del giudicato, questa volta proprio in materia di droghe, per “fare un po’ d’ordine nel microsistema sanzionatorio della nuova normativa”.

E, in effetti, un po’ d’ordine serve se il Procuratore aggiunto di Milano, Antonio Robledo, coordinatore dell’ufficio dell’esecuzione penale presso il Tribunale, richiesto di informazioni dal suo Capo, Edmondo Bruti Liberati, su sollecitazione della Garante dei detenuti di Milano, Alessandra Naldi, ha messo nero su bianco la soluzione tartufesca escogitata dalla VI sezione penale della Corte di cassazione e citata anche da Santacroce per motivare il ricorso al giudizio delle Sezioni unite. In base a essa, la pena sarebbe illegittima, appunto, solo nel caso in cui si collochi fuori dalle previsioni penali vigenti. Insomma, se valutate tutte le circostanze del caso, Tizio era stato condannato a cinque anni di reclusione sulla base della Fini-Giovanardi, potendo essere condannato a cinque anni di reclusione anche con la normativa rinnovata, per Robledo (e immaginiamo anche per Bruti, che su questo non obietta nulla al suo aggiunto-antagonista) non c’è problema: era condannato a una pena addirittura inferiore al minimo previsto dalla Fini-Giovanardi, oggi può restare condannato a una pena corrispondente quasi al massimo della (più mite) legislazione in vigore.

La cosa non ha senso e offende il più elementare senso di giustizia. Speriamo che le Sezioni unite della Cassazione chiudano definitivamente questa stucchevole querelle e, soprattutto, che ognuno faccia ciò che deve per porre termine all’esecuzione di pene illegittime.

(dossier sulla campagna “La pena illegittima” su www.fuoriluogo.it)

mer, gennaio 28 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Carcere, Napolitano vive e lotta con noi

Franco Corleone per la rubrica settimanale di Fuoriluogo su il Manifesto del 21 gennaio 2015

corleone-napolitanoGiorgio Napolitano è noto per l’estrema prudenza che lo contraddistingue nelle scelte politiche e anche nei nove anni di presidenza della repubblica ha esercitato in molte (troppe secondo i critici) occasioni questa virtù che gli deriva da una cultura politica costruita sul senso di responsabilità.

In rare occasioni ha rotto questo incantesimo e ha scelto un piglio radicale. Se non, come ha ricordato Stefano Anastasia su queste pagine (il manifesto, 7 gennaio 2015), sulla questione delle carceri e sul tema dell’Ospedale psichiatrico giudiziario.

Vale la pena ricordare le sue parole pronunciate il 28 luglio 2011 in un convegno del Partito Radicale: quella carceraria è “una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile” che ha raggiunto “un punto critico insostenibile”, “una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo, per non parlare dell’estremo orrore dei residui psichiatrici giudiziari, inconcepibile in qualsiasi paese appena appena civile”. Ribadiva la sua denuncia sottolineando “l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona. E’ una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita”.

Quel documento costituì la spinta per una lettera aperta al Presidente della Repubblica, primo firmatario il prof. Andrea Pugiotto, in cui si chiedeva l’invio di un Messaggio alle Camere. Fu sottoscritta da 139 giuristi e da alcuni Garanti dei diritti dei detenuti e indirizzata al Quirinale il 3 luglio 2012. Finalmente l’8 ottobre 2013 l’appello fu raccolto. Una scelta meditata e sofferta, tenendo conto che è stata l’unica volta che è stato utilizzato l’art. 87 della Costituzione per sollecitare una assunzione di responsabilità da parte del Parlamento.

La delusione per l’inadeguatezza della politica rispetto agli obiettivi di riforma della giustizia è sconfinata. Patrizio Gonnella, Luigi Manconi e chi scrive hanno inutilmente lanciato un appello per consentire al presidente Napolitano come ultimo atto del suo mandato la nomina del Garante nazionale dei diritti dei detenuti. Così non è stato, purtroppo.

