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Settembre 2001


Dibattito con Vittorio Agnoletto e Daniele Farina
L’antiglobal e le droghe

Mattia Diletti e Leonardo Fiorentini

Agli inizi di settembre avevamo deciso di confrontarci con Vittorio Agnoletto e Daniele Farina sul significato del radicamento e della maturazione della proposta politica dei movimenti e dei gruppi che si erano incontrati a Genova, in occasione dei forum di discussione sulla globalizzazione e delle manifestazioni di contestazione al G8: volevamo capire cosa questo significasse in positivo per il movimento antiproibizionista e come la nostra riflessione sul significato delle politiche proibizioniste (che si sono mostrate come paradigma di un approccio repressivo ‘globale’ ad una politica specifica) potessero incrociarsi con le analisi di questo movimento. L’11 settembre è avvenuto l’incredibile e tragico attacco terroristico congiunto a New York e a Washington, un evento che ha cambiato radicalmente la prospettiva da cui eravamo partiti. Certamente i movimenti e i gruppi che si sono incontrati a Genova e altrove sono una risorsa importante in un momento così complesso. È dalla valorizzazione di queste esperienze che abbiamo voluto far partire la nostra discussione.
Vorremmo partire dal cambiamento di clima che c’è stato dopo l’11 settembre: eventi così drammatici non possono che aprire nuove riflessioni in un movimento che subisce anche pressioni molto forti dall’esterno.
Agnoletto: Intanto, credo che il movimento non abbia da fare autocritica sui propri contenuti, e penso che la condanna per l’atto criminale e la solidarietà col popolo degli Stati Uniti debbano essere uniti a una forte rivendicazione positiva del ruolo del movimento. In particolare, sono convinto che un forte movimento a livello mondiale pacifico, democratico e di massa, che si batte contro le ingiustizie di questo pianeta, contro la divisione nord-sud e contro le politiche di organismi sovranazionali che legittimano e aumentano la divaricazione tra un 20% che utilizza l’83% delle risorse mondiali e un 80% che ne può utilizzare un 17%, sia veramente una risorsa democratica per tutto il pianeta, e credo che questo movimento sia l’unico che possa veramente tagliare l’erba sotto i piedi del terrorismo, cioè rendere più difficile per il reclutamento di persone disperate che in questo contesto non vedono alcun orizzonte e non hanno alcuna prospettiva di riscatto sociale.
Farina: Credo anch’io che il movimento non debba fare autocritica, e penso che in questa fase sia necessaria una profonda riflessione. Non si può mettere in dubbio la giustezza della denuncia che questo movimento fa delle drammatiche distorsioni che questo processo di globalizzazione produce nel mondo: il tentativo di innestare su questa tragica e drammatica vicenda statunitense una legittimazione della correttezza di tutte le politiche dell’America nel mondo non va concesso. Anzi, va approfondito il rapporto che c’è tra un fatto di questo tipo e i meccanismi economici e le politiche che sono state messe in atto, che ne sono l’antefatto. Questo non vuol dire ovviamente giustificare nulla, nel modo più assoluto, ma significa superare la drammaticità dei fatti e provare a leggere nelle trasformazioni globali gli elementi che hanno portato a crisi di questa natura, che temiamo poi diano luogo ad un’escalation e a crisi successive.
Il proibizionismo effettivamente rappresenta un paradigma di come si internazionalizza una politica tipicamente americana: è una politica che ha una funzione di controllo su alcune aree del mondo strategiche per gli Stati Uniti, oggi ad esempio la Colombia, e che è invece uno strumento di controllo sociale nei nostri paesi. Vorremmo ragionare con voi su quanto possa essere utile questa riflessione generale sul sistema del proibizionismo nell’approfondire il dibattito sui meccanismi di governo mondiale.
Agnoletto: Parto da una questione specifica: questa settimana (due settimane fa per chi legge, ndr) ero a Porto Alegre, in Brasile, per il lancio del secondo forum mondiale. La questione del Plan Colombia è emersa in continuazione. La presenza dell’esercito americano in Colombia è colta con grande preoccupazione dai governi ma soprattutto dai movimenti latino-americani, e vissuta come continuazione della politica americana del controllo del ‘cortile di casa’, soprattutto a danno dei movimenti sociali di questo continente. La politica sulle droghe degli Stati Uniti, che poi è stata fatta sua da Arlacchi nell’Onu, ci deve portare a fare un altro ragionamento: il proibizionismo è diventato un canale di diffusione del pensiero unico. Il pensiero unico passa moltissimo attraverso l’approccio, non solo concreto ma soprattutto culturale, del proibizionismo americano, e da questo punto di vista tende ad appiattire anche il dibattito, spesso molto più avanzato, di alcune nazioni europee, ed è un modo di esportare un modello culturale.
Farina: La guerra alla droga varata sotto l’amministrazione Reagan si è dimostrata nel tempo uno dei principali ‘vettori disciplinari’ di controllo globale, su alcune aree del pianeta come all’interno di alcuni paesi. Oggi probabilmente assisteremo a un affiancamento più marcato di un altro concetto guida del disciplinamento globale che sarà la lotta al terrorismo, capace di attivare le alleanze e di presentarsi come strumento di penetrazione in certe aree. Resta l’ambiguità fondamentale della lotta alla droga, cioè quella di perseguire ufficialmente fini che nella realtà sono negati. Mi spiego: 500 miliardi di dollari all’anno costituiscono nel tempo uno stock di ricchezza capace di condizionare intere aree subcontinentali, governi e altro. Si tratta di un intreccio diabolico che trova fondamento e sostanza, a livello finanziario, in quei paesi che dichiarano di volere combattere la diffusione del narcotraffico e la droga in generale. Questo è uno degli elementi meno approfonditi di tutto quello che sottostà alla guerra alla droga.
