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Droghe e Diritti

Magari…

“Se Monti crede veramente che sia possibile alzare il Pil italiano del 10% con le quattro pirlate che ha proposto, mi viene da pensare che l’unica cosa che sia stata liberalizzata nel Consiglio dei Ministri sia stata la cannabis…”. Cosí il deputato della Lega, Gianluca Pini, commenta il pacchetto di liberalizzazioni del governo e le [...]

“Se Monti crede veramente che sia possibile alzare il Pil italiano del 10% con le quattro pirlate che ha proposto, mi viene da pensare che l’unica cosa che sia stata liberalizzata nel Consiglio dei Ministri sia stata la cannabis…”.

Cosí il deputato della Lega, Gianluca Pini, commenta il pacchetto di liberalizzazioni del governo e le dichiarazioni successive del premier Mario Monti. (dal Notiziario Droghe Aduc)

La legalizzazione della cannabis magari non alzerà in un sol botto il PIL del 10% ma libererebbe un bel po’ di risorse pubbliche dall’inutile repressione e farebbe entrare un bel po’ di soldini nelle tasche dell’erario (in totale risorse per 6/7 mld di euro). Senza contare che farebbe emergere un mercato che al momento rappresenta, secondo stime prudenziali, l’1% del PIL (limitando il calcolo a spanne alla sola canapa), legalizzando peraltro una intera e promettente filiera produttiva, dal coltivatore al consumatore.

Insomma, caro Pini, magari avessero liberalizzato la cannabis…

Vai allo speciale sulle conseguenze economiche del proibizionismo.

mer, gennaio 25 2012 » fuoriditesta » No Comments

Le “nicchie ecologiche”

Il valore dei costi derivati dai crimini informatici supera il valore del mercato nero delle sostanze. La criminalità e il fiuto per nuove lucrose “nicchie ecologiche”. Giorgio Bignami per la Nota a Margine su Fuoriluogo.it

Come spiegare l’enormità dei costi diretti ($ 114 miliardi) e indiretti ($ 274 miliardi, totale 388) del crimine informatico, discussi a Strasburgo dal Consiglio di Europa? (I costi indiretti, si noti, dipendono dal tempo perso e altri tormenti che colpiscono le numerose vittime, quasi mezzo miliardo: che si tratti di singoli,  i quali si ritrovano col conto svuotato, o di aziende derubate di un prezioso segreto industriale, o di alti comandi militari che spendono cifre colossali per ricostruire ex novo  i  loro sistemi di sicurezza). Insomma, la criminalità è sempre meglio attrezzata per fiutare e subito sfruttare nuove lucrose “nicchie ecologiche”: cioè parecchia acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Al Capone & Co, quando l’abolizione del proibizionismo negli USA accese una irrefrenabile escalation su altri fronti – droghe, prostituzione, giuoco d’azzardo, scommesse sportive e non, “pizzo” e altro ancora. E così ora i costi del ciber cimine superano di parecchio il mercato nero della droga, fermo – si fa per dire – sotto i $ 300 miliardi. E c’è persino un tariffario ufficioso delle prestazioni! (L’Espresso, n. 51, p. 135).

Ma a parte i sempre più stretti legami tra economia legale ed economia criminale, chi contribuisce a creare e a far crescere queste nuove “nicchie ecologiche” ? Un pò tutti noi, smaniosi di farci sentire, di farci vedere, spargendo ai quattro venti una quantità di dati sensibili personali e non. Hai voglia a predicare sulle precauzioni sempre più complesse e onerose per evitar le fregature: non solo una maggioranza di noi mortali non ha né la capacità né la voglia di sottoporsi a tali ordalie difensive:  comunque, chi va all’attacco adeguatamente attrezzato trova prima o poi il punto debole per infilarsi e stravincere. Per esempio  un ex-hacker, ora al servizio di una ditta di sicurezza, ha dimostrato in pubblico che in un tempo variabile, ma sempre contenuto – a seconda dell’efficacia delle difese predisposte – accede a qualsiasi aggeggio che contenga un chip. Proprio come Napoleone ad Austerlitz, contro forze austriache e russe notevolmente superiori alle sue; ma con ben scarsa probabilità di rendere pan per focaccia, come fecero il Feldmaresciallo Blücher e il Duca di Wellington a Lipsia e poi a Waterloo.

mer, gennaio 25 2012 » giustizia, war on drugs » No Comments

Le carceri “liberalizzate”

Stefano Anastasia e Alessio Scandurra commentano la privatizzazione delle carceri prevista dal decreto “liberalizzazioni” del Governo Monti per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 25 gennaio 2012.