Ma ora il timore è che la scelta del nuovo Presidente non sia all’altezza della crisi dello stato di diritto; una condizione che è resa drammaticamente emblematica anche dal fatto che migliaia di detenuti condannati dalle norme della legge incostituzionale Fini-Giovanardi stanno scontando una pena illegittima.

E’ davvero inquietante che si avanzi la candidatura di Paola Severino che da Ministro della Giustizia in Senato durante la discussione della legge anticorruzione non si peritò di tessere l’elogio di Alfredo Rocco, autore del codice del regime fascista, architrave dello stato etico. E’ ancora più grave un ministro della Repubblica ignori che Rocco concepì il regolamento carcerario del 1931 funzionale alla concezione della pena della dittatura. Questa presa di posizione allucinante non suscitò scandalo e sdegno per distrazione o non consapevolezza dei valori della Costituzione.

C’è bisogno che l’attenzione di Napolitano al carcere diventi una tradizione istituzionale della Presidenza della Repubblica. C’è bisogno di una personalità che non firmi leggi incostituzionali, che sia garantista e abbia come faro i diritti e la dignità dei cittadini, tutti, anche quelli privati della libertà. Esiste? Forse più di uno, a me non dispiacerebbe un ex presidente della Consulta che, addirittura, fuma la pipa come Pertini.

mer, gennaio 21 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Canapa, la riforma che viene dagli Usa

Hassan Bassi scrive per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 14 gennaio 2015

hassan_bassiIl 2014 è stato l’anno della svolta nelle politiche sulla cannabis negli Stati Uniti. Lo riassume bene l’associazione americana NORML che da oltre quaranta anni si batte per la riforma della politica delle droghe statunitense. ll paese promotore del proibizionismo mondiale si ritrova a fare i conti con la depenalizzazione e la legalizzazione della vendita della marijuana in almeno quattro importanti stati della federazione.

L’anno era iniziato con l’apertura dei primi negozi per il commercio della marijuana anche per uso ricreativo in Colorado (gennaio) e poi nello Stato di Washington (luglio). I due stati avevano preso la loro irrevocabile decisione in occasione delle ultime elezioni presidenziali del 2012, grazie alla schiacciante vittoria nei relativi referendum. A novembre 2014, in occasione delle elezioni di metà mandato, anche i cittadini dell’Oregon, dell’Alaska e del distretto federale della Colombia, il distretto della capitale Washington, hanno approvato la depenalizzazione dell’uso della marijuana a scopo ricreativo. Ancora, a febbraio, un importante passo avanti: il Congresso ha riconosciuto l’autonomia degli stati in materia di politica della droga, ponendo fine al conflitto con i poteri centrali, visto che la normativa sulle droghe è di competenza federale. Ed anche il Presidente Barack Obama è intervenuto per limitare la possibilità che il Dipartimento di Giustizia possa adottare misure penali contro coloro che agiscono nel rispetto delle leggi sulla marijuana medica negli stati che le hanno approvate.

Oltre i confini degli stati pionieri, il vento della riforma scuote tutta l’America. In un’indagine del Wall Street Journal e un sondaggio di NBC News,  nel marzo 2014,  gli intervistati dichiarano che il consumo di cannabis comporta meno danni alla salute di quanto non faccia il consumo di tabacco, l’alcol, o l’eccesso di zucchero. Il giudice distrettuale Kimberly Mueller ha avviato in ottobre le procedure per dimostrare l’incostituzionalità della presenza della marijuana nella Tabella I della legge antidroga, supportata dalle evidenze scientifiche che contrastano con la definizione della cannabis come “sostanza che crea una grave dipendenza”, “con alto potenziale di abuso” e “senza usi utili alla medicina”.

Nel frattempo negli stati che hanno legalizzato la marijuana per usi medici, sono diminuiti i morti per overdose da oppiacei  come documentato dallo studio della testata medica Jama Internal Medicine, pubblicato in agosto;  mentre già in aprile, sulla rivista PLOS ONE, si dimostrava come in quegli stessi stati fossero diminuiti omicidi ed aggressioni. Tutto questo senza considerare l’introito che deriva dalla tassazione delle vendite della marijuana liberalizzata, che nel solo Colorado, da gennaio ad agosto, ha reso quarantacinque milioni di dollari: soldi in più a disposizione della comunità che potranno essere investiti in istruzione e progetti sociali.

