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Maggio 2002

La politica sulle droghe secondo l’Osservatorio europeo nella conferenza di Perugia
La lezione di lisbona
Le strategie di riduzione del danno in Italia risentono di logiche amministrative spesso asfittiche e risorse insufficienti

Maurizio Crispi

Alla conferenza di Perugia del 9 e 10 maggio scorso, la relazione introduttiva svolta da Danilo Ballotta dell’ Osservatorio Europeo sulle Droghe e la Tossicodipendenza Lisbona (Oedt) ha fornito un esauriente panorama sul tema, fondato su dati, solidamente costruiti, provenienti da osservatori epidemiologici ubicati nei diversi paesi dell’Unione Europea, ed elaborati in funzione della definizione di nuove strategie di intervento.
Leggendo i dati dell’Osservatorio, è lecito avanzare dubbi sull’efficacia delle politiche tradizionali condotte sin qui dai diversi paesi membri. Alcuni dati: almeno una persona su cinque in Europa ha provato almeno una volta una droga illecita, mentre i tossicodipendenti “cronici” rappresentano lo 0,50% della popolazione generale; un consumatore su due è affetto da Hcv (il virus dell’epatite C, ndr); i decessi correlati alla tossicodipendenza (stimati per difetto) sono tra 7.000 e 8.000 l’anno, mentre si è calcolato che le persone in prigione – in un giorno scelto dell’anno – in tutta l’Unione sono 350.000 (!!!).
Nel corso degli anni queste cifre non hanno subito un decremento, al contrario mostrano piuttosto una tendenza a un progressivo, lento incremento (con il parallelo ed inarrestabile aumento dei costi sociali correlati alle tossicodipendenze, tanto più incidenti quanto più si sviluppino politiche sociali a bassa tolleranza).
Tutto ciò lascia pensare che le strategie di stampo proibizionista, polarizzate a ridurre l’offerta di droga tramite la repressione, non abbiano sinora sortito alcun effetto significativo nel ridurre la domanda e l’accesso all’utilizzo delle diverse droghe illecite.
La restituzione di dati di questo genere da parte dell’Oedt di Lisbona è estremamente importante perché può contribuire – in accordo con il Piano d’Azione sulle droghe 2000-2004 adottato in occasione del Consiglio Europeo del 1998 – a mettere in campo nuove strategie: già molti stati membri hanno cominciato molto “laicamente” a riconoscere gli aspetti fallimentari delle politiche sin qui seguite e a interrogarsi sui possibili aggiustamenti. È interessante che questa riflessione avvenga anche in paesi che non possono certamente definirsi di sinistra ma che, preoccupati dai costi umani e sociali del dilagare delle tossicodipendenze, vogliono approntare soluzioni pragmatiche.
Emerge dunque sempre più chiaramente la necessità di ricercare nuove strade, evitando di concentrare l’attenzione, in maniera eccessiva e mistificatoria, sui cosiddetti “nuovi” fenomeni (le “nuove droghe”, i policonsumi giovanili, il gioco d’azzardo patologico etc): ciò rischia di far dimenticare e trascurare il “vecchio”, mettendo nel dimenticatoio i tossicodipendenti “duri” e rendendoli a tutti gli effetti socialmente invisibili.
Di recente qualcuno ha detto, in maniera provocatoria, ma decisamente appropriata: «Forse che le nuove droghe sono pericolose perché [ci] fanno dimenticare le vecchie?».
Ma, per tornare alle considerazioni di Danilo Ballotta dell’Oedt, si può invece pensare ad altre vie, tra le quali si possono menzionare:
1. L’implementazione dei “vecchi” trattamenti di sostituzione, come il metadone, in modo che vengano applicati omogeneamente nei diversi paesi Ue, e con modalità omogenee all’interno di uno stesso paese. Infatti, allo stato attuale, le percentuali variano da un 20% nel Regno Unito, dal 20% al 45% in Belgio, Italia, Austria, a valori superiori al 60% in Spagna e Francia (anche se in quest’ultimo paese predominano i trattamenti con buprenorfina). A causa di ciò, i cittadini europei che si muovano da uno stato all’altro, non hanno la possibilità di essere curati nello stesso modo, con identiche garanzie di tutela della salute. In quest’ambito, i trattamenti drug-free non devono essere visti in contrapposizione a quelli con farmaci sostitutivi, ma come interventi che devono essere egualmente accessibili in base ad un principio di flessibilità, e di una taratura dei programmi terapeutici sui bisogni dell’utente.
2. La somministrazione controllata d’eroina, rivolta ai tossicodipendenti per cui altri trattamenti di sostituzione non abbiano funzionato. All’interno della Ue, l’Olanda ha terminato con successo la sperimentazione (mentre Germania e Spagna l’hanno già iniziata): l’esperienza olandese ha la peculiarità di essere fondata su una modalità di co-prescrizione medica di eroina a “clienti” già regolarmente iscritti a trattamenti metadonici, per i quali è risultato difficile ottenere una stabilizzazione dei comportamenti con il semplice trattamento di sostituzione con metadone;
3. Il “Pill testing” (nel senso di rendere possibile una verifica sulle qualità delle sostanze illecite in circolazione sul mercato), già praticato in Austria, Spagna, Belgio, Olanda, Germania, Austria, con lo scopo di ridurre il rischio a cui sono soggetti i consumatori e avere un costante monitoraggio su ciò che avviene sul mercato.
4. L’avvio della sperimentazione controllata con cannabis terapeutica, già presente in Inghilterra, Svezia e Austria, di recente auspicata anche in una mozione approvata dal Consiglio regionale della Lombardia. Su questo punto, ci sono però molte polemiche. Chi si oppone alle droghe illegali per principio, demonizzandole, teme fortemente che con la cannabis terapeutica si ottenga di far rientrare dalla finestra ciò cui è tenuto sbarrato l’accesso attraverso la porta principale.
5. La creazione di consumption room: ovvero delle “stanze di consumo” che sono già state aperte in Germania, Olanda e Spagna, mentre se ne comincia a parlare anche in Austria, Danimarca e Norvegia.
6. Una maggiore attenzione al livello della prevenzione, nella quale vanno investite maggiori risorse, privilegiando strategie “laiche”, che rifuggano da messaggi moralistici “occulti”, evitando di fare distinzione tra droghe illecite (quelle da demonizzare) e droghe lecite (alcool, tabacco, farmaci vari, ecc.) da tollerare perché sostenute dalle grandi holding internazionali e da interessi economici locali.
7. Il potenziamento degli interventi psico-sociali, che dovrebbe implicare lo stanziamento di maggiori risorse per la riabilitazione e la reintegrazione socio-lavorativa degli utenti tossicodipendenti. In Italia quest’esigenza è particolarmente avvertita dagli operatori dei Sert, per la carenza dei mezzi che hanno a disposizione per sviluppare questo importantissimo segmento dell’intervento. Spesso si fa un cattivo uso della parola “socio-riabilitazione”: infatti, per alcuni, è riabilitazione soltanto ciò che fanno le comunità terapeutiche di residenzialità a lungo termine. Invece, la vera socio-riabilitazione dovrebbe consistere nella possibilità di attuare interventi finalizzati a garantire la qualità di vita del tossicodipendente (quindi: miglioramento delle condizioni abitative, reintegrazione nel lavoro, oppure acquisizione di nuove competenze più spendibili sul mercato dell’occupazione, con la garanzia però dell’accesso facilitato ad un posto di lavoro, e così via). In Italia i fondi effettivamente destinati a questo scopo sono stati finora davvero esigui, con la conseguenza che i Ser.T ben poco possono fare per sviluppare interventi psico-sociali validi, che qualifichino sempre più come buone pratiche le terapie con i farmaci sostitutivi, in modo che non siano solo una mera “sostituzione” di un farmaco con un altro.
8. La ricerca continua di buone pratiche e la sistematica denuncia di tutti gli interventi frutto di scarsa onestà intellettuale e dell’influenza d’interessi faziosi e particolaristici. A titolo di esempio si può citare qui il controverso problema, di grande attualità, della cosiddetta “doppia diagnosi” dei soggetti tossicodipendenti con complicazioni psichiatriche. Su tale questione sembra svilupparsi un lucroso business, che vede spesso cattedratici, con poca esperienza diretta sul campo, impegnati in attività di formazione e di supervisione sul tema “doppia diagnosi”, prevalentemente indirizzata ad operatori di enti ausiliari e del privato sociale, che specializzano proprie sedi operative per l’accoglimento di clienti in doppia diagnosi, per i quali le rette giornaliere pagate dal Servizio Sanitario Nazionale sono ben più alte di quelle per i tossicodipendenti non psichiatrizzati.
9. La depenalizzazione dei consumatori costituisce un’ulteriore via da praticare allo scopo di mettere in posizione centrale l’individuo tossicodipendente e i suoi bisogni.

