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Ottobre 2000

Voci dal Carcere
La solitudine del volontariato

Sergio Segio

Il nome della testata non è forse particolarmente originale o accattivante, ma SEACnotizie è una delle riviste “storiche” del carcere, nonché espressione del volontariato penitenziario. Con sede redazionale a Rovigo (via Mure Soccorso 5, tel. 0425.200009, fax 0425.28385, e-mail centroascolto@iol.it), il «Bimestrale ad uso interno degli aderenti al SEAC», è ormai giunto al sesto anno di pubblicazione, pur se un suo più artigianale e provvisorio antenato esisteva già agli albori dell’organizzazione, formalizzatasi nel 1968. SEAC, infatti, è il “Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario” che, originariamente, si chiamava “Segretariato nazionale Enti di Assistenza ai Carcerati”, da cui l’acronimo, sopravvissuto al cambio di nome; la storia del SEAC è ora raccontata in un libro, curato da Nanni Vella ed edito dalla Fondazione italiana per il volontariato.
La dichiarata ispirazione cristiana del SEAC e la radicata parentela con gli ambiti e le impronte culturali più tradizionaliste e “filantropiche” del volontariato non sembrano limitarne la capacità critica, quanto meno negli anni più recenti: «La Chiesa e lo Stato ci hanno lasciato soli nell’affrontare i problemi del carcere», denunciava ad esempio il presidente del coordinamento Livio Ferrari nel 30° congresso, svoltosi nel 1997. Un giudizio schietto, interno e coerente con la complessiva apertura a sinistra e il rinnovamento laico emerso progressivamente nell’ex SEAC, in particolare dal 1993 in avanti (dalla cui onda nasce, appunto, il bollettino SEACnotizie) e avversato da parte dell’attuale vertice dei cappellani e dei volontari più conservatori.
Un giudizio che forse dovrebbe essere ancor più netto oggi, se è vero, come è vero, che in questi mesi il richiamo di attenzione e la sollecitazione politica sull’amnistia e indulto (ma anche sugli annosi problemi strutturali delle prigioni) venuti dalle associazioni, dai detenuti e dagli stessi operatori, hanno trovato muri di gomma e orecchie tappate. Dalla Chiesa, in verità, sono arrivati gli autorevoli e inascoltati appelli del papa e di molti vescovi, a partire da Martini e Ruini; da parte della politica, un rumoroso silenzio, rotto solo dalla buona volontà di singoli esponenti e solitari parlamentari.
Nel numero quattro della rivista Badu ’e Carros oltre il Duemila, prodotta dai reclusi dell’omonimo penitenziario (Gruppo di redazione, c/o Casa Circondariale di Nuoro), c’è una simpatica «Intervista non tanto ipotetica a un ipotetico onorevole» che, pur incentrata sull’abuso e i perversi effetti del “pentitismo”, può illuminare (ce ne fosse bisogno) sugli atteggiamenti e le omissioni delle forze politiche in questi mesi di dibattito sull’indulto e dintorni. Ve ne proponiamo alcuni stralci.
Redazione: «Adesso è iniziato il solito gioco a rimpiattino, l’opposizione dice che è la maggioranza a bloccare tutto e la maggioranza ribatte che la colpa è dell’opposizione. Lei che ne dice?».
Onorevole: «Sono vere tutte due le cose. Abbiamo tutti ragione».
R.: «Quando porterete a compimento, con l’approvazione definitiva, la legge che abolisce la pena dell’ergastolo?».
O.: «Tempo al tempo. Ha ragione tanto chi spinge quanto chi frena».
R.: «Nello specifico, la Sua posizione qual è?».
O.: «Una volta spingo e una volta freno, abbiamo tutti ragione».
R.: «Alle prossime elezioni politiche del 2001, in quale schieramento si candiderà?».
O.: «In entrambi gli schieramenti: hanno entrambi ragione».
Se pensate che quest’immaginaria intervista è uscita nel numero di marzo 2000, bisogna riconoscerle una buona capacità previsionale; forse scontata per chi è in galera, abituato comunque ad aspettarsi il peggio o il nulla. Nel nulla di fatto sull’indulto, se è agevole dare nomi a quanti hanno frenato, è veramente arduo individuare chi ha spinto per davvero.

 

 

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