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Droghe e Diritti

Italia all’avanguardia per la canapa medica




Marco Perduca scrive sulla canapa medica per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 26 agosto 2015.






Marco PerducaIl 18 settembre 2014, i Ministri della Difesa e della Salute hanno firmato un memorandum per un progetto pilota di “produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis” a fini medico scientifici. Per la coltivazione delle piante fu scelto lo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze per le “competenze del personale militare e civile” e “le capacità produttive e di controllo qualità proprie di una industria farmaceutica”, unite al “livello di sicurezza di un’installazione militare”.

Per quanto nel 2010 con la senatrice radicale Donatella Poretti avessimo invitato il governo Berlusconi a favorire un simile accordo – il nostro ordine del giorno in occasione dell’adozione della legge sulle cure palliative fu accolto col parere favorevole di Giovanardi! – l’idea che una medicina dovesse esser prodotta dai militari in strettissimo regime di monopolio non m’ha mai convinto.

Mi son dovuto ricredere da quando, all’inizio di agosto, ho visitato l’Istituto di Firenze. Ho scoperto una realtà che è fondamentale per rispondere a certe emergenze e crisi medico-farmaceutiche planetarie.

A giugno scorso a Firenze è stato effettuato il primo raccolto sperimentale. Le cinquanta piante di canapa, le cui talee erano state selezionate dal Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo (altra eccellenza italiana misconosciuta), hanno prodotto due chilogrammi di infiorescenze che, pare, contengano principi attivi di qualità tale da consentire un prodotto standardizzato privo di muffe, funghi o altri agenti contaminanti.

A seguito delle ispezioni dell’Aifa, l’Agenzia del Farmaco, e il via libera del Ministero della Salute, da settembre si potrà finalmente partire con la produzione vera e propria in anteprima mondiale. Da gennaio 2016, si potrebbe passare a 200 metri quadrati di serre per ottenere fino a 100 chili l’anno di prodotto da inviare alle farmacie che ne faranno richiesta. L’Italia diverrà il primo e unico Stato membro dell’Onu a gestire la produzione di cannabis in strutture pubbliche.

Occorre adesso che il Ministero della Salute, nell’interesse della collettività, esprima un parere favorevole a questa sperimentazione e si assuma la responsabilità di adottare delle linee guida per la prescrizione di questi cannabinoidi medici Made in Italy: sulla scorta dell’ampia letteratura scientifica che ne conferma il positivo utilizzo in patologie gravi e altamente invalidanti come, tra le altre, la sclerosi multipla, quella laterale amiotrofica, il glaucoma, le malattie neoplastiche, gli spasmi muscolari, il dolore. A otto anni dall’adozione della legge, i quadri normativi nazionali e regionali restano sconosciuti agli operatori se non boicottati sottilmente.

Perché da liberista e antimilitarista sono a favore di questo avvio di produzione in regime di monopolio militare? Intanto perché, a differenza di quanto avevo visto in Colorado, la qualità e la cura della coltivazione è nel pieno rispetto degli obblighi europei degli API (Active Pharmaceutical Ingredients) cioè della produzione di ingredienti attivi farmaceutici – cosa che neppure il Bedrocan olandese garantisce; in secondo luogo, perché grazie all’inevitabile espansione esponenziale della domanda di cannabis medica dei prossimi anni, che dovrà vedere il Ministero della Difesa pronto a quintuplicare (almeno) gli investimenti iniziali nel 2016, le entrate della cannabis Made in Italy potranno concorrere a sostenere la benemerita produzione fiorentina dei cosiddetti farmaci “orfani” (per le malattie rare, la cui ricerca non è sostenuta dai privati): un vero e proprio “servizio pubblico” mondiale che avviene in Italia senza il meritato riconoscimento.

mer, agosto 26 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Morire di Tso nell’Italia del terzo millennio







Andrea Pugiotto scrive sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 19 agosto 2015











Andrea PugiottoLa morte di Andrea Soldi durante l’esecuzione di un Tso è una metonìmia. Narra qualcosa di più generale che trascende il fatto in sé, pur gravissimo, lasciando intravedere nodi irrisolti nel rapporto tra autorità e libertà individuale. Proviamo a scioglierli.

Lo Stato di diritto ammette la forza, ma vieta la violenza. Della forza è l’apparato statale ad avere il monopolio legale, e può servirsene – anche attraverso la semplice minaccia – per garantire effettività alle sue norme giuridiche, le sole coercibili. Quel monopolio, però, diventa illegittimo se trasmoda in violenza, nel nome di una supremazia presunta sulla libertà personale e morale dell’individuo.

Ecco perché il nostro corpo e la nostra mente sono tutelati in Costituzione, specie laddove il rapporto tra individuo e autorità si fa asimmetrico, stabilendosi che «nessuno» può essere arbitrariamente sottoposto a misure coercitive cautelari (art. 13), detentive (art. 27) o sanitarie (art 32). L’arresto di un criminale, la detenzione di un condannato, il trattenimento di un clandestino, l’internamento di un folle reo – anche quando giustificati dalla legge – non possono mai tradursi in trattamento inumano, degradante, addirittura esiziale nelle forme equivalenti della morte provocata o del gesto suicidario. Se accade – e accade sovente, viste le troppe condanne a Strasburgo per violazione dell’art. 3 Cedu – lo Stato è, alla lettera, fuorilegge.

