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Maggio 2001

Proseguiamo il dibattito sui dilemmi politici e le prospettive del movimento per la canapa terapeutica avviato su Fuoriluogo di aprile con gli interventi di Grazia Zuffa e Daniele Farina
LA TERZA VIA DELL’USO MEDICO

 

Tato Grasso*

«L’uso medico della Cannabis è uno specifico issue, all’interno di una più generale battaglia per la legalizzazione ? Oppure si tratta di un movimento a sé che lotta per la medicalizzazione della canapa?» si domanda Grazia Zuffa sul numero di aprile di Fuoriluogo. Ritengo che l’identità del movimento per l’uso terapeutico della Cannabis e i suoi rapporti con il movimento per la legalizzazione tout court non possano essere ricondotti a questa riduttiva semplificazione. A mio parere il movimento per l’uso terapeutico commetterebbe un grosso errore se scegliesse di svilupparsi all’interno del fronte antiproibizionista. I due soggetti infatti pur avendo riferimenti culturali comuni hanno obiettivi distinti (non divergenti!).
L’obiettivo principale con cui ci troviamo a dover fare i conti come Associazione per la Cannabis Terapeutica è quello di riuscire a garantire ai pazienti modalità legali di accesso all’uso medico, partendo da un bisogno di salute che si esprime qui ed ora, e che pretende risposte in tempi che non possono coincidere con quelli di una pur auspicabile «fuoriuscita dal proibizionismo».
Questo non significa che tra i due soggetti non debbano esistere, come è naturale che sia, rapporti di interlocuzione e terreni di iniziativa comune, quali per esempio la campagna di adozione dei pazienti proposta dal C.S. Leoncavallo, a cui guardiamo con attenzione. Ma al di là di ciò bisogna avere presente che, come testimonia la recente vicenda della mozione presentata al consiglio della Regione Lombardia, questo nuovo soggetto è in grado di superare trasversalmente la storica contrapposizione tra proibizionisti e antiproibizionisti. Sarebbe miope rinunciare a questa opportunità in nome di una logica di appartenenza.
Sostenere quest’ottica di autonomia significa in qualche modo accettare un orizzonte di “medicalizzazione” della canapa? Credo proprio di no! Tuttavia se vogliamo che l’uso medico della Cannabis non resti confinato in una nicchia contro-culturale, ma riesca ad occupare il posto che gli spetta nella medicina moderna, bisognerà fare i conti con i principi della medicina basata sull’evidenza. E non si potrà eludere il nodo della ricerca di vie d’assunzione alternative al fumo: questo non solo per rispondere alle sollecitazioni in tal senso provenienti da autorevoli organismi scientifici, ma ancor prima in ossequio all’ippocratico primum non nocere. È noto infatti che il fumo comporta seri rischi per la salute e pertanto una tale via di assunzione per scopi terapeutici non è proponibile. Le alternative fin qui proposte dall’industria farmaceutica sono lungi dal poter essere considerate soddisfacenti per varie ragioni: costi elevati, minore efficacia e maggiori effetti collaterali rispetto alla Cannabis fumata. È il frutto di una logica, rivelatasi perdente, che ha portato a privilegiare i derivati sintetici rispetto a quelli naturali e che vorrebbe ora investire sull’idea, anche questa prevedibilmente fallimentare, di separare gli effetti terapeutici da quelli psicotropi.
A questa logica si può opporre il ricorso a derivati naturali, in omaggio al principio che nella pianta, e negli oltre 60 cannabinoidi in essa contenuti, c’è più di quanto la chimica di sintesi riesca a concepire. Ma bisognerà parallelamente porsi il problema di modalità di assunzione (inalazione? vaporizzazione?) che garantiscano la stessa rapidità d’azione del fumo senza gli effetti collaterali di quest’ultimo.
È questo l’ordine dei problemi con cui il movimento per la Cannabis terapeutica deve riuscire a confrontarsi se vuole effettivamente incidere sulla realtà, non limitandosi ad essere una moda passeggera.

*Presidente dell’Associazione per la Cannabis Terapeutica (ACT)

 

 

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