In Italia, l’accordo fra i ministeri della Salute e della Difesa per l’avvio della coltivazione per uso medico della canapa da parte dell’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze sembra già impantanato nel labirinto burocratico. La depenalizzazione della coltivazione ad uso personale, soluzione semplice e razionale, rimane bloccata in Parlamento, mentre il mercato nero che foraggia anche la criminalità cresce costantemente seguendo il trend di consumo della cannabis in aumento in tutta l’Europa.

Il 2014 negli Stati Uniti dimostra che forse l’insensata e fallimentare guerra alla droga volge finalmente al termine ed è tempo anche in Italia di superare l’impostazione proibizionista, trovando soluzione nuove ad una questione che coinvolge migliaia di cittadini.

 

 

 

 

mer, gennaio 14 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Recluse a Udine

Centro culturale e di accoglienza “E. Balducci” Conferenza Volontariato Giustizia del Friuli Venezia Giulia Associazione “la Società della ragione ONLUS” martedì 13 gennaio 2015 Ore 20.30  Centro culturale e di accoglienza “E. Balducci” Piazza della Chiesa 1, 33050 Zugliano Presentazione dei libri: “Recluse Lo sguardo della differenza femminile sul carcere” di Susanna Ronconi e Grazia […]

RecluseCentro culturale e di accoglienza “E. Balducci”
Conferenza Volontariato Giustizia del Friuli Venezia Giulia
Associazione “la Società della ragione ONLUS”

martedì 13 gennaio 2015
Ore 20.30 

Centro culturale e di accoglienza “E. Balducci”
Piazza della Chiesa 1, 33050 Zugliano

Presentazione dei libri:
“Recluse Lo sguardo della differenza femminile sul carcere”
di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa
“Ponti di parole quindici anni di scrittura dal carcere di Udine”
dell’Associazione “Icaro”
Saluti e introduzione
Pierluigi Di Piazza Responsabile Centro culturale e di accoglienza “E. Balducci”
Presentano i volumi
Maurizio Battistutta Garante dei detenuti di Udine e componente dell’Associazione “Icaro”
Silvana Cremaschi consigliera regionale
Interviene rispondendo agli interrogativi e illustra lo sguardo della
differenza femminile sul carcere
Grazia Zuffa psicologa e psicoterapeuta nel campo delle dipendenze, co-autrice di Recluse.
Conclusioni
Franco Corleone Garante dei diritti dei detenuti della regione Toscana

Dialogo con i partecipanti

Momento conviviale

I libri…

“Recluse Lo sguardo della differenza femminile sul carcere”

Le donne sono una percentuale minoritaria dell’intera popolazione detenuta italiana, appena il 4%. Questa loro scarsa presenza, si traduce spesso in irrilevanza, e porta con sé un’omologazione all’immagine della detenzione maschile che cancella ogni differenza di genere e ogni analisi che la includa. Il libro, nato da una ricerca qualitativa condotta nelle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, indaga la soggettività delle donne detenute dando ad esse voce, senza assecondare visioni «patologizzanti» del reato al femminile né facili stereotipi sulla loro «debolezza». Emerge un orizzonte di riforma possibile: abbandonare l’idea di pena come “minorazione” della persona e mortificazione delle sue risorse, per riconoscere alle autrici e agli autori di reato soggettività e diritti, su cui misurare le proprie e le altrui responsabilità. “La pena ingiusta è la pena insensata”.