Tutto ciò vale anche e soprattutto per l’esecuzione di un Tso, misura sanitaria che la legge pone a garanzia non della collettività, ma del malato.

Lo fa sottoponendo la proposta di Tso a doppia certificazione medica, a motivata e tempestiva convalida giudiziaria, a durata massima certa. Lo fa richiedendo una triplice condizione per la sua autorizzazione: l’urgenza terapeutica, il rifiuto di cure dell’alienato, l’impossibilità di adottare tempestive misure extraospedaliere. Lo fa esigendo fino all’ultimo istante utile iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione di chi vi è obbligato: perché «di norma» i trattamenti sanitari hanno da essere volontari (art. 33, legge n. 833 del 1978), e un Tso autorizza ma non impone la contenzione.

Sono regole figlie del principio costituzionale per cui il ricorso a misure coercitive è un’extrema ratio. Regole fondamentali opportunamente ricalcate nel parere approvato all’unanimità dal Comitato Nazionale di Bioetica, il 24 aprile scorso: il ricorso alla contenzione, anche nell’ambito del Tso, può avvenire «solamente in situazioni di reale necessità e urgenza, in modo proporzionato alle esigenze concrete, utilizzando le modalità meno invasive e solamente per il tempo necessario al superamento delle condizioni che abbiano indotto a ricorrervi». Nessuna finalità sanitaria – si legge – può giustificare l’abuso della forza che, dell’autonomia individuale, è sempre una violazione dagli effetti (anche terapeutici) controproducenti.

Con ciò non si nega la malattia mentale né i dilemmi che essa pone a chi, impotente, chiede il ricovero forzato del proprio familiare. Semmai si ribadisce la piena consapevolezza che chi non ha diritti non è, poiché a chi tutto ha perso capita facilmente di perdere anche se stesso. Fino alla propria vita, com’è accaduto ad Andrea Soldi.

Restituire al soggetto coercito la sua dignità personale (fatta di soma, psiche e civitas), e rispettarla: è, questa, la condizione necessaria per evitare che possa ripetersi – in un carcere o in un Opg, in un commissariato o in un Cie – quanto mai avrebbe dovuto accadere sulla panchina di una piazza di Torino, nell’Italia del terzo millennio.

 

 

mer, agosto 19 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » 1 Comment

Cocoricò, perché casi simili non si ripetano







Lorenzo Camoletto, Progetto Neutravel, coordinamento rete Itardd scrive sulla morte di Lamberto al Cocoricò per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 12 agosto 2015.











Lorenzo-camolettoIn una notte di metà luglio un’ipertemia maligna si è portata via Lamberto L. mentre ballava al Cocoricò di Riccione. Aveva assunto MDMA. La morte di un ragazzo di 16 anni è un lutto inaccettabile non solo per i suoi famigliari, per i suoi amici, ma per tutta la società; inevitabile interrogarsi sulla catena degli eventi che l’ha provocato, e magari cercare un colpevole che possa catalizzare il senso di fallimento collettivo. La tentazione delle semplificazioni è fortissima: chiudiamo “il luogo della perdizione”, avremo la sensazione di aver reagito, trovato e punito il colpevole e diminuito il nostro senso di impotenza.

Ma le cose sono un po’ più complicate: oggi un nativo digitale minorenne è in grado di raggiungere abbastanza facilmente nel dark-net (il web sommerso e irraggiungibile con i motori di ricerca tradizionali) negozi virtuali di sostanze psicotrope; e magari con una carta di credito prepagata farsi spedire con un corriere una qualunque sostanza psicoattiva. La consumerà da solo o con gli amici, a casa o nel parchetto isolato o da qualsiasi altra parte, non necessariamente in discoteca. E dalla chiusura della piattaforma web Silk Road, le procedure ora sono perfino più semplici… Chiudere, reprimere, non solo è inefficace, ma finisce per incrementare i danni: le persone correranno rischi comunque, ma in luoghi più nascosti e pericolosi. Inoltre a livello educativo rappresenta una summa di errori, un po’ come un genitore collettivo che si ponesse in questo modo: cercherò invano di chiuderti gli accessi al mondo, perché questo mondo lo capisco meno di te e quindi non sarei in grado di farti da guida; farò in modo di farti evitare i rischi, …perché tu non supereresti le prove; cercherò risposte semplificatorie perché non mi importa veramente di te, ma solo di diminuire la mia ansia e il mio senso di inadeguatezza e di colpa. Il mondo cambia velocemente portando al contempo opportunità e rischi: per cogliere le prime e ridurre i secondi occorre consapevolezza e senso critico, che sono i fattori di protezione fondamentali. Istituzioni, società, mondo adulto in genere, se volessero riappropriarsi del loro giusto ruolo di riferimento e supporto, anziché individuare il male assoluto nelle “droghe”, potrebbero partire delle persone -e non dalle sostanze che usano- informandole oggettivamente sugli effetti diretti e collaterali: uno strumento utile è l’analisi delle sostanze – che si fa in molti paesi europei – per restituire ai consumatori dati corretti sui principi attivi contenuti. Questo aumenterebbe la consapevolezza e ridurrebbe i rischi per chi avesse comunque deciso di consumare. Smettere di demonizzare i luoghi, le discoteche, le piazze, le “TAZ” dei rave, ma al contrario aumentarne la sicurezza, agendo sugli atteggiamenti e sui comportamenti di organizzatori e frequentatori: uno strumento utile è la costruzione condivisa di standard e protocolli di sicurezza, come l’accesso all’acqua gratuita, la presenza di personale socio-sanitario, la chill-out…. Cercare sempre scorciatoie e capri espiatori è una via strumentale al consenso facile per i policy-maker, ma soprattutto è un modo collettivo di non pensare, di stordirsi e in ultima analisi di non affrontare i problemi.

