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Settembre 2000

Presentata dal governo la relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze. Scarsi gli strumenti conoscitivi: unica
certezza, l’aumento della carcerazione
La beata ignoaranza della politica

Grazia Zuffa

Al termine della lettura delle oltre 230 pagine della relazione annuale del governo al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia per il 1999, viene da chiedersi: a che cosa serve, o meglio, a che cosa dovrebbe servire un documento di questo genere? A conoscere meglio il fenomeno in primo luogo, per poi scegliere le strategie di contrasto e sottoporle a verifica, si potrebbe rispondere a buon senso. Questa chiarezza di impostazione è ancora lontana nella relazione di quest’anno, nonostante gli innegabili sforzi per meglio organizzare la materia. A cominciare proprio dai dati sulla prevalenza dei consumi, rivelatori di una scarsissima conoscenza del fenomeno. All’inizio del capitolo intitolato “Analisi della prevalenza del fenomeno nelle Regioni” si legge infatti: «Uno degli aspetti del fenomeno delle tossicodipendenze più difficili da descrivere riguarda il numero delle persone che fanno uso delle sostanze, in quanto nel nostro Paese mancano strumenti di rilevazione della quantità del fenomeno “nascosto”, che fa riferimento a soggetti che tendono a celare il loro comportamento di assuntori di sostanze illecite ».
Affermazione astrusa, e al tempo stesso comica, trattandosi di droghe illegali, la cui sola detenzione ad uso personale è sanzionata seppur in via amministrativa. Tuttavia essa è indicativa della mancanza di chiarezza circa gli obiettivi della ricerca sul fenomeno dei consumi.
Per capire meglio: l’analisi della prevalenza è effettuata unicamente tramite i dati segnalati dalle istituzioni con cui le persone che consumano sostanze illegali entrano in contatto: servizi pubblici (152.000), servizi privati (23.000), segnalazioni ai prefetti (26.000), forze dell’ordine per soggetti sottoposti a procedimenti giudiziari (34.000), detenuti tossicodipendenti (14.000). Sono tra l’altro dati che si sovrappongono, poiché, come dice chiaramente la relazione, è possibile ad esempio che un soggetto segnalato al prefetto sia rinviato ad un Sert per la definizione di un programma da eseguirsi in comunità terapeutica: in tal caso la stessa persona è conteggiata tre volte. Ma il punto principale è un altro: la gran parte del flusso informativo proviene da strutture terapeutiche, ove presumibilmente si rivolgono persone con modelli di consumo patologico o quantomeno “problematico”, che è solo uno dei modelli di consumo esistenti. Quanto ai soggetti segnalati ai prefetti, questi numeri ci illuminano solo sulla capacità repressiva delle forze dell’ordine, poiché questa si indirizza contro la detenzione di droga, indipendentemente dal fatto che si tratti di consumatori occasionali, o abituali o problematici.
Dunque in Italia manca del tutto la ricerca sull’insieme della popolazione, che ci illumini non solo sulla reale diffusione dei consumi, ma soprattutto sui vari modelli di consumo. È un tipo di ricerca che, seppur lentamente, va diffondendosi in altri paesi d’Europa, e a cui si rifà anche l’Osservatorio europeo: la relazione ‘99 riporta i dati sulla prevalenza delle varie sostanze rilevando il consumo “nell’arco di vita” e nell’ultimo anno. È ancora una rilevazione grossolana, mancando quella sul consumo nell’ultimo mese, comunque l’Italia è significativamente assente dalle tabelle.
Il sospetto è che le carenze nella ricerca siano dovute anche ad una incertezza di indirizzo politico. Nei paesi dove gli studi sono stati da tempo avviati, come in Olanda, si dimostra che la gran parte dei consumatori, non solo di canapa, ma anche per esempio di cocaina, attua modelli controllati di consumo, ricorrendo a meccanismi di autoregolazione, né più né meno come per le droghe legali. Ciò ovviamente comporta spostare l’asse delle strategie di contrasto dall’eliminazione dei consumi alla prevenzione del rischio di passaggio a modelli di consumo problematici. In altri termini: si può essere interessati a scoprire l’andamento dei modelli di consumo solo se si è disposti ad abbandonare l’enfasi retorica sulla “guerra alla droga”. Se invece l’obbiettivo è di eliminare il semplice consumo in quanto “male” morale, la ricerca perde il suo interesse.
Il sospetto circa la confusione politica si rafforza esaminando il paragrafo su “cannabis e droghe di sintesi”, ove si valorizza, sulla linea dell’accordo Stato Regioni del ‘99, il nuovo compito dei servizi, che devono occuparsi «dei problemi connessi all’uso abuso di tutte le sostanze psicoattive, legali e illegali»; lamentando al contempo che questi siano «esclusivamente focalizzati sui soggetti che fanno uso di eroina endovena» (p.111). Tuttavia in un altro passaggio si dice a chiare lettere che «è sempre l’eroina la sostanza capace di determinare gravi rischi per la salute pubblica e alti costi sociali» (p.161): giudizio riconfermato nella relazione dell’Osservatorio europeo («in quasi tutti gli stati membri la principale sostanza rilevata dagli indicatori del consumo problematico è l’eroina»). È questo il nodo: nel documento europeo è chiaro l’orientamento di concentrare l’attenzione sul “consumo problematico” (e un intero paragrafo è dedicato alla definizione dello stesso), in quella italiana non lo è affatto. Onde l’auspicata riconversione verso la canapa e le droghe di sintesi sembra dettata non tanto dalla rilevazione di una crescita dei consumi problematici, quanto dalla preoccupazione moralistica di combattere “patologizzandolo” l’uso in quanto tale («la grande maggioranza di questi consumatori non si pensa come “malata”», si afferma); e forse anche dal timore di una diminuzione dell’afflusso ai servizi, visto che la dipendenza da eroina è da anni in calo e la flessione si riflette soprattutto sull’utenza del privato sociale. D’altro canto poche pagine dopo si punta invece sulla riduzione dei rischi, auspicando l’avvio del monitoraggio delle pillole per difendere i consumatori di droghe sintetiche dal mercato clandestino.
Quanto ai dati riportati, i più significativi riguardano la repressione: in aumento gli ingressi in carcere per traffico e spaccio (il 37% del totale). Il piccolo spaccio (comma 5 e 6 dell’art. 73 del 309), che come si sa coinvolge moltissimi consumatori, si riconferma come il reato più perseguito: 28.000 persone sottoposte a giudizio su 34.000, in aumento di mille unità rispetto al ‘98, la gran parte (oltre 15.000, di cui 9000 con provvedimento restrittivo) per la canapa. Ma di fronte ai danni evidenti di quest’enorme (e crescente) criminalizzazione dovuta alla legge Jervolino Vassalli, manca nella relazione, compreso il commento della ministra Turco, qualsiasi accenno critico, anche solo per riconfermare le moderate proposte di riforma auspicate nella Conferenza di Napoli. Il che non è di buon auspicio per il prossimo appuntamento governativo sulle tossicodipendenze, che si terrà a fine novembre a Genova.

 


 

 

La relazione annuale sullo stato delle Tossicodipendenze in Italia per il 1999

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