“Ponti di parole quindici anni di scrittura dal carcere di Udine”

Quindici anni che raccontano i vissuti della pena detentiva nella Casa circondariale di Udine. Speranze, dolori, sogni, ingiustizie, aspettative, disincanti, affetti, delusioni, ricerche… in un tempo “ristretto” che non passa mai. Cosa c’è dietro a queste donne e a questi uomini che ci chiedono il senso della pena carceraria? Con racconti, esperienze, riflessioni, poesie e disegni si è tentato di comunicare all’esterno la presenza di donne e uomini reclusi pressoché dimenticati dietro le mura dell’Istituto; persone ricordate solo dai familiari, dai parenti e dai volontari, citate sporadicamente dai media locali esclusivamente per fare “notizia”. Non certo per dare informazioni sulle loro condizioni detentive, sul senso della pena, sulle possibili alternative alla stessa, su una auspicabile giustizia “riparativa” nei confronti delle vittime dei reati o della società nel suo complesso.

ven, gennaio 9 2015 » Agenda » No Comments

Carceri: Napolitano nomini il Garante

Stefano Anastasia scrive della petizione per la nomina del Garante nazionale dei detenuti per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 7 gennaio 2015

anastasiaE’ passato più di un anno da quando il Governo Letta, il 23 dicembre 2013, ha istituito il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Sembrò quello il modo più limpido per rispondere alle polemiche suscitate dall’interessamento della Ministra Cancellieri alle sorti penitenziarie di una detenuta d’eccezione, figlia di amici di famiglia. Attraverso l’istituzione del Garante delle persone private della libertà sarebbe stata assicurata a qualunque detenuto, quale che fosse il suo status sociale e giudiziario, la possibilità di accedere a un’autorità indipendente capace di verificare e sollecitare la garanzia dei diritti previsti dall’ordinamento prima di avviare un formale ricorso giurisdizionale.

E’ una vecchia campagna di Antigone e delle altre associazioni impegnate nella tutela e nella promozione dei diritti dei detenuti, questa dell’istituzione di un’autorità indipendente non giurisdizionale. Ne cominciammo a discutere quasi vent’anni fa, a Padova, confrontandoci con magistrati di sorveglianza della levatura di Alessandro Margara e Giancarlo Zappa. E’ del gennaio 1999 la prima proposta di legge, sottoscritta da senatori di quasi tutti i gruppi parlamentari dell’epoca; ma non se ne fece nulla, in quella come nelle successive legislature. Fino allo scorso anno e a quel decreto governativo. Nel frattempo, molte regioni e amministrazioni locali sedi di istituzioni penitenziarie e di centri di detenzione per stranieri hanno istituito garanti regionali e locali, cui – non senza fatica – è stato riconosciuto un potere di visita alle istituzioni penitenziarie e che, nei limiti del possibile e secondo la capacità di ciascuno, in questi anni hanno contribuito a denunciare le condizioni più intollerabili di trattamento dei detenuti.

I garanti istituiti da enti territoriali hanno potere esclusivamente nei loro confronti, richiamandoli alle loro responsabilità nella tutela della salute e nella predisposizione di politiche sociali e del lavoro finalizzate al reinserimento dei detenuti, ma nulla possono di fronte all’azione e alle responsabilità delle amministrazioni dello Stato. Per questo è necessario un Garante nazionale dei detenuti cui rispondano il ministero della giustizia e quello dell’interno in primis. E serve tanto più oggi che il procedimento giurisdizionale di tutela dei diritti dei detenuti è stato tanto formalizzato quanto, inevitabilmente, burocratizzato. E serve tanto più oggi che l’Italia, sotto osservazione internazionale, ha ratificato l’adesione al protocollo opzionale delle Nazioni unite contro la tortura che prevede in ciascuno Stato membro l’istituzione di un’autorità nazionale indipendente di monitoraggio delle condizioni di detenzione. Serve, ma non c’è.

