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Aprile 2002

Onu, lo scontro di Vienna

Joep Oomen*

Tra un anno i rappresentanti dei governi di tutto il mondo si incontreranno a Vienna per valutare l’impegno preso nel 1998 a New York di eliminare o ridurre significativamente l’offerta e la domanda di droghe illegali. Le cifre indicano che questo impegno non ha avuto alcun effetto. Sappiamo anche che l’approccio degli Usa e quello dell’Europa si stanno differenziando sempre di più. Mentre il governo Usa continua a essere ossessionato dal fenomeno delle droghe, l’Europa ha avviato un processo irreversibile verso una politica non basata sulla proibizione totale, ma finalizzata a un attento equilibrio tra punizione, trattamento e decriminalizzazione dei consumatori.
Un assaggio di questo “scontro tra culture” ha avuto luogo alla sessione della Un Commission on Narcotic Drugs dello scorso marzo, sotto forma di un pesante attacco alla “tolleranza” sull’uso e il possesso di cannabis. L’episodio si è basato sull’ultimo rapporto dell’International Narcotics Control Board (Incb), che conteneva parole forti contro la tolleranza e chiedeva l’applicazione della convenzione Onu del 1961. Al meeting di Vienna, molti dei soliti sospetti (Svezia, paesi arabi, Usa) hanno raccolto quest’invito esprimendo gravi preoccupazioni. Paesi come il Venezuela e il Marocco hanno sottolineato la contraddizione emergente tra la tendenza a depenalizzare il consumo di cannabis e la persistente pressione sui paesi del Sud per lo sradicamento della cannabis con metodi repressivi. I paesi “sotto attacco” (Svizzera, Olanda, Portogallo, Spagna, Belgio, Italia) sono rimasti in silenzio, preferendo evitare la discussione. Ma quando il Sudan e la Libia, sponsorizzati dagli Usa e dell’Incb, hanno presentato una risoluzione contro la pratica della tolleranza, questa è stata come una scossa elettrica per molte delegazioni europee. Immediatamente sono seguiti degli incontri informali su come contrastare l’attacco. Alla fine si è trovata una soluzione diplomatica con un testo finale che non offende e non soddisfa nessuno. Comunque, l’anno prossimo ci potrebbero riprovare. Se fosse presentata una risoluzione simile sulle questioni del possesso e dell’approvvigionamento (coffeeshops, coltivazione per uso personale) negoziare un compromesso sarebbe molto più difficile.

Un confronto pubblico tra falchi e colombe potrebbe essere positivo. La controversia sulle Convenzioni Onu raggiungerebbe finalmente la sede adatta a modificarle. Come abbiamo visto in Europa, una volta che il dialogo comincia, presto o tardi si fa qualche progresso.
Però è anche un’impresa rischiosa. Al momento appare improbabile che l’Europa possa ottenere l’appoggio di paesi come la Nigeria, la Cina o l’Indonesia. Per ragioni storiche, culturali e soprattutto economiche, questi preferiscono attenersi alla filosofia della “guerra alla droga”. Invece di stare sulla difensiva cercando di evitare la condanna internazionale delle sue politiche, l’Europa dovrebbe concentrarsi su come porre la questione essenziale: vogliamo ancora accettare una cornice globale per le politiche sulle droghe che non lascia spazio alle politiche locali o nazionali non basate sulla proibizione? Se la risposta fosse negativa, potrebbero anche entrare in scena l’Australia, il Canada, il Messico e altri paesi (latino-americani) e allora l’esito potrebbe essere molto meno prevedibile.
Naturalmente, per fare questo, serve urgentemente una cooperazione internazionale tra chi intende riformare la politica sulle droghe. Oltre a dimostrare che la proibizione non ha raggiunto i suoi obbiettivi dichiarati, dobbiamo premere sui governi europei perché assumano un atteggiamento più coerente e credibile nel dibattito internazionale sulla politica delle droghe.

* Coordinatore di Encod

 

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