Facciamo in modo che tragedie come la morte di Lamberto divengano una possibilità di crescita collettiva e non siano invece l’ennesima occasione perduta. Soluzioni superficiali e di corto respiro creerebbero soltanto le condizioni affinché casi simili si ripetano, aggiungendo tragedia alla tragedia.

mer, agosto 12 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Cocoricò: la tolleranza zero uccide







Beatrice Bassini scrive sulla morte di Lamberto, il ragazzo di 16 anni deceduto a seguito dell’assunzione di sostanze durante una notte al Cocoricò.











Cocorico-Discoteca-RiminiLa discoteca di Riccione in Romagna è famosissima ed è uno di quei luoghi di aggregazione che subisce il fenomeno dell’uso “di massa”delle droghe, specie quelle sintetiche. E’ quello che accade ai rave, o negli stadi, nei discobar della riviera ed è un fenomeno conosciutissimo sia dalle forze dell’ordine che dagli operatori. E’ solo un aspetto della globalizzazione del mercato delle sostanze, ovviamente un mercato illegale e perciò, fuori controllo.

Dopo la morte di Lamberto, il ragazzo di 16 anni deceduto durante la notte del 22 luglio scorso, è triste vedere l’ipocrisia e la retorica prendere le prime pagine dei giornali, sentire proclami riguardo l’attuazione di provvedimenti inutili e vedere così, per l’ennesima volta, l’incapacità del governo di dichiarare qualcosa di sensato sul tema delle droghe, delle giovani generazioni e delle necessarie politiche.

Nel caso in questione la sostanza (MDMA) è stata acquistata da un ragazzo e ceduta a Lamberto come spesso accade intorno ai luoghi di aggregazione: si acquista, si vende, si condivide. Il grido “dagli all’untore” è grottesco e si conferma una caccia sfrenata “ai pesci piccoli” di cui sono piene le nostre case circondariali, ed una totale indifferenza verso i grandi spacciatori e le rotte del narcotraffico.

Secondo punto: la sostanza assunta in una bottiglietta era chiaramente in sovradosaggio. Si è trattato di un evidente overdose. Purtroppo questo è il modo in cui i giovanissimi trattano le sostanze: grande attrazione, poca informazione, sottovalutazione dei rischi, nessuna conoscenza dei dosaggi e degli effetti collaterali. Nessuna precauzione. Prendere una “pasta” o una zigulì è più o meno la stessa cosa.

Dagli anni 90, da quando la “Piramide” è entrata nella mitologia e la gente ballava in riviera unita dallo slogan “sale, sale e non fa male”, con evidente allusione all’MDMA, sono passati 25 anni. 25 anni in cui molti operatori delle tossicodipendenze hanno mostrato la loro preoccupazione “sanitaria” verso un fenomeno di massa che coinvolgeva, allora, quei giovani che adesso sono adulti e di cui non sappiamo le conseguenze degli usi. Il grido degli operatori che chiedevano una maggior collaborazione con gli organizzatori di eventi, che cercavano di favorire l’allestimento di chill out, ossia sale di decompressione, al fine di evitare collassi ed ipertermie, l’esigenza di avere a disposizione acqua gratis per il rischio di disidratazione, l’indicazione di sostenere la presenza di operatori della notte nei locali, sono state inascoltate dagli organizzatori, da tutti i politici locali, e dalla legislazione sulle droghe. Inascoltati dal governo del paese che è riuscito, nel pieno del fenomeno, a partorire nel 2006 la legge più inappropriata e incostituzionale, la Fini-Giovanardi. Così abbiamo locali che per paura di essere chiusi non denunciano il consumo, non chiedono interventi di informazione, riduzione dei rischi e primo soccorso ma si limitano ipocritamente allo slogan “La droga fa male”n el tentativo goffo di pulirsi la coscienza.

Ora si riparte con gli untori, con gli “spacciatori” di 19 anni, con i cani nelle scuole, con il grido della tolleranza zero, con le perquisizioni, i controlli, senza pensare che è proprio questo atteggiamento a senso unico che vede solo la soluzione repressiva a creare i danni. Sono passate forse due generazioni di ragazzi e ragazze consumatori di droghe a rischio, spesso poliassuntori, che non si preoccupano di conoscere quello che assumono, che non riescono a fidarsi dell’adulto per parlare e confrontarsi perché lo vedono solo e sempre come controllore, che non chiamano l’ambulanza per l’amico per paura di essere denunciati, che quando arrivano al pronto soccorso non hanno il coraggio di dire il se, il cosa e il come della loro assunzione di droghe, chiusi nell’omertà del “fuorilegge”. Tutto questo purtroppo non serve ad aprire gli occhi ai nostri politici, ma, ad esempio in Inghilterra, molti genitori chiedono a gran voce un cambio di rotta.

