|
Dicembre 2001
NoiZOMBIE DI STATO con l'utopia di
vivere
Roberta Balestra
Trieste
Il rilancio delle politiche proibizioniste da parte
dellattuale governo ha alimentato anche il dibattito locale,
come è successo a Trieste con diversi interventi di esponenti
della Casa delle Libertà, tutti improntati allintolleranza
e alla faziosa interpretazione dei dati di realtà. Tutto
ciò ha causato un profondo stato di malessere sia tra gli
operatori che tra gli utenti e le loro famiglie, specie per larroganza
con cui si vogliono ancor oggi piegare alle logiche ed alle necessità
dello scontro ideologico questioni così delicate, che attengono
alla salute ed al disagio delle persone, quel disagio che sostanzia
il quotidiano di chi vive esperienze di grave dipendenza e marginalità
sociale, e si aspetta dalla rete dei servizi sociosanitari attenzione,
proposte di cura competenti e personalizzate.
Ne è nata lesigenza di prendere la parola, e molti
sono stati i contributi sia sul giornale di strada (Volere o volare)
che con lettere al quotidiano locale, per difendere i propri diritti.
È un dibattito significativo, poiché rispecchia
il punto di vista di chi vive in prima persona il problema, in
genere scarsamente preso in considerazione.
Bastano poche frasi per rendere lidea della rappresentazione
della tossicodipendenza alla base delle nuove politiche
di intransigenza drug free. Così scriveva Enrico Sbriglia,
direttore della casa circondariale di Trieste e neo assessore
comunale della casa delle libertà alla Sicurezza e Vigilanza,
in un articolo sul Piccolo dei primi di novembre: «È
ora di cambiare, è ora di ripuntare sulla persona umana,
che può sentirsi tale soltanto se si sente rispettata,
aiutata a camminare con la fronte alta e non invece soggiogata
da una catena protratta di metadone o altre schifezze.Zombie
di Stato, quanti ne ho visti, con zigomi sporgenti, facce tirate,
gengive sradicate, denti scardati dalla droga, con
i loro balbettii farneticanti, e con le ore della giornata scandite
sul letto in attesa della dose di Stato. Quante volte, parlando
con loro, mi dicono, con malcelata ironia, che si considerano
una risorsa per me, nella duplice veste di direttore
penitenziario e, ora, anche assessore alla Vigilanza; grazie a
loro mi suggeriscono -posso impietosamente proclamare Law
and order, zero tolerance; ah se bastassero
gli slogan... penso!
Ma ora finalmente qualcosa cambierà, finalmente si potranno
spezzare le catene e tentare nuove strade per il recupero (...)
People! Siate pure tranquilli, non perdiamo niente, non
dobbiamo rimpiangere niente: che il metadone e tutti gli altri
veleni ritornino nellinferno dal quale sono usciti...».
E così rispondono gli utenti:
«...Lei che ci definisce Zombie di Stato, che
ci reputa una nullità, gente con zigomi sporgenti
e denti sradicati, soltanto perché assumiamo un trattamento
metadonico. Lei che si permette di puntare il dito su persone
che, pur essendo state responsabili di uno sbaglio, ora hanno
smesso luso delle sostanze e riescono a condurre una vita
dignitosa senza dover delinquere. Lei che quel dito lo punta con
tanta fermezza senza però dare alcuna risposta, se non
lalternativa del carcere e della comunità, dovrebbe
sapere che la maggior parte dei ragazzi con il metadone sono riusciti
a farsi una famiglia, a mantenere un lavoro. Lei, sa cosè
il metadone?»
«...Caro Direttore, le scrive un ragazzo di quarantanni
che da diversi anni assume il metadone. Il metadone e la riduzione
del danno mi hanno permesso di trovare un lavoro e di svolgerlo
con continuità, mentre una volta questa possibilità
non mi veniva concessa e dovevo delinquere per poter sopravvivere.
Lei che ha una così alta considerazione del carcere, lo
sa che in prigione la persona viene psicologicamente annullata,
fino a ridurla in zombie?.. È questa lalternativa
che lei propone?»
«...Sono uno di quei ragazzi che lei ha definito Zombie
di Stato. Ma lei si rende conto che nel suo bellissimo carcere,
in celle da due metri per tre ci vivono sei persone invece di
due? Che non cè nessuna possibilità di socializzare?
Che ci sono pochissime opportunità di formazione? Che non
esiste una saletta per incontrarsi? Che non esiste niente di niente,
se non il tempo che non gira?»
«...Non li conto più tutti gli amici che ho perso
in questi anni, io stessa sembrava che avessi delegato la mia
fine alluso di una siringa in vena, se poi aggiungiamo anche
una sieropositività lunga 15 anni, bè, avevo quasi
niente da vivere! Bene, oggi, lappestata, grazie
anche al mantenimento metadonico, vive lincredibile utopia
di essere una donna sposata, madre di un figlio di 12 anni, e
con un lavoro che le riconosce la dignità! E scusate se
è poco...»
«...Vedo tanti zombi non tossicodipendenti, ai quali interessa
solo il calcio, la macchina sportiva o Domenica In. Gente normale
che ha paura degli stranieri, dei diversi, delle culture altrui,
ottusi e chiusi nei loro piccoli pensieri. Non è questa
la normalità che voglio per me e per i miei figli. Voglio
la pluralità didee, il maggior numero possibile di
alternative per tutti, e perciò anche il metadone, perché
riesce a salvare la vita, perché quando si muore la riabilitazione
diventa un rammarico...»
E ancora: «...Funziona ancora lassunzione del Metadone?
Purtroppo io dico di sì, visto che di alternative non ce
ne sono o meglio, fino a quando Lei, direttore e assessore, non
vorrà gentilmente fornirci le Sue più recenti scoperte.
In quanto poi a law and order lo traduco in italiano per quanti
non hanno capito: legge e ordine e tolleranza
zero!! Non servono commenti! Anzi, manca ancora una cosa:
Vi spezzeremo le reni (Lei sa cosa significa vero?)».
Firmato: un genitore.
«...Tre anni fa, assistendo ad una seduta di una circoscrizione
rionale, dove si discuteva sullargomento del buco
sicuro e della distribuzione delle siringhe, fui testimone
di una soluzione presentata dal delegato di una certa parte politica,
che propose: Riaccendiamo i camini della risiera di San
Saba (unico campo di concentramento e sterminio italiano) e buttiamoci
dentro tutti i tossici!». Quelluomo tanto geniale
mi richiamò un anno dopo, e scordandosi dei forni crematori,
mi esternò la disperazione per suo figlio, figlio tossicodipendente!
Che merda la vita, se per capire una disgrazia dobbiamo prima
sbatterci contro...» Firmato: un amico.
Un ringraziamento speciale agli utenti intervenuti, a Pino Roveredo,
a Daniela Gross ed agli operatori del Centro Diurno del Ser.T.
di Trieste.
|