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Novembre 2002

La trasformazione in atto nel sistema carcerario. Parla lo studioso inglese Roger Matthews
I GIRONI DELLA PENA

Marina Impallomeni
INVIATA A FIRENZE

Carceri di nuova generazione asettiche e tecnologizzate, strutture di trattamento quali parti integranti e non più alternative rispetto alla pena detentiva, accentuata medicalizzazione sono già la norma negli Usa, ma stanno ormai diventando realtà anche in Europa. Sulla profonda trasformazione in atto nel modo di concepire e attuare la pena, abbiamo incontrato il professor Roger Matthews dell’università inglese Middlesex University in occasione del workshop “I nemici perfetti”, tenutosi a Firenze nell’ambito del Social Forum Europeo.

Professor Matthews, lei sostiene che il ruolo e la natura stessa del sistema detentivo stanno cambiando. In che modo?
Nel Regno Unito e in America sono sorte carceri di nuova generazione. Queste non sono più le vecchie prigioni del XIX secolo, ma piuttosto istituti ad alta tecnologia gestiti con telecamere di sorveglianza e porte automatiche, che hanno molto meno personale. Mirano cioè a contenere i detenuti in modo più “efficiente” per le società private che li gestiscono. I costi di gestione di un carcere sono costituiti all’85% dal personale penitenziario, perciò l’unico modo per fare soldi con le prigioni è ridurlo. E questo implica un sistema molto più impersonale, tecnologico, automatizzato. Dunque, c’è una simbiosi tra privatizzazione e carceri di nuova generazione. Le carceri di nuova generazioni corrispondono a una trasformazione del ruolo e della funzione della prigione stessa.
Lei parla anche di un cambiamento nella popolazione carceraria.
Sì, naturalmente c’è un forte aumento di detenuti stranieri. Ormai in Europa, in quasi tutti i paesi, i detenuti stranieri sono il 20-30% del totale. In generale, gli stranieri non sono considerati “materiale per la riabilitazione”. La logica vigente non è più di riabilitarli, bensì di custodirli in modo economico ed efficiente. E l’altro modo per farlo, è metterli in prigioni molto povere. Questo sta succedendo in quasi tutta l’Europa. Probabilmente, anche in Italia, la maggior parte degli stranieri si trovano nelle prigioni peggiori, sovraffollate, quelle con meno servizi.

Lei parla di “transcarcerazione”. In che cosa consiste? Si tratta di un fenomeno nuovo?
La transcarcerazione non è un concetto nuovo. Ma ciò che conta è che sta avvenendo un cambiamento strutturale molto più ampio. Negli ‘70 e ‘80, nel sistema fordista, la prigione stava in cima al sistema punitivo, che era di tipo gerarchico. A un livello più basso si trovavano le misure alternative alla detenzione. Nell’ambito di questo sistema c’è sempre stato qualcuno che non obbediva alle regole e tornava in carcere. Ma adesso è diverso.

Perché?
Con lo sviluppo della privatizzazione delle carceri, abbiamo tre settori: uno delle carceri private, uno medico privato (per esempio, con i programmi di disintossicazione), e poi c’è il settore delle carceri pubbliche. E questi tre settori sono contornati da una gamma di agenzie diverse. Ora, sempre più spesso, le stesse persone si muovono da una agenzia all’altra. Non assistiamo più a un sistema gerarchico, ma abbiamo una situazione orizzontale, “piatta” in cui tutte queste cose sono collegate l’una all’altra. Oggi, in Inghilterra, non si è condannati a seguire un programma terapeutico in alternativa al carcere. La sentenza del giudice è un “pacchetto” che prevede, per esempio, tre mesi in prigione, tre mesi in libertà vigilata e poi un programma di disintossicazione. Qui il punto importante è che il processo di transcarcerazione è parte integrante della sentenza.

Con quali conseguenze?
Il sistema ora è così integrato, che “trattiene” le persone. È un sistema che si autoalimenta, in cui il carcere non è che uno degli elementi all’interno di una rete di controllo. Dobbiamo vedere la popolazione detenuta come un flusso che attraversa il sistema. Se scattiamo un’istantanea, questa ci dice che ci sono 50.000 persone in prigione, ma non ci dice che, di quelle 50.000 persone, l’anno scorso 20.000 si trovavano in una struttura, e l’anno prima erano in un altro posto ancora.

Vuol dire che una volta entrati in questo circuito, non se ne esce più?
No, non voglio dire questo. Ma le persone tendono a restarci più a lungo. Il fatto è che ci sono un sacco di strutture che, prese singolarmente, sembrano svolgere un ruolo positivo. Ma se guardiamo il sistema nel suo insieme, allora ci accorgiamo che esse non fanno che alimentarlo. Tutte queste agenzie, in America, creano di fatto un’industria multimilionaria, e hanno interesse nel trattenere le persone e nel fare in modo che ritornino. Negli Usa un terzo degli ingressi in carcere è costituito da persone che hanno violato la libertà sulla parola. In California questa percentuale è del 60%. Così l’iter si allunga.
Esiste anche un fenomeno di medicalizzazione?
Sì, in Inghilterra da una parte si tende a pensare che i giovani commettono reati perché vogliono acquistare oggetti costosi ecc., dall’altra parte c’è l’idea che siano quasi tutti malati. Su 20 persone che nascono oggi in Inghilterra, una di esse passerà un periodo della sua vita in carcere. E in certe minoranze le percentuali sono ancora più alte. Adesso nel mio paese c’è un’attenzione enorme per la dislessia e si arriva a sostenere che, su tre ragazzi detenuti, uno soffre di dislessia.
Dunque quelle diagnosi sono sbagliate?
Non si può dire che siano sbagliate. Se lei guarda la letteratura, la definizione di dislessia è molto ampia. La maggior parte delle persone che io o lei conosciamo potrebbe rientrare in questo tipo di classificazione.

 

 

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