Liberalizziamo le carceri? Affascinante l’ossimoro proposto dal decreto Monti. Ma non si tratta di aprire porte e finestre e di consentire, a chi vuole, di uscirne e, magari, a qualcuno di entrarci di propria sponte. No, più prosaicamente il Governo si limita a (ri)aprire ai privati la realizzazione e quindi la gestione degli istituti penitenziari. Già previsto nella finanziaria per il 2001 del Governo Amato, il project financing è una ricorrente tentazione di un ceto politico di governo che non vuole o non può decriminalizzare e non ha i mezzi per far fronte al sovraffollamento penitenziario da esso stesso stimolato, subìto o assecondato.

L’articolo 44 del decreto Monti prevede che «al fine di … fronteggiare … l’eccessivo affollamento delle carceri», si ricorra «in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto». A un decreto interministeriale sono demandate «condizioni, modalità e limiti di attuazione». Intanto si prevede che l’onere dell’investimento per la costruzione delle nuove carceri sia a carico di privati, con un coinvolgimento di fondazioni bancarie in misura non inferiore al 20%, che la loro gestione e dei servizi connessi sia affidata per non più di 20 anni a chi realizzi il progetto, e che gli sia garantita il corrispettivo necessario a coprire i costi dell’investimento e dei servizi.

L’unico vincolo è quello che fa salvo l’impiego del personale del corpo di polizia penitenziaria per la “custodia” dei detenuti, tanto per tenersi buoni i suoi agguerriti sindacati. Ma naturalmente anche altri “servizi” avrebbero meritato una tutela di rango legislativo. Non resterebbe che affidare ai concessionari i servizi di lavanderia e vettovagliamento, come già si usa. Ma è mai possibile che gli investitori privati possano rientrare della loro spesa (e, presumiamo, guadagnarci qualcosa) attraverso la concessione di simili servizi?

Alla stessa scettica conclusione era arrivato proprio il Ministero della giustizia, in questa legislatura, quando nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009 scriveva che le proposte di proiect financing  per la realizzazione di nuove carceri pervenute ai loro uffici erano risultate impraticabili perché «nel caso di un istituto penitenziario si è accertato che i servizi appaltabili al privato sono marginali e, comunque, insufficienti a produrre redditi di gestione tali da consentire il rientro dei cospicui capitali investiti». Secondo il Ministero della giustizia il project financing in ambito penitenziario «si dimostra fattibile qualora lo Stato partecipi al finanziamento dell’opera nella fase di costruzione con un cospicuo contributo finanziario pari al 60–70% del costo di costruzione e, in fase di funzionamento, con una rata annuale mediamente di 4–5 milioni di euro, per un periodo determinato in 30 anni per piccoli penitenziari ed in 40 anni per quelli grandi». Condizioni comprensibilmente assai lontane da quelle previste nel decreto Monti.

Erano a conoscenza Ministro e Presidente del Consiglio di questa puntuale valutazione dei “tecnici” del Ministero della giustizia? O pensano di poter affidare ai privati anche l’assistenza sanitaria dei detenuti, le attività trattamentali e le più delicate funzioni amministrative degli operatori penitenziari?

mer, gennaio 25 2012 » carcere » No Comments

Sulla privatizzazione delle carceri

Patrizio Gonnella scrive sulla privatizzazioni delle carceri sul blog di Micromega.

