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Settembre 2000

Diffusi in Francia i rapporti delle due commissioni d’inchiesta parlamentari sulle carceri
Alla conquista della nuova bastiglia

Severo il giudizio espresso dai politici e coraggiose le proposte: detenzione come “extrema ratio”, sviluppo di pene alternative e libertà condizionale, “numero chiuso” per le incarcerazioni

Sergio Segio e Sergio Cusani

«Carceri: un’umiliazione per la Repubblica». Dev’essere bello vivere in un Paese la cui classe politica abbia il coraggio di affermarlo a chiare lettere, in un documento ufficiale. In effetti, non è un sogno irrealizzabile: in Francia lo hanno detto. Anzi, l’hanno fatto. Di fronte a sistema penitenziario (in molti tratti assai simile al nostro) in grave disagio, è stata istituita un’apposita Commissione d’inchiesta presso entrambe le Camere che, dopo circa cinque mesi di lavoro e ispezioni, hanno prodotto due dettagliati rapporti.
Quello sopra citato, è il titolo del Rapporto della Commission d’enquête sur les conditions de détention dans les établissements pénitentiaires en France del Senato, presieduta da Jean-Jacques Hyest, relatore Guy-Pierre Cabanel, istituita con una risoluzione del 10 febbraio 2000. Un altro testo è stato elaborato dalla Commission d’enquête sul la situation dans les prisons francaises dell’Assemblea Nazionale, presidente M. Louis Mermaz, relatore Jacques Floch. In Francia, il Senato, eletto in larga misura da rappresentanti dei consigli municipali, è di norma orientato più a destra rispetto all’Assemblea Nazionale, che è il corrispettivo della nostra Camera dei deputati. Qui ci soffermiamo di preferenza sul Rapporto di quest’ultima e, necessariamente, solo su alcuni dei tanti aspetti trattati nel corposo documento, che si avvale anche di moltissime audizioni e di una gran mole di dati recenti.
Sarebbe poco sensato guardare con invidia alle carceri francesi, spesso più dure e violente delle nostre (125 suicidi su meno di 50.000 detenuti nel 1999), pur se va considerato che il sistema penale d’oltralpe consente maggiori possibilità di benefici e pene sostitutive: ad esempio, i lavori di pubblica utilità (travail d’intérêt général) e la liberazione condizionale, ottenibile a metà pena e che permette ai condannati all’ergastolo di uscire dopo 15 anni di carcere (in Italia dopo 26!). Eppoi, come dicono i reclusi di lungo corso in ogni Paese, la galera è galera. L’erba del vicino non è dunque per forza e sempre più verde. Specie se vista dalla parte delle radici. Ovvero con gli occhi dei prigionieri, dall’altra parte delle sbarre. Che è come a dire, dall’altra parte del mondo, dal lato oscuro delle cose. Un lato dove, per la verità, l’erba stessa è già un lusso, il più delle volte inimmaginabile, giacché vi dominano il ferro e il cemento. Ferri battuti e cemento opprimente.
Proprio Ferri battuti è il titolo di un libro uscito lo scorso anno, firmato da Adriano Sofri e da Francesco Ceraudo, da tempo al vertice dell’associazione dei medici penitenziari italiani. Il libro descrive l’inumanità delle carceri, i mille piccoli e grandi disagi e le vessazioni che, non di rado, toccano ai reclusi. Una denuncia forte, presto soffocata dal silenzio e dalla disattenzione.
Più o meno nello stesso periodo, in Francia è uscito un libro, altrettanto forte e documentato, di Véronique Vasseur, medico capo del carcere parigino della Santé (qualifica che dà anche il titolo al volume). Lì, l’effetto è stato invece deflagrante. Grande rilievo sulla stampa francese e internazionale. Grande subbuglio nella politica. Sino, appunto, a decidere l’istituzione della Commissione d’inchiesta di cui stiamo parlando.
L’eco avuto dal libro di Vasseur sui media, nell’introduzione del Rapporto dell’Assemblea nazionale viene definito «inatteso», perché «la situazione che descriveva era nota ed era stata denunciata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura nel 1993, poi nel 1998 e, più recentemente, dall’Osservatorio internazionale delle carceri».
Considerazione che vale tale e quale anche in Italia, destinataria nelle medesime occasioni di più di una censura da parte di quello stesso Comitato europeo. Inutile dire che, anche da noi, a tali rilievi, censure e raccomandazioni non si è data grande importanza né concreto riscontro; del resto, neppure il massacro nel carcere di Sassari ha avuto la forza di innescare un’inchiesta, anche politica, commisurata alla gravità della vicenda.
