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Febbraio 2001
Cannabis terapeutica e Buyers Club nella Bay
Area di San Francisco
LA DIFFICILE SFIDA DEI PAZIENTI CALIFORNIANI
Nellautunno 96 passa in California la
Proposition 215,
che autorizza luso medico della canapa. Da allora inizia
una battaglia legale che non è ancora finita. Entro questanno
è atteso il verdetto definitivo della Corte Suprema, ma
intanto i pazienti sono costretti a muoversi sul filo della legalità.
Bernardo Parrella*
san francisco
Nellautunno 1996 il 65% della popolazione
californiana, con punte di quasi 80% a San Francisco, approva
la prima risoluzione popolare (Proposition 215) che rende la cannabis
disponibile nel ricettario medico. A poche settimane dal voto,
il movimento promotore della risoluzione, guidato da Dennis Peron,
apre una trentina di Cannabis Club nella Bay Area, dove si procede
alla distribuzione diretta della sostanza alle persone malate
che si presentano munite di regolare ricetta medica. Il più
grande di tali centri, nel cuore di San Francisco, arriva ad occupare
un intero edificio di tre piani nella centralissima Market Street,
a ridosso di Castro, il noto quartiere gay, e in breve arriva
a comprendere oltre 8.000 membri regolari.
La storia cresce in città e sui media locali, fino a quando
le autorità statali e federali decidono di porre un freno.
Nella primavera del 98 parte la campagna repressiva avviata
da Dan Lungren, allora procuratore generale nonché candidato
repubblicano alla carica di governatore. Per superare il sostegno
popolare nonché delle autorità cittadine al pro-medical
marijuana, questultimo convince un giudice statale
del fatto che i cannabis club costituiscono disturbo alla
quiete pubblica. Parte così il lungo braccio di ferro
tra Lungren e il Cannabis Buyers Club (poi divenuto Cannabis
Cultivators Club e infine Cannabis Healing Center): indagini e
sequestri, infiltrazioni e irruzioni improvvise, chiusure e riaperture,
istanze e contro-istanze giudiziarie. Alla fine, quasi due anni
dopo il gran successo della Proposition 215, Dennis Peron è
costretto a gettare la spugna e chiudere il centro, che nel frattempo
distribuiva cannabis terapeutica ad oltre 10.000 persone affette
soprattutto da Aids e Hiv positivi, nellarea metropolitana
di San Francisco.
Nei mesi successivi, stessa sorte colpisce gli altri centri aperti
in diverse zone della California, tra cui Los Angeles, San José,
Sacramento, Oakland. Nellautunno 98 è questultimo,
Oakland Cannabis Buyers Cooperative, nellocchio del
mirino repressivo, nonostante una delibera approvata dal consiglio
comunale in cui si dichiara lo stato di «emergenza di salute
pubblica cittadina» qualora il club dovesse esser chiuso
con la forza abbandonando a se stessi gli oltre 2.000 pazienti
che assisteva. A ridosso delle elezioni dinizio novembre
98, anche il club di Oakland è costretto a chiudere
i battenti, pur proseguendo le istanze legali a sostegno della
propria attività.
Un simile scenario si dipana fino allo scorso luglio, quando la
Corte dAppello di San Francisco decreta la necessità
medica come difesa valida per luso di marijuana, spianando
così la strada ai giudici di Oakland per consentire la
riapertura ufficiale della Buyers Cooperative onde fornire
nuovamente la medicina ai pazienti seriamente malati. Ma il colpo
di grazia arriva il 31 agosto, con lintervento della Corte
Suprema degli Stati Uniti che impone invece il divieto della distribuzione
in attesa di ulteriori revisioni. Ciò sulla base di esplicite
pressioni da parte del Dipartimento di Giustizia federale, per
il quale a tuttoggi la marijuana merita di rimanere nella
Tabella I, tra le sostanze che non possono essere prescritte come
medicina perché non avrebbero alcun valore terapeutico
riconosciuto. E nonostante ripetuti inviti da parte dei legislatori
californiani presso le autorità di Washington affinché
accettassero la volontà popolare in quello stato.
