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Ottobre 2000

Civiltà vorrebbe...

Il carcere di Sulmona è un vero e proprio inferno. Sono spaventato del trattamento che viene riservato alle due sezioni usate per coloro che devono scontare la casa di lavoro. Ci sono addirittura persone che dal 1989 stanno scontando questa misura di sicurezza. Tutti mi dicono che non si riesce a venirne fuori. Credo che questo sia nato come supercarcere. Non capisco tutte queste telecamere (in ogni angolo, all’aria) e metal detector. A ogni corridoio c’è un controllo. Il televisore in bianco e nero è praticamente blindato dietro un vetro spesso due, tre centimetri, e viene regolarmente spento dalle 9 alle 11, dalle 13 alle 15 e la sera all’una. E questo vale anche per l’acqua potabile, tutti i giorni. Ho fatto la domandina per conferire con l’educatore. Io parlavo e lui leggeva il giornale. Alla fine mi ha detto: «si metta a udienza con il magistrato di sorveglianza, io posso fare poco». Non esistono lavoro, attività culturali, tutto quello che serve per il recupero degli internati. Stiamo venti ore su ventiquattro chiusi in cella (due ore d’aria la mattina e due il pomeriggio) a oziare tutto il giorno, per tutti i giorni. Da quando sono qui (due giorni, ndr) non riesco a sentire i miei familiari. Ho chiesto di essere ammesso a fruire delle telefonate premio, con la risposta che devono trascorrere tre mesi di osservazione per poter telefonare. Qui tutti hanno paura di esporre questi problemi, comprometterebbero le licenze che vengono concesse dopo quattro o cinque mesi dall’ingresso.

Lettera firmata, carcere di Sulmona

Anastasia risponde

Di far conoscere questa situazione, non altro ci chiede il nostro corrispondente. Volentieri lo facciamo. Del resto, non gode di buona fama, il carcere di Sulmona. Non è la prima né l’ultima lettera che ci giunge da quell’Istituto. Le altre ci dicono di umilianti perquisizioni personali, dell’uso di dolorose manette a saldatura centrale nelle traduzioni all’esterno, di mancata o approssimativa assistenza sanitaria. Vessazioni gratuite che spesso confliggono con norme di legge e precetti ministeriali. Principi e diritti non mancano nel nostro ordinamento, ma il problema del carcere è e resta quello della loro effettività. Abbiamo proposto l’istituzione di un Difensore civico delle persone private della libertà personale, con compiti di mediazione e di promozione dei diritti, ma anche l’appello della Corte costituzionale affinché sia garantita la irrinunciabile tutela giurisdizionale dei diritti dei detenuti è ormai da quasi due anni privo di risposte, nonostante Sassari avrebbe dovuto dirci qualcosa in proposito.
Ma al problema specifico, di quell’Istituto, questa lettera ne aggiunge un altro, quello della sopravvivenza delle misure di sicurezza, applicate – secondo i dettami della criminologia positivista – ai “delinquenti abituali, professionali o per tendenza”. Forse non tutti sanno che dalle nostre parti, dopo aver finito di scontare la propria pena, si può restare in galera ancora per un minimo di due, tre, quattro anni, e un massimo indeterminato, fino a quando un magistrato non ritenga che il “delinquente” non dia segni di non essere più socialmente pericoloso. Civiltà vorrebbe che simili misure di sicurezza fossero cancellate e consegnate alla storia come aberranti testimonianze di quell’incontro tra ideologia positivista e regime autoritario che si ebbe nella redazione del codice penale fascista. Sopravvivono, invece, e continuano a produrre il loro carico di sofferenza. In attesa che, se non un codice democratico, almeno una leggina di civiltà trovi il modo di cancellarle.

Stefano Anastasia
Presidente di Antigone

UN PROCESSO ASSURDO

L’atteggiamento intransigente e di rigida chiusura del tribunale di Bologna verso le pratiche anche solo di consumo delle droghe leggere, attraverso un’interpretazione che snatura l’esito del referendum abrogativo del ‘93, trova nel mio caso giudiziario una conferma che travalica i limiti del buon senso e della legalità. Sento l’umiliazione e il disgusto per essere stato giudicato in un processo farsa che ha visto la compressione totale di ogni mio diritto di difesa. In un processo penale come quello odierno, di tipo accusatorio, in cui il giudice dovrebbe farsi un’idea della causa esclusivamente tramite ciò che emerge in dibattimento, mi è stato rifiutato l’esame di tutti i miei testimoni a causa della scomparsa (non so fino a che punto fortuita) della relativa lista dal fascicolo del dibattimento (ed essendo il mio avvocato sprovvisto di copia del deposito). Ma i testimoni erano stati precedentemente invitati oralmente a comparire il giorno 3 ottobre dal giudice stesso, che poi aveva disposto rinvio per mancanza dei testimoni dell’accusa. Le testimonianze a mio favore erano dirette a provare l’illegittimo comportamento dei carabinieri che operarono l’arresto mio e di altri imputati. Ma, come ho detto, i miei testi non sono stati ammessi, mentre un maresciallo dei carabinieri citato dall’accusa dava una ricostruzione la cui falsità, incoerenza e paradossalità sarebbe stata fin troppo facilmente comprovabile qualora mi fosse stata riservata una qualsiasi opportunità difensiva. Forse sono stato reo nei confronti del tribunale di essere l’unico pazzo ad avere affrontato il dibattimento, senza privilegiare i riti speciali. Al di là del trattamento sanzionatorio riservatomi, sono le modalità della vicenda processuale a sconvolgermi: cieche ragioni di politica criminale hanno prevalso sull’accertamento della verità e c’è stata la volontà di non indagare su comportamenti gravissimi ed inammissibili delle forze dell’ordine in uno stato di diritto.

Stefano Marasco,
Bologna

DETENUTI PADRI DISCRIMINATI

Gli uomini e le donne sono uguali, hanno pari opportunità, stessi diritti. Ma un giorno, riflettendo su questo, notavamo che non tutte le barriere sono cadute, alcune resistono proprio nel carcere. Il nostro parlamento ha votato alla Camera: niente più carcere per le detenute madri con pene fino a tre anni. Potrà andare a casa durante il giorno anche chi ha figli fino a 10 anni. Le misure possono essere applicate al padre detenuto, ma solo in caso di morte della madre o d’impossibilità di affidare i figli ad altri che a lui. Ciò è una grande apertura per ciò che riguarda il rapporto madre-figli, ma anche una discriminazione tra l’uomo e la donna. La donna madre è considerata, e per legge può accudire i suoi bimbi, mentre l’uomo padre n’è esentato perché non considerato. Perché lei sì e lui no? Sono tanti i perché che si potrebbero tirar fuori, ma alla fine il problema rimane. L’attenzione data al rapporto coi figli non diventa uno strumento di cambiamento generale, ma porta alla “differenziazione”.

Carmelo Musumeci
e Andrea Perrone,
Voghera

 

 

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