Vi segnaliamo il post di Patrizio Gonnella sulla privatizzazione delle carceri dal blog di Micromega:

Vecchia e brutta storia quella della privatizzazione delle carceri. Nata negli anni del reaganismo ha trovato terreno fertile in Inghilterra. In Italia dal 1999 in poi ci sono stati molti tentativi di togliere il monopolio pubblico della esecuzione della pena. Iniziò Piero Fassino, quando era Guardasigilli, a dare messaggi in questa direzione. Poi ci provò il leghista Castelli dando vita a una società, la Dike Aedifica, che doveva vendere carceri vecchie e comprare carceri nuove nonché fare affari penitenziari di varia natura. Non se ne fece nulla. Si avviarono le inchieste giudiziarie nei confronti dei consulenti edilizi del ministro ingegnere Castelli. Per la Corte dei Conti la società non esisteva, essendo stata illegalmente costituita.

Poi Berlusconi, di rientro da un viaggio in Cile, disse che l’Italia avrebbe dovuto copiare il modello penitenziario privato cileno. A seguire fallì il tentativo di assegnare alla comunità di Muccioli una casa lavoro in Emilia. Nell’ultimo decennio sono stati annunciati leasing immobiliare e project financing.

Venerdì scorso, pare che nel decreto liberalizzazioni, sia comparsa la seguente norma: “Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto. E’ riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione. E’ a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni”.

Una norma pericolosa, non conforme alla mission costituzionale del sistema penitenziario, inaccettabile dal punto di vista del diritto interno e internazionale. Dal 1990 le Nazioni Unite condannano quei Paesi, Usa in primis, che hanno adottato programmi selvaggi di privatizzazione. I diritti umani in quelle carceri sono considerati un optional accidentale. Nessuno può mettere naso nei bilanci e  nelle politiche delle multinazionali della sicurezza. Sono ricomparsi i lavori forzati nel nome del lucro dei carcerieri. Le politiche penali le fanno le società private che hanno bisogno di detenuti per riempire le loro galere. Così negli Usa siamo arrivati a 2 milioni di prigionieri.

Ora anche in Italia compare una norma che conferisce ai privati la possibilità di costruire un carcere e gestirlo, previa concessione governativa. Ovviamente un imprenditore fa un investimento del genere se sa che poi quel carcere si andrà a riempire. E dalla gestione della prigione che quell’imprenditore ci guadagna denaro.

Le politiche penali messe nelle mani della cricca non sono proprio una bella cosa. In questo modo il sovraffollamento esploderà nel nome del profitto.

lun, gennaio 23 2012 » carcere, giustizia » No Comments

Dopo la guerra alla droga a Bologna

Martedì 24 gennaio 2012 presso la Libreria modo infoshop in via Mascarella, 24/b a Bologna, presentazione del libro Dopo la guerra alla droga. Un piano per la regolamentazione legale delle droghe.

Lab57 & Forum Droghe

presentano

Transform Drug Policy Foundation
Dopo la guerra alla droga
Un piano per la regolamentazione legale delle droghe

Martedì 24 gennaio 2012
presso la Libreria modo infoshop in via Mascarella, 24/b a Bologna

Con questo appuntamento ci poniamo l’obiettivo di iniziare un percorso pubblico per sollevare in città un confronto laico con gli operatori che lavorano nei servizi, coi consumatori e gli amministratori locali per trovare soluzioni pratiche e realistiche per la cittadinanza fuori dai pregiudizi e le falsità che affollano le pagine dei giornali quando si affronta il tema DROGA, auspicando lo sviluppo di nuove politiche di prossimità e inclusione sociale attivando servizi sociali dove si rivelano necessari, invece di delegare tutto alla repressione indicriminata delle forze dell’ordine.

Attraverso diversi altri incontri, presentazioni e interventi informativi proseguiremo il percorso iniziato il 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani, con la parata Canna-bicycle Human Motor 2011, all’ interno della mobilitazione nazionale della rete Vienna 2012: verso la fine del mondo proibizionista, che dal 10 al 16 marzo si è data appuntamento a Vienna con tutti gli altri antiproibizionisti Europei, per OCCUPARE L’ UNODC (Ufficio Droghe e Crimine delle Nazioni Unite).