Ma la vicenda è tuttaltro che chiusa. A inizio settembre
un giudice federale decreta che le autorità governative
non hanno il diritto di penalizzare quei medici che raccomandino
il ricorso alla cannabis terapeutica, come aveva invece minacciato
da tempo lo zar antidroga dellamministrazione Clinton. Nel
testo emanato dal giudice William Alsup si legge letteralmente:
«al Dipartimento di Giustizia viene permanentemente proibita
la revoca di licenze per prescrizioni mediche qualora questa decisione
sia basata unicamente sul fatto che un medico raccomandi luso
di marijuana a un paziente in seguito a unonesta opinione
professionale» e si vieta altresì di avviare qualunque
indagine se basata soltanto su tali circostanze. «La delibera
va applicata prosegue il dispositivo del giudice
anche nel caso in cui il medico preveda che tale raccomandazione
porterà il paziente al reperimento della marijuana in violazione
delle leggi federali». Questa decisione giudiziaria fa seguito
allistanza presentata dallAmerican Civil Liberties
Union insieme a dieci medici e cinque pazienti a
sostegno della libertà despressione dei medici, ai
quali va consentito di considerare e discutere con i propri pazienti
anche lopzione della cannabis come medicina.
Difficile dire al momento quando si avranno altri interventi giudiziari,
ma è opinione diffusa che la patata bollente finirà
nuovamente davanti alla Corte Suprema federale, con un probabile
verdetto definitivo entro il 2001. Nel frattempo va detto che
lattività di svariati medici ed attivisti californiani
riesce ad andare avanti in qualche modo, ovvero in maniera assai
più ridotta e discreta, fidando nellimpopolarità
quanto meno a livello locale di nuove manovre repressive.
Da segnalare, ad esempio, negli ultimi tempi la comparsa di una
colorata inserzione nelle pagine del settimanale cultural-progressista
di San Francisco, il Bay Guardian. Il dottor Stephen Ellis offre
valutazioni professionali per luso medico della marijuana.
Pur senza promettere alcunché, vi si elenca una serie di
sintomi che presumibilmente possono garantire di utilizzare in
modo legale la cannabis terapeutica: «Anoressia, dolori
cronici, artrite, emicrania o qualunque altra condizione per la
quale la marijuana offra giovamento». Unulteriore
aggiunta include tra laltro asma, neuropatia, problemi connessi
allHiv, costipazione, dolori dovuti a vecchie ferite. Dulcis
in fundo, linserzione chiude con un perentorio «Its
THE LAW!» [è la legge, ndr], in stampatello,
neretto e sottolineato.
Nel frattempo, la Co-op di San Francisco ristrutturata
sotto le direttive di Jeffrey Jones, conta oggi circa 4.000 membri,
anche se è impossibile dire quanti siano i pazienti muniti
del tesserino con tanto di foto rilasciato dallorganizzazione
per la cifra di 21,95 dollari lanno che consente
accesso a informazioni mediche, assistenza in caso di guai con
la polizia, sessioni di massaggi gratuiti e seminari sulle tecniche
di coltivazione (è tacitamente consentito coltivare fino
a 48 piante per uso medico personale). Anche se il club non può
vendere la sostanza, sulla base delle ingiunzioni del 1998, formalmente
queste hanno colpito soltanto i sei maggiori Buyers Club
della zona, lasciando fuori quelle situazioni che davano meno
nellocchio.
In definitiva ci si continua a muovere in quellarea grigia
al limite della legalità che include azioni di disobbedienza
civile, pur con ogni ambiguità del caso e soprattutto a
fronte di ovvi rischi repressivi, per medici e pazienti, sempre
in agguato. Pare che un po tutti non possano far altro che
attendere, appunto, il pronunciamento della Corte Suprema. Ammesso
che questo, al di la delle istanze prettamente legali, possa davvero
scrivere la parola fine in uno scenario così contraddittorio
e complesso. n
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