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Luglio 2003

Loro ci dicono chi siamo noi

Angelo Caputo
Responsabile del gruppo di lavoro sull’immigrazione di Magistratura democratica

Tre anni fa, nei giorni del vertice europeo di Feira, furono rinvenuti presso la dogana di Dover i corpi senza vita di 58 cittadini cinesi morti per asfissia mentre, nascosti in un container, cercavano di entrare clandestinamente in Gran Bretagna. Commentando la notizia, i leader europei si dissero «profondamente scioccati» e il commissario Ue Vitorino dichiarò: «una politica efficace impone uno sforzo comune per rafforzare la cooperazione sia nell’attività repressiva, sia nel controllo dell’accesso ai territori degli Stati membri dell’Unione». Nella stessa linea, il 22 giugno scorso, all’indomani dell’ennesimo naufragio di migranti, il nostro ministro degli interni, in una intervista apprezzata anche dall’opposizione, ha detto: «qui ci sono dei poveracci morti in mare mentre cercavano di sfuggire alla miseria e alla fame. Nient’altro», subito aggiungendo, però, a illustrazione delle prospettive di risposta delle istituzioni italiane ed europee, che «si faranno pattugliamenti europei in acque internazionali, cercando di intercettare le navi dei clandestini più al largo possibile». Dunque, per scongiurare altri naufragi la prospettiva non è quella di politiche di accoglienza ma quella di “spostamento delle frontiere”: verso le “acque internazionali”, lontano dalle costituzioni “nazionali” e dai loro principi garantistici; e, soprattutto, lontano dal nostro sguardo e dai nostri turbamenti a intermittenza.

Ma l’allontanamento non basta a occultare la realtà. Ogni fenomeno migratorio – la lezione della storia è univoca – porta con sé una quota di ingressi irregolari (non per questo finalizzati ad attività illecite), una quota non eliminabile con discipline giuridiche più rigorose o con apparati poliziesco-tecnologici più sofisticati. Come testimonia l’esperienza italiana, il proibizionismo non serve a ridurre gli ingressi, ma solo ad aumentare la clandestinità: non a caso, la grande maggioranza degli stranieri soggiornanti oggi regolarmente nel nostro Paese ha acquisito questa condizione solo grazie alle varie sanatorie succedutesi negli anni.

Di qui l’inadeguatezza del modello di politica migratoria vigente, fondato, appunto, su un proibizionismo (più o meno temperato dalla necessità di importare braccia per le esigenze delle imprese) garantito dalla militarizzazione delle frontiere. Questo modello è incapace di riassorbire irregolarità e di incentivare comportamenti virtuosi degli irregolari: non esistono, infatti, meccanismi di regolarizzazione permanente delle situazioni irregolari fondati sul decorso del tempo e su indici di integrazione, quali la mancata commissione di reati e il raggiungimento ex post delle condizioni richieste per il permesso di soggiorno. Esso. inoltre, affronta l’irregolarità esclusivamente con l’espulsione, ossia con la misura più costosa per i diritti dei migranti, ma anche per le risorse degli apparati amministrativi. Così, per inseguire un’impossibile effettività degli allontanamenti, sono state introdotte misure esecutive caratterizzate da torsioni sempre più pesanti sul piano dei diritti fondamentali e della libertà personale. Il trattenimento nei centri di permanenza – vera e propria detenzione amministrativa collegata alla condizione di migrante – ha determinato una profonda ferita del principio di extrema ratio delle limitazioni alla libertà personale: introdotto dalla legge Napolitano-Turco, tale trattenimento è stato raddoppiato nella durata dalla legge Bossi-Fini, che lo ha esteso anche ai richiedenti asilo, cioè a persone portatrici di un’istanza di protezione tutelata dalla Costituzione e da varie fonti internazionali. Una cosa è chiara: “via Corelli” rappresenta un modello di politica del diritto, un modello che non riguarda solo i migranti ma che è destinato inevitabilmente ad avere ricadute anche sugli autoctoni. Diceva don Luigi Di Liegro: «Nulla come la normativa sugli stranieri ci dice in maniera profonda che cosa siamo». Che cosa siamo e, possiamo aggiungere, che cosa stiamo diventando.

 

 

 

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( luglio 2003)
Loro ci dicono chi siamo noi
Angelo Caputo
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