E’ passato più di un anno dall’istituzione del Garante, ma la sua nomina ancora non c’è stata. Avrebbe dovuto essere nominato, “previa delibera del Consiglio dei ministri, con decreto del Presidente della Repubblica, sentite le competenti commissioni parlamentari”. E questa è la ragione della petizione indirizzata da Antigone al Presidente della Repubblica affinchè nomini il Garante prima di lasciare il Quirinale. Giorgio Napolitano è stato sensibile quanto altri mai, in quel ruolo, alle condizioni di vita dei detenuti. Ricordiamo la sua denuncia dell’ “estremo orrore” degli ospedali psichiatrici giudiziari e la costante sollecitazione alla riduzione della popolazione detenuta, fino all’unico formale messaggio inviato alle Camere nell’ottobre del 2013. Perché non consentirgli di apporre la sua firma in calce al decreto di nomina del primo Garante nazionale delle persone private della libertà?

(firma la petizione su change.org)

mer, gennaio 7 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » 1 Comment

Cannabis, la Svizzera verso i social club

Giorgio Bignami commenta la via svizzera ai Cannabis Social Club per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 31 dicembre 2014.

Giorgio BignamiLe varie parti in causa del nostro pianeta stanno arrotando i lunghi coltelli in vista di UNGASS 2016, l’Assemblea generale dell’ONU sulle droghe che dovrà decidere se congelare tali e quali (o con ritocchi di poco conto) le attuali convenzioni internazionali, ovvero modificarle in modo sostanziale; e la cannabis, al solito, sarà nell’occhio del ciclone. A parte i noti positivi sviluppi in vari paesi europei e nelle Americhe, pare di notevole interesse la pur cauta evoluzione della situazione svizzera. Infatti la Confederazione, anche se non è membro UE, sta proprio dietro l’angolo di casa nostra, ed è da sempre assiduamente frequentata per diversi motivi da molti nostri concittadini: dagli anarchici di “Addio Lugano bella”, ai perseguitati dai nazifascisti; dagli emigranti con le valige di cartone di “Pane e cioccolato”, ai corrieri di valuta e ai vacanzieri di diverse classi sociali, su su sino ai Paperoni griffati che si esibiscono a Saint Moritz o a Crans-Montana.

La Svizzera, com’è noto, qualche anno fa modificò la sua normativa sulle droghe con una buona legge detta dei quattro pilastri così definiti nel testo ufficiale: 1. prevenzione, 2. terapia e reinserimento, 3. riduzione dei danni e aiuto alla sopravvivenza [sic], 4. controllo penale – quest’ ultimo mirato alle attività criminali vere e proprie, piuttosto che ai consumatori, sui quali ormai si chiude un occhio, o al massimo si affibbiano sopportabili ammende (100 franchi, circa 80 euro). Ora gli elvetici stanno muovendo ulteriori passi in avanti (http://www.swissinfo.ch/eng/cannabis-legalisation-returns-to-swiss-agenda/411198): cioè la stessa Ruth Dreifuss, che come ministro degli interni promosse la suddetta legge, propone di avviare nelle principali città un esperimento pilota con l’apertura di Cannabis Social Club (Csc), dove i maggiorenni sarebbe autorizzati a consumare cannabis in santa pace. Significativo è il metodo con cui viene affrontato il problema: cioè così come la legge dei quattro pilastri era stata il frutto di accurate valutazioni di precedenti esperienze (p.e. quella di riduzione del danno a Zurigo), ora il problema di una eventuale futura legalizzazione della cannabis viene affidato in prima battuta a un gruppo di lavoro di esperti delegati a disegnare le caratteristiche del progetto pilota, a programmare le successive valutazioni “ad avanzamento” per accertarne benefici e rischi. Gli oppositori naturalmente non mancano, dagli attivisti delle associazioni proibizioniste, che volantinano strade e piazze reggendo in mano moccoli accesi, ai politici di destra che fanno esternazioni terroristiche. Ma il clima prevalente è comunque assai diverso da quello del nostro paese, dove si è giunti a inventarsi inutili tortuose lungaggini pur di intralciare l’applicazione delle norme sulla cannabis terapeutica. E questo, a fronte delle solide evidenze scientifiche che consentirebbero l’imbocco di una via direttissima agevolmente percorribile, come la fornitura al Farmaceutico Militare di Firenze di “materie prime” con specifici profili di principi attivi, tratte dalla ricca collezione del Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo. Evidenze, va inoltre precisato, non solo dell’efficacia in diverse condizioni patologiche – soprattutto ma non soltanto le diverse neuropatie e gli stati di grave malessere da terapie oncologiche – ma anche dei vantaggi e dei minori costi di prodotti e vie di autosomministrazione più vicini al “naturale”, come l’aspirazione attraverso il palloncino dei vapori di cannabis “riscaldata”. Ma ahinoi, il breve tunnel tra Como e Chiasso sembra sbarrato; quindi, per ora, arrivederci speriamo a presto, Lugano bella.

