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Settembre 2000
La lettera del mese
sofferenze improprie
Sono detenuto e assiduo lettore di Fuoriluogo. Nellultimo
numero del giornale sollecitate interventi critici e questo vuole
essere proprio un intervento critico sul trattamento
metadonico nelle carceri. Credo che il trattamento sostitutivo
sia valido quando viene somministrato a scalare, ma
non quando diventa terapia di mantenimento. Se, fuori
dal carcere, il metadone serve a garantire ai tossicodipendenti
una vita abbastanza regolare, senza lossessione di doversi
procurare leroina e della sindrome di astinenza, allinterno
delle carceri esso costituisce spesso la base di condizioni di
politossicità. Questo accade in quanto la detenzione non
offre motivi di interesse forte che siano in grado
di tenere lontano la tentazione dello sballo. Fuori
magari una persona prende il metadone, ma ha anche una famiglia,
un lavoro, degli interessi sociali...
In carcere non ha nulla di questo e, al metadone, aggiunge gli
psicofarmaci, il vino, leroina (se riesce ad averla), il
gas delle bombolette del fornello da camping, perfino la colla,
da inalare. I detenuti che sono liberi da sostanze
(lecite o meno) mantengono un certo livello di vita, studiano,
cercano di svolgere attività culturali e sportive. Chi
usa qualcosa è uno zombie, un morto vivente,
trascorre sulla branda 23 ore al giorno (si alza solo allora
dei pasti), si ammala più facilmente, perde i denti, a
quasi quarantanni ne dimostra sessanta. Vi assicuro che
ho descritto la realtà del carcere.
Lettera firmata, Padova
Baldassarre risponde
Le terapie di scalaggio con metadone per essere
efficaci dovrebbero rappresentare solo una parte della strategia
terapeutica di disintossicazione in quanto la dipendenza da eroina
non esaurisce il suo decorso con la risoluzione della sindrome
d’astinenza. Non è di alcuna utilità la pura e semplice disintossicazione
fisica, come spesso viene richiesto, perché fatalmente va incontro
ad insuccesso, anche con rischio più facile di overdose durante
le frequenti ricadute. Diverso è il discorso relativo ai trattamenti
con metadone della durata di mesi o anni, cosiddetti a mantenimento,
che sono rivolti a facilitare l’astensione dall’uso di oppiacei
illeciti attraverso il controllo della sindrome astinenziale.
Ciò premesso ritengo che proprio gli scalaggi rapidi promuovano
“craving” [desiderio compulsivo, n.d.r.] per gli psicofarmaci
ed altre sostanze. Nelle carceri, così come fuori, i tossicodipendenti
in trattamento a scalare o con dosaggi di metadone non adeguati
sono quelli che più frequentemente sono alla ricerca dello “sballo
a tutti i costi” con l’assunzione di qualsiasi sostanza “surrogata”
dell’eroina (psicofarmaci,, sostanze volatili, alcol, ecc.). Ma
mi chiedo, e chiedo al lettore che ci ha scritto: è utile imporre
sofferenze con scalaggio forzato in un soggetto tossicodipendente
detenuto, spesso con breve carcerazione? È vero, tornerà libero
“disintossicato fisicamente” ma con una “voglia matta” di bucarsi
appena fuori dal cancello del carcere. Inoltre in carcere, così
come fuori, sono proprio i tossicodipendenti a cui viene rifiutato
il metadone o viene somministrato a dosaggi “contagocce” che cercano
altre sostanze; al contrario con un dosaggio adeguato, nella maggioranza
dei casi, il tossicodipendente non cercherà altro. Il tossicodipendente
“zombie” di cui parla il nostro lettore non è quello che assume
metadone, ma quello che assume psicofarmaci, alcol, ecc. Purtroppo
il grande problema nelle carceri, ma non solo nelle carceri, è
che molti medici ritengono ancora di dover “punire” il tossicodipendente
e non di curarlo; hanno dimenticato che il giorno della laurea
hanno giurato di alleviare le sofferenze e non di procurarle.
Dott. Clara Baldassarre,
Dipartimento Farmacodipendenze Asl Napoli 1
CANAPA TERAPEUTICA, UNA SFIDA DA VINCERE
Grazie al forum di Fuoriluogo.it, ho la possibilità
di raccontare brevemente la mia personale esperienza, in relazione
allutilizzo terapeutico dei derivati della cannabis.
Diciassette anni fa ho iniziato una convivenza forzata con un
sarcoma molto aggressivo. Ho dovuto sottopormi a varie combinazioni
di terapie: chirurgia, radio e numerosi cicli di farmaci chemioterapici.
Nel 96, nel corso dellennesima serie di cure, sono
casualmente venuto a conoscenza di un dibattito che si era aperto,
soprattutto in alcuni stati Usa, sulluso di marijuana come
sostegno alla chemioterapia, e mi sono documentato. Ero, allepoca,
già un consumatore ludico, ma non immaginavo che la canapa
potesse avere qualche benefico effetto in una situazione così
dolorosa. Ricordo bene la prima volta che, di ritorno dai tre
o quattro giorni di somministrazione dei farmaci, ho usato lerba:
quella stessa sera (ero uscito al pomeriggio dal centro oncologico)
ho mangiato con grande piacere i tortellini della nonna. Una rivelazione!
Prima trascorrevo i primi giorni a casa (4 o 5, spesso una settimana)
con grande sofferenza, senza toccare praticamente cibo, in compagnia
di un perenne senso di nausea; ora invece potevo mangiare subito
e, mangiando, mi riprendevo in brevissimo tempo. Da allora, altri
cicli si sono susseguiti, e ho continuato a usare cannabis come
sostegno, scoprendo, oltre alle sue proprietà antiemetiche,
anche quelle di supporto psicologico... Ho tentato di discutere
della cosa con vari medici, e oncologi, per trovare una modalità
seria, scientifica, di utilizzo. Non ho mai avuto alcuna risposta
alle mie richieste argomentate. Ovviamente, mi sono chiesto spesso
se il mio miglioramento non fosse frutto di suggestione (ero pur
sempre un vecchio cannarolo), ma, ascoltando attentamente
il mio corpo, mi rendevo conto che stavo realmente meglio, e ne
traeva vantaggio anche il mio umore.
Credo sia il momento, anche in Italia, di iniziare una battaglia
perché sia possibile usare legalmente la canapa a fine
terapeutico, e per fare conoscere a tutti (medici, malati, associazioni,
media) le potenzialità di questa sostanza, partendo da
una semplice domanda: perché soffrire, quando, con una
pianticella naturale, è possibile star meglio? Naturalmente
non sono così sprovveduto da pensare alla cannabis come
alla soluzione per tutti i problemi accessori dellAids,
o della distrofia, o delle neoplasie, o della depressione, ma
credo fermamente che debba essere data la possibilità di
scegliere se usarla o meno, in regime di legalità. Decideranno
il malato e il medico.
Stefano Girardi
stivone@inwind.it
CARCERE E METADONE
Ancora una volta, le cronache della provincia di
Taranto riportano la notizia (12 agosto) di un decesso per overdose
alluscita dal carcere. Nel giro di un anno, ne ho contati
quattro e altri probabilmente mi saranno sfuggiti. Gli appelli
rivolti, anche qui in loco, per un utilizzo delle terapie metadoniche
di mantenimento in carcere, a fini sia di garanzia di continuità
delle cure che di prevenzione delle overdosi, evidentemente restano
inascoltati.
Gianfranco Mele,
Gruppo SIMS Sezione di Sava Taranto
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