IL PROIBIZIONISMO è una VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI

50 anni dopo il lancio della Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti delle Nazioni Unite nel 1961, la guerra globale alle droghe è fallita, con conseguenze inattese e devastanti a livello mondiale.
E’ aumentato l’uso delle principali droghe proibite, che sono diventate più economiche e più disponibili che mai, ma senza quasi alcun controllo sulla qualità. Una stima prudente delle Nazioni Unite calcola che nel mondo vi siano attualmente 250 milioni di consumatori di droghe.
Le droghe illecite costituiscono attualmente la terza industria più redditizia del mondo, subito dopo quella degli alimentari e dei carburanti, con un valore stimato di 450 miliardi di dollari l’anno, e tutto sotto lo stretto controllo della criminalità.
Combattere la guerra alle droghe costa ogni anno ai contribuenti di tutto il mondo miliardi su miliardi. Si calcolano 10 milioni di persone imprigionate in tutto il mondo per delitti legati alle droghe, per la maggior parte “pesci piccoli” – semplici consumatori e piccoli spacciatori.

La corruzione tra i tutori dell’ordine e i politici, in particolare nei paesi produttori e di transito, si è diffusa in maniera esponenziale, la stabilità, la sicurezza e lo sviluppo sono minacciati dalle conseguenze della guerra alle droghe, come lo sono i diritti umani. Decine di migliaia di persone muoiono nel corso della guerra alle droghe.

In Italia le condizioni di invivibilità che caratterizzano le carceri nostrane sono per lo più dovute al sovraffollamento causato dall’attuazione della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti, che si è accanita soprattutto sui consumatori, piccoli coltivatori e microcriminalità, mentre ha rafforzato e consolidato il controllo sul territorio delle narcomafie. Solo nell’ultimo anno ci sono stati 9.298 arresti e 11.905 giorni di reclusione (fonte http://droghe.aduc.it/).
Le leggi proibizioniste sono più pericolose delle droghe stesse: uccidono, generano ignoranza e clandestinità, e rendono impossibile qualsiasi controllo sulla qualità delle sostanze in circolazione, con conseguenze gravissime per la salute.

“Quale può essere in concreto un percorso per superare l’ultracentenario regime mondiale di proibizione delle droghe definito dalle Convenzioni delle Nazioni Unite?
Quali sono le opzioni possibili per la regolamentazione legale della produzione, dell’offerta e del consumo di tutte le droghe, illegali e legali? Attraverso quali tappe si deve procedere? Come distinguere fra le varie sostanze?
Il volume di Transform, la fondazione britannica impegnata da anni sul terreno della riforma della politica sulle droghe, ha l’ambizione di rispondere a questi quesiti, offrendo per la prima volta una impalcatura normativa per tutte le sostanze psicoattive ad uso non medico. Con pragmatismo tipicamente anglosassone, gli autori scelgono i mattoni e presentano i plastici di costruzione del nuovo edificio legale che potrebbe sorgere dall’auspicabile «cambio di paradigma». Una riforma ormai inevitabile perché sono molti i segni di crisi della «guerra alla droga»: nonostante l’insistente retorica, imponenti evidenze ne documentano ormai la bancarotta politica, scientifica, etica. Non si tratta di uno scritto di mera testimonianza e neppure, come gli autori amano ribadire, di un testo «radicale ». Al contrario, l’estremismo ideologico è appannaggio dei proibizionisti.
La legalizzazione è un orizzonte possibile, a patto di discuterne con documentazione, discernimento e senza pregiudizi.
Questo libro è un contributo in tal senso.” (tratto dalla presentazione).
Vienna 2012: verso la fine del mondo proibizionista

Lab57
Laboratorio Antiproibizionista Bologna
http://lab57.indivia.net/presentazione-di-dopo-la-guerra-alla-droga-martedi-241-modo-infoshop-bologna/

ven, gennaio 20 2012 » Agenda, war on drugs » No Comments

Il corpo e lo spazio della pena a Firenze

Presentazione del volume IL CORPO E LO SPAZIO DELLA PENA Architetture, urbanistica e politiche penitenziarie (A cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Luca Zevi) Giovedì 2 Febbraio 2012 alle ore 17.00 presso la Sala Nicola Pistelli – Palazzo Medici Riccardi – Via Cavour, 1 Firenze.