ven, gennaio 2 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Sostanze stimolanti, la lezione del caffè

Salvina Rissa nella terza puntata dell’inchiesta sulle NPS per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 24 dicembre 2014.

Khat NPSLa visione emergenziale delle nuove sostanze psicoattive (Nps) fa sì che si confondano sostanze dai diversi effetti e dalla diversa storia e acculturazione. Ma appiattire le differenze sotto la coperta della proibizione, rende più difficile la comprensione dei fenomeni e dei rischi relativi, paradossalmente. La scure repressiva si abbatte indiscriminatamente sia sulle sostanze di sintesi, che il mercato globalizzato sforna in infinite combinazioni chimiche, vendute tramite il web; sia farmaci di largo uso come la ketamina (vedi Manifesto, 17 dicembre); sia blande sostanze stimolanti di origine vegetale. Fra queste, c’è l’efedra, recentemente messa al bando dall’Unione Europea con l’argomento che può essere usata come precursore nella produzione delle metamfetamine. Ma anche il khat, di antico uso tradizionale presso comunità somale e yemenite, è di recente entrato nel mirino. Il caso del khat ricalca quello ketamina. Nel 2006, il comitato di esperti della Oms dava parere contrario a sottoporre questa sostanza al divieto internazionale secondo le convenzioni Onu. Ciononostante, dietro l’allarme del International Narcotics Control Board (Incb), ben 14 paesi europei (fra cui l’Italia, Germania e Francia), hanno introdotto la proibizione del khat nelle legislazioni nazionali. E’ clamoroso il conflitto sviluppatosi nel Regno Unito fra l’organismo scientifico di consulenza del governo, lo Advisory Council on the Misuse of Drugs (Acmd), e lo stesso governo britannico. Nel gennaio 2013, lo Acmd giudicava che le evidenze sui danni del khat non giustificassero la proibizione; sei mesi dopo, lo Home Office dichiarava illegale la sostanza, dicendo che “i rischi del khat potevano essere stati sottostimati”(sic!).

Il bando dei blandi stimolanti vegetali di uso tradizionale è tanto più assurdo a fronte dell’aggressività del mercato globalizzato, che tende a sfornare preparati inediti in forma sempre più concentrata, che non possiedono una cultura consolidata di rituali e prescrizioni sociali d’uso. Proprio per questo deficit di socialità delle nuove sostanze sintetiche, la ricchezza di sapere (sociale) delle “vecchie” sostanze tradizionali dovrebbe essere considerata con tanto maggiore attenzione. Con l’occhio rivolto al contesto sociale oltre che alla chimica, l’antropologo britannico Anthony Henmann, ha di recente tracciato un parallelo fra la storia dei due più importanti stimolanti tradizionali, la caffeina da una parte, assunta sotto forma di caffè e di tè in Occidente; la coca, dall’altra, consumata tramite masticazione della foglia, in America Latina. Nel caso della caffeina, lo “addomesticamento” della componente psicoattiva è avvenuto tramite la trasformazione del caffè e del tè in “generi di conforto”, in cui il piacere dell’effetto stimolante si fonde col piacere della bevanda calda, spesso arricchita dall’aggiunta di latte. Il fatto che la caffeina sia stata sempre percepita come una “non-droga” e non sia stata stigmatizzata per i suoi effetti psicoattivi non ha affatto favorito lo sviluppo di concentrati più rischiosi; né ha impedito la conoscenza diffusa dei rischi della caffeina in caso di eccesso. In altre parole, la ritualizzazione della caffeina nell’uso del caffè e del tè è un buon esempio di regolazione sociale. Opposto il caso della coca. Il riduzionismo farmacocentrico ha fatto sì che il nuovo alcaloide passasse in pochi decenni da panacea a flagello, trascinando nel bando anche la foglia di coca: rimasta così confinata (e stigmatizzata) nei paesi d’origine, mentre in occidente si affermavano forme più concentrate e contaminate del principio attivo, come il crack.

