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Maggio 2001
Usa, la Corte Suprema boccia i “cannabis club” californiani limitando
i diritti dei malati
LERBA ALLA CORTE DI BUSH
Marina Impallomeni
La corte suprema degli Stati Uniti ha inferto un duro colpo al
movimento che da anni si batte in America per consentire il consumo
di cannabis a scopo terapeutico. Il 14 maggio scorso ha infatti
emesso lattesa sentenza relativa alla causa U.S. versus
Oakland Cannabis Buyers Cooperative, avviata dal Dipartimento
della giustizia durante lamministrazione Clinton contro
una cooperativa di pazienti di Oakland, California che conta circa
4.000 iscritti. Con questa sentenza, la Corte Suprema dichiara
illegale la distribuzione di canapa ai malati, muniti peraltro
di ricetta medica, effettuata dalla cooperativa.
Da anni al centro di una dura battaglia legale, lOakland
Cannabis Buyers Cooperative è uno dei cannabis clubs
che in California operano in virtù della Proposition 215,
una legge statale del 1996 frutto di una consultazione popolare
e voluta dal 65% della popolazione. La Proposition 215 autorizza
il consumo di cannabis per necessità medica,
nonostante la cannabis sia inclusa nella Tabella I del Controlled
Substances Act, quella cioè che include le sostanze vietate
per tutti gli scopi a livello federale.
La sentenza della Corte Suprema è stata votata allunanimità
da otto giudici, mentre il nono (Stephen G. Breyer) si è
astenuto perché fratello di un giudice californiano già
coinvolto nella vicenda legale. Tuttavia questo voto nasconde
un fronte non del tutto compatto: il giudice John Paul Stevens
(con due suoi colleghi) ha infatti predisposto una nota aggiuntiva
al dispositivo della sentenza in cui fa alcune puntualizzazioni.
In particolare, la nota chiarisce che la sentenza si limita a
dichiarare illegale esclusivamente lattività di produzione
o distribuzione da parte di organizzazioni, come appunto lOakland
Cannabis Buyers Cooperative, e non il possesso o la coltivazione
per uso personale quando sussista la necessità medica.
Su questultimo punto il giudice Stevens prende le distanze
dalla Corte, laddove questa aveva invece sostenuto limpossibilità
di far valere la necessità medica in un processo
penale.
In realtà la sentenza tocca un punto molto delicato politicamente,
e cioè il rapporto fra il potere federale e la libertà
dei singoli stati. Essa infatti non ha il potere di far decadere
le leggi di questi ultimi, che restano liberi di non perseguire
i malati che facciano uso di marijuana dietro ricetta medica.
Nellottobre 1999 lo stesso presidente Bush, allepoca
governatore del Texas, si era detto favorevole allidea che,
sulla canapa medica, ogni stato possa fare autonomamente le proprie
scelte. Tuttavia, in occasione dellaudizione davanti alla
Corte suprema del 28 marzo scorso, Bush si era detto contrario
alla canapa medica e aveva espresso il suo sostegno al Dipartimento
della giustizia, che aveva avviato la causa durante lamministrazione
Clinton.
Ma il movimento pro medical cannabis non è
disposto ad arrendersi.«La Corte ha dichiarato Bill
Zimmerman, presidente dellorganizzazione Americans for Medical
Rights con sede a Santa Monica ha ritenuto illegale una
forma di distribuzione della marijuana, quella basata su una cooperativa
che opera con lautorizzazione della città. Ma questa
decisione non osta alla creazione di sistemi di distribuzione
statale» E due stati disposti a percorrere questo tipo di
strada ci sono già. Si tratta di Nevada e Maine, dove pendono
due proposte di legge con cui si valuta la possibilità
di dare vita a centri di distribuzione per la canapa medica gestiti
direttamente dallo stato. Zimmerman ha però riconosciuto
che la decisione della Corte sarà un duro colpo per le
decine di migliaia di americani seriamente ammalati che fanno
abitualmente uso di marijuana per tenere sotto controllo il loro
stato di salute. È concreto il rischio che, con la chiusura
dei grandi cannabis clubs (in California ve ne sono una mezza
dozzina), i pazienti vengano ricacciati nel chiuso delle loro
abitazioni. Per il movimento del medical cannabis
sarebbe un danno grave. Inoltre, come ha fatto notare il Washington
Post, la sentenza della Corte suprema potrebbe agire da deterrente
nei confronti degli altri stati che vogliano legalizzare la canapa
medica, aderendo così a un movimento che negli ultimi anni
era andato sempre crescendo.
Il procuratore generale della California, Bill Lockyer, ha definito
la sentenza unfortunate, ribadendo che «la responsabilità
nel determinare che cosa sia necessario per la salute pubblica
spetta tradizionalmente agli stati».
Comunque stiano le cose, la Oakland Cannabis Buyers Cooperative
si prepara a combattere: «il caso non è ancora chiuso»
ha dichiarato Robert Raich, un legale della Cooperativa.
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