Il Presidente del Consiglio Provinciale di Firenze David Ermini
Il Presidente della 6° Commissione della Provincia di Firenze Andrea Calò
invitano alla presentazione del libro

IL CORPO E LO SPAZIO DELLA PENA
Architetture, urbanistica e politiche penitenziarie
(A cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Luca Zevi)
Sarà presente il curatore Franco Corleone
Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze

Giovedì 2 Febbraio 2012 – Ore 17.00
Sala Nicola Pistelli – Palazzo Medici Riccardi – Via Cavour, 1 Firenze

Interverranno
Salvatore Allocca - Assessore Regionale al Welfare e Politiche per la Casa
Alessandro Margara – Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana
Corrado Marcetti – Direttore della Fondazione Michelucci
Michele Passione – Componente Osservatorio Carcere dell’Unione Camera Penale di Firenze

Coordina Andrea Calò Presidente della 6° Commissione della Provincia di Firenze

RSVP – Segreteria Organizzativa 6° Commissione Dott.ssa Alessandra Tozzi 055/2760026

Vai alla scheda del libro sul sito de La Società della Ragione.

Acquista il libro sul sito di Ediesse.

(via Franco Corleone)

ven, gennaio 20 2012 » Agenda, carcere » No Comments

Produzione cocaina: la verità non può attendere

Record di cocaina sequestrata nel 2011: Narcoleaks ha diffuso oggi i dati sulla quantità di cocaina sequestrata dalle forze di polizia di tutto il mondo durante il 2011. Si tratta di quasi 775 tonnellate di cocaina di alta qualità. Il che smentisce clamorosamente le stime sulla produzione mondiale del Dipartimento di Stato USA, ferme a sole 700 tonnellate, e riporta di attualità le domande di Narcoleaks al Presidente americano Barack Obama rimaste ancora inevase.

Il 2011 è stato un anno record per quel che riguarda i sequestri di cocaina nel mondo: 774,707 tonnellata di cocaina ad alta purezza sono stati intercettati dalle polizie di tutto il mondo secondo i calcoli diffusi oggi da Narcoleks, il progetto italiano che si cura di monitorare sugli organi di informazione e sulle veline ufficiali le notizie sugli oltre 5000 sequestri di cocaina di quest’anno.

Oltre ai sequestri Narcoleaks ha tenuto traccia anche della cocaina persa in mare o distrutta dai trafficanti per eliminare l’oggetto del reato per circa 20,921 tonnellate, mentre sono circa 25 o 30 le tonnellate di cocaina potenzialmente estraibili dalle foglie di coca distrutte dalla polizia nei laboratori clandestini di Colombia, Perù e Bolivia. Ben di più, 404,834, sono le tonnellate di sostanza in circolazione stimate dagli investigatori durante le operazioni anticrimine ascrivibili al 2011.

Anche non sommando questi dati, c’è la prova definitiva della inesattezza delle stime del Dipartimento di Stato USA, solo 700 tonnellate di produzione mondiale di cocaina, stime oggetto di una richiesta di chiarimento di Narcoleaks nello scorso dicembre, di cui vi abbiamo dato conto qui.