Il saggio “The regulation of plant –based stimulants” di Anthony Henmann su www.fuoriluogo.it

ven, dicembre 26 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Caso ketamina, proibizione contro salute

La seconda parte dell’inchiesta di Salvina Rissa sulle NPS per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 dicembre 2014

ketaminaDi fronte al proliferare di nuove sostanze psicoattive (Nps) sul mercato, il parlamento europeo ha approvato nuove regole nel maggio 2014. Come illustrato nella precedente puntata di questa inchiesta (Manifesto, 10 dicembre), le indicazioni europee prevedono una gradualità nel controllo legale, sulla base dei differenti livelli di rischio delle sostanze, riservando la proibizione ai casi estremi. E’ una linea a prima vista ragionevole, ma ci sono due inciampi. In primo luogo, nel campo della sanità pubblica, l’armonizzazione delle regole è responsabilità degli stati membri, a differenza di altri settori. Governare le Nps dal livello europeo non è dunque semplice, tanto più in quanto esistono notevoli differenze fra i paesi rispetto ai tipi di sostanze diffuse. Secondariamente, l’esperienza di cento anni di controllo internazionale delle droghe insegna che le logiche repressive tendono ad avere la meglio sulle istanze di salute pubblica. Ciò è avvenuto e avviene nonostante le Convenzioni prevedano un ruolo determinante della Oms nel valutare i rischi delle sostanze e nell’indicare le tabelle in cui inserirle. Eppure, in molti casi, la Cnd (Commission on Narcotic Drugs, l’organismo di governo del sistema antidroga) e lo Incb (International Narcotics Control Board, che controlla l’applicazione delle convenzioni) hanno dato indicazioni in contrasto col pronunciamento della Oms. Questo conflitto di competenze e di potere è bene evidenziato nel saggio di Christopher Hallam, David Bewley Taylor e Martin Jelsma (Scheduling in the international drug control system), pubblicato nel giugno 2014 (TransNational Institute, Series on Legislative Reform of Drug policies, n.25).

Gli autori si soffermano sul caso esemplare della ketamina, una sostanza catalogata fra le Nps. La ketamina è un anestetico, diffuso in molti paesi in via di sviluppo, dove è spesso il solo farmaco disponibile per l’anestesia negli interventi chirurgici. E’ una medicina sicura anche per la chirurgia in situazioni di emergenza. In anni recenti, la ketamina si è guadagnata una certa fortuna come sostanza ricreativa allucinogena, suscitando la preoccupazione degli organismi di controllo antidroga. Dietro la spinta emergenziale, il Comitato di Esperti sulla Dipendenza da Droga della Oms (Ecdd) ha stilato nel 2006 un rapporto di valutazione: a fronte di rischi molto limitati di dipendenza, il comitato sottolineava il grande valore terapeutico della ketamina, raccomandando perciò di non includerla nelle tabelle delle sostanze proibite. In assoluto contrasto col parere della Oms, nello stesso 2006 la Cnd chiedeva agli stati membri di proibire la sostanza nelle leggi nazionali; mentre lo Incb, nei suoi rapporti annuali, continuava a denunciare “l’abuso” di ketamina, senza minimamente rispondere alle argomentazioni della Oms. Nel 2012, il comitato di esperti sulle droghe della Oms ripeteva la raccomandazione di non inserire la ketamina fra le sostanze proibite, per non compromettere gli interventi chirurgici di emergenza nei tanti paesi in cui non sono disponibili anestetici alternativi altrettanto validi. Ma il rapporto del 2012 va oltre la questione di merito della ketamina e avanza una critica radicale di “sistema”. Dietro insistenza della Cnd e dello Incb – si denuncia- molti stati membri hanno messo al bando la ketamina nelle legislazioni nazionali (e l’Italia è uno di questi), ottenendo per tale via di proibirla su scala internazionale. In tal modo si sono aggirate le procedure previste dalle convenzioni. “La Cnd non ha mandato di decidere senza il parere della Oms. Quanto allo Incb, non ha proprio alcun tipo di mandato in merito”, conclude lapidario il rapporto Oms.