Per questo il colpevole non è da cercare tra i fruitori della discoteca ma negli adulti che non sono in grado di fare un discorso politico coerente, preoccupati solo di mostrare i muscoli. La politica che si deresponsabilizza è la peggior risposta alla morte di Lamberto. Responsabile è chi non decide e discute su una legislazione coerente sulle droghe. Dal 2000 non è ancora stata indetta, in questo panorama di globalizzazione e cambiamento, una conferenza nazionale sulle politiche sulle droghe degna di questo nome, come previsto dalla legge 309 del 1990.

Troppo spesso la politica ha tentato di mettere in un angolo gli interventi “salvavita” di riduzione del danno, con l’intenzione di cancellarli per sempre, ed ha rinunciato a mettere al centro del dibattito una legislazione coerente sulle droghe, abbandonando così le nuove generazioni allo sballo mortifero, alla precarietà, all’ignoranza, al carcere.

Beatrice Bassini, Forum Droghe

lun, agosto 10 2015 » nota a margine » No Comments

Droghe, la Cassazione sulle pene illegali







Elia De Caro e Gennaro Santoro scrivono sulle pene illegali per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 5 agosto 2015











cassazioneSono state depositate lo scorso 28 luglio le motivazioni della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione sulle droghe leggere, che confermano l’orientamento secondo cui in sede di esecuzione della pena il giudice può rideterminare la pena comminata secondo le norme della legge antidroga Fini Giovanardi dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale nel 2014.

Il caso affrontato dalla Corte riguardava una sentenza di patteggiamento la cui pena concretamente inflitta (condanna a 2 anni e 8 mesi) era compresa entro i limiti edittali previsti dall’originaria formulazione dell’art. 73 secondo la legge del 2006 abrogata.

Mentre era già stato chiarito in precedenza che in caso di condanna a seguito di rito ordinario o abbreviato il Giudice dell’esecuzione deve rideterminare la pena esercitando un autonomo potere valutativo, in caso di patteggiamento si era posto il dubbio di quale fosse il compito del giudice dell’esecuzione.

Come evidenziato dallo stesso Procuratore generale nella requisitoria finale, la sentenza dovrebbe essere annullata tout court dal Giudice dell’esecuzione (o dalla Corte di Cassazione) perché l’accordo tra accusa e difesa si è basato “su un quadro normativo superato e sulla scorta del quale le parti si sono determinate”.

La Suprema Corte ha aderito alla tesi del Procuratore ed ha annullato la sentenza senza rinvio. Ora il difensore dell’imputato e il Pm potranno rinegoziare la pena commisurandola ai parametri della normativa in vigore, oppure il processo riprenderà nelle forme ordinarie.

Nelle motivazioni, la Suprema Corte ribadisce quanto già espresso nelle sentenze precedenti Gatto ed Ercolano, confermando la centralità del principio di legalità della pena in fase esecutiva secondo il quale la conformità a legge della pena deve essere costantemente garantita dal momento della sua irrogazione fino a quello della sua esecuzione.

Si aggiunge anche che la necessità di rideterminare la pena ( a seguito di rito ordinario o abbreviato) o di annullare l’accordo (in caso di patteggiamento) rispondono al principio di offensività e di proporzionalità tra illecito e sanzione. La pena è perciò illegale in quanto “la risposta punitiva è stata elaborata sulla base di un compasso sanzionatorio incostituzionale”.

In definitiva, siamo di fronte a un’altra interessante sentenza della Corte in tema di prevalenza della legalità della pena in fase esecutiva rispetto all’intangibilità del giudicato.

Di contro, resta il dramma di migliaia di persone che hanno già scontato per intero, o stanno scontando, una pena illegale perché non si sono attivate con un incidente di esecuzione.

Resta altresì la contraddizione di una normativa sugli stupefacenti di risulta, a seguito della sentenza della Corte costituzionale 32/14, che continua a non differenziare il trattamento sanzionatorio tra droghe leggere e pesanti nelle ipotesi di lieve entità e che, di contro, colpisce con sanzioni penali la coltivazione finalizzata all’uso personale laddove la detenzione ad uso personale è invece punita con le sole sanzioni amministrative. Su tale ultimo aspetto (trattamento sanzionatorio della coltivazione) pende questione di legittimità costituzionale. Ci auguriamo che per una volta intervenga prima il Legislatore dell’Autorità giudiziaria, approvando in tempi rapidissimi i disegni di legge di riforma della disciplina sanzionatoria del testo unico sulle droghe e di legalizzazione della cannabis che risolverebbero i problemi sopra esposti con la liceità della coltivazione, la differenziazione del trattamento sanzionatorio tra droghe leggere e pesanti nelle ipotesi di lieve entità, l’applicabilità d’ufficio di uno sconto di pena per le pene illegali.

