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Dicembre 2001

euripses Un’indagine povera di dati originali e viziata dall’ideologia
DROGHE E RICERCA NEL TUNNEL DEL PREGIUDIZIO
La ricerca utilizza dati del ministero degli interni e l’unica comunità presa in considerazione è San Patrignano, promossa a “osservatorio privilegiato del fenomeno della tossicodipendenza”

Patrizia Meringolo*

Il panorama italiano è sempre stato molto povero di dati “oggettivi” sul fenomeno dell’uso e abuso di sostanze, non viziati cioè da pregiudiziali ideologiche, e che non ricorrano a termini stereotipi quali il “vuoto dentro” e lo “sballarsi”. Se queste sono le aspettative, l’indagine Eurispes (“Droga: tra indifferenza e istituzionalizzazione”, ottobre 2001) lascia, oltre che delusi, perplessi.
Nella ricerca vengono elaborati i dati del ministero dell’Interno, notando che le sostanze di uso cambiano, con un decremento dell’eroina, che peraltro continua a causare decessi, e un aumento di altre sostanze. Non si fa cenno all’alcool, ma forse questo fa parte di un altro studio. I dati continuano ad essere desunti da chi si rivolge ai servizi, o dagli interventi di carattere sanzionatorio o dalle sostanze sequestrate dalle forze dell’ordine.
C’è un breve accenno a chi si è rivolto al servizio Drogatel, che poteva essere di utilità, visto che si tratta di un’utenza sconosciuta ai servizi, prevalentemente giovane e che chiede informazioni, con molto più desiderio di prendersi cura della propria salute di quanto solitamente non si immagini. Ma nel corso dell’analisi si intromettono riflessioni ideologiche, di cui si potrebbe utilmente fare a meno, come la critica ai «messaggi illegali» sulle sostanze, che vanno dal film L’erba di Grace alla «commercializzazione di molti prodotti delle piante di canapa che potenzia ulteriormente l’immagine della cannabis come prodotto utile ed ecologico» (sic); oltre, ovviamente, all’atteggiamento tollerante verso l’uso ricreativo della droga presente in particolare nella musica pop. Si nota inoltre che gli utenti dei Sert sono in crescita (e allora i servizi funzionano, pur con le difficoltà di raggiungere il sommerso!), anche se centrati sul metadone, il cui «uso è meno impegnativo e soprattutto consente il mantenimento del ruolo centrale e monopolistico dell’intervento pubblico», poiché nel nostro Paese «si è voluto far prevalere la cosiddetta riduzione del danno e la cronicizzazione del disagio che inevitabilmente provoca». Strana visione, che contrasta con i dati di realtà del lavoro ad ampio raggio di molti Sert, da un lato, e, dall’altro, con le strategie di riduzione del danno perennemente confinate in un ambito di sperimentazione e mai accreditate come metodologia efficace di intervento.
Le comunità risultano in decrescita: in effetti, se è vero che le sostanze d’uso cambiano e che molte di esse, come l’ecstasy, si inseriscono in un consumo legato alle uscite del fine settimana, mentre il resto della vita quotidiana scorre più o meno “normalmente”, non si vede come possano servire gli inserimenti in comunità. L’unica comunità presa in esame è quella di San Patrignano, che appare agli estensori (non citati) del rapporto Eurispes un «contesto rappresentativo esclusivamente di se stesso» (e allora perché analizzarlo?), ma tuttavia anche «un osservatorio privilegiato del fenomeno della tossicodipendenza visto che opera da quasi trent’anni in tale ambito». Già nel lontano 1982 San Patrignano era stata definita (da Cancrini nel suo testo Quei temerari sulle macchine volanti) una comunità implicitamente terapeutica, in cui non ci sono modelli teorici di riferimento e in cui la custodia può – implicitamente, appunto – avere un effetto contenitivo dell’uso delle sostanze. E poiché non risulta che la metodologia di intervento sia nel frattempo cambiata, l’attributo di «osservatorio privilegiato» appare un po’ eccessivo. Si viene a sapere che il campione di San Patrignano ha usato prevalentemente oppiacei, iniziando con le “droghe leggere”, secondo la solita sequenza temporale che diventa causale. Si segnala inoltre nel 2000 un aumento dell’ecstasy e una diminuzione di oppiacei e di “droghe leggere”, ma, tra le tante notizie, non si trova quella relativa all’età degli “accolti” (cioè gli utenti della comunità). Peccato, perché si sarebbe potuto capire quanto le osservazioni siano generalizzabili.
L’ultima parte del rapporto si riferisce invece alle cosiddette “doppie diagnosi”, a coloro cioè per i quali l’uso di sostanze si intreccia con patologie più o meno gravi di tipo psichiatrico, analisi di indubbio interesse. Secondo un campione, che non sappiamo quanto rappresentativo, di operatori dei centri di Igiene mentale (istituiti questi ultimi, a detta dei nostri ricercatori, con la legge 162 del 1990, sic!), negli ultimi tre anni sarebbero aumentate le persone con problemi di tossicodipendenza che si rivolgono a tali servizi. I dati, tuttavia, sono definiti «un giudizio» o «una percezione» degli operatori stessi: le sostanze usate, i fattori scatenanti che determinano il ricorso ai centri, l’essere preesistente o meno il disturbo psichiatrico rispetto all’abuso di sostanze sembrano non essere desunti dalle cartelle cliniche (come ci si aspetterebbe da un’indagine del genere) ma dall’opinione dell’operatore.
Viene chiesto loro anche un giudizio – che possiamo definire ideologico – sulla banalizzazione dell’uso delle droghe leggere e il conseguente aggravamento del problema droga, e anche sulla misura in cui la divisione delle droghe in «buone» e «cattive» (dizione inconsueta!) stia aggravando il problema (sia detto per inciso: si denunciano le opinioni «confuse» degli operatori, perché la metà di essi si dichiara, nonostante tutto, favorevole alla legalizzazione). L’alcool continua ad essere assente, abusato dallo 0% dei pazienti al Nord e al Centro e solo dal 2,3% al Sud, ma si vede che è un’altra Italia quella che conosciamo.
Bene: si auspica infine un trattamento non medicalizzato della tossicodipendenza, e una maggior collaborazione tra Sert e comunità, perché solo «l’impegno, la volontà e la costanza accompagnati da guide sicure che trasmettano fiducia, prima di tutto nelle proprie capacità, possono avere una qualche possibilità di riuscita».
Ci dispiace che ci siano carenze di comunicazione tra chi si occupa di questi problemi: perché il lavoro di rete e la pratica dei servizi integrati sono ormai una realtà in diverse regioni italiane, e la trasmissione di «fiducia prima di tutto nelle proprie capacità» non è una novità, visto che l’empowerment degli utenti è il pane quotidiano di tanti operatori del servizio pubblico, delle comunità e del lavoro di strada, dove anche la formulazione della domanda è un obiettivo da raggiungere. E con ottimi risultati, basta avere la pazienza di leggere i tanti materiali prodotti.

* Università di Firenze.

 

 

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