Il saggio originale di Hallam et al.: Hallam C., Bewley Taylor, B., Jelsma, M., Scheduling in the international drug control system, Series on legislative reform of drug policies n.25, June 2014

mer, dicembre 17 2014 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Recluse a Lecce

Venerdì a Lecce presentazione del volume “Recluse, lo sguardo della differenza femminile sul carcere” a cura di Grazia Zuffa e Susanna Ronconi,edito da Ediesse Edizioni.

recluse_copertinaVenerdì 19 dicembre alle ore 20.30 presso il Circolo Arci Zei Spazio Sociale, in via Corte dei Chiaramonti 2 Lecce, verrà presentato il libro “Recluse, lo sguardo della differenza femminile sul carcere” di Grazia Zuffa e Susanna Ronconi, edito da Ediesse Edizioni.

Intervengono:
– Pietro Rossi, garante dei diritti dei detenuti Regione Puglia
– Susanna Ronconi, autrice del libro “Recluse”, esperta di metodologie
– Fabio Zacheo, responsabile area trattamentale Casa Circondariale di Lecce
– Anna Caputo, presidente Arci Lecce.
Modera:
– Avv. Mariapia Scarciglia, referente per la Puglia dell’Associazione Antigone e responsabile del progetto “Storie d’amore e libertà”, che un anno organizza i corsi di street art, musica e scrittura creativa all’interno del carcere di Lecce, Borgo San Nicola. I corsi hanno come partner principale il garante dei diritti dei detenuti della Regione Puglia.

Nel libro che verrà presentato venerdì, le autrici compiono un’analisi critica dell’istituzione carcere che guarda a possibili trasformazioni: pur consapevoli dell’irrisolvibile, ontologica sofferenza inflitta dalla detenzione, le ricercatrici si muovono nel solco di un «riformismo disincantato», volto a contrastare la quota di «sofferenza aggiuntiva», inutile e ingiusta, basata su un insufficiente riconoscimento di diritti umani e civili inalienabili. Con l’obiettivo di promuovere una cultura e una prassi che supportino – invece che limitare o osteggiare – le strategie di «tenuta» che la differenza femminile mette in campo.
Le donne sono una percentuale minoritaria dell’intera popolazione detenuta italiana, appena il 4%.Questa loro scarsa presenza, invece di rappresentare la garanzia di maggiori opportunità e miglior gestione degli istituti che le ospitano, si traduce troppo spesso in invisibilità e irrilevanza, e porta con sé una omologazione all’immagine della detenzione maschile che cancella ogni differenza di genere.
Questo libro si basa su interviste a donne detenute nelle sezioni femminili delle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, e nasce dal desiderio di indagare la soggettività delle donne detenute e dare ad esse voce, senza assecondare visioni «patologizzanti» del reato al femminile né facili stereotipi sulla «debolezza» delle donne detenute. Al contrario, lo sforzo è di rintracciare nelle loro biografie, nelle loro autoriflessioni e valutazioni due diverse «mappe»: quella delle sofferenze, dei fattori di stress e dei momenti critici indotti dalla carcerazione, da un lato; e dall’altro, quella delle risorse, delle strategie personali, in una parola della forza e dei fattori di tenuta, resistenza e resilienza, che consente loro non solo di «tenere» durante la detenzione, ma anche, nonostante tutto, di apprendere e immaginare un futuro.

A seguire APERITIVO a cura del progetto #SBARRA della Cooperativa Piano Di Fuga.

DJ SET con Serpentine e dj Jordan

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