Il dossier sulle pene illegali su www.societadellaragione.it.

 

 

mer, agosto 5 2015 » leggi e sentenze » No Comments

Un cambio di passo per la politica sulle droghe in Italia e nel Mondoz<







Registrazione video del convegno di udine del 10 luglio 2015











lun, agosto 3 2015 » Video » No Comments

Opg, addio. Parola della Corte costituzionale







Stefano Cecconi e Franco Corleone per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 29 luglio 2015











opg-targaLa scorsa settimana è stata pubblicata la sentenza della Corte Costituzionale che ha respinto per totale infondatezza il ricorso promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Messina contro la legge 81 del 2014 sulla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Veniva contestata la violazione di ben tredici articoli della Costituzione ed aveva come punto centrale la contestazione dell’accertamento della pericolosità sociale basato sulla base delle qualità soggettive della persona e senza tenere conto delle condizioni (cosiddette ambientali) di cui all’articolo 133, secondo comma, numero 4, del codice penale e inoltre la norma per cui “non costituisce elemento idoneo a supportare il giudizio di pericolosità sociale la sola mancanza di programmi terapeutici individuali”.

La Consulta ha dunque affermato con nettezza la legittimità costituzionale della legge 81 sia nel procedimento legislativo sia nei contenuti e in particolare conferma che un malato povero, emarginato, senza casa o abbandonato dai servizi non può diventare, per questa ragione, socialmente pericoloso e finire in una istituzione totale per tutta la vita, come troppo spesso è accaduto in passato. La storia degli ergastoli bianchi nasce proprio da questa giustizia di classe.

Si conferma e si rafforza così l’orientamento di quella che abbiamo definito una buona legge. Il tratto più interessante della nuova norma è di avere spostato il baricentro dai binomi prettamente manicomiali “malattia mentale/pericolosità sociale e cura/custodia” ai progetti di cura e riabilitazione individualizzati e all’affidamento al territorio. In particolare, confermando orientamenti espressi in fondamentali sentenze precedenti, la decisione della Corte ha stabilito che la regola deve essere l’esecuzione di una misura di sicurezza diversa dalla detenzione, ieri in Opg e oggi in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), salvo gravi situazioni ben fondate e motivate che devono costituire l’eccezione.

Ora non possono essere più accampati alibi da parte del Governo, delle Regioni e della Magistratura di Sorveglianza: sono ormai passati più di cento giorni dal 31 marzo, data stabilità dalla legge per la chiusura dei manicomi criminali, come abbiamo denunciato nel seminario di Firenze del 14 luglio. E’ ora di abbattere questo muro di illegalità. La situazione di centinaia di internati che sono letteralmente sequestrati in strutture che non devono più esistere viola l’art. 13 della Costituzione che si esprime chiaramente sui modi di restrizione della libertà personale. Lo stato di diritto non può essere calpestato impunemente. L’associazione Altro Diritto ha raccolto 58 istanze di internati nell’Opg di Montelupo fiorentino in base all’art. 35bis dell’ordinamento penitenziario e rivolte al magistrato di sorveglianza competente per far cessare la violazione dei loro diritti. Viene dai pazzi una lezione di saggezza rispetto del principio dell’habeas corpus!

Il Governo deve immediatamente commissariare le regioni inadempienti che non stanno applicando la legge 81 e non hanno potenziato i Servizi per la salute mentale. Compito essenziale del movimento abolizionista è vigilare per impedire il risorgere di forme nuove della logica manicomiale che deve essere superata per sempre.

La sentenza del 24 giugno non dà adito a dubbi. Si aprono, come ha scritto efficacemente il costituzionalista Andrea Pugiotto, “contraddizioni, tanto inedite quanto feconde, al sopravvissuto sistema del doppio binario”, sia pure a codice penale invariato. Ancora una volta la suprema magistratura indica un percorso per la piena realizzazione di una riforma di civiltà. I diritti, anche in questo caso, aspettano la politica.

mer, luglio 29 2015 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto » No Comments

Il PD dà un primo segno di vita sulle droghe







Maurizio Coletti scrive per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 22 luglio 2015.











coletti-maurizioIl Partito Democratico ha convocato lo scorso 16 Luglio una riunione sui temi delle droghe e delle tossicodipendenze presso la sede nazionale del Nazareno.

Sono stati invitati una quarantina di soggetti attivi nel campo delle dipendenze e delle policies sulle droghe. Tra le varie organizzazioni presenti, a sorpresa, due rappresentanti di San Patrignano.

La riunione è stata aperta da una breve introduzione di Micaela Campana, responsabile nazionale del PD per il Welfare. Erano presenti anche due deputati, Federico Gelli e Donata Lenzi e il Sottosegretario al Ministero della Salute Vito De Filippo.