Le 5 domande riproposte oggi al Presidente USA da Nacoleaks sono le seguenti:

  1. Come è possibile che la quantità di cocaina sequestrata sia superiore a quella prodotta secondo i vostri dati ufficiali?
  2. Come è possibile che il Dipartimento di Stato affermi che nel mondo si producono 700 tonnellate di cocaina, quando la U.S. Guard Coast afferma che il solo traffico di cocaina dal Sud America agli Usa è di ben 771 tonnellate mentre il Generale Douglas Fraser, Comandante dell’U.S. Southern Command, ha stimato il flusso tra 1.200 e 1.400 tonnellate?
  3. Come è possibile che diverse autorità americane siano in netta contraddizione tra di loro?
  4. Perché si continua ad affermare che la produzione di cocaina colombiana è calata quando tutti i dati disponibili dicono il contrario?
  5. Alla luce di queste contraddizioni, sono giustificati i miliardi di dollari spesi per finanziare il Plan Colombia?

La sottostima della produzione, da parte del Dipartimento USA è ovviamente strumentale al tentativo di dimostrare l’efficacia delle politiche proibizioniste, in particolare delle costosissime operazioni militari del Plan Colombia. Politiche nei fatti inefficaci, e che vengono ormai sostenute solo grazie alle bugie.

mer, gennaio 18 2012 » cocaina, media, war on drugs » 1 Comment

Alcol, l’ergastolo della patente

Salvina Rissa per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 18 gennaio 2012

Mi è capitato di vedere un poster che sponsorizza l’introduzione di nuove misure contro gli incidenti su strada: un nuovo reato denominato “omicidio stradale”, che scatterebbe allorquando il guidatore che provoca la morte di qualcuno si trovi in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Oltre alla pena prevista da otto a diciotto anni di carcere, il condannato andrebbe incontro ad una pena accessoria, il cosiddetto “ergastolo della patente”.
Il numero dei morti sulle strade (molti dei quali inermi pedoni) è agghiacciante, spesso i colpevoli se la cavano davvero con poco. Qualcosa va fatto. Ma è necessario un nuovo reato per assicurare una giusta punizione? Oppure l’intento è soprattutto simbolico, per esprimere l’esecrazione per i colpevoli e ribadire la condanna morale per l’alcol e la droga killer?
Propende per la seconda ipotesi il fatto che l’omicidio stradale sia accompagnato dalla misura di “ergastolo” della patente. Si poteva parlare di “ritiro definitivo” della licenza di guida, ad esempio. Invece no, si è sedotti dall’ebbrezza di quella parola terribile, ergastolo. L’evocazione del “fine pena mai” bene esprime il ri-sentimento della vittima verso il colpevole (con lo scopo di “mettere” nell’altro il dolore che non è sopportabile) dal punto di vista dell’individuo colpito. Tutto ciò è umano, e non può essere dimenticato: ma è diversa la logica sociale, di tutela della collettività con la finalità ultima di evitare che certe tragedie si ripetano ancora. In generale, la “messa al bando” dei colpevoli, serve poco alla società anche se ha il pregio di alleviare momentaneamente il dolore delle vittime. Se la pena ha (o dovrebbe avere) come orizzonte la riabilitazione del condannato e il suo pieno rientro nella società, ciò è nell’interesse tanto dell’una che dell’altra parte, non dimentichiamolo mai.
Così, tornando al caso della patente, non è detto che “l’ergastolo” sia lo strumento più adatto di prevenzione. Anzi. Non è semplice, specie per un giovane, non toccare più la macchina per tutta la vita. Con questa norma ad personam, gli sarà più facile infrangere la legge, con tutte le conseguenze che ne derivano, per lui e per gli altri. In ogni modo avrà non poche difficoltà a condurre una vita normale, per esempio a tenersi un lavoro (qualcuno obietterà che è ben poca sofferenza di fronte a quella inferta a chi ha perso una persona cara …ahimé alla spirale di dolore/ri-sentimento non c’è mai fine, eppure la società una fine la deve mettere, se vuole sopravvivere).
Quanto all’esecrando binomio alcol –incidenti. E’ ovvio che bisogna guidare nelle migliori condizioni di lucidità. Ed è giusto controllare che tutti lo facciano. Ma va anche detto che il vero killer è il non rispetto delle regole al volante. Non è l’alcol che rende aggressivi, è semmai l’aggressività elevata a stile di guida (e di vita) di molti e di molte ad essere esaltata dall’effetto disinibente dell’alcol.
Ho il dubbio che continuare ad abbassare il limite del tasso alcolico permesso alla guida (fino all’assurdo di vietare del tutto l’alcol ai neopatentati) serva a poco. Meglio sarebbe riservare almeno una piccola parte della tanta riprovazione sociale per l’alcol ai tanti potenziali assassini che dietro ti suonano il clacson quando rispetti i limiti di velocità.

