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Novembre 2001
Speciale Barcellona
Lincontro di Barcellona sulla riduzione del
danno
Partita a tre
Cè un paradigma di riduzione del danno che continua
a giocare una partita a due utente-terapeuta, senza
aprire il gioco
al contesto sociale. Eppure il consumo di droghe è innanzitutto
un fatto di cultura
Susanna Ronconi
Barcellona
Non solo solidarietà, a Barcellona, tra i
latini, per noi italiani e per il nostro grido dallarme
sul rischio di uninversione autoritaria su droghe e dipendenze,
ma anche qualche appiglio a far da argine al pessimismo. Governi
locali e nazionali di destra che supportano programmi di riduzione
del danno, paesi tradizionalmente repressivi che aprono a radicali
virate non punizioniste ci confortano e ci dicono che la battaglia
culturale, politica e di strategie operative è tutta aperta.
Ma Barcellona ci ha anche, di nuovo, interrogato su come e quanto
dieci anni di politiche e pratiche di riduzione del danno in Italia
(ma altri paesi latini potrebbero porsi la stessa
domanda) hanno inciso, lasciato il segno, operato un cambiamento
di paradigma da cui davvero non si può più
tornare indietro. Insomma, quanto abbiamo sedimentato non
solo in termini di buone prassi che ci sono e hanno dato
risultati ma in termini culturali. Da noi, la riduzione
del danno è stata sdoganata da una alleanza
forte allinizio degli anni 90, nella battaglia contro
la legge Jervolino Vassalli.
Gli alleati erano tre: il paradigma medico, con il suo bagaglio
di laicità e scientificità versus il moralismo proibizionista,
il paradigma etico-educativo di quella parte di associazionismo
antipunizionista spesso di matrice cattolica che
ha avuto il coraggio di schierarsi e fare cartello,
e la componente libertaria, antiproibizionista più radicale
(minoritaria anche se, allepoca, incisiva). Unalleanza
forte, che ha vinto credo definitivamente, nonostante alcuni
odierni rigurgiti il paradigma della devianza, del carcere,
della repressione, reggendo la prova di un referendum popolare.
In questa storia sta la forza e la debolezza della riduzione del
danno nella nostra esperienza: la forza delle alleanze tra diversi
contro lautoritarismo, la forza del modello medico contro
loscurantismo moralista, del solidarismo e dellaccoglienza
contro il codice penale. Ma anche la debolezza di un paradigma
che tiene ancorato il consumatore alla figura del malato e del
disadattato, che continua a giocare una partita a due
(tossicodipendente-medico, tossicodipendente-educatore o volontario
o terapeuta) senza saper aprire il gioco alla società,
al contesto. Almeno in tre sensi. Primo: il consumo di droghe
è fatto sociale, esperienza umana diffusa, fattore culturale.
Un paradigma solo medico, uno sguardo solo clinico non rende conto
di questa dimensione. Perché farcelo ricordare dal paternalismo
autoritario e totalitario, se è labc della riduzione
del danno? Secondo, dire che è fatto sociale significa
che il consumo va governato, laddove governare
significa mettere gli attori sociali (tutti, a cominciare dai
consumatori) nella condizione di gestire la propria vita e le
dinamiche sociali in cui essa si colloca.
Questo significa che i soggetti che consumano droghe sono attore
collettivo, che hanno conoscenze e sapere sulle proprie vite,
e che dovrebbero anche avere su di esse potere, e dunque che non
può esservi un mero meccanismo di delega da loro agli specialisti,
qualsiasi essi siano. Terzo, che come tutti i fatti sociali anche
il consumo di droghe non può essere cancellato
dalla scena sociale, ma vanno trovate vie per normalizzarlo,
nel senso anglosassone del termine: reso compatibile con la salute
e la vita dei singoli e della collettività, trasformato
da destino ingrato a esperienza governabile (nella stragrande
maggioranza dei casi, come ci dicono molti studi, limitato a periodi
brevi nella vita delle persone). La responsabilità della
riduzione del danno sta qui: non solo nelle siringhe sterili e
nella prevenzione delloverdose (cose fondamentali, di cui
non è nemmeno più il caso discutere), ma nel compito
di liberare il consumo di sostanze dallincubo del destino
della malattia e dellemarginazione. Lalleanza del
90 deve far fronte a questo passaggio, pena lirrilevanza:
lo sguardo medico anche oggi così prezioso nella
sua laicità contro le reiterate volgarità del moralismo
autoritario deve sapersi inscrivere in un paradigma sociale,
in una descrizione del consumatore come attore sociale, cui progressivamente
passare come del resto accade in tutta la buona pratica
della promozione della salute e del benessere per tutti gli altri
soggetti sociali competenze, abilità e saperi su
di sé, nellottica dellautoregolazione e dellautogoverno.
E nellottica, anche, della produzione di mutamenti nel contesto
sociale che garantiscano questo slittamento.
E il paradigma educativo dovrebbe saper promuovere una diversa
descrizione, slittare verso un paradigma della cittadinanza (qualcuno
direbbe della promozione sociale), dove la ragione
educativa diventi la convivenza e laccettazione
degli stili di vita e laiuto al benessere, non quella imposizione
dolce del drug free che ancor oggi fa sì che
la riduzione del danno venga vista dentro questo paradigma
sempre e solo come un utile primo passo verso
lastinenza e mai come una modificazione dei contesti verso
una reale capacità di non far male ai consumatori.
Su questo, a Barcellona qualcosa è mancato: una riflessione
aperta sul superamento di certa cultura di solidarismo educativo,
a rischio di paternalismo e autoritarismo dolce, che
forse è una delle caratteristiche di quella latinità
che non è solo luci radiose del Mediterraneo ma presenta
anche qualche ombra.
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