Si sono susseguiti numerosi interventi, molti da parte di rappresentanti di organizzazioni che aderiscono al Cartello di Genova. Franco Corleone ha consegnato ai dirigenti del PD il 6° Libro Bianco sulla legge antidroga, ribadendone i contenuti per quanto riguarda i dati sulla portata criminogena degli approcci repressivi, le considerazioni sulle disastrose politiche internazionali dell’Italia negli ultimi anni e le due proposte di legge, una sulla depenalizzazione/liceità del consumo di sostanze stupefacenti, sulla riduzione del danno e sulla revisione delle norme sugli interventi dei servizi pubblici e del privato sociale; l’altra sulla legalizzazione della cannabis.

Altri hanno sottolineato come sia imprescindibile parlare di politiche sulle droghe e non di tossicodipendenze, essendo queste ultime una fetta molto piccola di un campo dei consumi che è invece assai ampio.

Una forte insistenza è stata espressa sull’urgenza di avere un interlocutore politico all’interno del Governo, al fine di dare sostanza e certezza alle azioni che riguardano la Conferenza Nazionale e la sua preparazione, la Relazione al Parlamento, il coordinamento con i Ministeri e con le Regioni, la Consulta Nazionale degli Operatori e degli esperti.

Si è insistito sull’urgenza di ricostruire totalmente l’approccio italiano nei fora internazionali, in quanto siamo quasi alla vigilia dell’appuntamento UNGASS dell’Aprile 2016.

Tutti gli intervenuti hanno ribadito l’importanza di proseguire con l’azione di riforma del Dipartimento Politiche Antidroga, superando completamente le pesanti conseguenze della passata gestione.

Diversi sono stati anche coloro che hanno denunciato lo stato pietoso in cui versano i servizi pubblici territoriali e i centri di privato accreditato: problemi di budget, di rette, di personale, di mancato turn over, la tendenza non comprensibile all’accorpamento ai Dipartimenti di psichiatria. Su quest’ultimo punto, qualche brevissima considerazione: la tendenza all’accorpamento è molto diffusa nelle Regioni; ma non si comprende il vantaggio che ne consegue. La psichiatria ha sempre rifiutato di occuparsi di consumatori di sostanze; e continua a farlo anche là dove l’accorpamento è stato realizzato. Lancio una proposta: una commissione indipendente di esperti venga incaricata dal DPA e dalle Regioni di valutare i risultati dell’operazione lì dove sono passati quattro o cinque anni dall’avvio.

La denuncia dello stato di abbandono è stato fatto con dignità, competenza e ragionevolezza.

Ha concluso l’on. Gelli prendendo l’impegno, a nome del PD, di proseguire dopo l’estate i lavori del gruppo di esperti. Ma, soprattutto, ha ribadito che il PD sta lavorando per definire a breve una responsabilità politica del settore. Ha anche sottolineato l’interesse per mettere mano ad una legge che superi quella pasticciata in vigore attualmente.

Non ha ripreso direttamente i temi della Conferenza e dell’Ungass.

Se veramente fossimo alla vigilia di un’identificazione di un sottosegretario per i temi delle droghe e dei consumi, tutti gli impegni che sono emersi nell’incontro potrebbero finalmente trovare una risposta.

mer, luglio 22 2015 » Senza categoria » No Comments

Legalizzazione cannabis: ecco la proposta dell’intergruppo parlamentare







Ecco il testo del Disegno di Legge proposto dall’Intergruppo Parlamentare per la legalizzazione della Cannabis











parlamentari-legalizzazione-cannabisE’ stata presentata oggi nella sala stampa della Camera dei Deputati la proposta di legge scaturita dall’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis promosso da Benedetto Della Vedova.

Ecco i punti principali della legge, in fondo il testo scaricabile in formato pdf:

