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Settembre 2000

Uno spiraglio di luce dall’Onu

Giancarlo Arnao

Il Rapporto 1999 dell’Incb (International Narcotic Control Board, agenzia Onu deputata al controllo sull’applicazione delle leggi antidroga) affronta il tema delle limitazioni burocratiche, dovute alle leggi antidroga, che rendono molto difficoltosa la disponibilità legale dei medicinali antidolore (che includono gli oppiacei, la morfina e l’eroina) ai malati che ne hanno bisogno, e hanno legalmente il diritto di usarli. Infatti, la possibilità per i medici di prescrivere legalmente oppiacei (morfina, ecc.) ai malati di cancro, che a questi farmaci devono far ricorso per combattere i dolori e la sofferenza, è gravemente limitata dalle procedure complesse e macchinose che le leggi antidroga prevedono. Si pensi che ad esempio in Italia il medico che voglia prescrivere oppiacei deve utilizzare uno speciale ricettario disponibile soltanto presso l’Ordine dei Medici; deve poi compilare a mano la ricetta in tre copie, una delle quali deve conservare per diversi anni; inoltre, la ricetta può prescrivere un quantitativo di farmaco limitato al fabbisogno di otto giorni. Se la compilazione della ricetta è (anche solo formalmente) scorretta, il medico rischia l’incriminazione penale per “spaccio” di droga. Ovviamente, le difficoltà e i rischi sono tali, che molti medici possono essere tentati di evitare tout court le medicine “pericolose”, anche perché hanno a disposizione una gamma abbastanza ampia di farmaci alternativi (ancorché spesso meno efficaci e più tossici di quelli “proibiti”). Infatti, lo stesso Incb afferma di essere «preoccupato per il basso livello di consumo terapeutico di morfina in Italia, che può essere indicativo di una inadeguata disponibilità di questa droga per il trattamento del dolore» (Report of the Incb for 1999, par. 486). Comunque, è certo positivo, in linea di principio, che l’Incb prenda in considerazione questo problema (ripetutamente sollevato dai movimenti antiproibizionisti, seppure mai sfiorato dai mass media). Quando leggiamo che «l’obiettivo di assicurare un adeguato rifornimento di droghe stupefacenti, specis oppiacei, ai trattamenti medici non è stato compiutamente raggiunto», possiamo dedurre che anche all’Onu c’è qualcuno che ragiona secondo logica anziché secondo astrazioni burocratiche.

Un ulteriore spiraglio di lucidità propositiva troviamo nell’affermazione che «la distribuzione delle droghe stupefacenti che sono necessarie per interventi umanitari in situazioni di grave emergenza giustificherebbe l’adozione di procedure di controllo più semplificate». Ma quando si passa al lato concreto e fattuale del problema, si rimane delusi. Infatti, nei 50 paragrafi che il rapporto dedica al problema, troviamo un turbinare di argomentazioni prolisse e inconcludenti, che portano alla seguente conclusione: il problema della disponibilità dei farmaci antidolore per i malati che ne hanno bisogno non dipende dalle leggi antidroga, ma dal fatto che le leggi vengono ignorate o male interpretate dalle autorità statali o dagli stessi medici: «regolamenti restrittivi sorpassati (...), interpretazioni difformi di norme altrimenti corrette, timori ingiustificati, e radicati pregiudizi sull’uso degli oppiacei per scopi medici continuano a prevalere in molti paesi». La scarsa disposizione a formulare soluzioni concrete risulta, a nostro parere, evidente nel paragrafo conclusivo: «(...) Oltre alla farmacoterapia, è disponibile in diverse parti del mondo una grande varietà di trattamenti complementari e/o alternativi, come la consulenza e la psicoterapia, che possono essere più importanti sul piano culturale e più efficaci nel combattere molti tipi di dolore e di sofferenza».

 

 

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