mer, gennaio 18 2012 » media, salute, war on drugs » No Comments

Alcol, tolleranza zero e scienza

Giorgio Bignami, Presidente di Forum Droghe, scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell’11 gennaio 2012.

Accanto alla lotta agli abusi patogeni delle droghe legali, come il tabacco e gli alcolici  – una lotta tuttavia spesso condotta in tono minore  per rispetto delle “compatibilità” economiche e fiscali – da qualche tempo l’Oms e alcune istituzioni sanitarie nazionali (comprese le nostre) hanno avviato una pesante campagna per la “tolleranza zero” verso l’alcol. I sostenitori della tolleranza zero usano dati che mostrerebbero come i benefici (soprattutto cardiovascolari) del bere moderato siano inferiori alla somma dei danni prodotti a vari altri organi e sistemi. Questo è vivacemente contestato da diverse parti di indubbia competenza: queste  tra l’altro sottolineano come una tale “algebra” sia taroccata, non tenendo conto né dei benefici psicologici e fisici del bere moderato, principalmente ai pasti, né dell’azione preventiva che l’educazione alla moderazione può esercitare nei riguardi del bere a rischio, come il binge drinking, da parte di adolescenti e giovani.

La buona scienza medico-sanitaria saggiamente prescrive che un risultato è tanto più solido quanto più concordano i dati empirici – per esempio quelli clinici ed epidemiologici – con i dati riguardanti sia i meccanismi di produzione di una data patologia, sia i meccanismi d’azione delle misure preventive e terapeutiche.  Pertanto appaiono significativi i risultati pubblicati da Roberta Cazzola e Benvenuto Cestaro della Facoltà medica di Milano in Food Rearch International (v. 44, p. 3065-3071, 2011). In estrema semplificazione, essi hanno mostrato che i polifenoli del vino rosso sono particolarmente attivi nel ridurre quella perossidazione degli acidi grassi la quale giuoca un ruolo importante nelle reazioni infiammatorie  corresponsabili della produzione di lesioni vascolari.

La strategia del “consumo zero” è ulteriormente messa in difficoltà da alcuni dati presentati di recente al congresso della Società Respiratoria Europea. Uno studio olandese su circa ventimila gemelli ha mostrato che l’assunzione di piccole quantità di alcol (da 1 a 6 unità alla settimana) riduce la frequenza di asma. Si tratta di quantitativi assai bassi (per esempio  una bottiglia di vino di 75 ml al 12 % di alcol corrisponde a 9 unità). D’altra parte era già ampiamente noto che i grandi bevitori hanno una aumentata frequenza di asma,  oltre alle altre  patologie più conosciute come quelle nervose, epatiche e renali.

Nel  torneo pro-contro “tolleranza zero”, insomma, pare vi siano ancora parecchi set da giocare; ma per concludere può essere utile ricordare alcune importanti questioni ancora non risolte.

Secondo alcune analisi, per esempio, la credenza che i benefici delle piccole dosi si otterrebbero soprattutto o soltanto bevendo vino rosso sarebbe infondata: cioè a parità di (piccole) quantità di alcol, gli stessi benefici si otterrebbero con qualsiasi bevanda, dalla birra più “leggera” al superalcolico più “pesante”.

Altro esempio. Se è vero che le culture dei paesi nordici e quelle dei paesi mediterranei tendono a convergere, poiché cresce nei primi l’uso del bere moderato e nei secondi il binge drinking, tuttavia l’effetto preventivo del bere moderato rispetto all’uso eccessivo si osserverebbe solo nelle culture mediterranee (come l’ Italia) ma non nei paesi nordici. E così via.

mer, gennaio 11 2012 » salute, war on drugs » No Comments

Cocaina, studi fuori dal coro

Grazia Zuffa scrive sui risultati della ricerca sul consumo controllato di cocaina condotta da Forum Droghe e CNCA per la rubrica settimanale di Fuorilugo sul Manifesto del 4 gennaio 2012.