In Francia, dopo la denuncia di Vasseur, si è invece fatto sul serio: la Commissione approvata all’unanimità il 3 febbraio 2000 dall’Assemblea nazionale, e inizialmente presieduta da Laurent Fabius, ha avuto mandato di investigare a 360 gradi sul mondo carcerario; ma, soprattutto, Fabius ha posto un obiettivo, inedito e ambizioso: visitare tutti i penitenziari della Francia continentale.
Il primo aspetto posto all’attenzione è stato quello del sovraffollamento, che lì riguarda solo le case circondariali: al 1° aprile 2000, il rapporto tra numero di detenuti e numero di posti risultava, in media, del 132%. Tranne casi particolari, la legge francese stabilisce il principio dell’incarcerazione individuale; ciò nonostante, nel marzo 2000 sui 35.244 detenuti nelle case circondariali, solo 8.174 erano in celle monoposto. Ma, chiariscono subito i commissari, «la soluzione alla sovrappopolazione non passa unicamente, e neppure essenzialmente, attraverso la costruzione di nuovi posti carcerari». Quel che da noi sembra ancora faticoso da assumere come banale evidenza, in Francia è acquisizione antica. Cita sempre il Rapporto: «Già nel 1830, il ministro dell’Interno constatava, nel suo rapporto alla Società Reale delle carceri, che “il numero di detenuti aumenta in misura dell’estendersi delle nuove costruzioni”». Fatto sta che le cifre non sono drammatiche in assoluto: al 1° gennaio 2000 vi erano 48.049 detenuti nella Francia continentale e 3.392 nei territori d’oltremare, mentre i posti totali disponibili (al 1° marzo 2000) erano 49.416, pur mal distribuiti. Ma non è per tanto questo motivo che, tra le proposte conclusive, il Rapporto rileva che «Occorre fare precedere la decisione di costruire nuovi stabilimenti, e quindi posti supplementari di detenzione, da una riflessione approfondita sul ruolo e la missione del carcere nell’arsenale repressivo»; quanto perché mette al centro il concetto del governo della popolazione penale. Rispetto cui viene affermato che il carcere appare una sanzione inadatta per tossicodipendenti, stranieri, minorenni, malati di mente; allora, «bisogna sviluppare altre forme di rispetto della legalità, per meglio garantire la sicurezza limitando la recidiva».
In definitiva, e viene ribadito in più tratti delle proposte, il carcere va ricondotto a extrema ratio, vanno sviluppate le pene alternative e la liberazione condizionale, va introdotto «il principio di un numero chiuso per le incarcerazioni, sviluppando la concertazione con i magistrati».
Non tutte le misure ipotizzate ci appaiono condivisibili (ad esempio, il braccialetto elettronico). Però, ci sembra importante e, sì, invidiabile il metodo e il percorso seguito: una ricognizione effettiva e a tappeto su tutte le carceri per formulare, pour cause, proposte concrete.
Noi, qui, ci permettiamo di formulare la nostra: istituire anche in Italia una Commissione d’inchiesta sulle carceri, costituita da politici, ma anche da tecnici nelle varie discipline e competenze, nonché rappresentanti delle associazioni e del volontariato, magari coinvolgendo i diretti interessati, reclusi e operatori (il che non è così ovvio come sembrerebbe, ma costituirebbe importante innovazione). Una Commissione con mandato a termine ed effettivi poteri. Sarebbe un contributo al Parlamento affinché conosca per davvero quali sono i problemi, quali le possibili soluzioni. Cosicché finisca il dialogo tra sordi o il gioco delle tre scimmiette a cui, troppo spesso, abbiamo assistito in questi mesi.

 

 

 

• SCHEDA
ALCUNE CIFRE
DEL DISAGIO

Al 1° gennaio 2000 vi erano 48.049 detenuti presenti nella Francia continentale e 3.392 nei territori d’oltremare, mentre i posti totali disponibili, al 1° marzo 2000, erano 49.416 (in Italia, al 31 marzo 2000, vi erano 53.538 detenuti presenti per 42.852 posti regolamentari).
Al 1° gennaio 2000 l’organico dell’amministrazione penitenziaria francese impiegava come effettivi reali 25.121 persone, di cui 20.041 con mansioni di sorveglianza. Circa 2,6 detenuti per agente (in Italia il rapporto è quasi di 1 a 1).
Nel 1999 vi sono stati 125 suicidi, di cui 22 nelle sezioni disciplinari(in Italia 53); 1.006 tentati suicidi, nel 1998 (in Italia 933). 953 scioperi della fame, superiori ai sette giorni, nel 1998 (in Italia 6.228). 278 aggressioni contro sorveglianti, nel 1998 (in Italia, il dato non è registrato come tale).

In rete
Il rapporto dell'Assemblea Nazionale
Il rapporto del Senato Francese

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