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Maggio 2001

Voci dal carcere
PRIMO: CHIUDERE I REPARTI BUNKER

Sergio Segio

Nell’anno passato è tornato in auge il ciclico dibattito sulla creazione di circuiti carcerari differenziati, rispetto a cui il governo del centrosinistra ha speso proposte e risorse. Quel dibattito, però, ha riflessi a senso unico (un po’ come il garantismo corrente), giacché si è sempre tradotto in un inasprimento delle condizioni di vita penitenziaria ovvero in carceri o sezioni ad alta sicurezza, e mai nell’opposto: i pochi istituti o sezioni cosiddette “a sicurezza attenuata” sono semmai un prodotto (peraltro discutibile, in quanto luogo deputato alla terapia coatta, vale a dire a una contraddizione in termini) della legge sulle droghe, vivono di vita grama (al minimo incidente di percorso si tenta di chiuderle) e sovente di logiche selettive e premiali. Nel corso del 2000, del resto, sono state chiuse o dismesse 27 case mandamentali (istituti che sono di per sé a custodia attenuata e gestiti con gli enti locali), passate così da 51 a 24. Il che, in un quadro, risaputo e drammatico, di sovraffollamento nelle celle costituisce uno dei tanti non-sensi delle politiche penitenziarie italiane. Un bel paradosso, sconosciuto ai più.
Ancora meno noto è il fatto che, già ora, l’inferno carcerario è composto da tanti gironi. I più tremendi dei quali si chiamano repartini ospedalieri per detenuti, ma gli stessi media si sono abituati a chiamarli, pour cause, “reparti-bunker”. Si tratta di luoghi sottratti anche ai pur minimi spazi e diritti consentiti dalla vita nelle celle. Anzi, di non-luoghi: una sorta di terra di nessuno in cui spesso è impossibile o assai difficile persino fumare una sigaretta o leggere un giornale, ascoltare la radio o vedere la tv, spedire un telegramma o nominare un avvocato. Sono proibite le cose più elementari e inoffensive, e quelle stesse previste dall’ordinamento penitenziario e dalle regole sanitarie.
In una sorta di perverso “Comma 22”, chi ha la sventura di finire in questi posti non gode delle prerogative di cura e di ambiente che spettano al malato (in quanto detenuto), ma neppure dei diritti minimi che toccano al detenuto (in quanto malato).
Nei mesi scorsi una “carovana-osservatorio” si è aggirata nel Veneto, in un’iniziativa promossa da Ristretti orizzonti e Radio evasione, le cui redazioni operano nei carceri di Padova e Venezia, dai Centri sociali del Nordest, dal Centro sociale Ya Basta! di Vicenza e da Arc. Alle ispezioni di tutte le carceri venete hanno partecipato, tra gli altri, Gianfranco Bettin, consigliere regionale dei Verdi, Ornella Favero di Ristretti orizzonti e Marco Rigamo, di Radio evasione.
Una tappa della “carovana” è stata, appunto, il repartino dell’ospedale di Padova. Senza appello il commento di Bettin: «Non ho mai visto nulla di più disumano, è una scatola sigillata. Ora ho capito perché i detenuti, pur con gravi malattie, rifiutano di essere ricoverati». Rincara Rigamo: «La realtà che abbiamo avuto modo di verificare supera ogni più negativa aspettativa. Quel reparto va chiuso, non sono possibili vie di mezzo».
La stessa cosa ha dichiarato in una successiva visita Franco Corleone, sottosegretario alla giustizia. E siccome il repartino padovano non fa probabilmente eccezione rispetto a quelli di altre città, Ristretti orizzonti e Radio evasione stanno promuovendo una campagna per sensibilizzare il mondo politico e la pubblica opinione su questo infernale girone. Il Gruppo Abele si è reso disponibile a contribuire nell’organizzare l’iniziativa. Ora si tratta di darle gambe e possibilità di incidere, ovvero adesioni e capacità di mobilitare media e politici. Le “iscrizioni” sono aperte...
Anche perché informare dal e sul carcere, da solo non basta. Bisogna che l’informazione (anche e in specie quella dei giornali carcerari) sappia, come in questo caso, produrre iniziativa, cambiamento e, quando occorre (cioè quasi sempre), denuncia documentata. Perché gli aspetti più indecenti, e talvolta anche illegali, dell’inferno penitenziario profittano dell’ombra e del silenzio, delle sordità politiche, delle pigrizie burocratiche e omertà amministrative, ma anche della rassegnazione. n

 

 

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