In conclusione, alcune considerazioni sul contesto italiano. In molti paesi europei, anche in quelli più orientati nel senso della repressione, sulla base delle evidenze raccolte si è deciso di avviare alcuni di questi interventi innovativi, stanziando a tal fine delle risorse specifiche per garantire la continuità e la qualità delle esperienze.
La strategia portante è indubbiamente rappresentata dall’incremento dei trattamenti con farmaci sostitutivi, ma anche l’apertura di “camere di consumo” può svolgere un’efficace protezione per ridurre i danni indotti dall’illegalità e dalla clandestinità dei consumi…
Ma, in Italia, siamo culturalmente troppo indietro perché simili strategie possano essere varate con successo: basti pensare che ancora oggi nei Sert vi è un’ampia diversificazione in tutto il territorio nazionale già nelle modalità d’utilizzo delle terapie sostitutive metadoniche e con buprenorfina. Ma soprattutto questi servizi, pur svolgendo un’attività assolutamente essenziale per la comunità e per l’intera società civile, vengono amministrati con quella che si potrebbe definire la “logica del sottoscala”, spesso allocati in locali fatiscenti, assolutamente insufficienti rispetto al numero di operatori presenti e dei clienti in carico, sottoposti spesso – fatto salve alcune realtà “felici” – a logiche amministrative asfittiche ed asfissianti.

 

 

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