  • Coltivazione in forma personale e associata di cannabis: si legalizza la coltivazione della cannabis a scopi cosiddetti ricreativi (e la conseguente detenzione del prodotto da essa ottenuto) a determinate condizioni ed entro precisi limiti, concernenti sia i requisiti soggettivi (persone maggiorenni), sia i quantitativi ammissibili (5 piante di sesso femminile) e si consente, altresì, la coltivazione in forma associata, attraverso enti senza fini di lucro, sul modello dei cannabis social club spagnoli cui possono associarsi solo persone maggiorenni e residenti in Italia, in numero non superiore a cinquanta. È possibile associarsi a uno solo di questi enti, pena la cancellazione d’ufficio da tutti quelli cui il soggetto risulta iscritto e, in ogni caso, la decadenza dal diritto di associarsi per i cinque anni successivi alla data di accertamento della violazione. È stabilito che non possono far parte degli organi direttivi, coloro che siano stati condannati, in maniera definitiva, per alcuni reati di maggiore pericolosità sociale (associazione di tipo mafioso, commercio illecito di precursori di droghe e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanza stupefacenti o psicotrope).
  • Detenzione personale di cannabis: si inserisce la disciplina della detenzione personale di cannabis e dei prodotti da essa ottenuti nel Titolo III del DPR 309/90, concernente alcune tipologie di condotte “lecite”. In sostanza si capovolge l’impostazione attualmente vigente, per consentire alle persone maggiorenni la detenzione di una piccola quantità di cannabis (5 grammi innalzabili a 15 grammi in privato domicilio), non subordinata ad alcun regime autorizzatorio. Restano, comunque, sanzionabili le condotte, anche se aventi ad oggetto la cannabis in quantità inferiori ai limiti stabiliti, per le fattispecie previste dall’articolo 73 (ad esempio, il piccolo spaccio). Si stabilisce, infine, un principio generale di esclusione dell’assunzione (fumo) di derivati della cannabis in luoghi pubblici, aperti al pubblico e in ambienti di lavoro, pubblici e privati.
  • Condotte non punibili e fatti di lieve entità: si sancisce la “non punibilità” della cessione gratuita di cannabis e dei prodotti da essa ottenuti a determinate condizioni e entro specifici limiti. In sostanza si depenalizza la cessione gratuita a persona maggiorenne (e comunque la cessione che avvenga tra soggetti minori) di una modica quantità di cannabis (comunque nel limite massimo previsto per la detenzione personale consentita), in quanto presuntivamente preordinata al consumo personale.
  • Illeciti amministrativi:, si esclude la sanzionabilità amministrativa (ad es. sospensione della patente di guida, della licenza di porto d’armi, del passaporto) delle condotte indicate, finalizzate all’uso personale dei derivati della cannabis ovvero riguardanti, altresì, le sostanze inserite nella tabella IV del citato testo unico;  inoltre si sancisce che alle condotte aventi ad oggetto la cannabis e i prodotti da essa ottenuti, si attribuisce una rilevanza di illecito amministrativo, e si prevede l’applicazione di una sanzione pecuniaria, solo nel caso in cui avvengano in violazione dei limiti e delle modalità prescritte in tema di detenzione e coltivazione consentita, da parte di persona maggiorenne (pagamento di una somma da euro 100 a euro 1.000, in proporzione alla gravità della violazione commessa). Le sanzioni sono accresciute sensibilmente (quintuplicate) nel caso di violazione delle norme in materia di coltivazione in forma associata. Tale disposizione, sostituendo interamente il vigente comma 1-bis dell’articolo 75 sopprime il riferimento al necessario accertamento della destinazione delle sostanze ad un uso esclusivamente personale, che si considera invece presunto, salvo che non sia accertata una condotta rientrante nelle previsioni dell’articolo 73 (cioè la coltivazione, importazione, detenzione ecc. a fini di spaccio).
  • Monopolio della cannabis: si prevede che il sistema delle autorizzazioni per la coltivazione delle piante di cannabis, la preparazione dei prodotti da essa derivati e la loro vendita al dettaglio nel mercato legale avvenga istituendo un monopolio di Stato e prevedendo anche forme di autorizzazione all’esercizio dell’attività di produzione, trasformazione e vendita da parte di soggetti privati; sono escluse esplicitamente dal regime di monopolio la coltivazione in forma personale e associata della cannabis, la coltivazione per la produzione di farmaci, nonché la coltivazione della canapa esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali. Il quadro della disciplina che emerge è particolarmente restrittivo sia sotto il profilo fiscale, dove è sostanzialmente equiparato a quello dei tabacchi, sia sotto il profilo economico-commerciale (tracciabilità del processo produttivo, divieto di importazione e esportazione di piante di cannabis e prodotti derivati, autorizzazione per la vendita al dettaglio solo in esercizi dedicati esclusivamente a tale attività, vigilanza del Ministero della salute sulle tipologie e le caratteristiche dei prodotti ammessi in commercio e sulle modalità di confezionamento). La violazione del monopolio comporta l’applicazione delle sanzioni previste dal titolo VIII del DPR 309/90. L’obiettivo è complessivamente quello di giungere a un sistema di offerta in grado di soddisfare (cioè sottrarre al mercato criminale) la domanda di cannabis, senza incentivarne né ampliarne il consumo.
  • Divieto di propaganda: è infine sancito l’espresso divieto della propaganda pubblicitaria, diretta o indiretta, della cannabis e dei prodotti da essa derivati, pena l’applicazione al responsabile della violazione di una sanzione amministrativa pecuniaria. È comunque prevista una clausola di salvaguardia per le opere dell’ingegno non destinate alla pubblicità e tutelate dalla legge sul diritto d’autore.
  • Coltivazione della cannabis per la produzione farmaceutica e semplificazione del regime di produzione, prescrizione, distribuzione e dispensazione dei farmaci contenenti derivati della cannabis: si rinvia ad un decreto del Presidente della Repubblica la disciplina delle modalità di individuazione delle aree per la coltivazione di cannabis destinata a preparazioni medicinali e delle aziende farmaceutiche autorizzate a produrle, in modo da soddisfare il fabbisogno nazionale e si autorizza espressamente enti, persone giuridiche private, istituti universitari e laboratori pubblici aventi fini istituzionali e di ricerca, alla coltivazione di piante comprese nelle tabelle I e II di cui all’articolo 14 del DPR 309/90 per scopi scientifici, sperimentali, didattici, terapeutici o commerciali finalizzati alla produzione farmacologica e semplifica le modalità di consegna, prescrizione e dispensazione dei farmaci contenenti cannabis.
  • Destinazione delle risorse finanziarie: si stabilisce che i proventi delle sanzioni amministrative relative alla violazione dei limiti e delle modalità previste per la coltivazione/detenzione di cannabis, in forma personale o associata, siano interamente destinati ad interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e tossicodipendenti. Mentre i proventi derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis siano destinati per il 5% del totale annuo al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga.
  • Relazione alle Camere: si impegna il Presidente del Consiglio dei ministri a presentare alle Camere, dall’anno successivo a quello di entrata in vigore della presente legge, una relazione annuale sullo stato di attuazione della legge e sui suoi effetti, fissando alcuni parametri di valutazione legati al consumo e alle sue caratteristiche, al rapporto tra consumo di droghe leggere e altre droghe, all’eventuale persistenza del mercato clandestino della cannabis, nonché all’utilizzo delle risorse finanziarie derivanti dalla legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati.
  • Rideterminazione delle pene illegittime: si prevede che il giudice dell’esecuzione, con proprio decreto, anche d’ufficio, ridetermini automaticamente – riducendole di 2/3 – le pene irrogate per i reati di cui all’articolo 73 del DPR 309/90 in applicazione delle norme della cosiddetta legge Fini-Giovanardi, dichiarate incostituzionali dalla Corte costituzionale.