Grazia Zuffa scrive sui risultati della ricerca sul consumo controllato di cocaina condotta da Forum Droghe e CNCA per la rubrica settimanale di Fuorilugo sul Manifesto del 4 gennaio 2012.

E’ stata appena ultimata la prima ricerca sulla percezione dei consumatori di cocaina circa l’uso “controllato” e “incontrollato” e sulle strategie di “autoregolazione” (sulla quantità di sostanza, la frequenza e le circostanze del consumo) che essi cercano di adottare. La ricerca primariamente qualitativa, condotta da Forum Droghe e Cnca, finanziata dalla Regione Toscana, ha interessato 115 consumatori toscani che consumano con una certa regolarità: sono giovani che rientrano nella “normalità” per livello d’istruzione e per inserimento professionale e sociale. La gran parte non ha mai avuto contatto coi servizi per le dipendenze.

Non c’è spazio per illustrare uno studio così ampio, mi limito ad indicare alcuni risultati più originali, in controtendenza alle credenze più diffuse. In primo luogo, l’evoluzione del consumo nel tempo: la traiettoria “patologica” di escalation progressiva del consumo riguarda una minoranza di persone (il 13%). La stragrande maggioranza riporta traiettorie variabili, con periodi d’uso più intenso alternato ad uso sporadico o non consumo, spesso correlati a circostanze esterne (nuovi giri di amicizie, nuovi impegni di vita che richiedono la massima concentrazione e dunque rendono l’uso di cocaina disfunzionale e non più appetibile); oppure con un aumento fino ad arrivare ad un picco, per poi diminuire: molti di questi consumatori dicono di avere “imparato” a usare con moderazione la sostanza, dopo avere sperimentato i molti effetti negativi della cocaina usata intensivamente. In sintesi, emerge che l’uso di droga non è spiegabile solo con le proprietà additive delle sostanze: i consumatori cercano di apprendere dall’ambiente sociale e dalla propria esperienza le regole di “controllo” per far sì che i consumi non influenzino negativamente gli impegni quotidiani.

La capacità di “imparare” dei consumatori è confermata dalla generale tendenza alla moderazione: negli ultimi sei mesi, il 34,8% ha usato meno di una volta al mese, il 27,8% almeno una volta al mese ma meno di una volta a settimana, solo un consumatore riporta il consumo quotidiano (mentre durante il periodo di maggior consumo, l’uso quotidiano riguardava il 47,8% e solo il 5,2% consumava meno di una volta al mese).

Questo filone di studi, inaugurato dallo psichiatra di Harvard Norman Zinberg negli anni ottanta e proseguito anche in Europa, è giunto da noi in ritardo e con molte resistenze: dovute al fatto che non i danni della droga sono in primo piano,  quanto piuttosto le risorse, individuali e sociali, di controllo e di riduzione dei rischi dei consumi. E’ un terreno considerato “politicamente scorretto”, dietro l’accusa di “incentivare” addirittura i consumi.

Eppure, lo studio dei controlli è utile non solo sul piano della conoscenza dei vari e diversi stili di consumo, non tutti assimilabili all’uso dipendente; ma anche sul piano clinico, se è vero che molti consumatori passano attraverso picchi di consumo, ma la maggior parte è in grado “naturalmente” di diminuire i consumi e una buona fetta di passare all’astinenza. Conoscere e sapere assecondare le strategie di step down dei consumatori è un patrimonio prezioso per i servizi di cura. Per capire come e perché alcuni perdono il controllo, dobbiamo sapere come e perché molti altri riescono a conquistarlo ed eventualmente a riconquistarlo.

 

mer, gennaio 4 2012 » cocaina, riduzione del danno » No Comments