È probabile che guerra alla droga e guerra al terrorismo vengano accomunati, soprattutto negli Stati Uniti, in un’unica grande questione criminale. Come potrà influire questo sulla critica alla politica Usa sulle droghe che l’Europa ha espresso in questi anni?
Agnoletto: Mi pare che finora in Europa la politica sulle droghe si sia mossa in due binari: uno spazio abbastanza largo di sperimentazione attraverso le strategie di riduzione del danno, fino alla sperimentazione controllata di eroina, da una parte. Ma queste politiche, che hanno avuto grande spazio in diverse nazioni, non si sono mai trasformate in un politica comune europea sulle droghe e di un peso sullo scenario mondiale di una proposta politica differente da parte dell’Unione europea differente rispetto a quella degli Stati Uniti dall’altra. Una certa autonomia nel cortile di casa, ma una delega negli organismi internazionali alla politica statunitense. Dopo di che all’interno di ogni paese europeo c’è un ulteriore articolazione strettamente legata ai governi nazionali. Faccio presente che il proibizionismo è uno degli elementi che rafforza alcune forme di terrorismo: non vi è dubbio che con il proibizionismo, considerando cioè illegali alcune sostanze, si favorisce l’accumulo di ricchezze enormi per chi gestisce certi traffici, ed è evidente che vi sono connessioni in alcune zone del mondo tra la gestione di questo mercato e terrorismo. Con tutte le differenze del caso, se guardiamo a casa nostra, non c’è dubbio che una politica proibizionista favorisce l’accumulo di grandi risorse da parte della criminalità organizzata. Oggi dovrebbe esserci un motivo in più per cambiare l’indirizzo mondiale della politica sulla droga.
Oltre che di controllo politico abbiamo detto che il proibizionismo è uno strumento di controllo sociale: il Lindesmith Center-Drug Policy Foundation ha presentato alla conferenza di Durban un documento che condanna le politiche proibizioniste come politiche razziste e discriminatorie verso le minoranze etniche, che negli Stati Uniti (ma anche in Europa) subiscono pene pesantissime per il possesso, il consumo e lo spaccio di sostanza stupefacenti. Come possiamo partire da questa analisi per ragionare più in generale sulla criminalizzazione di certi gruppi e figure sociali? Che tipo di contributo potrebbe portare questa riflessione dentro a questo movimento?
Farina: Parto da una constatazione. Sul processo di globalizzazione la sinistra mondiale, in particolare quella italiana, è arrivata con estremo ritardo, e lo testimonia quanto accaduto a Genova. Questa difficoltà si manifesta anche nel rapporto tra la sinistra e il tema delle droghe: tanto è vero che nella vicenda del G8, tranne qualche sforzo singolare e meritevole, il tema delle droghe e la globalizzazione e discorsi collaterali sono stati quasi completamente messi da parte. Oggi sembra che permanga una difficoltà, se non un tabù, a discutere anche a sinistra di temi quali immigrazione, politica sulle droghe, carcere. Figuriamoci l’intreccio delle tre. Su questo c’è un enorme lavoro da fare a sinistra, e c’è un’enorme carenza anche dentro i movimenti. In Italia potremmo fare una proiezione, articolo per articolo della legge Jervolino-Vassalli, di come muterebbe il numero e la qualità dei detenuti in questo paese in presenza di una diversa legislazione in materia di politiche sugli stupefacenti. La sinistra su questo tema sconta una sorta di ‘occultamento’, che tocca anche a questo movimento fare emergere. Non so che spazio avrà, mi sembra che siamo in una fase in cui l’emersione di queste tematiche sia più difficile, anche a causa delle resistenze che si constatano anche all’interno del movimento contro questa globalizzazione, perché all’interno di questo convivono tradizioni che avevano un orientamento restrittivo su queste tematiche, e che oggi lo mantengono anche con una non volontà di leggere un aspetto globale della politica sulle droghe.
Allora quali sono le strategie da utilizzare dentro al movimento per fare emergere questi elementi e quelli relativi alla legalizzazione e a certi diritti individuali?
Agnoletto: Il problema, in realtà, è come il movimento riesce a sviluppare strumenti di comunicazione e di battaglia culturale che riescano ad impattare al di fuori del movimento stesso e su di un’area di popolazione molto più vasta. Sono diversi i filoni su cui dobbiamo muoverci. In Italia ce ne è uno molto specifico: non è un caso che troviamo quasi più consenso sulla battaglia per la somministrazione controllata di eroina, che sulla legalizzazione delle droghe leggere. Questo è motivato col fatto che fin quando si parla di salvare delle vite umane si riescono a costruire alcune alleanze; quando si parla di una possibile ricerca del piacere, come nel caso delle droghe leggere, si incontra ancora un forte ostruzionismo e moralismo, una posizione che esiste anche in una parte del mondo cattolico disponibile a dialogare su altre questioni. Rispetto ad una fetta più ampia di popolazione, è necessario spiegare come politiche di riduzione del danno siano finalizzate a ridurre i danni sanitari ma anche quelli sociali. Può essere un primo passaggio su cui attestarci. In una società dove c’è un fortissimo allarmismo, dove la difesa della proprietà privata è diventata una priorità di questa società, penso che spiegare come queste politiche, che di per se non sono assolutamente rivoluzionarie ma che anzi sono culturalmente moderate, possono portare ad diminuzione dei reati e delle tensioni sociali, sia nell’immediato forse il primo passo da fare per ottenere un ascolto molto più ampio.

 

 

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