mer, luglio 15 2015 » news » No Comments

Onu 2016, per un dibattito a tutto campo







Articolo di Pien Metaal, TransNational Institute, Amsterdam per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 15 luglio 2015











ONUL’Assemblea Generale Onu sulle droghe (Ungass), che si svolgerà a New York dal 19 al 21 aprile 2016, è stata convocata dietro la spinta dei capi di stato di Messico, Colombia e Guatemala, tre paesi affetti dalla violenza correlata alla droga. Essi chiedono alla comunità internazionale di pensare a politiche alternative alle attuali.

E’ innegabile che nel mondo è in atto un cambiamento: sempre più paesi si concentrano su salute e sviluppo, sul minor ricorso alla legge penale, sul rispetto dei diritti umani, sul miglioramento dell’accesso ai farmaci essenziali. Fortunatamente, le convenzioni Onu sono abbastanza flessibili per facilitare il processo di “umanizzazione del controllo sulla droga”.

Ma con dei limiti: specie per la foglia di coca e la cannabis, sono sorte tensioni fra le riforme che stanno avvenendo in questi campi e la cornice legale delle convenzioni. Non è più possibile evitare un dibattito sulla natura del regime dei trattati internazionali, non più all’altezza dei tempi.

La Bolivia per prima ha sfidato apertamente il sistema di controllo globale, denunciando nel 2011 la Convenzione Unica del 1961 per poi tornare a sottoscriverla un anno e mezzo dopo con la riserva della liceità dell’uso della foglia di coca nel proprio paese. Ma anche le riforme di regolazione del mercato della cannabis in alcuni stati degli Usa e in Uruguay mostrano tensioni fra ciò che le democrazie nazionali decidono nell’interesse dei propri paesi e ciò che il sistema di controllo Onu prescrive.

Tuttavia, molti stati resistono a mettere la riforma dei trattati nell’agenda ufficiale di Ungass e, nelle attuali condizioni politiche, i negoziati per emendare le Convenzioni porterebbero inevitabilmente ad uno scontro. Meglio sarebbe cominciare a pensare a possibili riforme sistemiche che non prevedano necessariamente il consenso di tutti gli stati aderenti alle Convenzioni.

Per prima cosa, non si devono negare le difficoltà che esistono nel sistema di controllo internazionale e non si devono imporre limiti alla discussione. Proclamare i trattati una pietra sacra per il futuro, da difendere ad ogni costo così come sono, è del tutto controproducente. Se il mondo ha bisogno di un dibattito aperto, deve esserlo davvero. Se certe idee sono off limits, allora non è più un dibattito aperto.

Cerchiamo intanto di imparare dalle due precedenti Assemblee Generali, nel 1990 e 1998. Allora, i comitati consultivi giocarono un ruolo positivo. Si potrebbe ripetere quell’esperienza per il 2016.

Il comitato consultivo di esperti dovrebbe affrontare i temi chiave in preparazione di Ungass 2016, incluse la struttura del controllo Onu; l’armonizzazione di questo con i diritti umani e lo sviluppo; le incongruenze nella classificazione delle sostanze; la disponibilità delle sostanze a uso medico; le tensioni crescenti fra i trattati e le politiche nazionali in evoluzione, specie per ciò che riguarda la cannabis.

Il comitato consultivo avrebbe il compito di suggerire come affrontare queste difficili questioni nella sede di Ungass 2016.

Un’altra lezione dal passato riguarda il ruolo delle altre agenzie. Coinvolgere le agenzie Onu sulla salute, sullo sviluppo economico e sociale, sui diritti umani e la pace contribuirebbe di sicuro ad un approccio più equilibrato e olistico di Ungass 2016.

Il Segretario Generale Ban Ki-moon ha chiesto agli stati membri di impegnarsi in un “ampio e aperto dibattito che prenda in considerazione tutte le opzioni”. La grande maggioranza dei paesi, inclusa l’Europa, vuole andare avanti come al solito. Ma le politiche nazionali stanno cambiando rapidamente e il fossato fra le burocrazie Onu e il mondo reale si allarga sempre di più. E’ questo il mondo che vogliamo?

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